CORO DELL'ALBA
IV
SANCTUS
1 - Stanza Centrale prima, poi vari luoghi della casa - Interno.
(Al rallentatore.)
-) In principio è un’immagine figurativa, composta classicamente, a
lungo staticizzata; è l’anta di vetro di un armadio decorata con
immagini di sapore vagamente sacro che evocano uno stato di delicatezza
quieta, di fragilità, di certezza.
Poi il vetro si frantuma sotto un colpo violento. I frammenti roteano
nell’aria in una nuvola di scintillante caos policromo, infine si
disperdono nel vuoto.
{ La macchina da presa effettua una carrellata laterale da sinistra a destra
lungo la diagonale della stanza, fino a portarsi nel centro geometrico di
essa e lì fermarsi. }
Il centro della stanza è occupato, nuovamente, o forse ancora, da una
sedia vuota.
Segue una nuova stasi, dominata dalle linee verticali e orizzontali della
sedia che si delineano contro uno sfondo d’ombre, finché qualcosa la
colpisce ripetutamente, con furia sfrenata, compiaciuta, riducendola a
pezzi.
-) Un armadio si ribalta sfasciandosi contro il pavimento, liberando alla
vista una parete biancastra, polverosa, irregolare.
{La macchina da presa carrella in avanti verso, e poi fra, i resti
dell’armadio.}
|
|
____________________________________________________________________________ {La macchina da presa effettua una carrellata laterale da destra a sinistra.} |
|
|
|
_________________________________________ |
_____________________________________________ |
Eccetera. La struttura di questa sequenza è l’aprirsi di un ventaglio,
il proliferare di una arborescenza di distruzione.
Il punto di partenza è una forma monodica e figurativa, ovvero
determinata, chiusa.
A essa se ne sovrappone, per sovrimpressione, una seconda, analoga. Il loro
insieme genera un primo livello di polifonia visiva. A ciascuno di questi
due piani se ne sovrappone poi un altro, e così via fino a vedere
contemporaneamente ogni oggetto della casa e a vederlo simultaneamente da
tutti i punti dell’universo. Una visione totale, onnicentrica, priva di
punti privilegiati, ma anche una non visione perché l’immagine
finale sarà una sorta di rumore bianco simile alla neve televisiva,
in cui, come negli oggetti che subendo la distruzione tornano ai loro
costituenti elementari, manca qualsiasi struttura, qualsiasi significato,
qualsiasi possibilità semantica.
2 - Stanza centrale - Interno.
|
-) Totale: Adrian è in piedi nel centro della stanza, circondato dallo sfacelo dei pochi mobili che essa conteneva. Solo il pesante tavolo di marmo nero è rimasto al suo posto, intatto. {La macchina da presa effettua una carrellata in avanti, lentissima, fino a un primo piano di Adrian.} Adrian sembra in ascolto, poi si volta come se gli fosse giunto alla mente un pensiero improvviso; esce dalla stanza |
Un suono sinusoidale perfetto evolve poco a poco verso il suo esatto opposto, un altrettanto perfetto rumore bianco. |
3 - Corridoio davanti allo studio di Adrian - Interno.
-) Adrian scende adagio le scale, si ferma ai piedi di esse, osserva tranquillo e con apparente indifferenza.
{La macchina da presa effettua una carrellata circolare attorno a Adrian fino a ottenere il controcampo.}
Michael è seduto, anzi accasciato, sul pavimento, in fondo al
corridoio. Fra le mani tiene la gamba divelta di un tavolo; sembra esausto. Di fronte a lui è
la porta dello studio di Adrian. Sparsi al suolo tutto intorno, anche qui, pezzi di mobili e
soprammobili fracassati. Michael respira con fatica fissando una mattonella. Poi solleva lo
sguardo verso la porta dello studio.
Michael si alza. Il volto ha
assunto un'espressione accesa e fredda. Fa un faticoso passo in avanti. Adrian rapidamente gli si
avvicina, si interpone fra lui e la porta. Quasi barcollando Michael tenta di scostarlo. Adrian
violentemente scosta lui.
I due restano così per alcuni istanti
a fissarsi, poi Michael, nuovamente, quasi al rallentatore, si accascia sul pavimento, nella esatta
posizione iniziale.
4 - Corridoi e stanze della casa - Interno.
(Sequenza in bianco e nero.)
=) Un corridoio.
La stanza
centrale.
Una seconda,
poi una terza stanza,
e una quarta, con una porta aperta su una compatta oscurità.
Le inquadrature sono prolungate in maniera
estenuante, rigorosamente fissate in una innaturale rigidità.
Tutto è immobile, vuoto, la casa è un luogo in cui nulla
accade più, in cui nulla sembra poter più accadere, un luogo privato ormai perfino
di quell'anestetico, di quella menzogna che è l'attesa del mutamento.
-) Atthis, ripresa in primo piano, guarda fisso davanti a sé.
{La macchina da presa carrella allíindietro fino a inquadrarla in figura intera.}
Atthis vaga sola di stanza in stanza, senza mai incontrarvi nessuno.
{La macchina da presa la precede a una certa distanza, in una lunga carrellata allíindietro.}
Emerge la voce di un bambino che legge sillabando con difficoltà. La voce di Atthis, che lo aiuta leggendo le frasi insieme a lui, gli si sovrappone a tratti.
Voce di Atthis: Va bene così; vediamo un po, ecco, leggi qui ora.
Voce del bambino (e, a tratti, di Atthis, insieme): "Aurore e tramonti svaniscono nel tempo e l'uomo, con i figli e i figli dei suoi figli, popola la terra, fonda villaggi e città, studia i misteri del cielo e della natura, inventa... inventa la mu...si... musi...ca e la scrittura".
