Claudio Vitturini

Filippo Schillaci

 

 

 

 

L’ISOLA

 

 

 

 

 

1999

 

 

 

 

0. Buio.

Voce Sara: Lassù, un fantasma di luce immobile pulsa verso la notte delle ulteriori altitudini. Sotto e dentro, un fantasma di pietra grava coi suoi ultimi brandelli la terra come l'altro compenetra del suo bianco pulviscolo l'aria.
Nelle notti di vento sorgono dal Tirreno le nubi, corrono, spinte verso sud, toccano il pendio del monte, strette fra aria e terra, s'impennano e risalgono, ancora scure, attraversando, assottigliando, togliendo corpo ad alberi e arbusti, pietre e costoni. Giungono infine alla vetta, in un roteare di vapori, e qui l'impennata si fa volo, il bianco tocca il bianco, vi si fonde, e il vapore si fa luce.

 

1. Sulla nave verso l’Isola.

Le nuvole, poi il mare, poi una striscia di terra che si avvicina, nel silenzio assoluto.

Sara è affacciata alla balaustra del ponte autovetture, quello su cui non c’è mai nessuno, e che oggi è più deserto del solito; se ne vede, da un capo all’altro, tutta la lunghezza; ma Sara è il mare che guarda, le spalle al metallo della nave.

Emerge lento, in dissolvenza, il rumore del mare.

Sara: (monologo interiore) Tanti i ricordi come questo, tutti lievi, estatici, sereni, tutti fatti di cose non umane.

Bianco e nero virato giallo. Una rapida visita al ponte superiore, dove si accalca la maggior parte dei passeggeri: facce vocianti, congestionate, pettinature grottesche, abiti ridicoli, insulso agitarsi, il solito brulicare della fauna umana.

Sull’audio continua, come nei pensieri di Sara, il rumore del mare. Soltanto il rumore del mare.

Tornano i colori su un lungo pp di Sara: lo sguardo immerso nel mare e i capelli nel vento che spazza il ponte deserto.

 

2. Spiaggia

Sara cammina lungo la spiaggia deserta, lo sguardo ancora ricorrente sul mare.

Sara: (monologo interiore) Il vento sollevava bianchi, aerei spruzzi, vapori d’acqua cristallini sulla superficie del mare, faceva rotolare bottiglie di plastica, rottami, detriti sulla spiaggia spossata dall’estate.
Sento più di ieri la solitudine e il silenzio, la loro bellezza. che ancora si fa strada in questi luoghi ormai infestati.

Passa, senza vederla, accanto a una ramazza di saggina abbandonata sulla sabbia.

 

3. Spiaggia con barche.

La mdp si muove fra colorate barche da pesca in attesa. Sull’audio mormorii, sussurri, voci al limite dell’udibilità che narrano frammenti di storie che intuiamo di mare...

 

4. Schermo buio.

Voce Turi: Ancora quell'incubo, dopo tanti anni di nuovo qui a tormentare le mie notti. Il sangue, i gradini, le scritte sui muri ed il buio con quelle ombre giganti e mostruose. Ancora una notte insonne nel sudore di questi incomprensibili simboli. E' meglio che mi alzi, è meglio che prepari le mie cose, fra poche ore si parte, domani lascerò questa vita.

 

5. Fra le barche, sul limite estremo della spiaggia, e dell’Isola.

Sara e Turi, una ragazza e un vecchio, seduti sulla sabbia di fronte al mare, sul limite estremo dell’Isola. Si guardano.

Turi: Sara hai detto che ti chiami. E vieni da fuori?

Sara: No, abito dall’altra parte dell’Isola, è per questo che non mi hai mai vista.

Turi mormora fra sé qualcosa fra un grugnito e un mugolio, fra un assenso e un dubbio.

Turi: E hai vissuto sempre qui, sull’Isola?

Sara: Sì.

Turi: Senza mai pensare ad andar via?

Sara: Ho amato un ragazzo che aveva scelto di andar via e che non poteva tornare, ma non l’ho seguito. Non ho potuto. Io sono dell’Isola... (allarga le braccia sorridendo) e l’Isola è mia.

Turi: Io non amo quelli che se ne vanno.

Sara: Lui ha creduto che altrove ci fosse qualcosa di importante da fare. Ha creduto nelle menzogne, nei miraggi, nella vita, nel futuro. In realtà in una cosa sola: negli uomini, negli uomini, negli uomini. Ha creduto che avessero dentro una scintilla da nutrire, ha creduto che quella scintilla potesse diventare un falò... ti ricordi? ... li hai mai visti? Quei falò dalle indescrivibili fiamme che illuminano la Sabbia, il Mare, l’Aria e la Luna in una notte d’estate su certe coste dell’Isola.

Turi l’ascolta ma allo stesso tempo segue altri pensieri. Rimane a lungo in silenzio.

Turi: Io non sono andato via. Mi hanno portato via.

Sara: Raccontami la tua storia.

Turi: Perché?

Sara: Io colleziono storie.

Turi: Perché?

Sara: Raccontami la tua.

 

6. Stessa spiaggia della seq. 2.

Sara è ora seduta sulla sabbia, con le braccia avvolte attorno alle ginocchia. Continua a fissare il mare.

La voce di un uomo occupa i suoi pensieri.

Voce Alessandro: ´Un mazzo di rami di roseto avvolti nel filo spinato, regalati in una notte di nubi, in una tenebra dell’anima, e senza che neppur vi sia un donatore cui rivolgere la tua sola arma: il sarcasmo senza speranza di un grazieª.

Sara si lascia scivolare all’indietro fino a sdraiarsi sulla schiena, rimane alcuni istanti a guardare il cielo.

Si volta lentamente su un fianco, appoggia il viso su un gomito.

