INTROITUS

Separate da intervalli di buio, immagini liquide e immobili si susseguono con quieta lentezza:

-) vallate ampie e frastagliate sul cui fondo si stendono strati lattei di nebbia rarefatta, sfilacciata;

-) lontane cime montuose la cui base affonda in una spessa distesa di nebbie biancastre;

-) altri monti, ma di essi solo l'ultimo tratto, le vette più alte, rocciose; il resto è affogato in un immobile oceano di nebbia di cui non si percepisce il limite;

-) sagome scure di alberi e sullo sfondo sempre monti immersi nella nebbia: nebbia ovunque, a perdita d'occhio, ovunque.

-) Poi le case d'un paese, affondate anch'esse, fin quasi ai tetti, nella nebbia. Sullo sfondo ancora una volta un paesaggio montuoso che la scarsa visibilità rende sfumato, leggero.

-) Visto dall'interno dell'edificio cui appartiene, un portale di pietra affacciato su una valle che la nebbia ha interamente colmato formandovi una sorta di lago bianco la cui superficie è increspata da lunghe onde immobili. Più vicino al portale, pochi metri appena oltre la soglia, dell'altra nebbia: un banco fitto e compatto d'apparenza quasi liquida, che transita lentamente coprendo poco a poco tutta la visuale.

-) Ancora l'oceano di nebbia dal quale adesso non emerge più nulla. L'oceano di nebbia, fino all'orizzonte e oltre, ovunque.

 

 

 

 

 

 

 

 

CORO DELL'ALBA

I

KYRIE

 

1 - Strade del paese - Esterno.

L'alba è trascorsa da parecchie ore ma la poca luce che filtra a fatica attraverso la Nebbia fitta dà più la sensazione del crepuscolo che del giorno avanzato: un raggelato crepuscolo bianco in cui tutto appare immobile, come fermato per sempre.

-) Una piccola strada del paese si snoda tortuosa per un breve tratto; ai suoi lati le sagome grigie delle case più che vedersi si intuiscono soltanto, percepibili, le più lontane, così debolmente che sembrano fondersi, annullarsi nel bianco latteo, uniforme e gigantesco, in cui sono immerse.

-) Un'altra strada, simile alla precedente ma più larga. Un po' più avanti l'aprirsi di uno stretto incrocio si indovina appena. Oltre esso nulla, solo diafano e liquido biancore.

-) Ancora una strada del paese, un vicolo più che altro, in cui i muri alti delle case delimitano, stringono l'immagine evocando una idea quasi fisica di schiacciamento, di prigionia. Senza alcun apparente motivo un mulinello di Nebbia si forma a pochi centimetri dal lastricato e subito svanisce.
Per qualche istante ancora non accade nulla, poi dal fondo della strada appare poco a poco una sagoma scura, la figura indistinta di un uomo che avanza lentamente tenendo senza troppa apparente convinzione nella mano destra un oggetto nero, allungato; un fucile.

-) La stessa strada in un punto in cui si allarga sfociando in una via più ampia.
L'uomo, ripreso ora in campo medio, attraversa l'inquadratura ed esce fuori campo da destra. Al suo passaggio la Nebbia gli si agita intorno, poi lentamente si quieta di nuovo. Esauritasi questa piccola perturbazione l'immagine si fissa ancora una volta in una completa immobilità.

-) L'uomo cammina rasentando adesso il muro di una casa. Si ferma, sbircia attraverso una finestra dalle imposte scardinate l'interno di una stanza abbandonata, poi prosegue uscendo fuori campo.

-) L'interno di un'altra stanza, con una pesante porta che dà sulla strada. Anche qui è penetrata la Nebbia, che tutto rende indistinto. Dell'acqua gocciola dal soffitto creando una pozzanghera sul pavimento sconnesso.
La porta si apre e nel vano di essa appare la figura dell'uomo col fucile. Si guarda intorno poi cautamente entra; muove due passi, si ferma. Osserva brevemente il soffitto da cui l'acqua continua a gocciolare; raddrizza una sedia rovesciata sul pavimento, si guarda ancora intorno, fermando questa volta lo sguardo sull'acqua che gocciola, sulla pozzanghera immobile.
Poi va via lasciando, nell'uscire, la porta spalancata dietro a sé. Attorno a lui la Nebbia crea ancora, per un attimo, un piccolo mulinello, quando egli si volta per allontanarsi.

-) Una piccola piazza il cui limite si perde nella massa lattea della Nebbia. Nel suo centro, inconsistente come se la Nebbia stessa in quel punto ne avesse preso la forma, una vera da pozzo di pietra bianca. Tutto intorno, case vecchie probabilmente di secoli, che anche qui, con l'aumentare della distanza, si smaterializzano, diventano tracce grigie sempre più vaghe nel bianco.
L'uomo entra in campo da sinistra e si avvicina alla vera; appoggia ad essa il fucile, prende in mano la corda e tira su pian piano il secchio.

-) Appoggia il secchio colmo d'acqua sul bordo della vera, immerge lentamente in esso le mani a coppa, le solleva nuovamente. Osserva per alcuni istanti l'acqua che vi si è raccolta, avvicina le mani alle labbra, come per bere; infine le separa, di colpo, l'una dall'altra facendo ricadere l'acqua nel secchio. Poi riprende il fucile e si allontana dalla vera camminando nella direzione da cui era venuto, fino a uscire fuori campo.

-) Una ennesima, angusta stradina del paese. L'uomo vi cammina rasentando il muro di una casa, sfiorandolo distrattamente con una mano, poi con la canna del fucile. Cammina adagio, allontanandosi, come chi si è sperduto.

 

2 - Stanza Centrale della Casa - Interno.

-) Piccolo e lontano, freddamente illuminato dalla luce obliqua di una lampada da tavolo azzurrata, circondato e sovrastato da uno sfondo interamente buio che domina gran parte dell'immagine, appare il piano di un tavolo in marmo nero fittamente percorso da sottili striature bianche, sospeso, sperso in quel buio come in un immenso rettangolo di vuoto. Su di esso, insieme alla lampada e quasi sul limite del suo secco ovale di luce, sta, spento, un vecchio registratore a bobine color bianco sporco. Fra i due oggetti, col volto adagiato sul marmo e nascosto fra le braccia incrociate, come se dormisse, è Michael.

Voce di Michael: E il sesto giorno l'uomo creò dio, lo creò a propria immagine e somiglianza; il sesto giorno l'uomo creò dio a immagine dell'uomo, e lo nutrì di sangue, lo nutrì di paura. L'uomo creò dio, e il crearlo non fu difficile. Poi vennero quelli che domandavano. Perché dio? Perché un dio? E anche farli tacere non fu difficile: un secolo dopo l'altro, un rogo dopo l'altro, finché ogni ragione lentamente si perse, laggiù, nella cosiddetta notte dei tempi, in quell'altra Nebbia, quella dei millenni senza memoria. Le ragioni; perché sì, c'erano delle ragioni, ci sono sempre state ragioni per tutto, perfino per l'orrore. Ci furono anche per la creazione di dio; ma non è in alto che bisogna guardare, non è lì che le troveremo.
L'uomo creò dio. E fu solo, forse, che c'erano troppi buchi nell'universo, che l'universo stesso era anzi un solo immenso, colossale buco, e l’uomo con esso. Ogni tanto arrivava qualcuno a buttarci una pietra dentro e lì restava, inutilmente, in attesa del tonfo. Ci voleva qualcosa che riempisse quel buco, qualcosa di grosso. E l'uomo disse: - Facciamo Iddio a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza -. E fu sera, e fu mattina.

Distende gradualmente un braccio lungo il tavolo tastandone la superficie come alla ricerca di qualcosa; la sua mano incontra il registratore, ne cerca brevemente i tasti, sosta su di essi. Poi lentamente ne preme uno.

 

3 - Camera di Atthis - Interno.

-) La finestra è d'uno smorto color bianco, profondamente incassata in una spessa parete di calce anch'essa bianca ma d'un bianco diverso, più vivido e pulito. Qua e là, sull'una e sull'altra, scorrono sottili serpenti neri, tortuosi o rettilinei: piccole crepe nella parete, piccole fessure nel legno. La finestra è sbarrata: i battenti sono serrati fortemente come per impedire l'accesso a qualcosa di potente e tremendo che circonda la casa.
La luce debole e indiretta che giunge da un punto imprecisato della camera non basta a coprire un'altra luce, lattiginosa e strana, che penetra in piccola ma sensibile quantità dall'esterno attraverso i bordi dei battenti e le fessure del legno. Una luce già vista altrove, già imparata, quella stessa che, all'esterno, racchiudeva i movimenti solitari dell'uomo col fucile.

-) Soggettiva del Corifeo: Atthis è seduta sul letto, le gambe avvolte in una coperta il cui colore e il cui aspetto evocano vagamente l'idea fuori luogo di un saio francescano. Una fonte luminosa laterale illumina solo metà della sua figura e la parte superiore del letto, così che esso, con Atthis sopra, appare quasi galleggiare nel buio.
Atthis osserva qualcosa alla sua destra, la finestra forse, poi osserva il Corifeo, in silenzio, come in attesa. È una donna esile nel corpo e nel viso, la cui fronte insolitamente alta s'increspa a volte in rughe leggere; ha le mani affusolate, dai movimenti rapidi, la bocca piccola e sottile come sottili sono i capelli, un po' spettinati, e biondi senza però essere a causa di ciò vistosi. Appare piuttosto sfiorita adesso; può darsi che fino a qualche anno, qualche mese fa sia stata bella.

-) Il vano cassetta di un registratore. Uno scatto meccanico; la cassetta comincia a girare.

-) Soggettiva del Corifeo: Atthis non si è mossa. Si passa ora due dita su una tempia.

