CORO DELL'ALBA

II

GLORIA

1 - Camera di Atthis - Interno.

-) La finestra della camera, dopo il tramonto. Si sente un rumore stridulo e intermittente prodotto da qualcosa di grosso che viene spinto a più riprese sul pavimento. Una parte dell'armadio appare sul lato sinistro dell'immagine e poco a poco, avanzando a scatti secchi e bruschi, ricopre interamente la finestra.

2 - Stanza Centrale - Interno.

a) Il tavolo di marmo nero e, sullo sfondo, la parete di calce bianca illuminata ancora da una luce dura e radente. Sul piano del tavolo la lampada è spenta, mentre nuovamente in funzione è il registratore di Michael; si odono le stesse voci della volta scorsa che con tono impersonale e neutro narrano l'avvento della Nebbia.

Adrian entra in campo e si avvicina al tavolo; con un gesto pacato spegne il registratore.

Adrian: (Tranquillamente) Ti avevo detto di smetterla, non serve a nessuno questa roba.

Gira attorno al tavolo, fissa a lungo e in silenzio il dipinto sulla parete, ormai ultimato ma sempre volutamente pallido, a colori ma senza colori.

Adrian: (Fissando il dipinto) Dovresti dipingere qualcosa di tuo, non limitarti a ricopiare quadri altrui. Capovolto e in bianco e nero se è così che vuoi, ma tuo. Ci sapevi fare una volta, quando dipingevi sul serio.

Mentre parla si volta verso Michael, gira di nuovo, in senso opposto, intorno al tavolo e va a sedersi su di esso volgendo le spalle alla parete e al dipinto.

Michael: (Fuori campo, con sarcasmo) Davvero?

b) In un angolo della stanza, Michael è sprofondato dentro una grossa poltrona quasi per intero avvolta nella penombra. Una lampada irradia non più d'un angusto e irregolare cerchio di luce il cui centro è occupato da un libro che egli tiene sulle ginocchia e che sembra stia leggendo.

Michael: (Con gli occhi fissi sul libro) Lascia perdere; è meglio, lo sai.

Passano alcuni istanti di perfetta indifferenza poi Michael solleva lo sguardo, chiude il libro mettendo un dito fra le pagine, distende le gambe e le braccia sbadigliando; rivolge quindi a Adrian un breve e inequivocabile sorriso di compatimento.

Michael: (Ancora con sarcasmo) Allora, quanti superstiti raminghi nella Nebbia hai trovato ieri?

a) Adrian lo fissa senza rispondere.

b) Michael: Le tue spedizioni armate là fuori, quelle sì sono cose che non servono a nessuno. Le prime due o tre volte forse aveva un senso ma adesso...! Sono andati via tutti, ci vuole così tanto a capirlo? Andati dove poi? Per cosa? Crepare qui o altrove, che differenza fa?

a) Adrian: Parecchia. Mi pare che ti sfugga la percezione della simmetria fra vita e morte. Se ti dicessi che vivere qui o altrove è la stessa cosa non saresti d’accordo: il luogo in cui si sceglie di vivere è sempre importante; perché allora non dovrebbe esserlo il luogo in cui si sceglie di morire? E il modo, e il momento. La morte, come la vita, muta di significato a seconda di dove, come, quando la si incontra. A volte non è nemmeno una vera e propria morte se avviene nel luogo, nel modo, nel momento giusti, cosí come la vita puó non essere una vera e propria vita se si trascina nel luogo, nel modo, nel momento sbagliati.

Uno stanco applauso proviene dall'angolo di Michael.

b) Michael: La simmetria della vita e della morte. Che pensiero elevato! Altamente estetico. Da artista ovviamente. Bravo. (Con tono diverso, serio, ma che presto scivola di nuovo nel sarcasmo) Adrian, da quanti anni esisti? Una quarantina se non sbaglio. E ti sei mai preoccupato di capire qualcosa di ciò che sta "là fuori" in tutto questo tempo? E anche adesso, te ne preoccupi finalmente adesso? Che è tutto finito, forse senza neppure essere mai iniziato, ad esempio, l'hai capito? No che non l'hai capito; non hai mai capito niente tu. ´Dovresti dipingere qualcosa di tuoª, dice l'artista. Ma per chi, Cristo, per chi? E per chi lui sta componendo, là sotto, nell’antro del mago? Il suo più grande capolavoro magari ma per chi? Nessuno lo ascolterà mai, ci ha pensato a questo l'artista? Quello che sta facendo non esiste, nasce morto. Morto e sepolto là sotto per sempre, com'è morto ormai tutto il resto. Ma lui, l'artista, tutte queste cose non le vede, troppo misere per poterlo sfiorare. Siamo nella merda fino alla bocca ma che importa? Lui la puzza non la sente. Si tappa il naso con l'arte lui.