Nel suo vagare casuale e attonito da un luogo
allíaltro della casa Atthis fa ora degli incontri; prima Adrian, poi Michael, infine Clio. A tutti
loro passa accanto, quasi sfiorandoli, ma come se non esistessero. Sono immobili, irrigiditi in
pose innaturali, come manichini guasti, pupazzi finti la cui molla si è ormai, e già
da tempo, scaricata. Atthis passa oltre, ogni volta; continua a vagare mentre prosegue, fuori
campo, il suo astratto dialogo col bambino.
In una piccola stanza mai
apparsa prima dora Atthis simbatte in uno zaino, in varie attrezzature portatili, in
qualcosa che ha tutta laria di uno scafandro spaziale, in una ricetrasmittente, in quello che
è possibile riconoscere per il registratore del Corifeo. Anche qui passa oltre, come se
nulla di tutto questo esistesse.
Giunge infine, con ciò
concludendo il suo cammino - il suo casuale andare alla deriva - attraverso la casa, davanti alla
porta della propria camera di fronte alla quale è apparsa, sulla parete opposta del
corridoio, una delle solite pitture murali di Michael. Ignorandola Atthis varca la soglia lasciando
aperta la porta.
{La macchina da presa si avvicina alla parete del corridoio fino a disporsi proprio in faccia al dipinto, e qui si fissa.}
Il dipinto simula il Crisantemo Morente di Mondrian ed è, così come gli altri, inclinato e capovolto. Dal suo spigolo inferiore, disfatto più che aperto, fuoriesce una sottile sbavatura di color bianco lattiginoso che cola giù fino al pavimento, come se il quadro si stesse liquefacendo, e finisce in una densa pozzanghera di pittura grigiastra rappresa.
-) Tornano i colori anche se lestrema povertà cromatica che
governa ogni immagine non rende ciò immediatamente percepibile.
Limmagine è ora piena d'un piccolissimo dettaglio del
simulacro del quadro, nulla più che un segno astratto, interamente giocato su sottili
sfumature curvilinee.
{La macchina da presa scivola verso il basso, lungo luniverso organico e acromatico del dipinto.}
Scorrono forme dalla debolissima struttura, in un piano in cui lunico ordinamento chiaramente percepibile è il lento moto discendente del punto di vista.
{La macchina da presa raggiunge la sbavatura nello spigolo inferiore, continua a discendere seguendo il sottile filo biancastro di pittura che da essa ha origine, fino al pavimento, alla pozzanghera rappresa (che, effettuando una lenta e momentanea panoramica verso il basso, riprende in verticale). Poi comincia una carrellata allindietro, entra nella camera di Atthis, di cui rivela poco a poco porzioni díinterno.}
Gli abiti di Atthis sono sparsi in terra fra la porta e il letto.
{La macchina da presa oltrepassa il letto.}
Questultimo è vuoto e disfatto. Atthis è distesa sul pavimento, con le ginocchia piegate quasi a toccare il ventre, del tutto inanimata, come se anche la sua molla fosse ormai scarica.
5 - Scale davanti allo Studio di Adrian e Studio di Adrian - Interno.
-) Michael è in ginocchio sui gradini e sta dipingendo su di essi. Sul frammento di compensato che usa come tavolozza, nella generale tenuità dei colori spicca una vivida macchia di pittura rossa. Michael la guarda, intinge in essa un pennello, solleva la mano sinistra e comincia a segnarvi sopra una traccia di colore.
Voce di Michael: Sei di nuovo là dentro, vero?
-) Adrian è nel suo studio, intento a comporre davanti al monitor del computer.
Voce di Michael: Ma cosa credi di fare ancora? Hai consumato la vita su quei pentagrammi, su quei diagrammi, ci hai consumato tutte le gioie e i dispiaceri, tutte le lotte e le tenerezze.
{La macchina da presa inizia una lenta carrellata circolare attorno a Adrian.}
Voce di Michael: Sono passati così tanti anni: dovresti aver capito, imparato, e invece sei ancora lì a recitare da demiurgo e da dio. Che tu non riesca a sentirti ridicolo adesso, a sentirti fallito, a sentirti morto, che tu non riesca a vedere oltre la vuota luce dei fosfori di quel computer non mi sorprende, perché gli uomini come te, gli uomini che sanno di potersi dire artisti, e grandi, sono impermeabili alla consapevolezza del mondo, a una qualsiasi presa díatto della realtà; e non m'illudo più dunque che in un improvviso sprazzo di maturità, in un giorno diverso dagli altri, dai pochi che ti rimangono, tu ti accorga di come ciò che hai eletto a tua eterna missione, signor apprendista titano, entrare nella memoria della civiltà, diventare immortale attraverso essa, non sia stato altro che líagitarsi dun burattino cui la Nebbia è giunta ad anticipare díun trascurabile tempo, pochi anni, poche dozzine di millenni, il suo disfarsi nel nulla del cosmo.
Pausa.
{Solo adesso si percepisce che la macchina da presa non descrive, nel suo moto laterale, una circonferenza ma un arco di spirale che la porta, con infinita lentezza, ad avvicinarsi a Adrian fino alla distanza del primo piano.}
Voce di
Michael: Hendrik Hoefgen; ecco cosa eravate, tu e larmata brancaleone dei grandi
artisti votati a misurarsi con gli dèi, tanti piccoli Hoefgen intenti solo a covare se
stessi.
E ancora una volta, come già mille altre volte, in mille altri modi, ho fatto, ti
domando se ti sei mai accorto, in tutto il tempo che hai vissuto, di ciò che accadeva
là fuori. Se ti sei mai accorto dellacqua che ti scorreva accanto, della luce che ti
circondava, dei fuochi che il mondo accendeva a un passo dai tuoi occhi, della notte che
spandeva una provvisoria pieta' di quiete sulle cose. Se ti sei mai accorto del tuo respiro, del
tempo; se ti sei mai accorto di un gatto nel tuo giardino, dellesplosione di una bomba, degli
esseri nelle città e nelle campagne, dei cadaveri che il giorno si è lasciato dietro?