Atthis: A quest'ora di solito sono già a dormire: mi sono attardata per te oggi, sai? Dunque, vediamo se ho capito bene: io dovrei parlare e tu mi registri su quell'affare lì, giusto? Parlare di quello che mi viene in mente... Di me può andare? Di noi quattro meglio. Sì? Bene. Io sono brava a parlare, sai? Più a parlare che ad ascoltare, questo è sicuro (si lascia andare a un breve sorriso un po' nervoso); però non capisco il motivo; cos'è che sei, un intervistatore, una specie di poliziotto, di psichiatra, o cosa?
Be', qualunque cosa sei non importa, il gioco mi piace e se tutto ciò che sei venuto a cercare qui è qualche discorso, te lo prometto, da me ne avrai un fiume intero. Potresti perfino lasciar perdere gli altri e registrare solo me, che ne dici? Anche perché, non farti illusioni, da loro mi sa ricaverai ben poco.
Allora vediamo: potrei cominciare a descriverti ciascuno di noi, ti va? Uno alla volta, con ordine... se mi riesce.
Comincio da me? Comincio da me, sì. Dunque, io mi chiamo Atthis - ho notato che non mi hai mai chiesto il mio nome nei giorni scorsi, che tipo strano sei! - io mi chiamo Atthis e... no, ma che ti parlo a fare di me? Lasciamo stare, non ne vale la pena.
Cominciamo da Michael allora. Michael è quello che dipinge quei cosi assurdi sulle pareti, ne sta riempiendo la casa. Ed è il più pazzo di tutti noi, il più pazzo; folle marcio, credimi, e se c'è una che può dirlo quella proprio sono io. Per la verità non so se sia il suo più grande difetto o la sua unica qualità; forse tutte e due le cose insieme. Del resto è sempre stato così, almeno da quando io l'ho conosciuto; da principio anzi..., be', non mi vergogno a dirlo, la cosa ha avuto anche un certo fascino su di me, sai? Adesso un po' meno: sarà che sono cresciuta forse. E' stato anche sposato Michael, alcuni anni fa... con me. Già. Ma non è mai andata bene fra noi due, nemmeno prima. Del matrimonio, voglio dire. Chissà, forse ci siamo sposati proprio per quello. Insomma, alla fine lui ha chiesto il divorzio. O forse lo ha chiesto sua moglie, cioé io; chi se ne ricorda più? Comunque ci siamo separati. Sì.
Poi c'è Adrian; Adrian che è in ogni senso il suo esatto opposto, anche se a volte mi sembra folle proprio quanto lui. È un grande musicista Adrian, lo sai vero? Correvano perfino insistenti voci di genialità sul suo conto; un compositore di grandi capacità, dicevano tutti; già, uno di quelli di cui si parlerà ancora fra cento o mille...(Si ferma. Sembra presa da un improvviso avvilimento. Scuote la testa.) Ho paura che sia una gaffe questa. Di nessuno si parlerà fra cento o mille anni. O fra cento o mille giorni. (Si riprende, riaquista il tono dall'apparenza spigliata, anche se un po' tesa, di prima) Oh, ma anche questo, sì, è meglio lasciar perdere. Parlavamo di Adrian: adesso è fuori, l'ho sentito uscire un quarto d'ora fa. Già, perché Adrian esce, non riesco a capire come faccia, a me quella Nebbia fa venire i brividi anche solo a guardarla attraverso i vetri - hai notato che teniamo tutte le finestre chiuse, vero? - figurarsi trovarcisi in mezzo, sentirla che ti tocca, che ti circonda. Non resisterei; e anche per gli altri è così. Per Adrian no. La prima volta è uscito quando questa faccenda della Nebbia era appena cominciata, da due o tre giorni credo, non di più. Voleva prendere contatto con qualcuno del paese: parecchi li avevamo sentiti andar via ma non immaginavamo ancora che fossero scappati via tutti. Proprio tutti.
Comunque sì, adesso ci siamo rimasti proprio soltanto noi, anzi certe volte mi sembra di esserci io sola e che loro tre siano solo dei fantasmi, o meno ancora che fantasmi, magari nient'altro che allucinazioni nella mia testa; che, poveraccia, forse non funziona più molto bene nemmeno lei. Oppure dei manichini, ecco, a volte mi sembrano così: dei pupazzi finti che girano per la casa senza scopo, girano, girano e intanto la molla che hanno dentro poco a poco si scarica; si scarica e a un certo punto, uno dopo l'altro, puff, si fermano, si fermano, si fermano. (Più sommessa) E anch'io... poi... mi fermo. (Pausa) Sto facendo confusione, vero? Sì, mi sembra di essermi confusa in una gran confusione; scusami. Parlavamo di Adrian... Adrian... il grande Adrian... Io nella sua musica non ci ho mai capito niente, sai? Anzi, ti dirò, a volte tutti quei suoni strani che riesce a tirare fuori dai suoi aggeggi mi mettono un po' paura. È come se venissero da un altro mondo, un posto in cui gli uomini non sono mai stati. E che non fa per noi. Anche se ormai... prova un po' tu a trovarmi un posto che fa per noi! Tutto quello che so è che con Adrian mi piacerebbe andarci a letto, se potessi ancora fare quelle cose lì. Dev'essere niente male, credo. Però che strano: ho già cominciato a confessarti i miei pensieri segreti; (Accenna ancora un breve, artificiale sorriso) non me l'aspettavo così presto. E nemmeno tu, dì la verità.
Be', infine c'è Clio, l'ultima della serie; l'ultima arrivata anche. Lei è... no, di lei ti parlo un'altra volta. Lei è un discorso a parte. Misteriosa; estranea. Sì, di lei ti parlo un'altra volta; la prossima volta, d'accordo?
E allora, ecco, è tutto qui: dio mio, ho già finito? Sì, sembra proprio di sì; e adesso? (Pausa) Trovato: adesso ti guardo. Sì. Senza dir più nulla. Cerco di capire cosa pensi. (Pausa. Atthis fa quel che ha detto: lo guarda. Ma il silenzio non dura a lungo.) Non devi esserti fatto una opinione molto alta di me e degli altri da quando sei qui, vero? Sono sicura di no. E sai una cosa? Hai ragione. Hai schifosamente ragione. Lo dico sul serio. Chissà cosa provi per noi lì nel tuo cuoricino adesso. E chissà cosa proverai col passare dei giorni! Vediamo, indovino: dapprima pietà probabilmente. Poi indifferenza. Poi ribrezzo. Già. Infine non ne potrai più; no, non ne potrai proprio più, e allora tirerai fuori dal cappello magico una pistola o una siringa o un disintegratore o una bomba atomica o non so cosa e ci ammazzerai. Tutti. Ci proverai gusto anche. E noi forse più di te. Credimi, è così che finirà.
No, scusa; ora sto esagerando. La verità è che stiamo tutti davvero impazzendo qua dentro. Tutti e quattro. Un quartetto di isterici pronti per il manicomio, o per l'eutanasia, scegli tu; ecco cosa siamo. Sarà la Nebbia probabilmente a farci questo effetto; e il fatto che se continua così finiremo male. Oh, ma neanche questo importa. Io finirò male comunque. Non ti chiedo neanche se voi di lassù cercando cercando non avete per sbaglio trovato una cura, tanto so già che mi rispondi di no. No, vero? No.

 

4 - Portale d'Ingresso - Esterno.

-) Il portale della casa, visto attraverso il denso muro della Nebbia, sembra un fantasma di pietra. Una figura indistinta, con in mano un fucile, entra in campo da destra, sale, quasi con fatica, i due o tre gradini che separano la porta dal livello stradale, apre uno dei suoi due pesanti battenti, entra.

 

5 - Ingresso - Interno.

-) Da un altrove non ben definito giungono voci neutre di speakers radiofonici, rese a tratti indistinte dall'evanescenza e dal sovrapporsi di interferenze.
L'ingresso è in penombra. Dalla porta esterna entra Adrian, l'uomo che vagava col fucile per le strade vuote del paese; rivoli e vapori di Nebbia entrano con lui disperdendosi nell'aria. Muovendosi adagio Adrian chiude la porta dietro di sé, si volta, si passa una mano fra i capelli umidi. Toglie le cartucce dal fucile e se le mette in una tasca dei pantaloni; appende il fucile a un gancio sulla parete, poi si toglie la giacca a vento e la appende a un attaccapanni. Si avvia infine verso la stanza accanto, sparendo nel buio.

6 - Stanza Centrale - Interno

-) In primo piano si stende la superficie scura e liscia del tavolo di marmo: la lampada, come prima, ne illumina una parte. Le bobine del nastro ora girano lentamente nel registratore; e dal registratore appunto provengono le voci degli speakers.
Il buio che ricopriva il resto della stanza non e' piu' totale: una luce radente, dura e diretta, illumina sullo sfondo una parete di calce bianca sopra la quale Michael, cui sta accanto un grossolano tavolino di legno ricoperto di pennelli e colori, è intento a dipingere. Sotto le sue dita, che si muovono lente ma con sicurezza, ha già preso in parte forma il volto di una bambina che quietamente rivolge lo sguardo verso l'alto mentre le sue mani si indovinano raccolte in grembo. È una riproduzione del quadro Devozione, di Mondrian, ma non una copia fedele. L'immagine, dipinta a secco direttamente sull'intonaco, è capovolta e inclinata verso sinistra; i colori non sono quelli originali della tela: tutti i cromatismi appaiono fortemente desaturati, vi dominano tonalità spente, dove il grigio si affianca al bianco latteo e al marrone.
Scatta una maniglia, una porta da qualche parte si apre.

-) Il tavolo di marmo è inquadrato ora dalla parte opposta.
Quel che all'esterno è Nebbia all'interno è oscurità; e solo vagamente si intravede infatti, sullo sfondo, la porta da cui Adrian è appena entrato, vagamente si intravede Adrian stesso mentre senza fretta si avvicina al tavolo. Con noncuranza spegne il registratore; le voci tacciono; Adrian esce fuori campo.



Voce Maschile: ...ulteriormente aggravata la situazione nelle ultime ventiquattro ore. Il gigantesco e tutt'ora inspiegato fenomeno atmosferico che negli ultimi sedici giorni ha ridotto a zero la visibilità sull'intero pianeta non accenna ancora ad attenuarsi, né hanno trovato conferma le voci diffuse ieri secondo cui in una zona non meglio precisata dell'Ucraina la Nebbia avrebbe cominciato lentamente ma sensibilmente a diradarsi.