Adrian: (Fuori campo; ironico, dopo aver taciuto per alcuni brevi istanti) Vedi che a qualcosa serve?

c) Totale della stanza: Adrian e Michael sono immobili, distanti l'uno dall'altro, quasi ai due lati opposti della stanza. Li separa un ampio spazio vuoto e scuro materializzato attraverso oggetti senza profondità, scarni, elementari: un pavimento, una parete, una finestra sbarrata. Solo una sedia occupa il centro del locale, quasi sperduta.
L'ultima frase di Adrian ha avuto un effetto negativo su Michael. Intendeva provocarlo, ferirlo, suscitare in lui una reazione irritata. Il fatto che Adrian non abbia reagito equivale per Michael a una completa cancellazione del suo discorso, gli dà una volta di più la frustrante conferma dell'inutilità delle parole di fronte alle certezze totalizzanti.
Fra i due si srotola ora un buio, teso silenzio, rotto sommessamente da Michael.

Michael: Mi hai sempre fatto paura, sai?

b) Michael: Fin da quando io tenevo le prime mostre ancora in gallerie di poco conto e tu invece a neppure trent'anni riuscivi a strappare ai critici, anzi, già agli storici, paragoni con Palestrina, Beethoven, Webern... Era una paura che non aveva a che fare tanto con te quanto con quello che facevi, col modo in cui lo facevi; tutto ciò che era misura umana lo disprezzavi ed eri intransigente in questo, fino all'isteria lo eri, lo sei sempre stato.

Pausa. Per qualche momento Michael sembra riflettere su queste sue ultime frasi, poi fa un gesto di insofferenza e riprende a parlare.

Michael: Quanto è ridicolo, vero? Mi facevi paura: come se non fosse altro che un lusso aver paura di quelli come te, un lusso da bambini viziati che nulla sanno e nulla vogliono sapere del buio vero e che per sfuggirgli, o anche solo per vincere la noia, se ne inventano uno di cartone, una tenebra innocua fatta per gioco, fasulla come fasulli sono i bei parti della vostra sapienza di sacerdoti dell'arte, di uomini finti, mentre sono ben altre le cose che meritano le nostre paure, sono le cose dell'universo reale, le cose che possiedono l'esecrabile attributo dell'esistenza, indifferenti o assassine, o l'uno e l'altro insieme, che prima o poi arrivano e ci chiedono che si saldi il conto con loro, come quella roba là fuori, o quel tizio che ci è piovuto in casa col suo registratore: anche lui, sì, che non si sa cosa vuole, cosa fa, cosa ci fa. È tutto da ridere, anzi no, è terrificante, il pensiero che così pochi di noi abbiano avuto quella briciola di consapevolezza che basta a vedere tutto questo, e a sentirsi ridicoli; ridicoli ad aver avuto timore della nullità d'una musica, fosse anche suprema, fosse anche la tua, solo perché fantastica d'atteggiarsi a Creato d'un dio per chissà quali orecchie di dèi, l'uno e gli altri giganteschi e sconosciuti, l'uno e gli altri estranei a noi, all'orribile realtà del mondo fisico, a tutto.
E bada che solo per caso parlo della tua musica, solo perché ho davanti te piuttosto che un’altro, ma potrei dire le stesse cose a mille altri propositi: potrei dire dello sgomento che troppi abbiamo provato di fronte ad astrazioni d'ogni sorta, facendo finta di non accorgerci che erano solo tronfi vagheggiamenti di cartapesta. Te la ricordi l’equazione di Schroedinger? Cos’altro è se non un banale e asettico insieme coordinato di simboli, tutto eleganza formale e fittizio estetismo: una fodera addomesticata messa a coprire il forsennato caos, che da sempre abbiamo sotto gli occhi, di un universo il cui Signore è il caso.
Siamo stati, noi cosiddetti "senzienti", solo un'accozzaglia di cicisbei tutti pose e moine: mocciosi che giocano a fare i grandi in un mondo giocattolo, nient'altro che questo abbiamo saputo essere.

Adrian: (Fuori campo) Hai finito?