Ti sei mai accorto di tutto questo? Ti sei mai accorto, Adrian, di tutto? No, ti sei accorto che
quellaccordo non è come lo desideravi, che quel battimento non è del tutto
perfetto, che il terzo fa traslato di otto hertz genera... Svegliati Adrian, limmortalità
non è mai esistita e men che mai può esistere ora che tutto è morto. Come
sei debole a non saperlo ammettere. E piccolo, Adrian, più di tutto, più di me,
atrocemente piccolo.
{La macchina da presa completa nel perfetto silenzio le sue circonvoluzioni fissandosi poi a lungo su un primo piano di Adrian che continua il suo lavoro. Infine comincia una lenta, uniforme, potenzialmente infinita carrellata allíindietro.}
(Dissolvenza \)
-) Michael è ancora inginocchiato sui gradini. Depone il pennello e solleva nuovamente la mano sinistra fin quasi allíaltezza del viso. Ciò che ha dipinto su di essa è limmagine di uno squarcio, di una ferita profonda che la dilania in uno sfacelo di carne, sangue e ossa frantumate.
{La macchina da presa inizia, attorno a Michael, una lenta carrellata circolare inclinata verso lalto fino a portare in campo, sullo sfondo, la cima delle scale.}
In cima alle scale è apparsa
Clio; si siede sul gradino più alto, rasente il muro.
Clio e
Michael si fissano in silenzio.
(Dissolvenza \)
6 - Camera di Clio - Interno.
-) Totale: la camera è come tutte le altre, tranne forse per il fatto che poco o nulla in essa fa pensare che sia abitata.
Ai piedi del letto cè una stranezza: un vecchio cavallo a dondolo malconcio, e sullo sfondo la finestra, ovviamente sbarrata, oltre la quale si indovina la presenza della Nebbia.
(Dissolvenza \)
7 - Camera di Atthis - Interno.
-) Atthis sta lavorando al suo ricevitore. Mancano ormai solo gli ultimi componenti, gli ultimi cablaggi, poi avrà finito. Le sue mani si muovono lente e discontinue, senza certezza.
(Dissolvenza \)
8 - Corridoio - Interno.
(Sequenza in bianco e nero.)
-) Atthis è ora immobile in fondo a un lungo corridoio vuoto.
(Dissolvenza \)
9 - Biblioteca di Adrian - Interno.
|
-) Scaffali colmi di libri. |
|
|
10 - Studio di Adrian - Interno.
-) Silenzio.
Lo studio è vuoto ma tutte le apparecchiature sono accese. Un lungo panno bianco ricopre parzialmente il clavicembalo e si accartoccia sul pavimento. Ostinatamente una delle pareti, sempre la stessa, è oscurata.
{La macchina da presa comincia ad avanzare verso essa.}
Sulla parete buia si comincia, indistintamente, a intravedere qualche scarna forma.
|
-) Nuovamente gli scaffali colmi di libri... |
Adrian torna a volgere lo sguardo verso il libro e riprende a leggere. {La macchina da presa compie, a continuare la precedente, una nuova carrellata semicircolare il cui centro però non coincide più con Adrian e lo scrittoio, ma con un punto esterno a essi, e vuoto.} Adrian, sempre immobile e intento alla lettura, esce lentamente fuori campo lasciando il posto alla penombra lattiginosa. |
Riprendono le voci, ancora lontanissime, da ogni luogo, ad avvolgere di sé le cose. Lentamente una - se non la stessa, una che della precedente esprime l'identica stanchezza, l'identica desolazione - emerge come prima dalle altre, si fa distinta fino alla comprensione delle parole. Voce: "Mai sul mondo ha gravato un tal silenzio di tomba. Mai l'uomo è stato cosí piccolo. Mai ha avuto altrettanta paura. Mai la pace è stata cosí lontana e la libertà cosí morta." Voce di Adrian: ...o invece sempre... sì, un orribile e immenso sempre... |
12 - Camera di Clio - Interno.
-)
Clio è seduta sul letto. Fissa con sguardo da ipnotizzata qualcosa che le sta davanti.
Lonnipresenza, nella camera e sul suo volto, duna luce diffusa giallastra dalla
consistenza lattiginosa, rivela la presenza della Nebbia.
Clio chiude
lentamente gli occhi e si lascia scivolare allindietro, supina, sul letto. Nessun rumore,
nessun fruscio accompagna questo movimento così lento da apparire, senza esserlo, al
rallentatore.
{La macchina da presa comincia, dopo lunghi istanti di immobilità, una carrellata semicircolare attorno a Clio e al letto, fino a portarsi nella posizione del controcampo.}
Totale della camera: Clio è distesa sul letto e di fronte a lei cè la finestra che occupa ora, e domina, il centro dellimmagine. I suoi battenti interni sono aperti e la Nebbia, di là dai vetri, sembra quasi premervi contro con un peso immenso. Da qui si spande il chiarore freddo, smorzato che dilaga nella camera assorbendo anchessa, come ogni altra cosa, nellonnipresente e interminabile crepuscolo di latte sporco.
(Gradualmente, in assoluta immobilità, limmagine si trasforma in bianco e nero.)
Ai piedi del letto il vecchio cavallo a dondolo malconcio comincia lentamente a oscillare.
13 - Camera di Atthis - Interno.
-) Atthis è una figura dai contorni vaghi e indefiniti seduta, in una frammentata penombra, al tavolo su cui è appoggiato in primo piano il ricevitore ormai completo. Appoggia il mento fra le mani, fa scorrere lo sguardo dal sottile circuito stampato alla grossa antenna a losanga.
{La macchina da presa segue in panoramica la direzione del suo sguardo.}
Voce di Atthis: ...e adesso basta premere un tasto. È proprio lalba oltre tutto. Ma poi? Se non succede niente? Che faccio io se non succede niente?