Voce Femminile: Gravi disordini stanno intanto scoppiando con sempre maggiore frequenza e intensità in varie parti del mondo. Ieri a New York e Parigi la Polizia e i militari hanno sparato sulla folla; la stessa cosa è accaduta nelle prime ore di stamane a Vladivostok. In nessun caso sono ancora stati diramati comunicati ufficiali circa il numero delle vittime. Nel corso degli incidenti di New York non pochi morti vi sarebbero stati anche fra i soldati e gli agenti che, sparando alla cieca nella nebbia, si sarebbero colpiti a vicenda. Il presidente della repubblica francese ha intanto dichiarato che sarà aperta un'inchiesta per accertare le responsabilità nei fatti di Parigi che... (interferenze) di pesanti disordini tutt'ora in atto giungono dal nord dell'India e dalla Svezia.

Voce Maschile: Incalcolabili sono i danni conseguenti alla paralisi, divenuta ormai pressoché totale, dei servizi e di ogni forma di attività economica e produttiva, paralisi cui fa riscontro, soprattutto nei grossi centri urbani, un impressionante e generalizzato aumento della criminalità, con particolare riferimento ai casi di omicidio, violenza e teppismo, che autorevoli fonti internazionali hanno valutato... (brevi interferenze) cifra questa, è stato detto, da ritenersi abbondantemente sottostimata. A ciò va aggiunto il sempre più massiccio fenomeno dello sciacallaggio ai danni delle abitaz... (interferenze).

Voce Femminile: Mentre in ogni parte del mondo cresce di ora in ora il caos... (interferenze)... la situazione è divenuta pesante anche nel nostro paese. È di poche ore fa un comunicato del ministero dell'interno il quale raccomanda di evitare assolutamente l'uso dell'automobile anche per percorsi brevi nei centri urbani e di restare in casa quanto più possibile, non uscendo se non in caso di assoluta... (interferenze)...

Voce Maschile: Pesanti critiche sull'operato del governo nell'affrontare il grave stato di emergenza continuano intanto ad essere avanzate da vari gruppi di opposizione cui il min... (interferenze)... nel pomeriggio in parlamento.
(Seguono prolungate interferenze).

Voce Femminile: ...sul fronte scientifico. Permane...

 

Adrian: (Fuori campo, pacato) Piantala di riascoltare continuamente quella roba.

-) In primo piano si stende ancora la superficie scura e liscia del tavolo di marmo. Sullo sfondo Michael, circondato e sovrastato dalla parete bianca, smette di dipingere; con movimenti lenti quanto quelli di Adrian ma anche più pesanti e stanchi si volta verso il registratore, posa il pennello, si avvicina al tavolo, riaccende il registratore.

Michael: (Tornando verso la parete) Sei stato di nuovo fuori?

Adrian, sempre fuori campo, non risponde. Michael riprende in mano il pennello, ricomincia a dipingere.

Michael: (Sarcastico) Quanti ne hai trovati stavolta?

Nessuna risposta, né Michael sembra curarsene.

...infatti fra gli esperti un notevole imbarazzo nel tentare di dare una spiegazione al fenomeno che tutti sono comunque concordi nel definire senza precedenti e assolutamente anomalo rispetto a... (interferenze) ...silenzio degli ambienti accademici... (interferenze)... drammatica situazione nei paesi del terzo mondo e in particolar modo dell'Africa centrale dove la Nebbia è sopraggiunta in un momento particolarmente... (interferenze)... appesantire una condizione già...

 

7 - Corridoio e Scale - Interno.

-) Adrian, senza accendere la luce, come chi conosce a memoria il luogo, percorre adagio un corridoio immerso in una forte penombra. Svolta a sinistra.

-) Buio. Una lampadina si accende illuminando una porta e i gradini inferiori di una scala. Nella ristretta semisfera di luce, annunciato dal rumore sommesso dei propri passi, appare dopo qualche istante Adrian che discende senza fretta i gradini. Giunto davanti alla porta si fruga nelle tasche, ne estrae una chiave, con essa apre la serratura ed entra richiudendo la porta dietro di sé.

 

8 - Studio di Adrian - Interno.

-) Buio. L'accendersi contemporaneo di alcune lampade qua e là fornisce una visione frammentaria del totale di tre pareti appartenenti a un locale ampio, insonorizzato, senza finestre. Tutto attorno, disposte secondo un ordine preciso, funzionale, le apparecchiature audio di uno studio di musica elettronica: registratori professionali, generatori d'onde, equalizzatori, sintetizzatori; in posizione centrale nell'immagine, un computer. Più oltre, in singolare contrasto, un clavicembalo e, appoggiato su una mensola lì vicino, un liuto. Appese alle tre pareti, in gran quantità per quel che è dato di vedere alla luce molto parziale delle lampade, svariate riproduzioni di dipinti medioevali dagli sfondi dorati. Infine un tavolino, un leggio, alcuni scaffali.
Adrian entra in campo, si avvicina a quella che sembra una centralina di distribuzione, abbassa alcuni interruttori. In vari punti sui pannelli elettronici spie luminose e LED si accendono. Adrian si avvicina al computer, lo accende, aspetta che il video si sia scaldato, preme alcuni tasti; dei caratteri appaiono sul video, poi una grafica in cui diagrammi coesistono con parti scritte in notazione tradizionale, su pentagramma. Adrian si versa dell'acqua, poggia il bicchiere sul video, sfoglia dei diagrammi che stanno su un leggio lì accanto, simili a quelli apparsi sullo schermo, pezzi di una voluminosa partitura elettronica in divenire. Si siede poi davanti al computer, prende in mano il bicchiere, fissa per alcuni istanti il clavicembalo, poi solleva il bicchiere verso di esso, come per un brindisi. Beve un lungo sorso poi si concentra, assorto, sullo schermo luminoso del computer.

 

9 - Camera di Atthis - Interno.

-) Atthis è sola adesso; in piedi, di spalle, una mano appoggiata alla testata inferiore del letto, fissa la porta della camera, socchiusa, di fronte a sé. Poi, lenta, va a chiuderla; torna indietro, raccoglie uno scialle di lana da una sedia, se lo avvolge sulle spalle. Si ferma alcuni istanti cosí, in piedi nel mezzo della stanza con lo scialle addosso, come confusa; quindi solleva gli occhi verso il letto; lo guarda come se fosse una cosa senza senso, poi gli si avvicina; vi si sdraia sopra, su un fianco, il viso rivolto verso la porta, raccogliendo le gambe contro l'addome.
Poco a poco, senza spegnere la luce, si addormenta.

(Lenta dissolvenza \)

 

10 - Stanza Centrale - Interno.

-) Nuovamente si stende in primo piano la superficie scura e liscia del tavolo di marmo; la lampada, come al solito, ne illumina una parte. Sullo sfondo Michael dipinge. Il registratore è ancora in funzione; il nastro è finito e la bobina gira ora a vuoto.

Si ode il rumore di qualcosa che viene appoggiato sul marmo, in un punto esterno all'immagine.

-) Il vano cassetta di un altro registratore, in penombra, quello del Corifeo. Uno scatto meccanico. La cassetta comincia a girare.

-) Soggettiva del Corifeo: in primo piano la superficie del tavolo, con i due registratori e la lampada; sullo sfondo Michael che dipinge.

Michael si volta verso il Corifeo. Nuovamente posa il pennello.

Michael: (Con lieve sarcasmo) È già il mio turno? Cosí presto? (Allarga grottescamente le braccia) D’accordo. Allora: parlare parlare finché ho in mente qualcosa da dire, giusto? È questa la regola? E allora caro signore, abbiamo già finito. Sì, finito: ha capito bene. Perché io non ho niente da dirle. Perché non c’è proprio niente nella mia testa che meriti di essere detto; niente di cosí "nobile" da dover venire al mondo, per fortuna. Non c’è oggi come non c’era ieri né l’altro ieri, si rassegni. E non c’era nemmeno ai bei tempi, quei tempi (indica con un gesto distratto qualcosa di vago alle proprie spalle); quelli in cui credevamo tutti di averne parecchie di cose a cui dare la luce. (Tace, lascia vagare a lungo lo sguardo sui muri bui della stanza e, idealmente, oltre i muri; sogghigna) La luce..., questa sí che è buona. La luce. (Riporta crudamente lo sguardo sul Corifeo) Be'? E se non c’era nulla allora come fa a credere che ci possa essere qualcosa adesso, qua dentro? (Si tocca una tempia con una mano) Sperma andato a male ci troverebbe se me la spaccasse, sperma marcio, nemmeno buono da leccare, ma spero che a lei non piaccia fare queste cose.

Michael riprende in mano il pennello e si volta verso la parete. Osserva pretestuosamente il dipinto, poi indirizza nuovamente lo sguardo sul Corifeo.

Michael: Insomma no, lasciamo perdere, si rivolga a qualcun altro per questa sua faccenda delistratore. Già, questa "faccenda"; che tra l’altro mi pare estremamente ridicola, se lo lasci dire; oltre che indiscreta ovviamente: si rivolga a qualcuno degli altri e a me mi lasci in pace. Riuscirebbe solo a perdere il suo tempo del resto. Arrivederci; e buon lavoro.

E come prima, come chi ha chiuso una questione per mai più riaprirla, si volge alla parete.

-) Il vano cassette del registratore. All'interno il nastro continua a girare.

-) Soggettiva del Corifeo: Michael sta accennando qualche pennellata; si ferma, torna a voltarsi verso il Corifeo che fissa per un po’ in silenzio prima di riprendere a parlare.

Michael: Già. (Pausa) Naturalmente non mi aspettavo che lei se ne andasse: cosí, semplicemente perché io le ho detto di farlo. Però lo speravo. E adesso? Cosa potrei fare per convincerla a spegnere il suo coso e rivolgersi altrove? Fracassarglielo sulla schiena, come minimo, rovesciarle addosso il tavolo e cose del genere. No, stia tranquillo, non lo farò. Sono troppo stanco per certe cose ormai. E vecchio. Ma sia chiaro subito questo: non mi piace la sua presenza qui nella casa. Si rende conto di cosa è venuto a fare? Mettere un registratore sotto il naso a quattro moribondi e dire loro: - Su, da bravi, raccontatemi della vostra agonia; no, non è per impicciarmi dei fatti vostri, serve solo per una indagine... - come la chiamerebbe lei? - ... una indagine sulla psiche umana in una condizione estrema. Serve a sapere se quelli che non sono ancora morti sono tutt’ora sani di mente. - Be', questo sì che posso dirglielo: non lo siamo. Ed è l’unica cosa su cui ci troverà tutti d’accordo. Lo chieda anche agli altri, se crede. Le risponderanno tutti la stessa cosa. E poi che importa a voi? Non siamo ancora morti ma lo saremo presto. Tutti. Cosa importa se i nostri cervelli se ne sono andati prima oppure no?