Michael: Sì che ho finito, ma non adesso. Io ho finito dieci anni fa, Adrian, quando ho buttato via pennelli, tele, cavalletti e stronzate. Amen.

a) Adrian: Di fare l'unica cosa che avrebbe potuto rendere la tua vita diversa da quella degli esseri elementari hai finito; di muoverti, sia pure goffamente, come hai sempre fatto, in quello che, qualunque cosa tu possa confusamente pensarne, rimane l'universo, artificiale finché vuoi ma non per questo meno reale, del pensiero e della bellezza.

b) Michael: Pensiero e bellezza. Come ci si riempie la bocca sua santità l'artista. Come si riempie la bocca con le sue finzioni, con le sue ipocrisie, con le sue menzogne.

a) Adrian: Direi piuttosto con progetti di idealità, enunciazioni di alternative, nel peggiore dei casi utopie. La Forma in luogo del nulla. L'Armonia in luogo dell'entropia. Quanto alle paure di cui parlavi, farneticavi anzi, non vedo quali siano. Io non ho paura, non ne ho mai avuta, né dell'universo fisico né di ogni possibile o impossibile altro. Tu sì? Tu in realtà sei sempre stato un ibrido senza lucidità, senza serenità e senza distacco dalle proprie azioni; un ibrido che ha cercato di mettere nell'arte cose che non le sono proprie tentando di abbassarla al rango di arma contro i mali del mondo. Tu non hai capito la prima e più importante realtà: che l'arte è una forma di pensiero astratto, che è in quanto tale e solo in quanto tale la vetta dell'agire umano e che per essere praticata richiede proprio quella lucidità, quella serenità, quel distacco che tu non hai. Da qui vengono quelle che chiami paure e che sono in realtà, queste sì, solo isterie.

b) Michael: Lucidità, serenità, distacco. Qualità di cui tu, da buon asceta, hai invece sempre goduto, suppongo.

Adrian: (Fuori campo) Non mi sono mai considerato un asceta, non almeno nel senso in cui tu lo intendi. Comunque la risposta è sì.

Michael: Tu hai sempre mentito, a chiunque, te compreso. Sempre. Abbi la decenza, l'onestà, il coraggio o quel che cazzo ti pare, di piantarla, almeno adesso.

a) Adrian: L'unica cosa che merita d'essere piantata mi pare sia questo discorso; che abbiamo già fatto mille volte oltre tutto, senza aver mai accertato nulla che non fosse la nostra assoluta e immutabile distanza. Non ho lo spirito del missionario del resto, e non tocca a me venire a tirarti fuori dalla calotta di vuoto in cui ti sei rinchiuso.

b) Michael: La nostra immutabile distanza: ecco un punto su cui è impossibile darti torto. E un altro, del resto strettamente conseguenziale: l'immobilità di questi discorsi senza approdo. E un'altra cosa ancora: la loro inopportunità, qui e adesso, come se non avessimo mille altre cose più serie di cui parlare. Che roba! La Santa Merda in persona ci attende a braccia aperte e noi ce ne stiamo qui seduti come niente fosse sui nostri augusti sederi a discutere sulle glorie e le miserie dell'arte: o siamo eroi o siamo imbecilli, e io la prima ipotesi la escluderei. Cerchiamo di diventare adulti, almeno adesso, considerato oltre tutto che non ne avremo più molte di occasioni, e parliamo d'altro, parliamo di ciò che davvero merita.

a) Adrian: Vorrei pregarti di non tirar fuori ancora una volta la solita sacra bibbia della sopravvivenza a oltranza secondo Michael.

b) Michael: Certo che la tiro fuori. Cos'altro merita di essere tirato fuori nello stato in cui siamo?

Adrian: Mille altre cose più sensate...

Michael: ...della più sensata delle quali mi vanto di fregarmene. Ascoltami bene piuttosto, perché il discorso che sto per farti è di quelli che non possono essere dilazionati ancora. Ieri mentre tu facevi l'esploratore là fuori io mi sono divertito a fare un po' di conti. Ci sono tre cose di cui abbiamo bisogno. Una è la benzina per il gruppo elettrogeno, ma questo non è un problema con tutte le taniche che hai ammucchiato in cantina; non lo è per ora almeno. Poi c'è l'acqua, ma anche di questa ne abbiamo quanta ne vogliamo, nel pozzo. Infine c'è la cosa più importante, il cibo, e di questo sarà bene che cominciamo a preoccuparci fin da adesso. Ne è rimasto per una ventina di giorni, trenta se ci stiamo un po' attenti. E dopo? Non si scappa: o restare qui a morire di fame o uscire là fuori in cerca di cibo, e per fuori intendo fuori davvero, fuori dal paese, ammesso che di cibo ce ne sia rimasto da qualche parte, cosa di cui dubito.

a) Adrian: Forse fra trenta giorni non avremo più alcun motivo per uscire a cercare viveri, o per fare una qualsiasi delle cose che adesso ti sembrano tanto importanti.

