LA QUINTA ETÀ
documentario a due voci
in 14 dialoghi e 7 tramonti
Aprile 2001
Primo giorno
1 - Tramonto - Una parete bianca.
La macchina da presa percorre dal basso verso l’alto una lunga treccia di capelli neri su una camicia azzurra.
Voce Ragazza: Oggi il tramonto è stato strano. Il cielo non rosso ma giallo. E sulla spiaggia quell’uomo molto anziano seduto sul bordo di una barca tirata in secca, che è rimasto a lungo a guardare le nubi in direzione del sole. Come fosse l’ultima volta.
La macchina da presa giunge alla nuca della ragazza, percorsa dai fitti capelli neri e lisci che convergono verso il punto da cui nasce la treccia.
La ragazza è seduta a un tavolino e ha appena finito di scrivere su un quaderno.
2 - Mattino - Un ufficio.
-) Documenti su una scrivania: referti, radiografie, analisi cliniche. Una mano femminile li sfoglia.
-) La ragazza di profilo, in divisa bianca da infermiera. Ha un viso tondo e bianco, con qualche residuo di tratti infantili, la bocca un po’ troppo grande, chiazze di rosso sulle guance. Non bella, senza essere con ciò sgraziata.
-) In primo piano la superficie della scrivania. Seduta davanti a essa la ragazza.
Dottoressa: (FC) Lei ha buone referenze ma non molta esperienza. Tenga presente nell’accettare l’incarico che colui che dovrà assistere è una persona di un certo rilievo, un architetto molto noto, anche se da qualche tempo un po’... diciamo al di fuori dell’ambiente... capisce, sì?
La ragazza annuisce.
Dottoressa: (FC) Per il resto non ci sono particolari difficoltà. Non soffre molto, dunque non dovrà temere crisi violente. Del resto dovrà occuparsene solo per una settimana, poi il paziente sarà condotto in ospedale dove potrà essere meglio assistito durante la fase terminale. L’elenco delle medicine le è già stato dato mi pare.
Ragazza: Sì.
Dottoressa: (FC) Bene, allora buon lavoro. Può andare da lui anche subito.
3 - Mattino - Stanza dell’architetto.
Penombra. Un letto. Un uomo molto anziano disteso su di esso, col viso rivolto verso l’oscurità dello sfondo.
La ragazza, nella sua divisa bianca, si avvicina lentamente, si ferma accanto al letto, guarda l’uomo che pare dormire.
Ragazza: (sussurrando) Signore... architetto... dorme?
Architetto: No.
L’uomo risponde senza voltarsi: di lui si vede ancora solo la nuca dai capelli bianchi ma insolitamente fitti nonostante l’età.
Ragazza: Sono l’infermiera incaricata di assisterla.
Architetto: Come ti chiami?
Ragazza: Sara.
Quasi di colpo l’uomo si volta e la fissa intensamente. La ragazza accenna un impacciato sorriso, abbassa gli occhi, li rialza.
Intanto lo sguardo dell’uomo poco a poco si spegne. Chiude gli occhi. Si volta nuovamente verso l’oscurità.
(dissolvenza)
4 - Giorno - Stanza dell’architetto.
La ragazza, leggendo a voce alta un elenco di medicine e orari di somministrazione, si avvicina alla finestra.
Ragazza: Gliene hanno prescritta di roba. Non ci annoieremo di certo in questi giorni.
Guarda fuori.
Ragazza: E’ una bella giornata di sole oggi, sa?
Architetto: Io preferisco la notte.
Ragazza: Come i vampiri?
L’uomo non risponde.
Ragazza: Scusi, scherzavo. Non si è offeso, vero?
Architetto: No, perché? In fondo hai ragione: come i vampiri. I morti che non riescono a morire.
L’uomo parla senza guardare la ragazza, sempre rivolto verso l’oscurità.
(Dissolvenza)
5 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto.
La ragazza aiuta l’uomo ad alzarsi dal letto e a sedersi su una poltrona.
Ragazza: Proprio non preferirebbe stare un po’ più vicino alla finestra? Scommetto che non si è nemmeno accorto che è primavera.
Architetto: E’ primavera. E dov’è la novità? Viene tutti gli anni mi pare: puntuale come l’alba o la Luna nuova. Ne ho già viste più di quante sia possibile sopportarne.
Ragazza: (sorridendo) Sopportarne? Ma che dice?
Architetto: Sopportarne, sì. Quest’anno poi... Brutta faccenda morire in primavera. E’ la peggiore stagione per morire. E’ la peggiore anche per vivere del resto... tentare di vivere.
Ragazza: Non si offenda, ma lei è piuttosto sconcertante, sa? E’ la prima volta che sento qualcuno parlare così.
Architetto: La prima volta? Già, la prima volta.
Silenzio. L’uomo è immobile, seduto con la testa piegata di lato e lo sguardo rivolto verso la parete vicina.
Architetto: La coperta. Dov’è la mia coperta?
Ragazza: Eccola.
La ragazza gli distende una coperta sulle gambe. L’uomo la tira piú su, fino ad avvolgersene le spalle. Rimane ancora a lungo immobile, in silenzio.
Architetto: L’intiepidirsi dell’aria, il suo impregnarsi delle fragranze dei fiori, l’affaccendarsi degli uccelli, il rinverdirsi dei rami... sentire tutto questo e non riuscire a fuggire dall’assedio dell’inverno; del suo gelo. E sentire che un altro anno è passato. Inutilmente.
Ragazza: Perché dice così? Lei ha realizzato molto... Sa, io non mi intendo gran che di queste cose ma mi hanno detto che lei è un architetto molto importante.
Architetto: Si, qualche imbecille mi ha considerato importante, ma questo non conta nulla. (Silenzio) Una volta ho visto un quadro rinascimentale in cui un uomo moriva in mezzo a uno splendido paesaggio primaverile. Un Cristo o un san Sebastiano credo, non ricordo più. Non ricordo nemmeno di chi fosse il quadro. Un uomo muore in mezzo a un beffardo fiorire di vita e bellezza. L’ho sempre trovata un’immagine sadica, carica di orrore.
(Dissolvenza)
Secondo giorno
6 - Tramonto - Stanza dell’architetto.
La ragazza, con le braccia raccolte sul petto, cammina lentamente per la stanza. Si ferma davanti alla finestra e guarda a lungo fuori.
Il suo quaderno su un tavolino. Le mani della ragazza lo aprono, prendono una penna, scrivono.
Voce Ragazza: Oggi il tramonto si è venato di azzurro e l’azzurro si è cosparso di batuffoli bianchi che poco a poco sono svaniti senza mai arrossarsi.
Anche dalle finestre di questa casa si vede il mare. E’ ad appena 50 metri. In mezzo, una strada, un marciapiede, poi una spiaggia, quasi priva di barche.