Come se solo adesso si accorgesse di avere ancora il pennello in mano, lo va a posare sul tavolo dei colori, traffica qualche istante con essi, poi si volta.

Michael: (Più pacato) Lo sa da quante settimane siamo qua dentro? (Torna verso il tavolo di marmo) Io no. A un certo punto ho smesso di contare. Dev’essere stato quando ho capito che non c’erano più peranze, (accenna con un gesto indefinito all’esterno della casa) che non si sarebbe più diradata. Qando ho capito che saremmo morti insomma; sì, dev’essere stato allora. Quello lì (indica il suo registratore che continua a girare a vuoto) è l’ultimo giornale radio che siamo riusciti a ricevere. Poi e trasmissioni si sono fatte troppo deboli, incomprensibili. Infine sono cessate. Chissà perché, quella sera mi è venuto in mente di registrare: sesto senso, presagio, un’idiozia del genere.
Ed è da quella sera, cioé da molto ormai, che non sappiamo più niente di ciò che accade là fuori, se c’è rimasto qualcosa, se sono morti tutti. Per quanto mi riguarda poi, io non so più nemmeno se c’è rimasto un "fuori" lì, dietro la porta. Anzi no, non è vero, lo so benissimo, so che non c’è più niente. Ecco, le confido un segreto, signor viaggiatore cosmico, le confido che questa casa galleggia nel nulla, che non è più in nessun luogo; è semplicemente uscita dall’universo per mai più rientrarvi. E la Nebbia?, obietterà lei. La Nebbia è frutto della nostra immaginazione. Un’allucinazione totale. I nostri occhi non possono vedere il nulla e allora devono riempirlo di qualcosa: è stata la Nebbia, avrebbe potuto essere dell’altro.

Tace qualche istante: teatralmente nelle intenzioni, pateticamente in realtà. Poi riprende.

Michael: No, non si spaventi, sto scherzando: la Nebbia esiste davvero, si rassicuri. Tutto normale. Tutto... sì... normale. Anche il modo in cui moriremo. Per fame, sete, freddo, suicidio. Una morte normale, insipida perfino. Niente di cui preoccuparsi. (Più volte, mentre parla, si preme una mano su una tempia. Progressivamente ci si rende conto di quanto il suo sguardo sia vitreo, gli occhi arrossati). Adesso è quasi ora di andare a letto per me. Sa, qui è tutto cambiato, tutto invertito. Perfino il sonno. Dormiamo durante il giorno e stiamo svegli la notte, ma questo forse lo sa già; non sa il perché forse. E' per non vedere la Nebbia che lo facciamo, per non vederla. O meglio, per non vedere la sua luce. Sì,... sì, perché attraverso le fessure delle finestre durante il giorno penetra sempre un po’ di luce e si vede che non è quella normale, che è troppo ovattata, troppo lattiginosa, che non è la nostra luce ma quella sua, della Nebbia.
Allora abbiamo cominciato a evitarla, a dormire di giorno e a star svegli quando fuori è buio.All’inizio credevo d’essere io solo a farlo, poi mi sono accorto che anche gli altri un po’ alla volta erano diventati bestie notturne; pure Adrian in un certo senso, anche se non fino in fondo. A lui la Nebbia non dà fastidio, lui esce perfino all’esterno: un giorno sì e uno no. Metodico lui, preciso. Come se il nostro mondo fosse ancora in piedi. E invece ecco a cosa si è ridotto il nostro mondo (accenna ai muri della casa). Giorno, notte... no, a parte quel chiarore alle finestre in realtà non c’è più giorno, non c’è più notte; il tempo... non avanza più. È come se fossimo vissuti sempre qui dentro, così, come ora, è come se fossimo nati qui, cresciuti qui, e sempre le finestre chiuse, sempre la Nebbia là fuori, come se non avessimo mai conosciuto altro...

Si interrompe, come preso da un pensiero, poi aggiunge gelido:

Michael: (Stancamente) "Come se...". Dio! Ma quando mai abbiamo conosciuto altro?

Torna verso la parete, vi appoggia contro la fronte e le mani. Poi si volta ancora verso il Corifeo.

Michael: Mi lasci andare adesso. Sono stanco e ho mal di testa. Io ho sempre mal di testa. Sempre.

-) Il vano cassetta del registratore del Corifeo, in funzione. Uno scatto meccanico: il registratore si spegne, il nastro si ferma.

 

11 - Cucina - Interno.

-) Un pentolino contenente del latte sta scaldandosi sul fuoco. La fiamma viene spenta, il contenuto del pentolino versato in una tazza.

 

12 - Stanza Centrale - Interno.

-) Michael sta osservando il dipinto non ancora terminato mentre con una mano si preme una tempia.

Dal suo atteggiamento lascia ora emergere fino in fondo tutta la stanchezza, la sofferenza fisica che ha addosso. Prende uno straccio, si pulisce sommariamente le mani.
Entra in campo Clio con la tazza fumante in mano, si siede sul tavolo e fissa non si capisce bene se Michael o la parete dietro di lui. È’ una donnetta minuta dai capelli neri e corti, un viso con ancora addosso qualcosa che sa di infantile, di inconsapevole e indifferente.

Michael: Eri in cucina? Non ti avevo sentita.

Posa lo straccio. Si avvia.

Michael: Vado a dormire.

Esce fuori campo.
Clio sembra accorgersi solo allora che il registratore di Michael gira ancora a vuoto; lo spegne; comincia poi a sorseggiare dalla tazza fissando il dipinto sul muro. Beve il latte lentamente, a grandi sorsi separati da lunghi intervalli, sempre con gli occhi fissi sulla parete, sul dipinto. Ci mette un mucchio di tempo a finire, un tempo che diventa poco a poco esasperante; poi rovescia la tazza. Alcune gocce cadono sul pavimento. Clio osserva la tazza per alcuni istanti poi la lascia cadere. La tazza s’infrange risuonando come in una grotta. Clio fissa i cocci. Sorride. Poi si alza e va via.

-) I cocci della tazza, luccicanti sull’opaco del pavimento.

 

13 - Casa - Interno.

=) Lentamente si susseguono immagini fisse della casa. Immagini inanimate dei corridoi, delle stanze, degli arredi. Immagini su cui pesa qualcosa di malato, di desueto, quel disagio cupo che avvolge chi osserva nei luoghi che sembrano essere stati, e da poco non essere più, abitati. Il bianco crudo delle pareti, il grigio dei pavimenti, il marrone dei mobili sono i soli colori; nessun altro. E i mobili sono pochi e antichi, ridotti quasi a una intransigente essenzialità da monastero. Attraverso ogni finestra sbarrata filtra la luce lattiginosa e innaturale della Nebbia che stempera il buio in una fredda penombra mentre si ode, lontano, il canto cupo, continuo, di un coro sospeso in una fissità ipnotica, ossessiva.

 

14 - Studio di Adrian - Interno.

-) Il quadro di comando di un sintetizzatore.

-) Dai dipinti medievali sulle pareti: i volti terrei di un gruppo di monaci con le labbra aperte in un canto, o in un grido.

-) Dettaglio di un quadro di comando: file regolari di potenziometri e interruttori.

-) Dai dipinti: esseri incappuciati di grigio, raccolti in lugubri preghiere.

-) La tastiera del computer. Una mano di Adrian, appoggiata su di essa, si solleva, preme un tasto.

"Kyrie eleison": un coro di voci non umane canta il testo della liturgia cattolica su una melodia atonale. A esso si unisce e contrappone una struttura a fasce sonore elettroniche in cui prevale il complesso dilatarsi in ogni direzione del fonema "rr".





Improvvisamente tutto si interrompe.

-) Adrian fissa assorto lo schermo luminoso del monitor, chiude gli occhi, resta a lungo immobile, come riascoltando mentalmente i suoni cui sta dando forma; riapre gli occhi e comincia a battere sui tasti, soffermandosi ogni tanto in brevi, nuovi istanti di riflessione, che a volte, ma di rado, giungono a prolungarsi fino ad assumere lo spessore del ripensamento.

-) Una fila di LED fluidamente si accende.

-) Dai dipinti: una folla di sguardi rivolti al cielo, un cielo che è solo pittura scrostata, legno annerito dai secoli e dal fuoco; vuoto.

-) VU-meter illuminati di azzurro vibrano lentamente, in sincronia coi suoni.

-) Dai dipinti: il primo piano di un crocifisso che al posto della testa conserva solo un cerchio vuoto.

-) Sullo schermo del monitor la partitura elettronica scorre adagio; si ferma.

-) Adrian riflette. Preme un tasto, il riflesso dello schermo sul suo volto si oscura. Adrian preme altri tasti.

Di nuovo le voci di prima, questa volta però con un secondo coro sovrapposto che canta lo stesso testo ma su una melodia differente.

 

 

 

 

Poi di nuovo, senza preavviso, silenzio.

-) Su un quadro di controllo, spie luminose formano una rarefatta scacchiera notturna.

-) Dai dipinti: la scena di un martirio; una donna dalle braccia levate a un piatto e assente cielo viene immersa in un crogiuolo infuocato.

-) Il primissimo piano di un LED: una semisfera di luce verde pulsante.

-) Dai dipinti: l'agitarsi forsennato di lingue di fuoco.

-) Il display di un analizzatore di spettro su cui si rincorrono e infine scompaiono esili colonne luminose.

-) Adrian prende alcuni fogli di carta da musica, comincia a riempirli fittamente di note e segni, riporta ogni tanto lo sguardo sul monitor; poi, un occhio ai fogli e uno allo schermo, riprende a battere sui tasti del computer.

Ciò si ripete varie volte, con sempre nuovi cori che si aggiungono ai precedenti...


-) Una scheda di circuito stampato, verde, su cui si allineano nere file di componenti integrati.

-) Dai dipinti: tratteggiato con pochi, grossolani, tetri grumi di colore emerge da uno sfondo dorato un volto grottesco, scuro di pelle, su un collo esageratamente lungo, involontariamente deforme.

-) Il succedersi geometrico, regolare, dei tasti bianchi e neri sulla tastiera di un sequenzer.