Lantenna dorata sembra aspettare, immobile, in silenzio.
14 - Corridoio e camera di Adrian.
-) Adrian, ripreso in figura intera di spalle, cammina verso la sua camera.
{La macchina da presa lo segue da vicino.}
Voce di Adrian: ...lorrore di esistere in un labirinto di Ciclopi; immenso, eterno e senza scampo. Di essere goccia in un oceano di riverberi provvisori, nati solo per svanire, inutili...
Adrian entra nella camera, in cui non cè nessun altro, e con gesti calmi si spoglia, si mette a letto, si addormenta.
{La macchina da presa, dopo aver avanzato con Adrian fin dentro la camera, arretra e si ferma vicino alla porta allargando così linquadratura fino a un totale della camera.}
(Durante questo movimento di macchina limmagine diventa poco a poco in bianco e nero.)
Seduta vicino a una parete, dove pochi istanti prima non cera nessuno, cè ora Clio. Si alza, si avvicina al letto, comincia anche lei a spogliarsi.
15 - Le scale - Interno.
-) Michael, ripreso dallalto, è disteso sui gradini. Quel che vi ha dipinto sopra, un pezzo per ogni gradino, è la riproduzione, realizzata con poche, cupe macchie di colore, di una delle pitture nere di Goya.
{La macchina da presa inizia una lenta carrellata laterale verso la parte inferiore delle scale, escludendo Michael e la pittura.}
Voce di Michael: Un giorno, un mese, un secolo. Linutilità dei gesti quotidiani. Tutte quelle cose da ripetere a ogni insensato ciclo del sole. Inutili. Cose piccole, senza avvenire, senza storia. Misere. Ma adesso è finito tutto, si è spezzato il cerchio. Ed io... insieme a tutto il resto, io, provo anche un po di sollievo. Sì, sollievo, sollievo.
La luce si fa sempre più scarsa man mano che si va verso il piano inferiore, fino a sparire del tutto.
16 - Stanza Centrale - Interno.
{La macchina da presa, rasentando le pareti, effettua lentamente una lunga carrellata semicircolare, ad avvolgere lintera stanza.}
Alle macerie prodotte di
proposito si sono aggiunte quelle della trascuratezza, dellabbandono che sempre
più consuma la casa. Scorrono luno dopo laltro dentro, sotto
limmagine i resti di quelli che sono stati i mobili, gli abiti, i giornali, le lampade, le coperte, i
libri, i colori, le stoviglie, le medicine, gli orologi; oggetti duso comune e non, ancora interi o
completamente distrutti, minuti o massicci; tutti sparsi sul pavimento umido, disseminati,
accatastati...
Su di essi grava un rombo potente, lontano e cupo. E
attraverso esso si fa strada la
Voce di Atthis: Io non credo che la Nebbia abbia alterato laria a quelle altezze. E il sole poi, quello continua a sorgere tutti i giorni anche se noi non lo vediamo. Continua a sorgere. Forse.
Alcune bottiglie vuote, una videocassetta rotta, pezzi di vetro, un cuscino, piume...; Atthis è seduta sul pavimento accanto a quel che rimane di un mobile ormai irriconoscibile; rigida, con gli occhi fissi senza motivo su un oggetto qualsiasi, come a dire sul vuoto.
Voce di Atthis: Aspetta, come ti chiami? Ho parlato tanto davanti al tuo registratore. Ho bisogno di chiedere adesso. Ho bisogno di fare domande. Perché non mi hai mai detto come ti chiami tu?
{La macchina da presa prosegue nel suo lento movimento escludendo Atthis dallimmagine.}
Il rombo continua, greve, monotono, innaturale.
Voce di Atthis: Senti la Nebbia? Non puoi non sentirla. A me pare che urli a volte. O che rida. (Pausa) Sì, sento delle risate inumane, delle risate isteriche a volte dietro le finestre. Non te lavevo mai detto ma le sento. (Pausa) La Nebbia sparirà, vero? Tutto tornerà come prima... deve sparire. Tutte le nebbie spariscono prima o poi. Sparirà anche questa, sparirà.
E ancora oggetti sparsi sul pavimento: un pettine, un mazzo di chiavi, scatole vuote, una macchia di sangue.
{La macchina da presa si ferma.}
17 - Camera di Atthis - Interno.
-) Atthis è distesa su un fianco. Ha gli occhi aperti, è sveglia. Guarda in direzione del comodino (inquadrato in primo piano) su cui stanno un bicchiere dacqua pieno a metà, due resistori, il clown di porcellana, un tubetto di pillole, un fazzoletto sporco.
(La messa a fuoco si sposta gradualmente da Atthis al comodino.)
La luce si attenua. Solo la testata e i bordi del letto restano illuminati, gettando ombre lunghe sulla parete. Tutto si fissa, si ferma così per molto, molto tempo.
(Dissolvenza \ )
18 - Biblioteca - Interno.
(Sequenza in bianco e nero, al rallentatore.)
-) Uno dopo laltro gli scaffali crollano, si abbattono, in polvere, sul pavimento; centinaia di volumi si sfasciano, rotolano gli uni sugli altri in un lento, onirico sfacelo subaqueo.
19 - Camera Imprecisata - Interno.
(Sequenza in bianco e nero.)
-) Su un pavimento circondato dallombra fitta sono sparsi disordinatamente parecchi fogli della partitura di Adrian; sono malconci, strappati, ammuffiti, vecchi ormai di anni, tanti anni.
Dal fondo comincia ad avanzare lento un sottile strato di Nebbia.
Voce di Adrian: ...perché il più piccolo di loro avrebbe perduto al mondo il Faust di Goethe, il Chiostro di Monreale, la musica di Webern, lAnnunciata di Antonello da Messina pur di salvare la più infima delle proprie opere. Io stesso lo farei. Non cè nulla di elevato, nessuna idea di giustizia e civiltà nel loro mondo: Giotto era un usuraio, non lo dimentichi.
