PREMESSA
Il punto di partenza era un testo che evocativamente si muoveva nei tre territori contigui del Mito ipotetico, della Fiaba, del Sogno. La prima scelta nell'agire su di esso, quella di assumere l'atteggiamento di un compositore di fronte a un testo da musicare, vedere le parole come suoni, elementi di scansione del tempo (interiore) e su queste fondamenta costruire l'architettura audiovisiva, era il testo stesso a suggerirla, ad attirarla a sé anzi, se non come unica possibile, come unica coerente e produttiva. Quel che da ciò ha preso avvio è una rotta tracciata nel buio e nel silenzio attraverso sei isole di lontanissimo suono e di luce notturna, il cui rarefatto diario è una partitura di immagini e suoni (altrove si chiamerebbe sceneggiatura) che va letta ed eseguita (qualunque senso si voglia dare a questa parola) come una esplorazione in territori-limite, un guardare del pensiero al di là del confine, di ogni possibile confine.
Buio/immagine, silenzio/suono, tempo/non-tempo, gesto/immobilità: non contrapposizioni ma confini dunque, da esplorare e oltrepassare, verso nuovi, inimmaginati, possibili confini.
Pensando all'ultimo Nono, meditando su altri spazi, altri cieli.
È rimasta intatta, anzi forse esaltata, la natura onirica del testo di Capitanio. Ciò non autorizza comunque una lettura in chiave di evasione, in chiave romantica, in chiave consolatoria.
L'unica lettura non fuorviante, non distorcente è quella verso una percezione (purtroppo) altra, che sia mediatrice e guida attraverso i territori fertili, ancora appena intravisti, del pensiero. Seguendo ancora Nono: no hay caminos, hay que caminar.