-) Dai dipinti: il particolare di un polittico raffigurante una natività; figure scure, cupe, appena sbozzate. Parecchie screpolature le rendono ancora più approssimative, indistinguibili quasi.

-) Il lato opposto della scheda stampata, su cui si susseguono le immobili fughe delle piste ramate.

-) Adrian si alza, va alla tastiera del sequenzer, indossa una cuffia d'ascolto, suona senza che si senta alcun suono, poi regola un equalizzatore, aziona un grosso registratore a bobine, torna infine al computer, ancora una volta preme dei tasti.

... fino a ...





... creare...

-) Come un geometrico insetto, in controluce, la sagoma nera di un circuito integrato, sullo sfondo verde della scheda che lo contiene.

-) Dai dipinti: figure ambigue, forme senza forma; nulla più che tracce, segni, resti, rovine sul legno consunto.

-) Linee radiali convergono su una complicata scacchiera fosforescente, il microchip di un circuito integrato.

-) Dai dipinti: un'immagine totalmente amorfa; un frammento isolato, illegibile di pittura.

-) Una pura geometria di linee e rettangoli fosforescenti, nel particolare fortemente ingrandito di un microchip.

... un amalgama polifonico intricatissimo, in cui le parole, spesso le voci stesse, non sono più distinguibili singolarmente ma sono fuse in una struttura d'apparenza ipermaterica, monolitica, astratta, in cui si percepisce soltanto il suono puro, fine a se stesso.

 

15 - Camera di Michael - Interno.

-) Come un'eco i suoni della musica di Adrian straripano per un istante oltre l'ultima inquadratura della sequenza precedente prima che il silenzio del nuovo ambiente prevalga. Nell'aria c'è la solita penombra lattiginosa, che affonda qua e là nel buio fitto.
Michael è a letto, bocconi, immobile. Forse dorme già.

-) Il comodino è ingombro di pochi oggetti, fra cui una grossa sveglia ferma, una scatola di pillole, una cartolina a colori raffigurante un teatro greco in un paesaggio solare, marino.

 

16 - Camera di Clio - Interno.

-) Clio è seduta sul letto, di spalle, e fissa la finestra sbarrata che le sta di fronte, attraverso le cui fessure penetra il sempre uguale, lieve e gelido, chiarore latteo della Nebbia.

-) Controcampo: Clio guarda la finestra, poi chiude molto lentamente gli occhi e si lascia scivolare supina di traverso sul letto. Un fruscio d'abiti accompagna questo movimento, poi il silenzio si fa assoluto. Ed è come se davvero là fuori l'universo non ci fosse più.

 

17 - Studio di Adrian - Interno.

-) Soggettiva del Corifeo: nel centro geometrico dell'immagine, rivolta verso chi osserva, sta una sedia vuota; alle spalle di essa è la forma curvilinea del clavicembalo, immersa per metà nel buio che >>>emana dallo sfondo costituito dalla quarta parete dello studio, quella finora mai inquadrata, che si mostra ora interamente ricoperta da un profondo e pesante strato di oscurità solida, assoluta.

Adrian: (Fuori campo) È’ una Messa le dicevo, ma senza ormai più che un labile rapporto con tutto ciò che nella storia della musica la Messa è stata.

Adrian entra in campo con in mano dei fogli di partitura che sta finendo di riordinare. Li appoggia sul clavicembalo e si siede.

Adrian: Ecco, le va bene così, seduto qui? (Annuisce a se stesso) Bene, forse anche questo è un segno dei mutamenti, non crede? Niente più lettino, niente blocco di appunti. Al loro posto più banalmente una sedia e un registratore... Già, le cose persistono anche adesso nel loro tendere alla prosaicità più assoluta, corrono ancora, e mai cesseranno, verso un paesaggio di infinita e irreversibile pianura.
Tuttavia... (Sorride) sì, tuttavia, a meno che lei non vorrà smentirmi nei prossimi minuti, - ma non avrà il cattivo gusto di farlo spero - sembrerebbe che non tutte per fortuna; sembrerebbe che una almeno, una fra le tante ci abbia usato la misericordia di restare immutata. Voglio dire, l'avrà capito immagino, (Ironico:) quel suadente limbo che è il silenzio metafisico dell'analista. L'analista che ascolta; e tace. Che si nutre di parole vivendo nel silenzio. Bello. C'è della bellezza in questo, non le pare? Taccia allora. Non frantumi l'unico elemento positivo che rende accettabile la sua presenza qui, d'accordo? Taccia. Anche perché lei stesso fa parte delle cose mutate, se ci fa ben caso; dell'insopportabile coordinata del divenire: il lettino si è mutato in una sedia, il taccuino d'appunti in un registratore e l'analista stesso infine, non è più nemmeno un analista ma... cosa mi diceva di essere? Un biologo, vero? (Annuisce fra sé) Sì, un biologo.
Dunque vediamo, come si conduce una seduta di analisi, ammesso che questa lo sia? Non ne ho idea, sa? Ma forse neanche lei. Bene, meglio così. Mi sarà più facile metterla fuori strada se me ne verrà voglia.
Cominciamo allora: come mi chiamo lo sa, e poiché a quanto ho capito le interessa la musica, sa anche chi sono.
Potrei mettermi a raccontarle i miei sogni, ho sentito dire che è così che si fa, Ma io non sogno mai o quanto meno non ne conservo alcun ricordo, dopo. Escluso dunque il mio mondo notturno - perché inaccessibile o perché inesistente poco importa, la differenza, se differenza c'è, è inapprezzabile - escluso il mio mondo notturno, dicevo, non resta che ricorrere a quello diurno, non le pare? Ecco, potrei farle la mia biografia, perché no? Mi risulta del resto che nessuno si sia mai curato di pubblicarne una; evidentemente non mi consideravano ancora abbastanza vecchio. O forse non hanno trovato nulla di interessante da raccontare; interessante anche per chi non sa di musica voglio dire. Perché sarà bene che la metta in guardia fin da adesso: se lei è di quelli a cui piacciono i film d'azione si prepari pure ad annoiarsi, non ci sono eventi esteriori nella mia vita, o se ci sono non hanno poi molto rilievo. Tutto ciò che io sono stato e ancora adesso sono si identifica con ciò che ho fatto e faccio, dunque con la mia musica. Ovvero con una ben strana dimensione del pensiero; e non parlo qui della mia soltanto, ma della musica nella sua totalità; che è la piú estranea al senso comune fra tutte le arti. Di una faccenda misteriosa, esoterica le parlo nel dire musica, come fosse un manoscritto antichissimo e inesauribile, una pittura che non può essere vista se non per piccoli, fulminei frammenti; una cosa morbida e sfuggente come una donna e un'anguilla, ecco cos'è. (Si volge verso il clavicembalo, senza smettere di parlare fa scorrere adagio la mano sulla tastiera) Questo ciò che si impara al primo contatto, nelle settimane... nei mesi iniziali di apprendistato. Poi viene tutto il resto, certo: viene la conoscenza razionale, la consapevolezza dei meccanismi e delle simmetrie ma quella sensazione primaria e istintiva di oceano sconosciuto in immutabile movimento, quella rimane, ci accompagna per tutta la vita. E sta in ciò il gran segreto, guai se così non fosse.

Pausa. Adrian accenna, dapprima con una sola mano, poi con entrambe, un canone dall'Arte della Fuga di Bach; rallenta, si ferma, lascia risuonare un'ultima nota.

Adrian: (Nuovamente rivolto al Corifeo) Forse è per tutto ciò che una volta accostatomi alla musica non l'ho più lasciata; anche se i primi tempi in fondo non è che siano stati molto gratificanti; pensi, ho iniziato come esecutore: suonavo il pianoforte, strumento che odio fra l'altro, e non in concerto, no; suonavo in un locale notturno. L'ho fatto per due anni; ed è stato anche divertente in fondo... i primi due giorni. Proprio allora, però, ho cominciato a mettere insieme i miei primi esercizi di composizione, e poi tutto ha avuto inizio.
Erano tempi difficili per la musica quelli: ho appena finito di dirle della sua inesaurubilità eppure in quegli anni sembrava proprio che ogni possibile linguaggio fosse irreversibilmente esaurito; i maestri vissuti attorno alla generazione di Darmstadt erano già in gran parte morti e dopo di loro si era spalancato un vuoto senza paragone, un deserto creativo in cui tutto lo spettro delle possibilità sembrava ormai esaurito. Già alcuni di quei compositori avevano cominciato a guardare con interesse alle musiche extraeuropee, orientali soprattutto: Messiaen, Stockhausen, e qualcun altro prima ancora: sto pensando a Debussy. Brutto segno. La musica europea cominciava a non essere più autosufficiente, a cercare aiuto altrove; come dire che cominciava a morire. Forse l'aver trovato una via d'uscita a tutto questo, l'aver restituito alla musica la sua inesauribilità di fiume in piena, ha giovato alla mia fama. Fatto sta che sono passato quasi di colpo dalle enormi difficoltà dei primi anni a un grado... come dire? di prestigio tale che per ottenere l'esecuzione delle mie musiche era sufficiente che lo desiderassi. Una situazione ideale, penserà lei; niente affatto, ma questo è un altro discorso, lo faremo in una successiva occasione se crede, o forse non lo faremo affatto, non importa. Per ora torniamo ai miei inizi. È’ il periodo su cui ci si sofferma più volentieri questo, perché è il più ricco di entusiasmi... no, non è un luogo comune, è una precisa verità. Torniamo ai miei inizi allora.
La mia Opera 1 l'ho composta a ventidue anni nel chiostro di un monastero cistercense: ricordo che era una mattina di domenica d'inverno, e che mi ero alzato molto presto, poco dopo l'alba appena; lo facevo, lo faccio, spesso; e c'era ancora molto silenzio, molta immobilità nelle cose: uno stato di quelli che favoriscono l'astrazione, la riflessione, qualcuno direbbe il raccoglimento. Ne sono venuti fuori dieci minuti d'una musica fra le più rarefatte che siano mai state composte. Centrata forse su una maniera ancora epidermica di interpretare, e metaforizzare nei suoni, quelle sensazioni, ma già tale da individuare una via e da imboccarla: la via, intendo, dell'interiorità e del pensiero. Non commetta tuttavia l'errore di interpretare tutto ciò in senso mistico: lo hanno già fatto in molti nei confronti di tanta mia musica e sono riusciti soltanto a mettere su inutili castelli di idiozie.