La macchina da presa intanto le si avvicina poco a poco, fino alla distanza del primo piano.

Sara: (monologo interiore) La notte e il silenzio, il tripudio del sole e la vastità del vento, l’incantesimo delle rocce bianche, l’ululato antico dei boschi, l’inestinguibile terra che non conosce l’aratro, la presenza infinita dell’acqua. Io. E chi altro?

(Dissolvenza)

 

7. "...una pura distesa di mare".

(Dissolvenza)

Turi: (fuori campo) La mia storia vuoi conoscere? Tu che sogni di fuochi in riva al mare, di non so quali fiamme che illuminano questo confine traballante, questa fortezza che ha perso il suo guardiano? Quest’Isola. Quest’Isola così piccola che viene dimenticata senza fatica. E che tu credi ancora tua.

Te la racconto, te la racconto la mia storia.

(Dissolvenza)

 

8. Prato fiorito; luogo imprecisato.

Schermo buio.

Voce Sara: Prima che spazi di irrealtà, di inesistenza, prima che infinite distese di dune senza vita ci separassero, io, Alessandro, ti ho insegnato a guardare la luce al di là delle cose, o tu lo hai insegnato a me? O forse entrambi abbiamo sempre saputo farlo? Io ho sognato te, o tu hai sognato me?

Appare lentamente, in dissolvenza su questo pensiero di Sara una immagine di erbe fiorite, steli esili coperti di una leggera peluria, corolle rosa dai petali bifidi, calici allungati color verde pallido; una tenuità vegetale immersa nella luce d’argento e d’oro del primo pomeriggio, che ne circonda le forme, che le avvolge di scintillii.

(Dissolvenza)

 

9. Luoghi dell’Isola.

L’Isola. Non l’Isola degli uomini: dei centri abitati, delle strade, dei sentieri, delle capanne o delle barche, ma l’altra Isola, quella che dell’uomo non ha segni: quella dei promontori irraggiungibili sul mare, delle lave nere, dei calcari bianchissimi, dei nidi vertiginosi degli uccelli, dei chiaroscuri nel sottobosco, delle vette, l’Isola di terra e acqua, di vapori e vento, l’isola dei millenni, della quiete.

Voce Turi: L’ho scelta io quest’Isola per vivere il resto della mia vita, o forse lei ha scelto me, perché ci sono nato, ma non chiamarlo un esilio volontario, l’esilio è stato l’altro: tutti gli anni che ho trascorso lontano da qui. Questo è stato un ritorno. Il nostos di un Odisseo che non ha combattuto nessuna guerra, non ha accecato nessun ciclope né amato nessuna dea. E che non era atteso da nessuna Penelope. Il fatto è che mi ero rotto le scatole di tutta l'umanità, delle sue automobili, delle sue fabbriche, dei suoi centri commerciali, dei videogames, dei fax e tutto il resto. Sono fuori tempo? Sono soprattutto, stanco di vivere secondo canoni e tempi che non sono i miei, che mi sono... che sono ostili.
Ho vissuto in molti posti... sempre da estraneo. Questo è l’unico luogo a cui sento di poter dare il nome di casa, l’unico che ho sempre amato in fondo; qui sono nato, da qui sono stato portato via all’età di dodici anni e qui sono tornato: questo riassume praticamente tutta la mia vita.
L’Isola. L'Isola è l'unico luogo dove ci si sente davvero lontani da tutto, da tutti... Tornare qui, non avevo mai cessato di desiderarlo, ed ora che ho vissuto anche troppo e il peso del passato supera e schiaccia quello del futuro, eccomi qua, di nuovo sulla mia terra, da solo, in quella casa sulla spiaggia che avevo acquistato alcuni anni fa, e con grandi progetti per il mio piccolo futuro: comprarmi una buona canna da pesca e una barchetta, forse... chissà... ritornare bambino... per gioco... ancora per poco...

 

10. Spiaggia - Tramonto.

Turi, lontanissimo, avanza camminando lentamente lungo la spiaggia. Si sente un rumore, una specie di fruscio ritmico, ripetitivo.

Turi: (Fuori campo) Le lunghe passeggiate sulla spiaggia. Erano la cosa di cui avevo conservato il ricordo più vivo, e il desiderio più intenso. E una passeggiata sulla spiaggia fu la prima cosa che feci appena giunsi sull’Isola; camminavo già da un po’, era l'ora del tramonto, quando vidi in lontananza una figura curva muoversi, ma senza ancora riuscire a capire cosa stesse facendo.

Vicinissimo alla mdp, troppo vicino perché lo si possa ben distinguere, qualcuno si muove in sintonia con quel rumore.

Turi, continuando a camminare, si avvicina. L’uomo, continuando quel suo movimento ritmico, si allontana abbastanza da essere ben visibile. E’ anch’egli un vecchio, ha in mano una scopa di saggina e sta spazzando la spiaggia. Lo fa a testa bassa come se stesse falciando invisibili fili d'erba sulla rena un poco scura della sera.

Turi continua ad avvicinarsi fino ad incrociarlo e con un gesto ossequioso si toglie il cappello.

Turi: Buonasera.

L'uomo non risponde, non alza neppure la testa. Continua con sicura e determinata lentezza a spazzare la sabbia.

Turi esita un istante poi si rimette il cappello e prosegue.

Turi: (fra sé) Devo essere incappato nel matto del paese.

Il tramonto sul mare. La risacca che perde lucentezza. La linea del bagnasciuga che si annulla nell’uniformità del nero.

Voce Turi: Proseguii fino a che non vidi il manto della sera calare su ogni cosa, allora mi girai tornando sui miei passi diretto alla mia bella casa, con le vetrate a vista sul mare e il patio illuminato da una lampada da pescatore.