Un uomo e un cane hanno attraversato la strada. L’uomo ha deviato verso il marciapiede ed è sparito. Il cane ha invece proseguito sulla spiaggia, si è sdraiato sulla sabbia ed è rimasto lì mentre faceva buio.
(Dissolvenza)
7 - Mattino - Stanza dell’architetto.
La ragazza si avvicina al letto, gira attorno a esso, si china sull’uomo.
Ragazza: Dorme?
Architetto: No.
Ragazza: Ho con me una radio. Vuol sentire un po’ di musica?
L’uomo tace. La ragazza prende la radio.
Ragazza: Su, vedrà che le farà bene ascoltare qualcosa: Tutto questo silenzio...
Accende la radio: musica leggera.
Ragazza: No, scommetto che questo non le piace.
Gira la sintonia. Appare una musica corale sommessa e immobile. La ragazza passa oltre. La musica scompare.
Architetto: Aspetta. Torna indietro.
Riappare la musica. E’ il Prometeo di Luigi Nono.
Ragazza: Che strana musica.
Architetto: Cosa ti fa immaginare?
Ragazza: Non so (Silenzio) Un’immensa lontananza. Tanto grande da far paura.
Architetto: Grande come la notte. (Silenzio) Gibellina. Ho ascoltato lì per la prima volta questa musica. Poi ricordo l’oscurità e le stelle. Il vento. La stazione deserta. L’attesa. Una sconosciuta ragazza svizzera che aspettava insieme a me, e che non ho più rivisto. Il tempo che scorreva silenzioso e sempre uguale, come quello della musica che avevamo appena finito di ascoltare. Il treno che non passava...
Ragazza: Perché ama tanto la notte?
Architetto: Nella notte tutto cessa, tutto si quieta. Tutto è fermo. Nulla è vero, tutto è possibile. Perfino sentirsi immortali.
Ragazza: (Sorride dolcemente, forse con una punta di accondiscendenza) Non ho capito molto di quello che ha detto. Per me la notte è solo il momento in cui dormo. E una bella giornata di sole mi mette allegria.
Architetto: Allegria. So cos’è. E’ quando il mondo ti appare leggero come un sorriso.
La ragazza sorride.
(Dissolvenza)
8 - Giorno - Mondo esterno.
Primo interludio: paesaggi primaverili in cui si alternano bellezza e disfacimento, rigoglio e putrefazione.
L’intercalarsi di questa e delle successive simili sequenze nel corso della narrazione oscilla fra l’uno e l’altro estremo dell’espandersi della vita o del suo annientarsi senza mai tendere definitivamente nell’una o nell’altra direzione.
9 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto.
Ragazza: Davvero avrebbe voluto esser immortale?
Architetto: Immortale? No, no di certo. Ogni buon vampiro odia la sua immortalità.
Ragazza: Forse proprio perché è un vampiro. Però anche voi artisti un po’ lo siete, no?
Architetto: Vampiri o immortali?
La ragazza ride.
Ragazza: No, volevo dire immortali. Perché un architetto è un artista, no?
Architetto: Se un architetto è un artista è una faccenda che non mi ha mai interessato. In oriente pensavano di no: troppa fisicità nel suo lavoro, dicevano. Misure, materiali da costruzione, calcoli: poco spazio per lo spirito. Anche loro in fondo spaccavano il mondo in due metà e si divertivano a farle cozzare l’una contro l’altra. In occidente pensavano e più che mai pensano di sì: un modo come un altro per soddisfare il loro egocentrismo innalzandolo su masse di cemento armato.
Quanto alla mia presunta immortalità di grande (pronuncia questa parola con sarcasmo) architetto, le case che amo di più, quelle che davvero meriterebbero di durare al di là di me, sono quelle che non ho mai potuto realizzare. Ma non importa, e poi forse ti sto annoiando.
Ragazza: No, affatto. Anzi, mi ha incuriosita. Mi parli di queste case.
Architetto: Apri quel cassetto.
Indica un cassetto dove sono custoditi dei grandi fogli da disegno. La ragazza prende il primo, su cui è disegnata la pianta di una casa che si apre a ventaglio attorno a un chiostro circolare.
Architetto: Ecco, sì, guarda quella ad esempio. Quella è la mia prima casa. Avevo vent’anni o poco più quando l’ho disegnata; l’avevo pensata per me, solo per me. Come un albero: il chiostro circolare era la radice, e da lì nasceva tutta la casa. Non lo sapevo ancora, ma già allora sentivo una casa come un organismo vivo, che respira insieme a te, che custodisce la tua vita e ne è partecipe, come un’amica. Per sempre.
A quei tempi non avevo dubbi che l’avrei costruita: mi immaginavo camminare fra le sue stanze, una donna mi sarebbe venuta incontro, un bambino... no, una bambina, era una bambina che desideravo avere. Come vedi essere "importanti" come dici tu non significa desiderare cose "importanti".
Ragazza: Queste lo sono.
Architetto: Oh sì, in fondo sì. E invece non ne ho fatto nulla, non ho nemmeno finito il progetto, vedi?
Ragazza: Perché?
Architetto: Gia. Perché? E’ forse la cosa più triste: voltarsi indietro all’ultimo momento, passare in rassegna tutte le cose non realizzate, magari proprio quelle che sarebbero state le più importanti, domandarsi perché, perché tutto questo lavoro incompiuto, tanta parte della propria vita lasciata a metà, e non saper trovare risposta.
(Dissolvenza)
Terzo giorno
10 - Tramonto - Stanza dell’architetto.
Voce Ragazza: Oggi il tramonto è stato radioso, lussureggiante di colori e di mille altre cose. Il sole penetrava le nubi con una raggera di luce e il cielo sfumava dal rosso al verde all’azzurro. Il mare ne era lo specchio e a quella raggera luminosa, a quello sfumare d’un colore nel suo opposto e in altro ancora, a quei chiaroscuri delle nubi faceva eco aggiungendovi i suoi luccichii, non ancora, ma già quasi, lunari.
C’era di nuovo il cane, che come ieri ha ignorato il marciapiede puntando dritto verso la spiaggia. Rari passanti sul marciapiede, che al contrario di lui ignoravano la spiaggia.
(Dissolvenza)
11 - Mattino - Stanza dell’architetto.
La ragazza prepara una siringa e fa una iniezione all’uomo.
Ragazza: Perché non mi dice qualcosa della sua vita? Un uomo come lei deve averne di cose da raccontare.
Architetto: Cose da raccontare. Oh, sì. penso di averne. Belle... brutte... passabili... quali vuoi sentire?
Ragazza: Cominciamo da quelle belle.
Architetto: Belle... (Silenzio) Hai mai vissuto su un’isola?
Ragazza: No.
Architetto: Io ci sono nato. Un’isola nel centro esatto del Mediterraneo. Lì ho conosciuto una ragazza che portava il tuo stesso nome. Moltissimi anni fa.
Ragazza: E’ stata la sua ragazza?
Architetto: Per una notte.