-) L'immagine di Adrian sparisce. Prendono silenziosamente il suo posto particolari di pietre grigie sui muri della stanza; del liuto su cui s'intrecciano decorazioni arcaiche; dell'interno del clavicembalo le cui corde luccicano quietamente; delle apparecchiature elettroniche, spente quasi tutte adesso: inquadrature cariche di ombre lunghe, su cui la voce di Adrian, astratta, distaccata, continua a parlare.

Adrian: (Fuori campo) L'immobilità, il silenzio... (Pausa); possono essere attributi di mille cose reali e altrettante immaginarie. Del vuoto ad esempio; o d'una ipotetica divinità, perché no? Ma possono essere anche qualcos'altro; possono essere, e concretamente sono, i sintomi visibili d'una azione interiore che è sempre stata tanto rara quanto preziosa: il fermarsi a fissare se stessi, soli, non più coinvolti ma distanti, sereni, oggettivi. Raggiungere questo stato, invidiabile, mi creda, invidia-bile, significa accedere a un mondo superiore in cui si spalanca la coscienza di armonie gigantesche e insospettate. Quel che poi facciamo noi compositori, dare disposizioni, stabilire criteri affinché qualcuno prema certi tasti d'avorio anziché altri, o pizzichi certe corde d'acciaio anziché altre, o una macchina faccia vibrare i suoi elettroni in un certo modo anziché in un altro, è solo una eco debolissima, quasi inudibile di quelle armonie.

-) Infine, con una inquadratura dall'alto in basso in verticale, tutto si conclude su un totale dello studio vuoto; e sulla voce di Adrian che dice:

Adrian: (Fuori campo) Ecco, è questo in fondo, è tutto qui se ci pensa bene, essere un compositore.

 

18 - Finestra - Interno.

-) Una finestra sbarrata. Nella stanza ristagna una penombra che è quasi buio. Dall'esterno la luce diafana e lattiginosa di sempre si insinua, gocciolante, attraverso le fessure del legno dei battenti.
Il giorno sta finendo: la luce esterna poco a poco si attenua, scompare.
Il buio: restituito per pochi istanti alla sua naturale compiutezza.
Poi all'interno, lentamente, la stanza si illumina di luce artificiale.

 

19 - Camera di Atthis - Interno.

-) Soggettiva del Corifeo: in primo piano c'è una parte del letto e sullo sfondo la finestra della camera. A metà strada fra l'uno e l'altra sta Atthis, di spalle; sta guardando la finestra, poi si volta, gira attorno al letto uscendo per un momento fuori campo, si siede infine su di esso, di fronte al Corifeo.

Atthis: Siamo diventati come i gufi, che cosa triste. E dire che a me piaceva tanto il sole: d'estate, d'inverno, sempre. Mah! Ieri pensavo agli animali delle grotte, quelli che non hanno gli occhi, sai; quelli che trascorrono tutta la vita senza incontrare mai la luce. Pensavo a quanto sono fortunati adesso: loro della Nebbia non se ne accorgono nemmeno. Saranno gli unici a salvarsi, scommetto. E chissà, forse fra un milione d'anni prenderanno il nostro posto. Un mondo buio popolato da esseri ciechi, diventerà così la Terra. Un posto da incubo. Ma forse per loro sarà bello in questo modo. (Tenta di mettere insieme qualcosa che somigli a un sorriso) Lo so, ho un talento speciale io per le profezie cupe. Chiusi qua dentro poi, un giorno dopo l'altro, ci si sente ispirati per questa roba, vero? Io... io tento sempre di tenere la mente occupata, di pensare a delle cose ma quasi mai funziona. A che dovrei pensare poi? Alle cose del mondo passato? È’ peggio, mi viene tristezza perché so che non ci sono più. A volte peró mi trovo qualcosa da fare, e allora va un po’ meglio ..., ecco, ieri ad esempio... (fruga attorno a sé: sul letto, nel comodino; quasi con ansia) ...dove l'ho messo?... dove l'ho messo?... Ah, eccolo!

Ora ha in mano un piccolo gruppo di cinque o sei fogli: ritagli di una rivista, un po' sgualciti; l'attimo di paura che ne ha accompagnato la breve ricerca è trascorso senza lasciar traccia. Riprende a parlare, con gli occhi fissi sui fogli adesso, come su qualcosa che ha grande importanza.

Atthis: Ecco, anche questo in qualche modo fa parte del mondo passato ma è diverso... Volevo fartelo vedere; non è niente di particolare in sé: un articolo ritagliato da una rivista tecnica, di quelle non troppo specializzate sai; parla di una specie di radio, una radio per ricevere certi... certi suoni piú o meno, che vengono da lassù, dalle zone più alte dell'atmosfera quando sorge il sole. È’ un fenomeno di ionizzazione dell'aria a quanto ho capito, ma tu queste cose le sai di sicuro meglio di me. Lo chiamavano... dio, ho dimenticato... il canto dell'aria?... no, aspetta..., il coro dell'alba. Il coro dell'alba, lo chiamavano così. Perché è a una musica che somiglia, sì. L'articolo dice che sembrano voci umane spesso: tante voci che cantano tutte insieme. Dev'essere bellissimo da ascoltare, non credi? Io ne ho sempre avuta tanta voglia...! Certo, a volte scrivono di quelle sciocchezze! Nulla di strano che alla fine tutta la faccenda sia una cosa banalissima o addirittura che non esista affatto. Io ovviamente non lo so, però, insomma, se non ci provo non lo saprò mai, no? Così adesso ci provo: qui c'è lo schema, ci sono le istruo quanto e io ora faccio la radio per ascoltare il coro dell'alba... se mi riesce. E’ da tanto che l'ho in mente: l'ho rimandato, l'ho rimandato...! A volte si pensa di avere tanto tempo davanti... Poi ieri mi sono decisa. Meglio tardi che mai, no? Ti sembra strano che io mi intenda di questa roba, vero? E invece un po' me ne intendo perché ho lavorato per qualche tempo in una fabbrica di televisori. O meglio, non è che proprio me ne intenda ma so seguire le istruzioni, mettere insieme i pezzi; è sufficiente.
Ieri da principio non avevo idea di come procurarmi il materiale, poi ho pensato di usare i pezzi del televisore di Adrian; e della filodiffusione, tanto ormai non servono più. (Sorride con aria innocente) Gli ho chiesto il permesso naturalmente. (Pone nuovamente attenzione ai fogli che ha in mano, con lo schema e le spiegazioni) L'aveva pescata Michael questa roba, non so più dove, tanto tempo fa quando stavamo insieme. Da principio ciò che c'era scritto nell'articolo lo aveva affascinato ma era stata cosa di un giorno... come al solito; e allora lo aveva passato a me: così, senza una ragione precisa. Io l'ho messo in un cassetto. Poi un giorno che mi annoiavo mi è capitato fra le mani e ho provato a leggerlo. Descriveva quei suoni che ti ho detto... e, be'... ed è tutto. Così da allora mi è rimasta sempre dentro la voglia di sentirli... (Pausa. Improvvisamente sembra chiudersi in se stessa, il tono della sua voce si fa più mesto) Ci trasciniamo tutti dentro tante voglie insoddisfatte, vero? Tanti, tanti rimpianti. (Resta a lungo in silenzio fissando un millimetro quadro di lenzuolo accanto a sé, come se su di esso stesse accadendo qualcosa di importante: se di terribile o di meraviglioso, lei sola lo sa. Infine riemerge, torna a guardare il Corifeo) Quando poi siamo venuti qui mi è passato per la mente di portarmelo dietro - articolo, schema e tutto - perché volevo farlo vedere a Adrian: pensavo che lui se ne sarebbe interessato con la sua mania per la musica, per i suoni. Invece mi ha guardata, mi ha detto:´Sai Atthis, anche un tramonto è bello, ma non bastaª; e mi ha ridato l'articolo; nient'altro. Non è stato scortese, no, ma chissà perché ci sono rimasta male lo stesso.
È’ accaduto il giorno prima che cominciassero ad arrivare le notizie sulla Nebbia... o forse due giorni prima, non ricordo. Io e Michael comunque eravamo già qui... aspetta... da una settimana credo. Sì, da una settimana. Eravamo venuti a trovare Adrian per una vacanza: la prima cosa che facevamo insieme da quando... sì, da quando ci siamo separati. Michael conosce Adrian da parecchi anni, sai? È stato lui a presentarmelo prima ancora che ci sposassimo. Be', che dicevo? Ah, sì, eravamo qui in vacanza. (Breve silenzio) A ben pensarci siamo ancora in vacanza io e Michael. È buffo, vero? (Una pausa di un attimo, poi con un sorriso di rassegnazione:) No, è atroce.

Adesso smette di parlare; si agita un po', quasi imbarazzata. Tace ancora.

-) Nel vano cassetta del registratore il nastro continua a girare.

-) Soggettiva del Corifeo: Atthis è sempre lí, seduta sul suo letto.

Atthis: Ecco, ora mi sta accadendo una cosa strana: non so più di che parlare. Non potresti darmi un suggerimento? (Pausa. Atthis fissa il Corifeo, in attesa; un'attesa che sa inutile) No, vero? Tu non parli mai. Scommetto che anche a scuola, da piccolo, eri così; silenzioso, con quella faccia seria, attenta. Fai quasi tenerezza, sai?

Si ferma di nuovo, s'incupisce un po'; si è subito pentita di averla detta quest'ultima frase, che col suo rifarsi a una dimensione di normalità, di umanità, di scorrere quotidiano della vita ancora al suo inizio, ancora in presenza del futuro, le sembra fuori posto, quasi grottesca, pronunciata lí, in quella casa, su quel letto, con quella finestra sbarrata alle spalle e quel mondo schiacciato e disfatto là fuori.

Atthis: Non ci badare, scherzavo.

Resta un attimo immobile: qualcosa le è improvvisamente tornato alla mente. Si affretta a tirarlo fuori, contenta di aver trovato un argomento che le consenta di passare oltre, di lasciarsela dietro quella frase, seppellirla sotto un nuovo cumulo di parole.