Turi è ora fermo. Si guarda intorno, come se solo adesso si rendesse conto di essere circondato dal buio. Torna poi sui suoi passi.

Turi: (Fra sé) Eh! Al buio non è facile camminare sulla spiaggia. Devo ricordarmelo, la prossima volta, di ritornare prima che faccia buio.

Cammina quasi a tentoni e con evidente fatica nell’oscurità, inciampando spesso. Si ferma infine vicino a uno scoglio per togliersi la giacca e il cappello, sbottona un poco il colletto della camicia, e con il fazzoletto pulisce gli occhiali, quindi si sfila le scarpe, facendo un nodo con i lacci così da poterle portare più agevolmente. Non riprende subito il cammino ma si sofferma a respirare profondamente l’aria marina.

L’altro uomo: (Fuori campo) Sei Turi?

Turi sussulta; accanto a lui c’è un ombra, una sagoma nera dalla voce secca. Si rimette gli occhiali e tenta, ma inutilmente, di distinguere qualche tratto dell’uomo.

Turi: Sì Turi sono, ma nessuno mi chiama più così da anni.

L’altro uomo: Ah... e che sei tornato a fare qua?

Turi: Ma chi sei tu, che non riesco a vederti con tutto questo buio, ci conosciamo?

L’altro uomo: E cosa pensi che io ti vedo, che pensi che ho riconosciuto il tuo volto con questo buio ...nzh'... dalla voce, dai movimenti ti ho riconosciuto o forse no, dall'odore dell’anima.

Turi: Allora ti devo conoscere anch'io...

L’altro uomo: Impossibile.

Turi: E perché?

L’altro uomo: Perché... è semplice, perché tu hai avuto troppo e chi ha troppe cose inutili, dimentica... io invece non ho avuto niente oltre questo mare, questo cielo, e gli alberi e la terra e la spiaggia... l'essenziale, perciò non dimentico.

Voce Turi: Pensai allora: "questo deve essere un poco incazzato con il mondo, ma molto più di me".

Turi: Forse però se mi aiuti... io riesco a ricordare...

L’altro uomo: Tu dici?

Turi: Possiamo provarci, se non hai qualcos'altro da fare, e poi mi togli una curiosità? Perché spazzavi la battigia prima?

L’altro uomo: Turi... quest'isola era migliore quando eravamo bambini, ora è contaminata.

Turi: Continua ...

 

11. Frutteto sul mare.

Un aranceto, misto, come si usa sull’Isola, a un uliveto. Gli ulivi non soffrono dell’abbandono e della siccità, ma sugli aranci abbondano i rami secchi. Nel centro, una casa in rovina affiancata da due enormi gelsi.

Sara è ferma in mezzo agli alberi.

Voce Sara: Prima dei prati di Omero, prima che gli Aedi e le Sirene cantassero gli armenti del Sole, prima degli Dei, prima del Sole stesso, quando il Tempo era il fluire interminabile della cosmica quiete in cui confluisce ogni possibile Storia, la mia, la tua, quella che un uomo dai molti anni mi sta narrando, e che a lui pare antica, prima che una voce interrompesse quel Nulla, io ero te e tu eri me, entrambi eravamo angeli e polvere, entrambi eravamo ogni cosa e nessuna. Nulla cercavamo perché nulla era andato perduto.

(Dissolvenza)

 

12. Spiaggia - Sera.

Il buio avvolge la figura di Giosué; se ne intravede appena la sagoma. Di nitido in lui c’è solo la voce: stanca e forte.

Giosué: Io mi chiamo Giosué, ti dice niente il mio nome? E sono nato qui, come te, 74 anni fa: anche la mia età dovrebbe dirti qualcosa. Mio padre era pescatore e io dopo di lui...

Turi: (Fuori campo) Pure mio padre era pescatore...

Giosué: Turi, tutti erano pescatori qua, non mi interrompere più perchè parlare di queste cose mi fa fatica, non ne ho mai parlato... in più di quarant'anni, di queste cose...

(Pausa)