Ragazza: Soltanto?
Silenzio.
Ragazza: Non vuol dirmi altro di lei? (Silenzio) Quante domande faccio, vero? E magari l’annoio. Sa, sento tanto il bisogno di parlarle ma non so di cosa.
Architetto: Nemmeno io. Già. Di cosa possono mai parlare una ragazza viva e un vecchio agonizzante?
Ragazza: Non dica queste cose. Quando guarirà...
L’uomo l’afferra per un polso.
Architetto: Ascoltami bene ragazzina. Dobbiamo trascorrere dei giorni insieme e so che saranno gli ultimi per me. Stabiliamo una regola: la sincerità. La regola di non prenderci mai per i fondelli.
Adesso dimmi che sto per morire.
La ragazza, sconcertata e intimidita, tace.
Architetto: Dimmi che sto morendo.
La ragazza scuote la testa, tenta di tirarsi indietro ma l’uomo la tiene.
Ciò che egli le chiede stride con tutto quel che le hanno insegnato: che di certe cose non si parla, che la morte è una di esse, che davanti alla morte più che davanti a ogni altra cosa si esige l’obbligo della menzogna, e mille volte lo si esige davanti a chi sta per morire. Le hanno insegnato che così è giusto, che questa è la regola: mai intaccare l’apparenza di un mondo senza morte, e senza malattia, miseria, squallore, solitudine, rapacità, orrore. Quell’uomo esige ora che ella violi la regola e violare le regole è una cosa che non le hanno insegnato.
Per un po’ la ragazza rimane così, tesa all’indietro, con il polso serrato nella mano dell’uomo, poi poco a poco la tensione si allenta, la ragazza si riavvicina al letto.
Un’intuizione comincia ad apparirle: che quanto le hanno insegnato là fuori, lì, in quella stanza, davanti a quell’uomo, non ha significato, che lì tutto è diverso. Si convince poco a poco che questa diversità non le resta che accettarla, ma anche, infine, si rende conto che in fondo vuole accettarla: col tremore, l’indecisione, il timore con cui ci si incammina sui sentieri di un pianeta alieno, ma vuole.
La ragazza guarda ora l’uomo con tenerezza.
Ragazza: Tu stai per morire.
Architetto: (Seccamente) E tu invece stai vivendo. E dovrai continuare a farlo, ancora a lungo. Molto a lungo. (Silenzio) Ecco, adesso che ci siamo detti la verità siamo amici.
La ragazza corre via.
Scorre lentamente del tempo sulla stanza immobile.
Dopo un po’ la ragazza ritorna, nuovamente si avvicina all’uomo.
Ragazza: Perché odi la vita?
Architetto: Non la odio, la conosco. Un inutile tentativo di realizzare una felicità impossibile, la pena di annaspare nel vuoto, nel vuoto perfetto, che si rinnova ogni giorno, sempre uguale, ogni giorno. La conoscerai anche tu. Ogni risveglio è una nuova morte.
Ragazza: Parli come chi non è mai stato felice. E invece lo sei stato.
Architetto: Cosa ne sai?
Ragazza: Quella ragazza che aveva il mio stesso nome e che è stata tua per una notte soltanto. Con lei lo sei stato. (Silenzio) L’ho capito ripensando a come mi hai guardata quando ti ho detto il mio nome.
Architetto: Quanti anni hai?
Ragazza: Ventitrè.
Architetto: Ventitrè... anche tu. Abbastanza pochi da vedere il passato come qualcosa di piccolo, e il futuro come qualcosa di grande.
Per lei era diverso. Non aveva bisogno di credere nelle nebbie del futuro... nello scorrere del tempo. Il futuro lo possedeva già, e il tempo non esisteva. Riusciva a vedere la sua vita e la sua morte con la stessa intoccabile distanza. La felicità... non aveva nessun bisogno di inseguirla. Lei era la felicità.
Penso da sempre che ci siano due sole cose che meritano di essere imparate: a vivere e a morire. Lei le conosceva entrambe. Io ho trascorso gran parte dei miei anni nel tentativo di imparare la prima senza accorgermi che intanto veniva il momento di imparare la seconda. E adesso devo morire per l’ultima volta, senza aver imparato come si fa.
Ragazza: Non voglio che continui a parlarmi della tua morte. Parlami ancora di quella ragazza.
Architetto: No. Si è appena fatto giorno e ho una lunga attesa davanti. Un’altra, lunga, fatica. Stasera forse. Già: ogni risveglio è una nuova morte.
Ragazza: Ogni risveglio è una nuova nascita.
(Dissolvenza)
12 - Giorno - Mondo esterno.
Secondo interludio: continuazione dalla sequenza 8.
13 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto.
Ragazza: E’ giunta l’ora di mantenere la promessa.
Architetto: Promessa?
Ragazza: Sì. Di parlarmi ancora di quella ragazza.
Architetto: A te non si sfugge, eh?
Ragazza: (Ridendo) No, a me non si sfugge.
Architetto: Va bene. Cosa vuoi sapere?
Ragazza: Non lo so. Parla tu.
Architetto: Parlo io... come se fosse semplice, anche solo trovare un principio.
Ragazza: Ti dà fastidio che io ti domandi queste cose? In fondo non sono fatti miei. Se preferisci...
Architetto: No. No, nessun fastidio. E’ che lei è come... (Silenzio. L’uomo cerca una parola, una metafora che fa fatica a trovare) ... un sentiero che attraversa tutta la mia vita. E’ difficile trovarne il principio, forse non ha nemmeno senso cercarlo. Credo di averla sempre conosciuta, anche prima di incontrarla. Quella casa, quella che ti ho mostrato stamattina, era lei la donna che immaginavo muoversi fra le sue stanze insieme a me.
Ragazza: Era lei la madre della tua bambina?
Architetto: Sì.
Ragazza: E l’hai poi avuta davvero quella bambina?
Architetto: No.
Ragazza: Niente figli?
Architetto: No. Ho dovuto scegliere di non volerne.
Ragazza: E lei... lei che è stata tua per una sola notte... perché una notte soltanto?
Architetto: Non lo so; non poteva che essere così a quanto pare.
(Dissolvenza)
Quarto giorno
14 -Tramonto - Stanza dell’architetto.
La ragazza guarda fuori dalla finestra. La luce è arrossata. Poi si siede e scrive sul suo quaderno.
Architetto: Cosa scrivi?
Ragazza: Il diario dei tramonti. Ogni giorno osservo il calare del sole e lo racconto.
Architetto: Bella idea.
Ragazza: Vuoi che ti legga qualcosa?
Architetto: Sì.
Ragazza: Oggi il tramonto è scarlatto. Un rosso vivo e uniforme ricopre quasi un’intera metà del cielo e il sole appare piccolo e opaco in mezzo a tanta intensità. E sembra scendere più lento del solito, come affondasse in un liquido denso...
Architetto: Perché ti attraggono tanto i tramonti?