Lunga pausa. La Nebbia dal fondo continua ad avanzare.
{Poi la macchina da presa comincia quasi impercettibilmente ad abbassarsi verso i frammenti sparsi del vecchio manoscritto di Adrian.}
Voce di Adrian: Lei è venuto fin quaggiù per conoscere
la verità suppongo. Bene, la conoscerà. La mia verità è la paura.
Paura di una cosa, una sola. Sparire. Subire su di me linsulto dellentropia, della
morte.
Da questo e da nientaltro si è generata ogni mia nota. E non
cè nulla di grande, nulla di nobile e profondo in tutta la bellezza che ciascuna di
esse racchiude: io ho venduto la vita alla paura e la mia musica era soltanto un miserabile mezzo
per impedire che luniverso colmasse la traccia della mia esistenza: eccola qui la
verità, in una semplice, elementare frase che racchiude da sola tutta la storia della mia
arte. E delle arti.
Continuo a comporre sì, anche ora che non ha più senso,
ora che luniverso ha colmato ogni traccia, ogni segno dogni possibile esistenza,
ma solo perché non ho mai fatto altro, perché non so fare altro.
La mia
verità è solo la paura, e tutto il resto, le concezioni estetiche, le cosmogonie, i
nuovi linguaggi sonori, la bellezza, sì, Michael, quellidiota, quel fallito, aveva saputo
ben scoperchiarle le tombe, sono solo menzogne. Non lo dimentichi, menzogne.
{La macchina da presa continua ad abbassarsi, fin quasi al livello del pavimento.}
Un foglio della partitura, corroso dalle muffe e dallumido. La Nebbia lo raggiunge, lo circonda, lo ricopre, lo cancella.
20 - Camera di Michael - Interno.
-) Lumido della Nebbia trasuda dallesterno attraverso i muri formando su di essi macchie di muffa e qui, nelle stanze più esposte, opache goccioline che sbocciano dallintonaco ormai fradicio.
Fa freddo nellalternanza definitiva di notte e crepuscolo. Fa freddo e lumidità è ormai penetrata nella casa, ha saturato laria, gonfiato quel che rimane dei mobili di legno, riempito i polmoni.
{La macchina da presa continua a scivolare lungo il muro, seguendo ora un percorso sempre più obliquo.}
Voce di Michael:
Cosa le dicevo giorni fa? Ah, sì: larte è tutta una menzogna, ma ciò
che non le ho detto è che forse è solo per questo che è bella.
Vede, cè una cosa... uninsondabile magia, può
chiamarla così se vuole. Cè che larte a volte riusciva a essere
migliore degli artisti; sì, a volte ci riusciva. E forse è stata tutta qui la sua
menzogna. Come pure la sua innocenza, sì. Tutta qui.
Michael è seduto, piegato su se stesso e avvolto in una coperta ruvida.
{La macchina da presa incontra le sue mani che stringono la coperta e passa oltre.}
21 - Camera imprecisata - Interno.
{La macchina da presa scorre liquidamente in una lunga carrellata in avanti sugli oggetti che incontra.}
Varie attrezzature portatili, uno zaino, una ricetrasmittente, qualcosa di molto
simile a uno scafandro spaziale, il registratore spento del Corifeo.
Nella disposizione di essi cè ancora una apparenza di
organizzazione, di volontà, di pensiero, un ultimo residuo, un estremo brandello di
resistenza.
Voce del Corifeo: Io continuo. Continuo a metter loro davanti il mio registratore, a farli parlare. Ma parlare di che? Della loro morte, ancora, delle proprie tane che stanno per crollar loro addosso.
Da parte vostra intanto, silenzio; indifferenza e divino, ridicolo silenzio.
{La macchina da presa avanza verso il registratore fino a inquadrarne un dettaglio, e qui, lungamente, si ferma.}
Il vano cassette, vuoto e immobile.
Luomo, insieme al suo
preteso doppio, la musica, sta per uscire dalluniverso. Ogni suono dunque, ogni immagine
è ora un glissando verso lesterno ai confini dellinquadratura, dello spettro
acustico.
La macchina da presa percorre, sempre in carrellate laterali, non più archi
di circonferenza o di ellissi ma di parabola, diperbole, di curve aperte sullinfinito. I
soggetti delle inquadrature, di cui la sceneggiatura continua, per pura abitudine, comodità,
convenzione, ma soprattutto inesistenza di un adatto metalinguaggio letterario, a narrare
deterministicamente, monodicamente i gesti (1), sono inizialmente compresi in esse ma presto
nellevolvere di ciascun piano ne restano al di fuori per mai più rientrarvi.
Il
montaggio sarà per accumulazioni di glissandi parzialmente sovrapposti in
sovrimpressione in modo da creare una polifonia di immagini che fonda elementi della fuga
bachiana e delle arborescenze di Xenakis, e che sia specchio, metafora e doppio del Sanctus di
Adrian a sua volta costituito da una polifonia di glissandi fuggenti verso le colonne dErcole
dello spettro acustico e svanenti nelle impercettibili e sterminate, straniate lontananze che si
distendono oltre esse.
La misura del tempo, nellaccadere di tutto ciò,
sarà infine quella, non umana, di Adrian, quella delluniverso.
(1) Illuminante sarà per il regista-interprete la frase: "Il testo portatore
di senso articolato non è (...) che configurazione fonetico-semantica
destinata ad essere trasposta in espressione musicale
pluridimensionale".
Ivanka
Stoianova, Testo-musica-senso. "Il canto Sospeso", in AA.VV. , Nono, Torino,
1987.
22 - Camera di Clio - Interno.
La testa spelacchiata e immobile del cavallo a dondolo appare senza profondità sul grigiore piatto e uniforme dello sfondo. Una mano di Adrian entra in campo e le dà una spinta facendo oscillare il cavallo.