Mio nonno fu portato qui da suo padre con gli altri cinque fratelli e la madre, ma poco dopo il padre morì: in guerra ma non era militare, era imbarcato su una nave civile che fu affondata, una nave passeggeri che trasportava anche spezie e carbone. Aveva 38 anni, alto e magro due baffi folti ai quali arricciava le punte, capelli neri un po’ brizzolati ed occhi che si perdevano lungo quei mari che sempre attraversava, lo sguardo era abituato a guardare oltre l'orizzonte delle cose, quel tipo di uomini che appartengono a generazioni passate, con echi nel cuore che oggi riverberano soltanto negli sconfitti, ho ancora una sua foto.
A mio nonno piaceva pensare che suo padre era riuscito a salvarsi, ma anche diceva che soltanto i morti non tornano se non nei nostri sogni. E suo padre non tornò.
Due dei suoi fratelli lasciarono l'Isola dopo un paio d’anni, partirono per la guerra e anche loro non tornarono mai più. Scrissero un paio di lettere alla madre, credo dall'Argentina, con la foto delle loro famiglie su un'automobile.
Mio nonno fu il maschio più grande dell'Isola, giacché tutti gli altri partirono per la guerra o, con la scusa della guerra, per fuggire da questo posto; persone (qui la sua voce si fa sprezzante) con aspirazioni più alte di una semplice vita da pescatore... non ti offendere Turi, tu sei stato portato via, io non ce l'ho mai avuta con te, (accenna una impercettebile risata, che pare smorzarsi nel buio) forse non ti ricordi ma noi avevamo un segreto...
Tutti fuggivano da questo bottone di terra in mezzo al mare, anche le donne, le ragazze col primo marinaio disposto a portarle via, quante vite spezzate per colpa delle bugie, del desiderio... delle promesse... restavano soltanto i cani e quelli come mio nonno, come me.
Mio nonno ebbe quattro figli, lo ricordo anziano con mille rughe sul viso ed un naso grosso e rosso, non assomigliava affatto al padre, piuttosto al nonno materno, aveva però un carattere mesto, lavorava molto e parlava poco, morì nella penombra di un mattino trattenuto dalle persiane accostate della sua stanza da letto. Era un brav'uomo e morì solo, i miei zii lo abbandonarono tutti, pure le femmine e chi l'ha viste più, manco una lettera.
Mio padre invece rimase qui, quel mattino tornato dalla pesca lo trovò gia morto e non me lo fece vedere, peccato... gli ero molto affezionato... te lo ricordi mio padre Turi? Forse fra tutti lui era quello che restava più impresso perchè aveva due orecchie grosse come padelle e a sventola che faceva ridere anche i morti, non so come fece mia madre a sposarselo, forse perchè la faceva ridere tanto e alle donne piacciono gli uomini che le fanno ridere, anche a noi uomini piacciono le donne allegre, forse l'allegria è la dote umana più importante... forse... ma io purtroppo non la posseggo.
Mio padre si chiamava Curzio, te lo ricordi? Aveva una testa grossa con i ricci neri neri anche quando era anziano, sempre neri, il viso scarno e gli occhi a palla, le mani sembravano palanche e vestiva sempre uguale, se era domenica o mercoledì lui vestiva lo stesso abito, se doveva andare a messa o restare a casa, uguale.
Aveva un carattere allegro ma parlava poco come mio nonno, io non ho mai saputo niente di lui, di cosa pensava, perchè si comportava stranamente rispetto a tutti gli altri padri, io penso... che era anarchico ...
E’ morto nell'89, poveraccio neanche il gusto di morire comunista, il PCI si era da poco trasformato nella cosa... nella quercia... boh? Io mi sono sempre disinteressato alla politica sai, non ho mai sognato un mondo diverso, né migliore, né peggiore.
Rimasi con mia madre e un fratello più grande che morì un anno e mezzo dopo, in mare durante una burrasca mentre portava dei turisti a una battuta di pesca, cadde dalla barca e batté la testa sulla prua, la botta gli spaccò la testa in due come un cocomero, l'acqua gli entrò prima nel cervello che nei polmoni e nessuno di quelli che erano con lui poté fare niente, è gia stata una fortuna che siano riusciti a trascinarlo a riva, almeno il corpo ora giace nel nostro giardino ai piedi di un ulivo, accanto a tutti gli altri della famiglia.
Negli ultimi 55 anni ne sono venuti molti di turisti, l'Isola ne è stata invasa: erano orde, sciami di cavallette, e mentre loro venivano gli abitanti se ne andavano.
I primi turisti a dire il vero erano simpatici e pacifici. Ricordo ch'ero adolescente nel '74 (tu eri partito da cinque anni), quando cominciarono a vedersi tutti quei ragazzi con i capelli lunghi e le chitarre, i tamburi (che loro chiamavano "bonghi"), pieni di grandi sorrisi.
Si avvicinarono a noi con cortesia e rispetto, e con allegria. E la sera stavamo tutti intorno al fuoco sulla spiaggia a bere, cantare e fumare, sì perchè loro ci portarono anche l'erba da fumare!
E quando con l'inizio dell'autunno anche gli ultimi turisti partivano, partiva con loro un pezzetto del mio cuore e a volte qualcuno di noi partiva con loro e non tornava più.

 

13 - Spiaggia, al tramonto.

Schermo buio.

(Dissolvenza)

(Bianco e nero)

Voce Giosué: E' stato in quegli anni che ho cominciato ad accendere un fuoco in riva al mare, tutte le sere, una abitudine che ho poi mantenuto a lungo.

Mentre la voce di Giosuè continua a narrare, le immagini tornano indietro di mezzo secolo: Giosuè, giovane, sulla spiaggia, accanto a un grande fuoco. Il suo sguardo passa dalle fiamme al mare, alla spiaggia, di nuovo alle fiamme.

Poi, visto in trasparenza attraverso le fiamme, si allontana. In lontananza un uomo e una donna anziani camminano sulla spiaggia in direzione opposta alla sua. Piú lontano ancora, poco piú che una macchiolina sulla sabbia, un uomo immobile su una sedia a sdraio con un libro in mano.

Voce Giosué: A quei tempi pensavo che probabilmente fuori dall'Isola tutto era più bello, ora so che mi sbagliavo.

(Dissolvenza incrociata)

 

14 - Giallo.

Lo schermo poco a poco diventa interamente giallo. Un giallo non dorato ma livido, non abbagliante ma opprimente.

Voce Giosué: Alcuni anni più tardi i ragazzi che venivano in vacanza sull'isola avevano facce più truci e spesso teste rasate, erano maleducati, violenti, anzi vandali; erano meno ridenti e ingenui, meno erba e più hascisc, meno canzoni allegre, meno feste aperte, erano tutti chiusi in piccoli gruppi, litigavano e spesso usavano acidi e pasticche, se ne fregavano di tutto, figurati che gliene fotteva di rispettare l'Isola ed i suoi abitanti, spesso sulla spiaggia trovavamo siringhe e bottiglie rotte e buste di plastica, lattine, sporcizia e rifiuti, un anno ci fu persino un'epidemia di pidocchi.

(Dissolvenza incrociata)

 

15 - Una spiaggia.

(Bianco e nero virato giallo)

Dal giallo emergono poco a poco delle figure, ma senza separarsene del tutto, rimanendovi anzi invischiate, come se ne facessero indissolubilmente parte.