Ragazza: Non so. Non saprei spiegartelo. Un giorno ho cominciato a scrivere e poi non ho più smesso. Forse è solo che mi piace avere un’abitudine, un punto fermo attorno a cui far ruotare la mia giornata.
Architetto: Nient’altro?
Ragazza: Oh, probabilmente sì, ma te l’ho detto, non saprei spiegartelo.
Silenzio.
Architetto: Una volta Sara davanti al Sole che tramontava sul mare mi ha detto che da bambina immaginava così la propria morte: come affondare quietamente in una grande massa d’acqua scura. Lo diceva con tristezza, come chi ha già imparato che nulla in realtà è così semplice, che nulla è quiete e silenzio.
Ragazza: Doveva essere molto simile a te Sara. (Silenzio) Era bella?
Architetto: Sì.
Ragazza: Allora non mi somigliava.
Architetto: Ma no, sei carina anche tu. In maniera diversa... ecco, i capelli aveva come i tuoi. Solo che lei li portava sciolti. Le avvolgevano il viso, come una cascata di seta.
Ragazza: Sai, ieri sera prima di addormentarmi pensavo a come dev’essere portarsi dietro un ricordo così dolce per tanti anni, qualcosa di perduto ma che rimane fermo attraverso tutti i fatti di un’intera vita. Credo che sia una cosa straziante, ma anche molto bella.
Architetto: Credi bene. (Silenzio) Senti, poco fa perché ti sei accontentata delle risposte che ti ho dato? Ovviamente hai notato che non c’era nulla di chiaro in quanto ti dicevo.
Ragazza: Non avrei dovuto accontentarmi? E se ti dicessi che mi sono sembrate le più naturali, quelle risposte? Cos’altro avresti dovuto dirmi? A volte è plice, tanto semplice da essere inesplicabile.
(Dissolvenza)
15 - Notte - Stanza dell’architetto.
La ragazza è sdraiata sul suo letto, gli occhi aperti nel buio, rivolti verso l’uomo addormentato nella parte opposta della stanza.
Voce Ragazza: Ecco, è notte. E tu sei nel tuo rifugio, nel tuo sonno. Ti ho guardato da vicino poco fa: sembravi sereno. Chissà cosa sogni, chissà se sogni. (Si volta verso il soffitto) Sai che non ho un ragazzo? Da molto, molto tempo. Chissà, forse te lo dirò uno di questi giorni. E forse non mi crederai. La primavera è la stagione in cui ci penso più spesso. E’ anche il periodo dell’anno in cui mi masturbo più spesso... (sorride fra sé) no, questo non te lo dirò mai.
Adesso basta sciocchezze: penso a cosa dirti domani. So che il tempo è poco e questa volta non voglio farlo passare inutilmente. Adesso penso a cosa dirti domani, così quando verrà il momento lo saprò di già.
(Dissolvenza)
16 - Mattino - Soggiorno della casa dell’architetto.
Squilla il telefono. La ragazza risponde.
Voce Dottoressa: Buongiorno. Tutto bene?
Ragazza: Sì.
Voce Dottoressa: Senta, ho qui i risultati delle ultime analisi. Non sono dei più brillanti, per cui ho ritenuto indispensabile metterla a conoscenza della nuova situazione: è possibile che l’evoluzione sia più rapida di quanto le avevo prospettato durante il nostro colloquio e che la morte sopraggiunga perfino nei prossimi giorni. Se riscontrasse novità nello stato del paziente mi avverta immediatamente, d’accordo?
Ragazza: Va bene.
La ragazza riattacca il ricevitore e rimane a lungo immobile, poi esce lentamente dalla stanza.
17 - Mattino - Stanza dell’architetto.
La ragazza entra nella camera. Si siede in silenzio lontana dal letto.
Architetto: Allora?
Ragazza: E’ ancora valido il patto? Quello della sincerità.
Architetto: E non cesserà di esserlo.
Ragazza: Pare che il tuo appuntamento sia stato anticipato.
L’uomo tace a lungo, in assoluta immobilità, poi a voce bassissima dice:
Architetto: Che importa?
(Dissolvenza)
18 - Giorno - Mondo esterno.
Terzo interludio: continuazione dalla sequenza 12.
19 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto.
La ragazza si avvicina all’uomo sul letto, che le volge le spalle.
Ragazza: Dormi?
L’uomo rimane immobile, con gli occhi chiusi. La ragazza si siede molto lentamente su un angolo del letto. Con altrettanta lentezza si scioglie la treccia e lascia che i capelli le ricadano attorno al viso.
L’inquadratura si concentra intanto sulla ragazza.
Ragazza: Dormi. Adesso posso parlarti davvero. Quando sei sveglio non ci riesco. Anche se adesso avrei sul serio tante cose da dirti. Ma ho sempre paura che tu mi risponda: smettila ragazzina, stai solo dicendo sciocchezze. Ho paura di te. Dei tuoi anni. Di tutto ciò che hai visto e che sai. Adesso però non puoi farmi paura. Adesso sei innocuo come un bambino, o come se fossi già morto.
Dirai che sono vigliacca, che ho paura di confrontarmi con qualcosa che so essere più grande di me. Hai ragione. Ma io ho ventitrè anni, non puoi pretendere di più da una ragazza di ventitrè anni. Io non so perché mi parli della vita così come fai. Mi immagino un grande cumulo di delusioni nel tuo passato. Mi è capitato a volte in questi giorni... in queste notti, di pensare a te come se tu appartenessi a un altro mondo, a un’altra vita, in cui sono altre le cose che si incontrano sul proprio cammino.
Ma no, forse è tutto più semplice. Forse è solo che i miei sogni sono più semplici dei tuoi, più piccoli. Più facili.
Ogni mattina, da anni, faccio una passeggiata sulla spiaggia. Mi piace sentire l’odore del mare, il suo suono. Mi piace sentire l’aria fresca del mattino che mi tocca. Ecco, vedi, il mio mondo è fatto di queste cose.
Ho una cagnolina. So che le bastano una ciotola piena, una cuccia calda, una carezza per essere felice. Una felicità ingenua dirai tu. E’ vero, so che lo è, e so di essere come lei. Ingenua come una cagnolina convinta che basti una scodinzolata per rimediare a tutti i mali del mondo. E mi va bene in questo modo. Così come so che tornerò ogni mattina a passeggiare sulla spiaggia, e che il vento mi solleverà la gonna, e l’aria bagnata di salsedine mi accarezzerà le gambe, come presto farà un ragazzo che mi piace, e a cui so di piacere.
Mi sento tanto piccola davanti a te, ma non vorrei mai esser diversa da ciò che sono. Così, come mi sono raccontata adesso a te che dormi: piccola e ingenua come una cagnolina. Davanti a te che sei tanto grande... sono sicura che lo sei... che hai realizzato tante cose, che hai di certo osservato tanta vita scorrerti davanti, attraversarti, che hai negli occhi cose che io neppure immagino e che adesso, mentre dormi, mi sembri tanto simile a me, piccolo come me...