Voce di Adrian: (Mentre il cavallo a dondolo oscilla e limmagine diventa gradualmente in bianco e nero) "Cera una volta una principessa che, seduta nella sua cella, leggeva un libro. Venne il boia e la toccò su una spalla per farle capire che il momento era giunto. Lei alzandosi mise un segno fra le pagine e chiuse il libro."
Il cavallo a dondolo continua a oscillare, ben più a lungo di quanto non sarebbe normale. Da esso limmagine scivola lentamente verso Clio, distesa sul letto. Sulle lenzuola arruffate appaiono i piedi scalzi di lei, poi le sue gambe, i suoi ginocchi, i suoi fianchi, particolari di un corpo che ha innaturalmente conservato, con letà adulta - o l'apparenza d'essa -, caratteristiche in parte infantili. Si sente il rumore di qualcosa che viene chiuso di scatto. Clio posa sul letto il suo libro, che stava fino a un attimo prima leggendo; lo si è già visto, e più d'una volta, in campo eppure solo ora ci si accorge di quanto esso sia antico e malandato, di quanto la sua copertina sia inutilmente pesante, di quanto il suo colore, un marrone così scuro da esser quasi nero, sia cupo e greve. Cè un segnalibro fra le pagine, quasi verso la fine. Linquadratura si sofferma brevemente sul libro, poi riprende a salire lungo il letto e il corpo di Clio, quasi confuso, questo, col bianco informe e opaco delle lenzuola, l'inquadratura sale, su verso il viso.
Adrian: (Fuori campo) Come ti chiami?
Clio: Clio.
Si giunge infine a un primo piano
di Clio che guarda fuori campo, in direzione di Adrian. Gradualmente la sua espressione muta e
sui tratti neutri del viso appaiono, sempre più visibili, le tracce lontane dun sorriso
ambiguo e indecifrabile.
Adrian le pone una mano sul viso, in un
gesto che, più di un contatto, è una cancellazione.
Lentamente, sensualmente, lei la prende fra le sue e comincia a leccarla. Poi
si solleva dal letto, cammina adagio, diagonalmente, guardando fisso Adrian. Sorride di nuovo, in
quel suo modo indefinibile e ambiguo.
Adrian le si avvicina, la fissa
serio, poi la prende per le spalle e la spinge contro il muro. La fissa ancora, serio. Lentamente
Clio smette di sorridere; senza dolcezza gli prende fra le mani i capelli dietro la nuca e lo attira a
sé. Si baciano come se si mordessero. Poi è Clio a spingere a sua volta Adrian
contro il muro, a sbattercelo con forza. Gli si avvinghia addosso muovendosi ritmicamente su e
giù contro il corpo di lui. Adrian la respinge quel tanto che basta a sollevarle la gonna e
infilarle una mano sotto le mutandine. Comincia a masturbarla con gesti rapidi e secchi. Clio gli
mette una mano sul sesso e comincia anche lei a muoverla su e giù. Improvvisamente,
senza motivo, stringe facendogli male. Con la mano libera e senza smettere con laltra di
masturbarla, Adrian le dà uno schiaffo. Clio emette un rantolo, non si capisce se di rabbia
o piacere. Poi sul suo viso riappare quel sorriso ambiguo, indecifrabile.
Adrian spinge Clio verso il letto, la costringe a sdraiarvisi, comincia a
spogliarla.
Contro lo sfondo buio si disegnano violentemente le figure
di Adrian e Clio sul letto. Sono nudi adesso. Clio ha preso Adrian dentro di sé e si muove
rapida allunisono con lui. I loro movimenti si fanno sempre piú concitati, e d'una
concitazione che par più il manifestarsi d'una frenetica lotta, d'una reciproca violenza, che
dell'eccitazione erotica.
Clio si aggrappa con una mano al lenzuolo,
urta il suo libro che cade a terra.
Il libro giace sul pavimento
scompostamente aperto.
Sul letto la lotta prosegue in crescendo.
Adrian e Clio ansimano e gemono sempre più forte, quasi con rabbia. Poi, prima
luno poi laltra, raggiungono un rabbioso, sfrenato orgasmo.
Silenzio.
Buio. Un respiro pesante. Poi appare
in primo piano il volto di Adrian che, ansimante, si è messo a sedere sul letto: un primo
piano immobile e isolato da tutto, che è il punto di partenza dellultimo
glissando.
23 - Stanza Centrale - Interno.
La polifonia visiva, la fuga-arborescenza di glissandi di questa sequenza si impernia e fiorisce attorno a un nucleo costituito da un unico, lungo, monolitico piano-sequenza. Questo:
-) La riproduzione del dipinto di Mondrian Devozione, decolorato e capovolto, sulla parete, è ora circondata, premuta da ogni parte da assillanti macchie di colori cupi che straripano oltre i suoi contorni lambendo il volto dellessere femminile dagli occhi rivolti verso un alto ribaltato, incollandosi ad esso come se ne fossero mostruose escrescenze.
{Seguendo sempre più sensibilmente la direttrice di una geometria ormai non più euclidea, la macchina da presa comincia una lenta, incessante carrellata allindietro scoprendo poco a poco lintera parete.}
La piccola riproduzione di Mondrian è ora inscritta in una enorme, assediante riproduzione del Sabba delle Streghe di Goya; anchessa è inclinata ma in senso opposto, non capovolta, e così ingigantita che la parete non basta a contenerla e ne taglia via gli spigoli.
{La macchina da presa oscilla, mentre si allontana, in un movimento a foglia morta, portando in campo successivamente varie sezioni del dipinto.}
Volti grotteschi, lineamenti deformi, ghigni scomposti esprimono, nel Goya filtrato da Michael, la putrescenza cosmica, lincubo assoluto, lorrore del vuoto perfetto.