In primo piano una ragazza dai capelli corti con le labbra e le sopracciglia tinte di nero, sta seduta su uno scoglio a fumare con aria assente. A pochi metri di distanza due ragazzi dai capelli rasati si azzuffano ferocemente.

Tutti sono vestiti con abiti in cui predomina il nero. Non c’è differenza fra quelli della ragazza e quelli dei ragazzi.

La ragazza rivolge una breve occhiata distratta ai due litiganti, poi con tono assolutamente indifferente, quasi fra sé, dice:

Ragazza: E piantatela, no?

I due neanche la sentono e continuano a picchiarsi, mentre la ragazza torna a disinteressarsi a loro.

 

16 - Un baglio

(Bianco e nero)

Un’altra ragazza, ma completamente diversa:

Voce Giosué: Nell'83 accadde un fatto che cambiò tutto. Io stavo insieme a Rosaria, una ragazza bellissima, i suoi capelli erano grappoli d'uva splendente, un poco scura di pelle e con due occhi che erano figli di questo mare, ci aveva la luce dentro ed una bocca di rosa su quel corpo che... maledizione... abitava in paese, vicino alla chiesa, ci amavamo... avremmo dovuto sposarci, già ne parlavamo.

Rosaria veste una gonna variopinta, una camicetta bianca annodata sul davanti che le lascia scoperta la vita, ed è proprio come Giosué l’ha descritta. I riccioli dei capelli, forse il modo di camminare, una maggiore predisposizione al sorriso, alla solarità la distinguono da Sara, ma non il viso, che è lo stesso. "Ha la luce dentro", come dice Giosué, ed è una cosa che si direbbe anche di Sara, ma una luce diversa, d’argento la sua, come dorata è quella di Rosaria.

 

17 - Spiaggia, di notte.

(Bianco e nero virato giallo)

Voce Giosué: Una sera andammo a trovare sulla spiaggia un gruppo di amici, ci mettemmo attorno al fuoco a cantare.

Sono lì, in mezzo ad altri ragazzi e ragazze, Rosaria e Giosuè, e cantano e ridono con loro. E’ notte e li si vede in lontananza, attorno al fuoco, circondati dal buio. Per un po’ non accade nulla: solo canzoni e risate, poi dal buio emergono le figure di altri quattro ragazzi, di quelli dagli abiti neri. La mdp si avvicina. Tutto continua come prima: canzoni e risate; i quattro sembrano assorbiti dagli altri, pur restando compatti, quasi a formare un gruppo a sé. Poi uno di loro tira fuori una bottiglia di coca cola e comincia a farla girare fra tutti. Anche Giosué e Rosaria ne bevono, Rosaria soprattutto. Appare poi la cocaina, alcuni la annusano, altri la fumano. Le immagini perdono intanto sempre più nitidezza, mentre i gesti si fanno più lenti e incerti. Una mano solleva la gonna di una ragazza, un’altra abbassa la cerniera di un jeans. Un po’ tutti cominciano a fare l’amore, ma non c’è più nulla della tranquilla serenità di prima: tutto si svolge come se fosse immerso in una sostanza vischiosa.

La dominante color giallo-sporco è più intensa che mai.

Poi, poco a poco tutti cadono in un sonno pesante, e Giosué con loro.

La mdp arretra nel buio. Si intravedono appena, buttati sulla sabbia, i loro corpi immobili illuminati dai resti del fuoco.

 

18 - Spiaggia, al mattino.

(Bianco e nero virato giallo)

Ciò che nella notte era stato il fuoco è ora un mucchio sparso di cenere e frammenti di legno bruciacchiato. Giosué si sveglia lentamente, pesantemente. Accanto a lui ci sono tre adolescenti in tenda con la testa fuori ed una coppia di freak senza tenda buttati di traverso su due sacchi a pelo ancora mezzo arrotolati. Tutti stanno ancora dormendo.

Giosué si guarda intorno.

Giosué: Rosaria...

Si alza, quasi a fatica, sempre con gesti lenti e pesanti si avvicina alla coppia sui sacchi a pelo. Scuote il ragazzo, che si sveglia bruscamente.

Giosué: Ehi! Sai dov'è Rosaria?

Il freak: Chi? Ma vaffanculo!

Anche la ragazza che dormiva accanto a lui si è svegliata a metà: non è sgarbata ma nella voce impastata di sonno si sente indifferenza.

Ragazza: Quella che era con te?

Giosué: Sí, l’hai vista?

Ragazza: Uhm... no... era con te, no?

Allora Giosué si avvicina alla tenda e sveglia i tre adolescenti.

Giosué: Avete visto Rosaria?

Primo ragazzo: Chi?

Quello che gli sta sdraiato accanto si stiracchia con aria soddisfatta.

Secondo ragazzo: E chi se la scorda Rosaria.

Giosué: Che vuoi dire?

Secondo ragazzo: Niente, niente non t'incazzare, volevo solo dire che è una gran ... bella ragazza.

Quella pausa allusiva manda su tutte le furie Giosué, che acchiappa il ragazzo per la camicia e lo trascina di peso quasi per metà fuori dalla tenda.

Primo ragazzo: Ma non è quella che è andata coi tossici?

Questa frase blocca Giosué che lascia andare di colpo il ragazzo e corre via. L'altro si limita a strisciare di nuovo dentro la tenda ridacchiando insieme al suo compagno. Il terzo ragazzo non si è nemmeno svegliato.

 

19 - Vari luoghi dell’Iso">

(Bianco e nero virato giallo)

Giosué corre per l'Isola. La gira in ogni recesso. Il montaggio alterna inquadrature oggettive ad altre in soggettiva. Queste ultime si fanno sempre più frequenti.

Soggettiva: Giosué si avvicina all'imboccatura di una grotta. Si sentono risate senza senso, stravolte dall'eco.