Atthis: Aspetta, ecco una cosa di cui devo parlarti: l'abbiamo lasciata in sospeso la volta scorsa, ricordi? Dovevo dirti di Clio ma poi ho rimandato.

Dice tutto questo in fretta, a valanga, poi si quieta, si dà una distratta rassettata alla gonna e riprende, più lentamente.

Atthis: Clio allora. (A cantilena ripete:) Clio, Clio...; (Poi, con un nuovo, improvviso cambiamento di umore:) no, non ne ho voglia. Non ho più voglia di parlare. Non ho voglia nemmeno di star zitta. Che faccio? (Fissa il Corifeo) Dimmelo tu, che faccio? Nulla, vero? Nulla. (Pausa) Vai adesso per favore... e se provassi a dormire?

-) Nel registratore il nastro si ferma.

-) Totale della camera vista dalla porta. Atthis si alza, si avvicina.

Atthis: Sai una cosa? Prima a quest'ora si sentivano sempre cantare le rane da qui. (Stringe le spalle) Tenevano compagnia. Ora non si sentono più.

E c'era sempre tanto sole qui.

 

20 - Studio di Adrian - Interno.

-) Buio.

 

 

 

(Lentissima dissolvenza/)

 

 

 

 

Clio è nel centro della stanza, sola. Fissa senza muoversi la parete buia, la quarta, invisibile parete.

 

 

 

 

(Lentissima dissolvenza\)

 

 

 

Buio.

 

Corifeo: (Fuori campo, in un altro, imprecisato, luogo della casa) Corifeo a Coro: terza giornata dal contatto. Primo rapporto quotidiano.
I soggetti sono quattro individui, due uomini e due donne, di età compresa fra i trentacinque e i quaranta anni. I colloqui preliminari cui li ho sottoposti nelle ultime quarantotto ore hanno dato per tre di essi esiti soddisfacenti, come pure le sedute con il registratore, che ho iniziato oggi. Da queste ultime ho momentaneamente escluso il quarto soggetto, la donna chiamata Clio, per via del fatto che, a detta degli altri e secondo quanto io stesso ho potuto constatare, vive attualmente rinchiusa in un quasi assoluto mutismo. Non posso escludere in questo atteggiamento una componente patologica.
I rimanenti tre invece, come ho già detto, stanno reagendo bene: parlano senza problemi, a lungo, spesso con evidente o comunque malcelato sollievo, Atthis soprattutto; parlano a lungo anche quando, come nel caso di Michael, esordiscono dicendo di non voler parlare. Forse è per ciascuno di essi un modo per compensare la quasi assoluta assenza di rapporti interpersonali all'interno della casa: comunicano infatti pochissimo fra loro, preferendo trascorrere gran parte del tempo isolati gli uni dagli altri, al punto che perfino i pasti, che io sappia almeno, vengono sempre consumati singolarmente.
Per quanto riguarda il loro stato emotivo, la prima cosa di cui mi sono reso conto, fin dal momento iniziale del contatto, e' di come ogni loro atteggiamento, ogni gesto, ogni parola viva in una dimensione esasperata, innaturale, quasi nevrotica. Cio' e' risultato particolarmente evidente durante i colloqui preliminari, un po' meno durante le prime sedute con il registratore, forse per una forma di inconscia autocensura, da parte loro, davanti all'apparecchio. Questo stato di cose, pur essendo prevedibile in quanto commisurato in un certo senso alle circostanze esterne, ugualmente non mi piace: e' di quelle situazioni che degenerano prima o poi in atti irrazionali, difficilmente controllabili. Sarebbe comunque utile, credo, scoprire se e' una delle cause o degli effetti di questa loro condizione psichica la fobia che, uno escluso, tutti mostrano di provare nei confronti della Nebbia.
Null'altro ho da aggiungere per ora. Finisce qui il primo rapporto, segue la trasmissione dei nastri odierni.

21 - Studio di Adrian.

-) L’inquadratura è la stessa della sequenza precedente. Dove prima era Clio ora è Adrian, nella stessa posizione, nell’identico atteggiamento di muta fissità. Questo, a lungo. Poi si volta, guarda con attenzione verso la macchina da presa.

Adrian: Ascoltare il Kyrie diceva? Perché no?

Si sposta verso sinistra uscendo fuori campo.

-) Il clavicembalo è solo in parte visibile, illuminato soltanto da una lampada posta sopra la tastiera e per il resto del tutto invisibile contro lo sfondo della parete buia, fuso con essa. Adrian entra in campo da destra e si siede davanti allo strumento.

Adrian: Parlarne è un po’ meno immediato, come di tutta la musica del resto, ma non impossibile. Puó, tanto per cominciare, adagiarsi in via provvisoria in un naturalismo certamente eccessivo ma che potrà comunque servirle come stazione di avvio: si immagini allora una gran fiamma primordiale, un magma incandescente e infinito ogni costituente del quale ha visto dissolvere se stesso nella soverchiante totalità; in maniera più adulta, si immagini una somma di infiniti opposti, un Tutto la cui somma è il nulla: ecco, è qualcosa di simile. Si può dire che una sorta di orribile perfezione è l’attributo a esso piú somigliante. Almeno nel suo essere, come da programma, come è condizione necessaria all'ottenimento del risultato che le ho appena, sia pur grossolanamente, descritto, la musica più complessa mai scritta fino a oggi, la struttura polifonica più ardua e totalizzante che mai una mente si sia spinta a concepire; una complessità sovrumana di cui il numero delle voci che compongono la polifonia, ventotto, rende solo parzialmente conto, poiché come ogni polifonia anche questa - e questa anzi in maggior misura d'ogni altra - è più della inerte somma delle singole componenti, che qui si sovrappongono e si intersecano reciprocamente secondo nodi strettissimi, al limite dell'inestricabilità, e tutte senza una sola pausa, senza alcuna soluzione di continuità, per oltre un'ora; come ogni polifonia, e più d'ogni altra, questa è una creatura autonoma dalle sue generatrici, come una cattedrale è più d'una somma di colonne, archi, guglie...

Concentra lo sguardo sul pavimento davanti a sé, si alza, si china, traccia molto lentamente con un dito il disegno d'una spirale sul sottile strato di polvere che ricopre le mattonelle. Fa ció in silenzio, poi, come rivolto più a un ascoltatore astratto che al Corifeo, nel sedersi nuovamente riprende a parlare.

Adrian: Si è mai chiesto quando ascolta una musica quale architettura sonora la governi, e dietro a essa ancora, quale mondo di idee? Come la comprensione d'una cattedrale richiede la comprensione d'ogni sua colonna, d'ogni arco e d'ogni guglia, e la comprensione d'una colonna, d'un arco, d'una guglia passa per la comprensione d'ogni singola pietra, così l'immergere il proprio pensiero in una musica null'altro è che ripercorrere a ritroso la strada della sua creazione, fino a rendersi consapevoli d'ogni singolo suono, d'ogni singola vibrazione in esso.
Qui, nella prima navata della cattedrale di suoni che io sto erigendo, ogni voce è incarnata da un coro artificiale di quindici elementi: ventotto cori dunque, e tutto l'insieme si muove all'interno di una struttura armonica di estrema sofisticazione basata su una rete di microtoni e sui battimenti che ne conseguono.
Affinché poi nulla di tutto questo potesse apparire in collusione con quel naturalismo che le ho concesso, non lo dimentichi, solo in via provvisoria, su ogni parte vocale ho innestato uno schema di alterazioni delle componenti spettrali, e sono ventotto schemi diversi, uno per ciascuna voce, tutti reciprocamente interagenti attraverso un superschema che genera ciascuno di essi.
E poi c'è la strutturazione dello spazio d'ascolto, che appartiene alla composizione come qualsiasi altro parametro del suono, una strutturazione che si dilata dimensionalmente al di là del limite del tre imposto dallo spazio fisico, che concepisce cioé uno spazio mentale polidimensionale totalmente esterno al recinto dell'esistente.
E c'è dell'altro ancora ovviamente, ci sono mille altre cose, ma non serve, non le serve che gliele racconti; basti solo dire che ne è venuta fuori l'apparenza di una colata di lava, un canto come una fiumana di roccia liquida. Materismo lo avrebbero chiamato nel novecento ma peccando di miopia poiché questa musica va al di là della potenza del caos: ne assume sì le sembianze ma solo in conseguenza d'un ordine racchiudente come le dicevo una complessità così estrema, inaudita, da sottrarsi a ogni possibile percezione.
Ecco, questa è la porta per la quale ci si immette sulla strada che la condurrà, qualora vorrà davvero incamminarvisi, alla comprensione di questo Kyrie.

 

22 - Stanza Centrale - Interno.

Adrian è seduto sul pavimento con la schiena appoggiata contro una parete affondata nella disuguale penombra della stanza. Sopra di lui si disegna il contorno di una delle finestre, ovviamente chiusa.
Si accende la luce nella stanza accanto rischiarando una porzione del pavimento e del muro.

Atthis: (Fuori campo) Adrian?

Adrian si volta. Atthis entra in campo da destra, si ferma in piedi, a una certa distanza da lui.

Atthis: Ti cercavo. Ho bisogno di un favore. (Una breve pausa: Atthis in silenzio fissa Adrian, poi:) Che fai?

Adrian: Quel che facciamo tutti. Aspetto.

Atthis: (Dopo un nuovo silenzio, inespressiva) Già.

Adrian: Di che favore hai bisogno?

Atthis: Nella mia camera: voglio mettere l'armadio davanti alla finestra, per non vedere la luce di fuori. Puoi aiutarmi?

Adrian: Perché non lo chiedi a Michael?

Atthis: Preferisco di no.

Adrian annuisce senza guardarla. Atthis fa due passi verso la parete; vi si appoggia.

Atthis: Come mai non sei giù a comporre? Ti credevo lì.

Adrian: Ho buttato via tutto.

Atthis lo fissa ancora, a lungo, indecisa se prenderlo sul serio oppure no, ma forse, infine, propensa al sì.

Adrian: Non è vero. Oggi ho finito il Kyrie, e ora sto un po' qui a riposare.

Atthis fa un gesto qualsiasi, di quelli che non partono da niente e a niente arrivano; poi, senza alcuna espressione nella voce, con un tono cioé che è l'esatto equivalente di quel gesto, dice:

Atthis: Ti è venuto bene?