{Giunta quasi al totale della parete la macchina da presa, senza mai smettere di allontanarsi, sostituisce il movimento oscillatorio con una panoramica verso il basso e una zoomata in avanti verso il tavolino dei colori e dei pennelli di Michael.}
Ancora sporchi di pittura, i pennelli sono sparsi senza alcun ordine. Un vasetto pieno di colore grigio si è rovesciato, la pittura si è versata sul tavolino ed è colata giù fino al pavimento formandovi una densa pozzanghera. Cade unultima goccia, lentamente e pesantemente, come al rallentatore.
{La macchina da presa cessa la zoomata in avanti, continuando costantemente ad allontanarsi.}
Sul pavimento, allincrocio fra due linee nere, cè un pennello. Una mano di Michael entra in campo e lo raccoglie.
{La macchina da presa effettua una panoramica verso lalto, ma più lenta del movimento di Michael. Continua intanto, sempre più obliqua, la carrellata allindietro.}
Dipinto sul pavimento
cè un fitto reticolo di linee nere sghembe, che si incrociano senza uno schema,
senza mai formare angoli retti, evocando uno stato di caducità, di equilibrio labile, colto un
attimo prima del crollo.
Sparsa qua e là sul pavimento vi
è una dozzina ancora di pennelli. Michael è inginocchiato in mezzo a essi, ai piedi
della parete dipinta, li sta raccogliendo uno a uno e con lentezza e attenzione sproporzionati li sta
infilando in un barattolo troppo piccolo.
{Prosegue la carrellata allindietro.}
Man mano che si allontanano da Michael e dalla parete le linee diventano sempre più incoerenti, si frantumano in un pulviscolo di puntini neri, in una nuvolaglia terrosa, informe, primordiale: ci si accorge poco a poco che sullo sfondo di Goya, Michael, e non per caso, ha voluto evocare Dubuffet.
{Prosegue la carrellata allindietro.}
(Da questo momento limmagine diventa, lentissimamente, in bianco e nero.)
Entrano in campo i contorni di un ovale di luce dura che illumina la parte
centrale della parete, Michael, il tavolino e la zona del pavimento finora apparsa in campo. Tutto
attorno, il nero uniforme e solido del niente.
Michael, coi suoi
pennelli, si fa sempre più lontano, la distanza che lo separa da chi osserva supera ben
presto i confini della stanza, continua a crescere fino e oltre il campo lungo. Lovale di luce
diventa poco più che un punto e poco prima che si confonda con la grana
dellimmagine, esce da essa, scompare, spinto dal movimento della macchina da presa,
oltre la curvatura dello spazio in cui essa si muove.
24 - Camera di Atthis - Interno.
Atthis è in ginocchio nel centro del letto, in
vestaglia, di spalle: fissa larmadio che sbarra la finestra di fronte a sé. Poi
lentamente, dolorosamente si sdraia, si copre alla meglio con qualche brandello di coperta
raccolto da terra.
Passano nella camera alcuni minuti duna
calma inquieta il cui andare in frantumi pare cosa ovvia quando con uno spasimo furioso e
improvviso Atthis si solleva sui gomiti, contrae i lineamenti del viso e spalanca la bocca in quello
che tutto tranne il silenzio assoluto in cui ciò accade, identificherebbe come un urlo di
dolore acutissimo; che lentamente, mentre Atthis torna a inginocchiarsi sul letto ributtando di lato
ciò che la copriva, abortisce sul suo volto in un cupo e basso lamento.
Atthis piega la testa in avanti, solleva la vestaglia fino alla vita e preme con
forza le mani strette a pugno sul pube; sussulta più volte, come se qualcuno alle sue
spalle la squotesse con forza, poi comincia a tremare. Fa freddo infatti, nella camera come in ogni
possibile altrove, un freddo cosmico che irreversibilmente tende a diventare sempre più
penetrante, assoluto.
Lentamente Atthis solleva il viso di cui il freddo
sembra ora aver preso possesso; ha gli occhi chiusi; le palpebre vibrano di quella stessa calma
inquieta in cui prima si era labilmente sospeso il suo corpo.
Con infinita cautela si sdraia nuovamente sul letto, conficca le unghie nel materasso, rimane immobile.
Il suo respiro si fa poco a poco regolare, sembra che infine riesca a scendere in un incerto e
agitato sonno.
(Progressivamente limmagine diventa in bianco e nero.)
Il pavimento, ricoperto da uno strato sottile dacqua
grigia stagnante, prende poco a poco il posto del letto, e sul pavimento, supina, lambita da ogni
lato dallacqua immobile, è distesa Atthis.
Il sonno si disfa, Atthis fissa il soffitto.
Nella camera non ci sono più i
mobili, solo lenorme armadio che nasconde la finestra. Alcuni oggetti bianchi galleggiano
sullacqua, fra essi un foglio coperto di fitta scrittura.
Il livello
dellacqua aumenta; anche Atthis ora galleggia. Solleva una mano e rimane a lungo a
guardarla come se fosse un oggetto sconosciuto. Poi la lascia ricadere, immergersi,
scomparire.
Ora in campo cè solo un primissimo
piano di Atthis, del suo viso impallidito e slavato che appena emerge dal buio delluniverso
che la circonda, e dei suoi occhi, in quel medesimo buio fissati con terrorizzata, stupita
certezza.
Per un indefinibile tempo (indefinibile, perché
sè frantumata lidea del suo fluire) tutto resta così, poi quel volto
comincia a ritrarsi, fino a sparire nel buio, sembra anzi che il buio stesso, in perfetto, indifferente
silenzio lo ricopra.
Quando tutti i suoni, tutti gli esseri (ancora) viventi, tutte le cose e tutte le luci saranno fuggite oltre lorizzonte della percezione, tutto, ancora una volta, e per l'ultima volta, sarà ormai compiuto. Non resterà che farli riapparire ancora un momento per quel che chiamano lestremo saluto, il congedo dellultimo crepuscolo. Poi resterà la Nebbia.