Controcampo: Giosué è fermo davanti all'imboccatura della grotta e fissa l'interno.

Voce Giosué: Girai tutta l'isola in lungo e in largo, alla fine trovai Rosaria nella grotta dei Nibelunghi, te la ricordi quella sulla collinetta... I vestiti a brandelli, i capelli tutti arruffati e gli occhi, lo sguardo allucinato, parlava e rideva aveva la mente piena di fantasmi. Era impazzita, la Coca Cola doveva essere piena di LSD. La portai a casa, era senza mutandine, aveva rivoli di sangue secchi lungo le cosce ed il suo viso, i suoi capelli odoravano di sperma.


Giosué corre all'impazzata sulla spiaggia con una draffinera fra le mani, entra nel frutteto della seq. 11, passa correndo accanto a Sara, che lo segue con lo sguardo, dalla lontananza di un altro tempo. Dietro la casa in rovina ci sono i "tossici" che dormono ancora.

Giosué solleva la draffinera e l’abbassa con forza, con tutta la forza che ha, su di loro, più volte, più di quanto non sia necessario.

Voce Giosué: Li infilzai uno ad uno gettandoli in fondo al pozzo della vecchia casa abbandonata. Poi sciolsi la barca spingendola al largo e la guardai fino a vederla sparire all'orizzonte, non so perchè non ammazzai anche quei tre stronzetti con la testa fuori dalla tenda, forse lì per lì mi dimenticai di loro.

Giosué scioglie gli ormeggi di una barca e la spinge al largo.

Voce Giosué: Nell'isola si sparse la voce che i ragazzi erano scomparsi, si pensò subito a un regolamento di conti fra loro, ma poi tutti accettarono la versione della fuga sulla barca e del naufragio che avevo simulato, in verità in maniera maldestra. Entro sera però tutti i turisti partirono dall'Isola di propria volontà e quei pochi riluttanti a partire furono spinti dalla popolazione ad andarsene e nessuno tornò più.

 

20 - Spiaggia, di notte.

Il vecchio Giosué, quasi per intero avvolto dal buio, continua a parlare.

Giosué: Lo so che sembro pazzo Turi, ma non lo sono, io sono il guardiano di quest'isola, io restituisco al mare quello che il mare ci porta dal continente, del resto del mondo durante il giorno, lo so bene che è una pazzia ma è il mio modo di proteggere questa gente, che mi è grata per questo, ma soprattutto perchè per me questo è importante, è il senso della mia vita, in questo metto l'amore per la moglie e i figli che non ho avuto, per la vita che mi è stata negata; vedi il mare questo lo sa e mi rispetta, ha imparato questo gesto, ed anche il vento. Perché il mare, e il vento, e i boschi, e le rocce non sono cattivi, vogliono essere rispettati e se ti avvicini a loro con umiltà e pazienza, ti rispondono e si adattano ad accoglierti come parte di sé.

L'isola non è stata più infestata dal resto del mondo, un mondo che da allora io tengo alla larga, lontano da queste rive, perché niente di esterno e umano possa contaminare ancora la nostra vita. Perché niente ci faccia più del male.

E' per questo che ho voluto assicurarmi che tu fossi veramente Turi, sennò stanotte spazzavo via pure te.

(Pausa)

Giosuè: Ciao Turi ci vediamo domani.

Un lungo primo piano di Turi che segue con gli occhi Giosué allontanarsi e poi si avvia verso casa sparendo nel buio.

 

21 - Camera da letto di Turi - Notte.

Un primo piano di Turi addormentato.

Un dettaglio di una sua mano penzolante oltre il bordo del letto.

Dettagli della stanza immersa nella penombra.

Una chiazza di sangue ferma sul pavimento.

Antichi gradini di pietra, umidi, consumati, scivolosi.

Pareti di roccia imbrattate di segni indecifrabili.

La Luna attraverso i rami di un ulivo. A lungo. Dapprima nel silenzio, poi avvolta nei rumori della campagna notturna.

Ancora un primo piano di Turi, sveglio, gli occhi spalancati oltre il buio.

Degli abiti su una sedia. Una mano li prende in fretta. Una camicia viene infilata, e poi un paio di pantaloni, delle scarpe...

 

22 - Collina e grotta dei Nibelunghi, di notte.

Turi cammina in fretta risalendo un pendio fra cespugli di ginestra e finocchio selvatico. Seguendo ricordi desueti cerca, alla sola luce della Luna, un sentiero, lo trova, lo imbocca spedito.

E’ ora fermo davanti all’ingresso di una grotta accanto a un grande ulivo. Accende un fiammifero ed entra. I gradini umidi e consunti, la parete di roccia su cui si vedono ancora con chiarezza dei disegni infantili, come nel sogno... Turi si volta indietro; la luce lunare filtra attraverso i rami dell’ulivo. Poi torna a guardare verso l’interno della grotta, e si trova faccia a faccia con Giosué che lo fissa immobile, una lampada a olio in una mano e un cacciavite nell’altra.

Giosué: Ora ti ricordi Turi? Ho chiesto al mare di farti tornare e lo ha fatto, vedi che non sono pazzo. Ancora pochi minuti e la luna entrerà nel cerchio dei rami, illuminerà una pietra nella grotta, allora tu la toglierai.

Attendono. La luce lunare si sposta lentissima sulla parete della grotta, fino a illuminare una pietra su di essa. Giosué porge allora il cacciavite a Turi che toglie la pietra. Dietro di essa c'è una bottiglietta di chinotto.

Giosué: Ti ricordi Turi?

Turi, non senza qualche difficoltà, estrae uno dopo l'altro dalla bottiglietta due medagliette d'oro...

Turi: (sollevandone una) Questa... questa me l'ha regalata mia zia Corinna.