L’inquadratura si sposta ora dalla ragazza a un primo piano dell’uomo, immobile nella stessa posizione di prima, ma adesso con gli occhi aperti.
(Dissolvenza)
Quinto giorno
20 - Tramonto - Stanza dell’architetto.
Voce Ragazza: Oggi il tramonto è stato una grande lancia di fuoco nel cielo. La scia bianca di un aereo, lontanissima, piccola, quasi patetica, le andava incontro, e si allungava, si allungava, inutilmente.
(Dissolvenza)
21 - Mattino - Stanza dell’architetto.
Architetto: Hai dimenticato di farti la treccia stamattina.
Ragazza: Non l’ho dimenticato.
Architetto: Hai fatto bene. Stai meglio così.
Ragazza: Oh, non è per quello.
Architetto: Per cosa allora?
Ragazza: (Sorridendo) Non te lo dico.
Architetto: Come vuoi.
La ragazza fa cadere delle gocce in un bicchiere e le fa bere all’uomo, poi prepara la solita iniezione.
Ragazza: Come hai conosciuto quella ragazza?
Architetto: Non te lo dico.
La ragazza si ferma e si volta verso l’uomo.
Ragazza: (Sorridendo) Questa si chiama ripicca, sai?
Architetto: Va bene, te lo dico. L’ho conosciuta in un luogo piuttosto lontano della mia isola, un luogo fatto di monti e di boschi, dove per molto tempo sono andato a trascorrere le estati. Era il paese dei miei nonni.
Ragazza: E lei era una ragazza del paese?
Architetto: Non proprio. Abitava da qualche parte nella campagna lì vicino, a dire il vero non ho mai saputo dove. Quante cose non ho mai saputo...
Silenzio.
Ragazza: Dai, raccontami come l’hai incontrata... vuoi?
Architetto: Perché no? Non è un segreto. E’ successo che un’estate ho scoperto una sorgente dove l’acqua era particolarmente buona. Anche lei conosceva quella sorgente, la conosceva da sempre. Era il suo rifugio, la sua casa. Vi trascorreva giornate intere... una gran parte del suo tempo; tutto il tempo che potesse dire davvero suo in realtà.
Ragazza: E scommetto che anche tu avevi il tuo luogo segreto.
Architetto: No, io vagavo.
Ragazza: Vagavi?
Architetto: Sì, giravo spesso per le campagne... noccioleti, agrumeti, uliveti, boschi. C’era molto in quei luoghi e io non sopportavo l’idea che qualcosa mi sfuggisse. In paese non ci stavo quasi mai. Pensa che nonostante ci sia andato tutti gli anni, fin da bambino... davvero per molti anni, vi ho conosciuto una sola persona.
Ragazza: Una sola, in tanto tempo?
Architetto: Sí. Un uomo con molti anni più di me, un calzolaio.
Ragazza: Un calzolaio! No, proprio non ti ci vedo a fare amicizia con un calzolaio. Ti immagino piuttosto fra intellettuali che discutono di cose serie, serissime, con l’aria di chi se ne intende...
Architetto: E invece non ne capiscono nulla. No, quelli sono sopportabili solo quando non discutono di cose serie, almeno non ti viene voglia di prenderli a sberle. Comunque, ero ancora un bambino quando frequentavo quell’uomo. Ricordo che trascorrevo ore nella sua bottega. Piccola e scura, piena di oggetti consunti. Lo guardavo lavorare, ripetere quei gesti che aveva già fatto mille volte, con una abilità che gli era ormai divenuta abitudinaria. Era anche musicista: suonava la tromba nella banda del paese. Lo guardavo lavorare. Lavorare e sorridere. Sorrideva sempre, era sempre allegro con tutti. E parlavamo tanto, non saprei proprio dirti di cosa ma parlavamo tanto.
Ragazza: Come noi due!
Architetto: (Sorridendo) Sì, almeno credo. Poi lo persi di vista, partii; nei miei rari ritorni in quel paese scoprii la porta della sua bottega sempre chiusa. Mi dissero che era andato in pensione. Infine un giorno di molti anni dopo - avevo quasi 40 anni allora - lo udii nominare di sfuggita in una conversazione e chiesi sue notizie. Mi dissero che era morto. Ma non fu tanto questo a colpirmi, a colpirmi in profondità voglio dire, quanto il fatto che mi dissero che era morto 10 anni prima. Quella volta sentii tutto il peso del tempo che era trascorso nella mia vita. Tutto il peso del vuoto.
Silenzio. Già da un po’ la ragazza ha finito di armeggiare con le medicine e si è seduta accanto al letto. Adesso si alza e va a sedervisi sopra, più vicina all’uomo.
Ragazza: Da bambina mi portarono a Torino. Un giorno andammo in campagna da alcuni amici di mia madre che avevano una figlia della mia età. Rimanemmo tutto il giorno in giardino a giocare, poi non ci vedemmo più. Il mese scorso mia madre e quella sua amica parlavano al telefono. Lei le passò sua figlia e a un certo punto mia madre mi disse: vuoi salutarla? Ero imbarazzata, non trovai nulla di meglio da dirle che: ciao, sono Sara. Ti ricordi di me? E lei: Certo che mi ricordo, è come se ci fossimo lasciate appena ieri. E poi mi chiese: hai ancora la biglia che ti ho regalato? Non ebbi il coraggio di dirle che l’avevo persa ormai da chissà quanti anni. Ti rendi conto? Si ricordava di me, di quella lontana giornata trascorsa a giocare in giardino, come se fosse passato appena un giorno. Tutti quegli anni erano volati via leggeri. Leggeri, capisci? (Con tono diverso, più mesto) Leggeri.
(Dissolvenza)
22 - Giorno - Mondo esterno.
Quarto interludio: continuazione dalla sequenza 18.
23 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto.
Silenzio.
L’uomo è immobile sul letto, forse addormentato.
La ragazza seduta su una poltrona legge un libro. Solleva gli occhi verso l’uomo, poi torna a leggere.
Ragazza: (a voce molto bassa, quasi sussurrando)
Mia fanciulla, sorella,
pensa come sarebbe dolce
l’andar laggiù a vivere insieme!
Amare a sazietà,
amare e morire
nel paese che ti rassomiglia!
I soli inumiditi
di quei cieli inquieti
per il mio spirito hanno l’incanto
così misterioso
dei tuoi falsi occhi,
splendenti al di là delle lacrime.
Laggiù, tutto è ordine e bellezza,
lusso, calma e voluttà.
Lucidi mobili,
levigati dagli anni,
decorerebbero la nostra camera;
i fiori più rari
che mischiano i loro profumi
ai vaghi sentori dell’ambra,
i ricchi soffitti,
gli specchi profondi,
lo splendore orientale,
tutto parlerebbe
all’anima in segreto
la sua dolce lingua natia.