BENEDICTUS
1 - Camera di Atthis - Interno.
a) Atthis è distesa sul letto, immobile, con addosso solo una sottoveste bianca. Lo sfondo è riempito dal grosso armadio che sbarra la finestra.
Clio: (Fuori campo) Come si è uccisa?
Adrian: (Fuori campo) Ha importanza?
Clio: (Fuori campo) No, nessuna; chiedevo così...
{La macchina da presa, con una carrellata semicircolare, mantenendo sempre in campo il letto e Atthis, inquadra il controcampo dellimmagine iniziale, ovvero la parete in cui si apre la porta.}
Michael: Tanto per dire qualcosa finalmente. E allora parla, forza! Sentiamo anche la tua voce adesso. Come se non ci fosse già abbastanza chiasso nelluniverso.
Sono tutti e tre nella camera, in piedi, con le spalle alla porta. Nessuno di loro guarda Atthis.
Adrian: Piantatela. Nemmeno questo ha importanza. (Pausa) Bisognerà seppellirla piuttosto.
Clio: Fuori?
Adrian: E dove se no?
Clio: Io non voglio andare fuori.
Michael: Adrian ci va.
Adrian si avvicina al letto, vi si siede accanto, guarda il cadavere di Atthis, le scosta con un dito i capelli dal viso.
Adrian: Boia, prostituta e becchino, i tre mestieri più disprezzati e più richiesti. Prostituta lo sono già, becchino sto per diventarlo; mi resta il boia ma forse farò in tempo. (Pausa. Poi, sempre guardando la forma umana immobile sul letto) Non credo di farcela a trasportarla da solo.
Michael: Non pesa molto.
Clio: Sì, è tanto magra.
Adrian per un istante fissa gli altri due senza dire nulla, poi si alza, avvolge il corpo di Atthis nel lenzuolo, rimane ancora qualche momento in piedi a fissare quel grosso fagotto bianco come a valutarne la sostanza, esce infine dalla camera.
{La macchina da presa si avvicina al cadavere di Atthis, gli scivola accanto, si sofferma sul comodino.}
Ci sono ancora il Pierrot Lunaire, i due resistori, il fazzoletto sporco. Ci sono anche il bicchiere e il tubetto di pillole, vuoti.
{La macchina da presa avanza verso il luccicante clown di porcellana, si sofferma brevemente su di esso, poi ritorna alla inquadratura del letto, con Michael, Clio, la parete, la porta aperta, sullo sfondo.}
Adrian ritorna: tiene in mano un badile, lo appoggia alla parete, si carica sulle spalle il corpo di Atthis avvolto nel lenzuolo, riprende il badile. Si avvia con calma, seguito dagli altri. Clio è lultima a uscire; chiude la porta dietro di sé.
2 - Corridoio, Stanza centrale, Ingresso - Interno.
-) In silenzio, Adrian col fagotto bianco in spalla, Michael e Clio dietro di lui, attraversano un corridoio, scendono delle scale, passano per la stanza centrale, giungono davanti alla massiccia porta dingresso.
{La macchina da presa li precede, carrellando allindietro.}
Sul loro percorso domina il buio. Solo a tratti,
quando passano vicino a una lampadina, le loro figure si illuminano con improvvisa e breve forza,
rigide e meccaniche, come manichini, pupazzi finti mossi da una molla che si sta lentamente
scaricando.
Sono davanti alla porta.
{La macchina da presa si ferma.}
Adrian, che ha entrambe le mani occupate, fissa Michael aspettando che questi gliela apra; ma Michael non si muove.
Adrian: Su, apri.
Michael indugia ancora, poi si decide, si avvicina alla porta, tira il chiavistello. Resta così, senza ancora aprire, volgendo agli altri le spalle.
Michael: (Adagio, senza nessuna intonazione nella voce) Sapete una cosa? Oggi era il mio compleanno.
Proteggendosi dietro il battente apre la porta, quel po che basta a far passare Adrian. Immediatamente Clio scappa via.
Adrian:
(Anche lui con una intonazione assolutamente neutra) Tanti auguri Michael. Cento di questi
giorni.
Dice questo uscendo; subito Michael richiude la porta alle sue spalle. Rimasto solo si immobilizza per qualche tempo, poi torna indietro, rifà il percorso di poco prima: la stanza centrale, le scale, il corridoio fino alla porta, chiusa, della camera di Atthis; si appoggia a essa, poi si mette a sedere sul pavimento nascondendo la testa fra i ginocchi.
{La macchina da presa lo ha seguito carrellando in avanti e gli si avvicina ora fino alla distanza del primo piano.}
Michael solleva la testa. È stanco, troppo stanco per provare dolore, o sollievo, o qualsiasi altra cosa. Urta con la nuca il legno della porta dietro a sé, forse accidentalmente; poi lo rifà, questa volta di proposito; lo rifà ancora, varie volte, adagio allinizio, poi sempre più forte, fino a farsi male. Infine smette.
{La macchina da presa effettua una panoramica attorno a Michael mentre gli passa oltre e si solleva, poi carrella allindietro allontanandosi da Michael verso la parte del corridoio opposta a quella da cui egli era venuto, come se sprofondasse in un tunnel buio.}
Transita sullimmagine in movimento il Crisantemo Morente dipinto sulla parete davanti alla porta. Poi torna in campo Michael, seduto in fondo al corridoio vuoto, solo e sempre più distante.
3 - Camera di Atthis - Interno.
(Sequenza in bianco e nero)
-) La camera è vuota e allagata. Atthis galleggia sullacqua a faccia in giù.
Una grande, indefinita massa bianca cade lentissima dal soffitto ricoprendo ogni cosa.
(Lenta dissolvenza \)