...un foglietto arrotolato con dei ghirigori sopra a mimare una mappa...

Turi: La mappa del tesoro; quanto ci ho fantasticato da bambino.

...due ciocche di capelli, una foto di due bambini tutta spiegazzata...

Turi: E questi... siamo noi vero?

...un coltellino...

Turi: (ridendo) La mia spada!

ed un secondo pezzo di carta, più piccolo, su cui è scritta una frase e sono impresse su ogni angolo delle piccole impronte digitali.

Turi: (leggendo) Amici pi sempri. fimmato (cu sangu) Turi e Giosué.

Giosué: Turi! C'è un motivo per cui ti ho voluto qui. Per me è ora di morire, e vorrei che fossi tu a uccidermi. Sono mesi che ti aspetto ed ora ho bisogno del tuo aiuto. Voglio che tu mi ridia la libertà.

La Luna attraverso i rami dell'ulivo mentre scorrono fra l’una e gli altri deboli nubi.

Voce Turi: Ci rimasi come un imbecille. Non me lo aspettavo. Cercai di pensare che non dicesse sul serio, poi che ci fosse un modo per convincerlo a rinunciare, ma mi sbagliavo, era determinato. Insistetti a lungo, e forse dissi anche molte fesserie. Probabilmente riuscii soltanto a rendergli tutto più penoso. Disse che lo avrebbe fatto da solo, ma temeva che da suicida non avrebbe avuto sepoltura vicino ai suoi avi, come invece desiderava; mi chiese anche di non farlo soffrire troppo e di farla sembrare morte naturale.

I riflessi della luce lunare sul mare increspato di vento, in perfetto silenzio.

I due uomini dentro la grotta, ma visti ora da più lontano, dall'esterno, attraverso la stretta fessura dell'ingresso. Si sono seduti e hanno acceso un piccolo fuoco. Parlano fittamente, e a volte ridono anche.

Voce Turi: Ci sedemmo dopo avere acceso un piccolo fuoco dentro la grotta e parlammo, ci raccontammo tutto della nostra lunga vita e ridemmo di gusto in certi momenti, sembrava come quando eravamo bambini e per qualche ora tornammo davvero bambini. Nella poca luce della grotta, tra le ombre giganti vedevo, guardandolo, il bimbo di 60 anni fa, che magia...

(dissolvenza incrociata)

La risacca.

 

23 - Spiaggia, di notte.

Giosué e Turi fermi in riva al mare. Giosué ha con sé la scopa.

Giosué: Voglio che all’alba i pescatori mi trovino al mio posto.

Turi: Giosué, ...

Giosué: Non credere che non abbia riflettuto, e a lungo. Voi avete paura della morte, la considerate il peggiore di tutti i mali, io ho invece imparato a vederla come ciò che semplicemente è: un equilibrio perfetto e infinito con la quiete che circonda ogni cosa, e ora è venuto per me il momento di raggiungerla. La vita invece, quella sì... è solo uno sforzo continuo, e penoso, e senza senso per mantenersi in bilico sull’orlo del vuoto. Uno sforzo doloroso e soprattutto vano.

Appoggia delicatamente la scopa sulla sabbia un po’ umida, poi estrae da una tasca una siringa vuota, tira lo stantuffo riempiendola d’aria e la porge a Turi. Ogni gesto emana una assoluta serenità.

Turi prende la siringa, si allontana da Giosué di qualche passo guardandola come un oggetto che vede per la prima volta; si volta nuovamente verso Giosué ma non dice nulla; torna ad allontanarsi fino ad arrivare al limite del bagnasciuga, è vicino allo scoglio davanti al quale i due si sono incontrati la notte prima, vi si siede, con gli occhi ora fissi non si capisce bene se sulla siringa o sulla sabbia. Rimane così a lungo; a volte si gira brevemente a guardare il mare. Giosué non si è mosso; è sempre in piedi, immobile in mezzo alla spiaggia; vuole lasciare a Turi tutto il tempo di cui ha bisogno. Se l’attesa gli pesa, non sembra darlo a vedere.

Dopo molto tempo, Turi lentissimamente si alza, si avvicina a Giosué, solleva esitando, esitando ancora a lungo, la siringa...

 

24 - Pergolato

Turi e Sara sono seduti all’ombra di una pergola. Turi conclude il suo racconto.

Turi: Gli praticai una iniezione d'aria direttamente in vena, dio sa quanto maldestramente, e morì poco dopo. Ora il suo corpo giace nel giardino di famiglia, ma lui non ha eredi, e io ho acquistato le sue proprietà.

Sara lo guarda in silenzio.

I tralci della pergola, carichi d’uva.

Turi: (fuori campo) Che silenzio. Anche la risacca tace oggi. E anche tu.

Primo piano: Sara alza le spalle e sorride.

Turi: (fuori campo) E anche per me è giunto il momento di tacere. (Pausa) Tu stai pensando che sono un assassino?

Sara: No, non lo sei.

Turi: (fuori campo) E adesso dimmi: perché hai voluto sentire questa storia... cose accadute prima che tu nascessi, e a cui nessuno ormai si interessa più?

Sara: Io colleziono storie.

Turi (fuori campo) Perché?

Sara: Io cerco altri come me.

Turi: (fuori campo) E ne hai mai trovati?

 

25 - Luoghi dell’Isola e Pergolato

Ancora gli immobili paesaggi dell’Isola non umana, avvolti nel silenzio di innumerevoli millenni.

Poi di nuovo il pergolato, questa volta deserto. Anche l’uva non c’è più e i tralci hanno perso le foglie. Il vicino mare e il cielo hanno una colorazione invernale che solo il trascorrere del vento sulle onde e la sabbia distacca dalla quiete.