Laggiù, tutto è ordine e bellezza,
lusso, calma e voluttà.
Guarda su quei canali
dormir vascelli
dall’umor vagabondo;
per soddisfare
il tuo più piccolo desiderio
sono venuti di capo al mondo.
I soli declinanti
rivestono i campi,
i canali, la città intera,
di giacinto e d’oro;
il mondo s’addormenta
in una calda luce.
Architetto: Là, tout n’est qu’ordre et beauté,
luxe, calme et volupté.
Ragazza: (Alzando gli occhi dal libro) Mi sentivi?
Architetto: Io ti sento sempre. Alla mia età il sonno è un compagno leggero, quasi un diverso stato della veglia. Parlavo bene il francese una volta, sai?
(Dissolvenza)
Sesto giorno
24 - Tramonto - Stanza dell’architetto.
Voce Ragazza: Oggi il tramonto era un labirinto di strisce bianche tessuto da una parte all’altra del cielo, un labirinto in cui la tonalità della luce, sempre più calda man mano che si andava con lo sguardo verso ovest, era l’unica via certa. Non fosse stato per essa si sarebbe potuto vagare per quell’intrecciarsi incessante di bianco e di azzurro per sempre. Oggi il tramonto era come una prigione.
25 - Mattino - Stanza dell’architetto.
Ragazza: Ti piaceva molto Baudelaire?
Architetto: Sì, avevamo molti difetti in comune.
La ragazza ride.
Architetto: E il più grande soprattutto: quello di essere un esteta.
Ragazza: Credo che poeti e architetti debbano esserlo per forza. Era per questo che progettavi solo ville? Non ho visto altro in quel cassetto.
Architetto: Progettavo solo case in campagna.
Ragazza: Perché?
Architetto: Perché vivere fuori dalle città, in una casa circondata dalla terra, è l’unico modo per essere liberi.
Questa frase appare alla ragazza come una voluta esagerazione, quasi una battuta. Risponde nuovamente con una piccola risata.
Ragazza: Sai, mi piacerebbe vedere la tua ultima casa.
Architetto: Perché proprio l’ultima?
Ragazza: Perché sono sicura che è quella che dice di più su te come sei adesso.
Architetto: E’ stato tanto tempo fa. Un po’ alla volta i committenti sono spariti tutti. Le mie case facevano paura.
Ragazza: (Ride) Paura! E perché? C’erano i fantasmi?
Anche l’uomo ride.
Architetto: Peggio. Le mie case obbligavano chi le abitava a vivere a contatto col mondo non umano. E questo terrorizza gli uomini. Dà loro una mela inzuppata di pesticidi e la divoreranno, dà loro una mela appena intaccata da un baco e la butteranno via con disgusto; tutta, anche la parte sana.
Ragazza: Questo un po’ è vero, ma non capisco cosa c’entri con le case.
Architetto: C’entra, c’entra. Il fatto è che a un certo punto non ho più potuto fare a meno di disegnare le case in modo che il mondo esterno ne fosse parte. Perché una casa disegnata da me è un’immagine di me, lo hai già capito questo, e io non so più concepire l’idea di una vita rinchiusa fra muri. Rinchiusa.
Nel pronunciare l’ultima parole solleva una mano e la stringe a pugno.
Ragazza: Parli come se ogni casa avessi davvero dovuto abitarla tu.
Architetto: Come se avessi dovuto viverla io. Sì. In realtà per molto tempo sono stato un architetto come tutti gli altri... tu lo sai come sono gli architetti?
La ragazza sorride e fa cenno di no col capo.
Architetto: Be’, forse sono stato un po’ meglio di qualcun altro in realtà. Ma c’era qualcosa che non andava in quello che facevo, e non capivo cosa. Poi un’estate ho visitato una strana... strana fattoria. Gente che aveva lasciato tutto ed era andata a vivere fuori dal vostro mondo. Avevano costruito da sé la propria abitazione: un casale di pietra e legno raccolto attorno a un cortile nel cui centro si levava un grande castagno. Dalla parte opposta del cortile un altro edificio più piccolo, che era poi il bagno. Già: il bagno. Per raggiungere il quale dunque bisognava uscire fuori e attraversare tutto il cortile. E anche le stanze, le stanze del casale, non comunicavano fra loro ma si aprivano soltanto sul cortile.
In un primo momento mi sembrò una casa demenziale, poi capii: quel cortile, quell’albero erano parte della casa. Il grande castagno ne era il centro, il cortile era stato costruito attorno al castagno e le stanze attorno al cortile. Lo avevano voluto così perché volevano che la loro vita non fosse mai priva del contatto continuo col mondo naturale, col mondo reale: con il cielo, il vento, l’odore della vegetazione. Se devi andare dalla cucina alla biblioteca, dalla camera da letto al bagno, non puoi farlo senza incontrare tutto ciò. Perché anche questo è parte della casa.
Ragazza: Bello. Ma d’inverno? Col freddo, la pioggia, magari perfino la neve...
Architetto: Anche il freddo, la pioggia, la neve sono parte della casa, e il verso del gufo, gli agguati della volpe, i rami che si piegano sotto il peso dei frutti, la nebbia del primo mattino, l’arsura, l’ombra, il gocciolio della sorgente. I pochi giorni che ho trascorso lì sono stati la più grande scuola di architettura che abbia mai frequentato. E adesso perché sorridi? Mi stai dando del matto?
La ragazza sorride ancora e di nuovo fa cenno di no col capo.
Architetto: Fallo, perché lo stai pensando. Ricordati: niente bugie. Qui e adesso niente bugie.
La ragazza gli prende il viso fra le mani e si china su di lui.
Ragazza: Puoi costringermi a dirti che stai morendo, perché è vero, ma non a dirti che ti credo matto, perché non è così.
L’uomo le dà una esitante carezza sul viso. Lentamente si abbracciano.
La ragazza affonda il viso nella spalla dell’uomo.
Ragazza: E poi, non posso darti del matto, perché un po' in questo ti somiglio. E non fare la faccia incredula che sicuramente stai facendo.
Architetto: Non sto facendo nessuna faccia incredula.
Ragazza: Ma si. Me ne sono accorta, cosa credi? Tu hai il brutto vizio di sottovalutarmi, ragazzino.
L’uomo ride. La ragazza risolleva il viso, rimanendo seduta sul bordo del letto.
Ragazza: Io lo so cosa vuoi dire, e lo conosco anch’io quel mondo di cui parli; il mondo dei boschi, dei campi, delle sorgenti. E pensa che l’estate scorsa c’è stata una notte in cui quel mondo l’ho perfino... abitato... diresti così tu, vero? Abitato, sì?
Architetto: Abitato. Dicono così gli architetti. Ci si riempiono la bocca con questa parola... Una notte hai detto? Una notte soltanto? Ebbene, cosa è accaduto in quella notte?