Adrian sorride; come un adulto di fronte alla domanda un po' ingenua di un bambino.

Adrian: Bene... male...

Anche lui fa un gesto vago, come dire: chissà, che importa?. Poi prosegue.

Adrian: Un Kyrie che non è un Kyrie per una Messa che non sarà mai una Messa: come pensi che possa esser venuto?

Atthis: (Stringe le spalle) La tua musica non è di quelle che si possano immaginare. Non da me almeno.

Adrian: Non è chiaro se sia una lode o un insulto, ma fingiamo che sia una lode.

Atthis: Fingi pure ciò che vuoi.

Adrian solleva lo sguardo verso Atthis.

Adrian: Tu non dovresti fingere. Fingere interesse per ciò che ti è indifferente voglio dire; non ti si addice del resto. Lo so che la mia musica non ti ha mai attratto. Fosse per te la butteresti sul serio, e tutta quanta, vero?

Atthis si accoccola sul pavimento a un paio di metri da Adrian.

Atthis: Non ho finto interesse, ti ho solo chiesto se ti era venuto bene. E poi, forse è solo che tu non ti sei mai preoccupato di portarla agli altri la tua musica, di spiegarla.

Adrian: Spiegarla. La musica non si può spiegare. E' lì, esiste, ed è tutto e solo ciò che è.

Atthis: No, non è questo, c'è sempre stato qualcosa di diverso... non sei mai stato come gli altri musicisti tu. Machault, Mozart, Ligeti, tutti erano infinitamente più vicini, più comprensibili, più partecipi dell'umanità voglio dire, di te.

Adrian tace, riflessivamente. Appoggia i gomiti sui ginocchi. Sembra non aver sentito l'ultima frase di Atthis; è come, ora, se parlasse solo a se stesso.

Adrian: Questa volta però..., questa volta, no, la musica non è più solo se stessa. Questa volta è diversa e non c'è affatto da stupirsene: l'ultima musica del mondo non poteva più essere come le altre.
Parlavo poco fa a quel tale della stazione orbitante delle cose, le mille cose di cui è fatto questo Kyrie, l'ultimo Kyrie... nulla delle filigrane sonore dei fiamminghi, o della serenità intoccabile di Palestrina. Qui ci sono masse enormi che si scontrano, si frantumano; si moltiplicano e si riproducono; muoiono e rinascono, si annullano l'un l'altra fino a crollare nel vuoto del rumore bianco..., no, fino a essere rumore bianco. Ed ha uno scopo tanta complessità, uno scopo extramusicale voglio dire, che paradossalmente è poi molto semplice. Volevo annientare le parole del testo, volevo renderle incomprensibili, dissezionarle, cancellarle; volevo farne soltanto una materia prima per una musica assoluta. Mi dirai che i polifonisti fiamminghi lo avevano già fatto, è vero, ed anche molti compositori del novecento; mai però in maniera così radicale e mai con scopi che non fossero di sola estetica musicale. La sommersione delle parole nella musica: l'analogia fra me e tutti loro non va oltre.
La distruzione invece, non la semplice sommersione ma la distruzione delle parole... Kyrie eleison... Christe eleison...; ecco, qui siamo già fuori dall'ambito delle scelte puramente musicali, quelle che non si spiegano, che esistono in quanto tali e sono solo se stesse. Qui la domanda: perché questa scelta e non un'altra? ha un senso. Un senso grandissimo ma di nuovo molto semplice. È solo che quelle parole sono inutili; peggio, sono ridicole, sono una lettera sbagliata spedita a un destinatario sconosciuto.
Si sono affannati, un secolo dopo l'altro, coi loro Kyrieleison, Christeleison, dai gregoriani fino ai tuoi Mozart e Ligeti, un secolo dopo l'altro, una musica dopo l'altra; e a rispondere loro è stato solo il vuoto cosmico, l'ostinato tacere del niente. Ora non voglio anch'io perdermi in simili giri viziosi di fandonie: sono stanco di invocazioni, danze della pioggia, pagliacciate rituali. Questa Messa è celebrata dunque in onore del vuoto che la circonda, che ci circonda, e di esso soltanto; e il senso extramusicale della sua musica sta nell'annientamento, tramite essa, del senso extramusicale, cioé religioso, delle parole che ne costituiscono il testo. Annientamento non incidentale, e comunque parziale, come nei fiamminghi, ma preordinato, finalizzato, e totale, universale, irreversibile.
Ecco la spiegazione, volevo seppellire l'idea stessa del Kyrie, volevo annientarla, affogarla nella musica pura e assoluta: "Io che sono l'ultimo canterò al vuoto in ascolto".

Per alcuni istanti non accade nulla, poi lentamente Adrian si alza e apre un battente della finestra. La stanza viene invasa da un chiarore biancastro, appiccicoso, freddo. Subito Atthis si volta dall'altra parte.

Atthis: No, chiudi!

Adrian non chiude. Guarda fisso il muro di Nebbia che preme contro il vetro semiappannato.

Adrian: Ecco tutto ciò che abbiamo ricevuto in cambio dei nostri millenni di invocazioni stantie. Vieni a vedere, su; una volta tanto che male vuoi che ti faccia?

Atthis non si muove.

Adrian: Uno e onnipotente. Eccolo lì, tutto intorno a noi l'unico dio che ci si è rivelato. Uno, onnipotente, cieco e muto. Quanta fiducia riposta nel nulla, vero?

Atthis: (Quasi urlando) Dio mio, chiudi! Lo sai che...

S'interrompe. Appena un attimo prima sembrava al colmo d'una esasperata paura; invece è con estrema, sommessa, fredda pacatezza che ora riprende a parlare.

Atthis: ...e poi mi sembri Michael adesso: gli stessi discorsi, lo stesso rancore; ma lo sapete cosa siete tutti e due? I soliti don Chisciotte davanti ai soliti mulini a vento siete. Già. Sempre pronti ad agitarvi, a fare gli eroi oltraggiati davanti a ciò che non c'è; davanti a ciò che è meno di voi, meno perfino di me, meno... meno della polvere sul pavimento, che nessuno pensa più a spazzare qui; perché noi almeno per un istante esistiamo, noi esistiamo, siamo esistiti almeno; ammesso che questo sia stato un privilegio.
Voi ce l'avete col vostro dio adesso, tutti e due, tu per i cavoli tuoi, lui per i suoi. E di che lo accusate? Di non esistere, di non essere mai esistito? Be', non è una colpa. Dio non ha colpa di nulla perché è nulla. Una leggenda, un fantasma. Nulla.
Voi due invece volevate un dio che fosse qualcuno, da amare o da combattere fatti vostri, e ora lo odiate perché non c'è da nessuna parte. Voi odiate dio perché non esiste, dite questo e basta: dite questo e piantatela.

Silenzio.

Adrian: Atthis, lo sai? hai sempre avuto una esecrabile tendenza al patetismo tu.

Pulisce con una mano il vetro della finestra, ancora leggermente appannato.

Adrian: E poi, se dio non avesse avuto la colpa di non esistere avrebbe avuto quella di esistere e non sarebbe cambiato nulla.

Atthis: (Con tono fermo, ma senza urlare questa volta) Basta Adrian. E chiudi per favore; te l'ho detto, lo sai che...

Adrian: Che ti terrorizza.

Atthis: Sì.

 

23 - Oltre la Finestra - Esterno.

-) La Nebbia: come un muro bianco, enorme, che si muove adagio, senza mai mutare.
C'è nuovamente silenzio per un po', poi Adrian dice:

Adrian: (Fuori campo) Ti terrorizza. Certo, questo potrei anche capirlo, ogni non richiesta, non invocata manifestazione d'onnipotenza fa paura; e la Nebbia là fuori onnipotente lo è, almeno dal nostro punto di vista. Certamente una qualunque altra, più ordinaria, divinità, una che fosse donatrice di Significato, di Perché, non avrebbe avuto su di te gli stessi effetti. Eppure se ci pensi, anche così è un terrore senza motivo. Perché la Nebbia, come ogni nebbia, è una cosa inerte. È viscida, sì, ed è muta, cieca e indifferente, ma cosa fa di male? Sta lì e basta, fatti suoi.

-) La finestra; e attraverso i vetri il volto di Adrian che guarda fuori.

Atthis: (Fuori campo, debolmente) Ci sta uccidendo.

Adrian si volta verso l'interno.

 

24 - Stanza Centrale - Interno.

-) Tutto è come prima, tranne il fatto che ora Adrian non guarda più la Nebbia ma Atthis. Quasi subito però torna a voltarsi verso i vetri della finestra.

Adrian: Ah già, ci sta uccidendo. (Pausa) Ma questo è solo un effetto collaterale, privo di importanza per lei. La Nebbia non vuole ucciderci così come non vuole farci vivere; non vuole darci la felicità né il dolore. Non vuole niente. Ci sta uccidendo certo, ma è solo una faccenda di incompatibilità ambientale, solo un caso. Come tutto del resto. Ecco vedi, non vale la pena di sprecare emozioni come la paura, il terrore per così poco. Non ne vale proprio la pena.

Guarda Atthis. Non si capisce se quel che ha appena detto lo pensa davvero o se la sua voleva solo essere una forma di incerta, estrema ironia.

Adrian: Non ti ho convinta, vero? E vuoi ancora che trascini quell'armadio contro la tua finestra. (Chiude il battente) Bene, forse ho solo cercato di risparmiarmi questa fatica. Domani dopo il tramonto, va bene?

Atthis: Tramonto? Quale tramonto?

Si alza, si volge per un momento verso Adrian.

Atthis: Sì, va bene. Grazie.

Atthis va via; la luce nella stanza accanto si spegne.
Adrian apre nuovamente il battente, ma solo uno spiraglio; guarda attraverso il vetro.

Voce di Adrian: Si muove di continuo ma sono sempre soltanto piccoli mulinelli, ondeggiamenti di poco conto; non servono a dare l'idea del movimento anzi hanno l'effetto di una pioggia in agosto: poi fa più caldo; riescono solo a rendere più evidente, per contrasto, l'immobilità della gran massa che li contiene. Già, è tutto così immobile là fuori, immobile.

Si siede nuovamente sul pavimento, come prima. Una lama di luce diafana, sinistra, continua a penetrare dalla finestra socchiusa.

(Lenta dissolvenza \ )