 

26 - Pergolato

Sara è sola, seduta sotto il pergolato. Il posto di Turi è vuoto. Si guarda intorno, i tralci sono di nuovo carichi d’uva. Sara comincia a raccoglierla.

Voce Sara: Dopo alcuni mesi Turi morì; volle essere seppellito nel giardino, vicino al suo amico Giosuè. Prima che io andassi via, quel giorno sotto il pergolato, mi disse: - Quando guardi il mare ricordati di questa storia e pensa che anche un'onda sola è il mare. Pensa che anche solo il rumore del mare è il mare - . E io ho capito cosa voleva dirmi: voleva che quel rumore non cessasse, che io non lo facessi mai cessare.
Qualche tempo dopo seppi una cosa che né Turi né Giosué avevano mai capito: che nell’Isola nessuno rispettava Giosué; che lo consideravano pazzo, che lo compativano o addirittura lo deridevano.

Smette di raccogliere l’uva; guarda verso la spiaggia.

 

27 - Spiaggia

La scopa di saggina della seq. 2 abbandonata sulla spiaggia deserta fra bottiglie di plastica, rottami, detriti.

(Lenta e lunga dissolvenza)

 

28 - Paesaggio di rocce bianche, giorno pieno.

Sara è ferma su un pendio di rocce bianche, in mezzo al vento che le increspa gli abiti; osserva, assorta, una figura lontana, indistinta, che pare aspettarla.

Voce Sara: Quando le mille e mille cose che noi siamo erano un’unica cosa, e quell’unica cosa era infinito silenzio, quando il cerchio che da lì si è aperto, tornerà a chiudersi, quando io e te saremo queste rocce e insieme a loro respireremo i millenni come istanti, quando l’accaduto accadrà, e con ciò ogni cosa cesserà di accadere, ...

(Dissolvenza)

 

29 - Luoghi dell’Isola

Ancora gli immobili paesaggi dell’Isola non umana, avvolti nel silenzio di innumerevoli millenni.

Queste immagini si fanno sempre più astratte, visivamente silenziose, fino a dissolversi in uno schermo interamente bianco.

 

30 - Spiaggia, al tramonto.

(Dissolvenza dal bianco)

Sara è di nuovo seduta sulla spiaggia, con le braccia strette attorno alle ginocchia e gli occhi rivolti al mare. Proprio come nella Sequenza 6, proprio come se non si fosse mai mossa.

Voce Sara: Sai Alessandro, certe notti quando il mare è molto agitato, mi pare di udire come delle voci provenire da esso ma non voci di pescatori, più distanti e tante, una folla gioiosa, oltre l'orizzonte come dall'aldilà e allora ripenso a quell’ultima frase di Turi e mi sembra tra quelle voci di riconoscerne alcune e pian piano altre ancora come ripescate dall'oblio farsi avanti... è come un saluto, un ringraziamento, come una carezza.
E allora sono felice.

La luce muta attorno a lei, si arrossa ulteriormente nelle immediate vicinanze, e da ferma si fa danzante. Sara volge adagio lo sguardo verso la fonte di quel mutamento.

Controcampo: Sara in figura intera, di spalle. Sullo sfondo, in campo lungo, un uomo ha acceso un falò sulla spiaggia, la cui luce prende lentamente il posto di quella del Sole.

Primo piano di Sara che guarda come se ascoltasse e in sovrimpressione le fiamme, come riflesse sul suo volto.

(Dissolvenza verso il blu)

 

 

FINE

 

 

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NOTTURNO

 

 

La sua voce che ci chiama
nelle notti di luna sullo Stretto...

(Stefano D’Arrigo)

 

 

Una spiaggia dell’Isola - Esterno - Notte.

Ha appena abbandonato l’automobile, e molto altro ancora, sul ciglio della strada e sta ora discendendo il sentiero che conduce al mare. Non fa caso alle file di basse abitazioni deserte, attraversa la piccola pineta, poi la spiaggia. Si ferma sulla riva e si guarda intorno. Alla sua destra, in lontananza, un promontorio di rocce bianche chiude la lunga pianura di sabbia e pare quasi brillare nella notte; su di esso non si vedono, ma si indovinano, le rovine della città greca.

- Molti anni fa - ricorda, - era su una spiaggia come questa che ogni sera accendevo un fuoco per gli esseri del mare -.

Poi cessa di guardarsi intorno, fissa gli occhi sull’acqua che si muove appena, e dimentica ogni cosa.

Trascorre del tempo senza che nulla accada; la notte intanto si fa piú profonda, poi uno scintillio appare, distante, nell’acqua. Non è un riflesso di luce lunare ma viene da dentro, dal profondo del mare. E’ debole ma visibile da immense lontananze. Sembra dover scomparire da un momento all’altro, ma rimane. Ogni goccia d’acqua lo riflette, cosí che presto l’intero mare ne ripete il chiarore. L’uomo entra in acqua, si dirige verso lo scintillio lontano, camminando prima, nuotando poi; lo raggiunge. Allora esso cresce, si fa luce piena, avvolge l’uomo, che ora si è fermato, la sola testa fuori dai brevi accenni d’onde che lo circondano, mentre la sua figura si dissolve, non si riesce a capire se nell’acqua o nella luce.

Sara: (voce fuori campo) Io ho visto tutto questo, non è stato un sogno. Ero sulla cima del promontorio, da ore discutevo di costellazioni con i fantasmi della città greca. Da lassú ho visto l’uomo arrivare, l’ho visto sostare sulla riva, lasciare la terra, dissolversi, non saprei dire se nell’acqua o nella luce. C’è chi la chiamerebbe una morte; per questo non racconteró mai nulla di tutto ció a nessuno.

Brucoli, 12 febbraio 2000