Ragazza: Nulla di eccezionale a dir la verità. E’ stata la prima notte di una vacanza in un paesino forse un po’ come il tuo. Ero con alcuni amici e abbiamo deciso di non andare a dormire finché non fosse venuta l’alba.
Architetto: Splendida idea. Saggia gioventù.
Ragazza: Non prendermi in giro.
Architetto: Non ci penso neanche. Su, continua.
Ragazza: Siamo andati sul sagrato di una chiesetta poco fuori dal paese, uno di noi ha cominciato a leggere un racconto e noi tutti seduti intorno a lui ad ascoltarlo.
Architetto: Come un aedo.
Ragazza: Come chi?
Architetto: Nulla. Continua.
Ragazza: Quando il racconto è finito abbiamo cominciato a camminare. Una di noi aveva un libro di poesie e a turno ne dicevamo una. Poi le case del paese sono finite e sono cominciati i boschi. Anche le poesie erano finite e camminavamo in silenzio. Si vedevano fra gli alberi le luci del paese, prima vicine, poi sempre meno, e a tratti in alto la Luna. Intanto passavano le ore, la notte si faceva profonda. Giravamo intorno al paese, senza osare allontanarci nel buio ma senza desiderare di tornarvi. Mancava ancora tempo all’alba quando un po’ alla volta tutti cominciarono a cedere e a tornare verso i loro letti.
Siamo rimasti solo io e un ragazzo che conoscevo appena. Eravamo un po’ imbarazzati, non sapevamo che dirci, poi lui mi ha portata in una radura, ha alzato lo sguardo e ha cominciato a indicarmi le costellazioni e a insegnarmene i nomi. Fino all’alba.
Architetto: Senza fare nient’altro? Costellazioni e basta?
Ragazza: (Ridendo) Nient’altro. Solo costellazioni... quella notte.
Architetto: Ah ecco, quella notte... la notte. Vedi che anche per te la notte non è fatta di solo sonno?
Ragazza: Non l’ho mai detto.
Architetto: Sí che l’hai detto.
Ragazza: Davvero?
(Dissolvenza)
26 - Giorno - Mondo esterno.
Quinto interludio: continuazione dalla sequenza 22.
27 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto.
La ragazza si muove inquieta per la stanza. L’uomo la segue con lo sguardo.
Architetto: Cosa non va?
Ragazza: Non va... non va che noi parliamo, parliamo di mille cose, come se non stesse accadendo nulla. E invece accade.
Architetto: Cosa?
Ragazza: Che tu mi stai facendo del male.
Architetto: Del male... In che modo?
Ragazza: Morendo.
Architetto: Morendo. Che sciocchezza. Non sarò certo il primo che vedi.
Ragazza: No. All’ospedale ne ho visti molti ma non è la stessa cosa. Li vedo appena, loro. Sono degli sconosciuti distesi su letti uguali a tanti altri. Qui invece... parlarti, stare tutto il giorno insieme a te, sentir passare il tempo insieme a te...
Architetto: Su, per favore. Non venirmi a dire che ti stai affezionando a me. Forse lo credi, ma mi dimenticherai. Finita questa settimana scenderai le scale, attraverserai il portone, comincerai a camminare sotto il sole e dopo dieci metri ti sarai già scordata di me.
Ragazza: No, io...
Architetto: Ragazzina, ricorda che ci siamo promessi la sincerità.
Ragazza: (Con una sfumatura di irritazione) Non chiamarmi ragazzina. (Quasi sottovoce) Per favore. (Silenzio. La ragazza si avvicina alla finestra) Sì, è vero, ti dimenticherò. Ma non basteranno dieci metri; ce ne vorranno molti di più. E poi non è solo l’affetto, o se vuoi il fatto che tu sei diventato per me una persona reale, con una vita, un passato, ... un sogno. C’è anche un’altra cosa che mi sta facendo molto male.
Architetto: Quale?
Ragazza: Il fatto che mi costringi a pensare alla morte. Che me la metti davanti. Fino a pochi giorni fa non esisteva. C’era solo la vita che fluiva, e continuava a farlo. Un giorno, un altro, poi un altro, e quel fluire incessante, incessante capisci? Con te invece, c’è il senso della fine che grava su tutto. C’è in ogni parola che pronunci. E non perché sei alla conclusione della tua vita; ti direi le stesse cose anche se ti restasse da vivere un altro secolo. Hai vissuto tutta la tua vita camminando accanto alla morte. Non hai mai pensato ad altro, anche quando eri giovane, anche mentre facevi l’amore con una donna, perfino quella notte con quella ragazza che aveva il mio nome...
Architetto: No. Quella notte no. E poi ti sbagli. Mi stai descrivendo come un ossesso che vive immerso in un incubo. Ti piacciono gli alberi?
Ragazza: Sì. Ma che...?
Architetto: E sai perché un albero è così grande? E perché i suoi rami si protendono in tutte le direzioni, a formare quelle chiome così ampie che danno tanta ombra?
Ragazza: C’è una ragione? E cosa c’entra?
Architetto: C’è. E c’entra. Ascoltami bene: le grandi chiome degli alberi servono a togliere aria e luce alle piante vicine, a soffocarle. Solo una pianta su mille riesce a diventare adulta, le altre muoiono per mancanza di luce, di nutrimento, sottratti loro dagli alberi vicini e più grandi. Ogni albero che riesce a raggiungere la luce ha attorno a sé un massacro. La fresca penombra dei boschi, che ci comunica tanta quiete è il risultato di una lotta forsennata e incessante. Un albero è una macchina per soffocare.
Silenzio.
Ragazza: Perché mi racconti questo?
Architetto: Perché ti racconto questo? Perché tu capisca che non è un’ossessione la mia. Ho voluto togliere la maschera al mondo e ho visto quale viso ripugni. Non farlo più adesso. E continua a collezionare i tuoi tramonti se questo ti rende felice.
Ragazza: Hai tolto la maschera sbagliata dal viso sbagliato. E lo hai fatto in un momento sbagliato: eri bambino, e stavi facendo un brutto sogno. E poi non hai più saputo svegliarti. Così continui a vedere massacri anche dove pullula attorno a te la vita.
Architetto: Dormi piccolina, dormi e sogna i tuoi tramonti. E raccontameli. Ormai, sapere non mi serve.
Settimo giorno
28 - Tramonto - Stanza dell’architetto.
Voce Ragazza: Oggi ho mancato il tramonto; scusami Sole, sono una sbadata. Ma non ho perso il finale: una schiera di nuvole neonate in forma di drappi arruffati, bianchissimi nell’arancio dell’ultima luce. E al di sopra, la corona di un’esile raggera azzurrina durata un minuto appena. Domani sarò puntuale, promesso.
29 - Notte - Cielo e Stanza dell’architetto.
La Luna in fase crescente, molto prossima al plenilunio.
La ragazza è vicina alla finestra e guarda fuori, gli occhi rivolti in alto. Si siede e continua a guardare, fino all'alba.
(Dissolvenza)
30 - Mattino - Stanza dell’architetto
La ragazza alita contro il vetro della finestra appannandolo, poi ci passa sopra il palmo della mano e guarda fuori come a valutare la trasparenza.
Ragazza: Sai che non ti capisco? Prima mi parli della natura come qualcosa di cui non sai fare a meno, poi mi descrivi gli alberi come macchine che soffocano ogni cosa attorno a sé.
Architetto: Essere consapevoli della realtà
delle cose non significa necessariamente volerla fuggire. Non sono mai stato di quelli che scappano o che si tappano gli occhi rinchiudendosi nella tana del proprio branco. Ma soprattutto non sono mai stato di quelli che si sentono in possesso della verità. Chi mi dice che dietro la maschera non vi sia un’altra maschera? E poi un'altra ancora, e ancora.
(Silenzio)
A volte mi sono perfino domandato: ma non sarà colpa mia? Non ci sarà qualcosa di sbagliato dentro di me? Forse dovrei guardare tutto ciò che mi circonda in maniera diversa. Forse è tutto qui. E poi chi sono io per dire: giusto, sbagliato. Non lo so. Ho sempre pensato che condizione necessaria per essere felici in questo mondo fosse l’egoismo. O la stupidità.
La ragazza si avvicina all’uomo e si siede accanto al letto.
Ragazza: No. A volte è tutto molto semplice. Come essere capaci, in certi momenti, di vedere il presente e solo esso. Non si può vivere l'intera vita con il peso di tutto il passato del mondo e con lo spettro di tutto il futuro. Se guardi continuamente tutto questo allora impazzisci.
Quando io passeggio sulla spiaggia penso a me, alla spiaggia, al mare, al vento, al cielo. A nient’altro. Se visito un castello penso alle torri, alle sale, ai bastioni, non anche agli orrori di tutte le battaglie che vi si sono combattute. Tu invece sì. Tu ti senti in dovere di non smettere mai di pensarci. E non ti domandi: serve adesso che io ci pensi? Serve a me? Ad altri? O non è forse, qui e adesso, soltanto un tormentarsi inutilmente?
L’uomo tace.
Ragazza: Tu hai sempre pensato di avere dei doveri verso il mondo. Non domandarmi cosa me lo fa credere: tutti quelli come te pensano di averne. E adesso ti guardi alle spalle e pensi di esserti tirato indietro. E ti senti in colpa. Forse egoista, forse incapace, io questo non lo so
Architetto: Doveri. No, quelli che credono di avere dei doveri verso il mondo sono quelli che si credono salvatori del mondo e io non mi sono mai sentito così necessario.
E poi che significa salvare il mondo? Salvarlo da chi? Dagli oppressori? E salvare chi? Gli oppressi? Non esistono gli oppressi ma solo pescecani che hanno incontrato sul loro cammino pescecani più grossi di loro. Non c’è nessuno da salvare. Non mi pento di essere stato soltanto un architetto... una professione che non salva nessuno.
Ragazza: Eppure tu hai sempre pensato di avere dei doveri verso il mondo. O almeno un dovere: quello di non essere felice.
Architetto: Pensi che sia felice la mosca che continua a sbattere contro il vetro di quella finestra tentando inutilmente di uscire? E’ un dovere che l’ha portata lì, o un capriccio del caso? E così è anche per me.
La ragazza si volta, osserva la finestra chiusa, si alza e va ad aprirla.
Ragazza: Ecco, ora la mosca è libera.
Torna a sedersi accanto al letto.
Architetto:Perché Dio, travestito da infermiera, l'ha salvata.
Ragazza: Chi ti dice che io mi senta Dio? O anche solo che io creda in Dio? Non ho compiuto nessun miracolo e non ho fatto niente di eroico. Ho soltanto aperto una finestra. Una cosa semplicissima. Piccolissima.
Torna verso la finestra, guarda fuori, poi si volta nuovamente verso l'interno della stanza. Sorride.
Ragazza: Come il battito d’ali di una mosca. (Silenzio) Ecco, adesso puoi uscire anche tu se vuoi. Se solo lo vuoi.
(Dissolvenza)
Schermo buio.
Voce Ragazza: Guarda. Guarda com’è azzurro oggi il cielo. E com’è saturo di colori il mare. Su, cosa aspetti?
31 - Giorno - Mondo esterno.
Sesto interludio: continuazione dalla sequenza 26.
32 - Giorno - Stanza dell’architetto.
L’uomo è immobile sul letto, gli occhi fissi al soffitto. Il suo respiro è regolare.
Il suo braccio destro è disteso sopra le coperte. La mano è immobile, poi ha un tremito, un altro, infine afferra la coperta, come a volervisi aggrappare.
Il corpo dell’uomo si irrigidisce per alcuni istanti, il suo viso si contrae. Chiude gli occhi con forza. Il respiro si fa pesante, incostante.
Nella stanza accanto la ragazza, dopo la notte di veglia solitaria, si è assopita.
(Dissolvenza)
33 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto
L’uomo è immobile sul letto; ha smesso di ansimare. Adesso è immerso in una immobilità totale. Appare la ragazza, che gli si avvicina esitante. Ha poca esperienza, ma quanto basta per sapere già ciò che sta per scoprire.
Ragazza: (molto adagio) Dormi?
Lungo silenzio.
La ragazza si china, appoggia l’orecchio sul torace dell’uomo, si rialza.
Ragazza: Dormi.
Lungo silenzio.
Ragazza: Dormi piccolo mio. La tua nera mamma adesso ti cullerà. Non farai più brutti sogni.
34 - Tardo pomeriggio - Soggiorno della casa dell’architetto.
La ragazza si avvicina al telefono, solleva il ricevitore, lo tiene qualche istante sospeso a mezz’aria senza guardarlo, poi lo riabbassa.
35 - Tardo pomeriggio - Stanza dell’architetto
La ragazza rientra nella camera, avanza verso il letto, poi torna indietro, verso la finestra. Guardando fuori si riannoda la treccia dietro la nuca, poi nuovamente esce.
36 - Poco prima del tramonto - Portone e strada
La ragazza, in gonna bianca e camicia azzurra, scende le scale, apre il portone, esce. Comincia a camminare mentre il pesante battente si richiude alle sue spalle.
Attraversa la strada percorrendo una decina di metri; si ritrova sul marciapiede opposto, sul limitare della spiaggia; qui si ferma e si volta indietro, verso il portone che si è ormai richiuso del tutto.
Torna a voltarsi verso la spiaggia, fissa a lungo lo sguardo sul mare. Un cane corre sulla sabbia.
La ragazza riprende a camminare lungo il marciapiede deserto, sempre più speditamente, infine si mette a correre, senza fermarsi più, fino a sparire oltre una curva.
FINE