Michael: Questa è buona. Speri ancora che finirà col diradarsi.

Adrian: No, o almeno non prima di un tempo immensamente più lungo dei tuoi trenta giorni. È proprio per questo che non servono altri viveri. Non basterebbero a mutare la nostra condizione, solo a rimandare di un po'...

Esita un istante, fa un gesto vago con la mano...

Michael: (Provocatorio) Cosa?

Adrian: Chiamala come ti pare. La conclusione, se ti va bene.

Michael: La conclusione. Bell'eufemismo, bravo.

Adrian: L'agonia. Va meglio così?

Michael: Sì, così va molto meglio, grazie.

c) Ancora il totale della stanza. Adrian e Michael non si sono mossi né accennano a farlo ora. Nulla è mutato, nulla accenna a mutare.
Le ultime frasi, seguite ora da un nuovo, lungo silenzio, sono state pronunciate su un tono stanco, in un diminuendo di decisione che dà alle parole finali di Michael un sapore conclusivo, definitivo. Su di esse il dialogo sembra essersi una volta per tutte esaurito, ma è Michael stesso che riprende nuovamente a parlare.

b) Michael: E sai una cosa? Sono contento di non lasciarmi dietro niente. Quelle quattro dozzine di tele che ho imbrattato anni fa non ci metteranno molto a marcire. E ci sarebbe poi la mia voce sul registratore di quel tale, ma non è importante. Dubito che qualcuno si prenderà mai la briga di ascoltarla davvero.

a) Adrian: (Come se parlasse fra sé) Quel tale... già, quel tale col suo registratore. (A Michael) Ha già cominciato anche con te?

b) Michael: Lì dove tu sei adesso.

Adrian: Ti ha detto qualcosa?

Michael: Conosci le sue regole: lui non parla più; ora si accontenta di far parlare noi.

a) Adrian: Sì, e tutto sommato è abbastanza esasperante.

b) Michael: Peggio. È imbarazzante. Perché prima o poi finisci col dire la verità.

Pronuncia questa frase con tono serio, quasi grave, ma poi riemerge nella sua voce il sarcasmo.

Michael: È da ridere: anni e anni, una intera vita spesa a nascondere se stessi per vedere ora tutto vanificato, così di colpo, e in punto di morte per di più.

Adrian: (Fuori Campo) Hai davvero così tanto da nascondere?

Michael: (Fra sé) Nascondere... nascondersi... (Ad Adrian) Molto meno di te, signor compositore. Ma queste cose ce le siamo già dette...

d) L'unica porta della stanza è aperta su un muro di oscurità perfetto e uniforme attraverso il quale entra intanto, adagio, Clio, fermandosi sulla soglia, appoggiata a uno stipite.

Michael: (Fuori campo) La nostra silente fanciulla senza nome! Benedetta sei tu fra le donne poiché il regno dei cieli è di color che tacciono.

Adrian: Piantala una volta tanto.

Con l'aria smarrita di chi fino a un attimo prima ha camminato a tentoni, Clio lancia un'occhiata circolare attorno a sé, solo impercettibilmente soffermando lo sguardo su Michael. Ignorandolo poi del tutto si dirige verso Adrian, uscendo fuori campo.

a) Si va ad appoggiare contro la parete alle spalle di lui, vicinissima al dipinto di Michael. Comincia a fissare Adrian da dietro, in silenzio, con indifferente insistenza. Adrian si volta un momento a guardarla, poi torna a rivolgersi a Michael.

Adrian: Ora che ci penso, nei giorni scorsi ho parlato due volte con quell'uomo, prima che cominciasse questa storia del registratore, ma nessuna delle due gli ho chiesto nulla sul suo conto. Da dove viene, ad esempio? Dalla Nebbia pure lui?

b) Michael: No, lui viene da dove la Nebbia non c'è (solleva l'indice in alto). Da lassù.

Adrian: (Fuori campo) Vuoi dire dalla stazione orbitale?

Michael: Sì. Anziché darsi da fare a trovare un rimedio a quello schifo là fuori quelli che fanno? Mandano un tizio armato di registratore: così da consegnare all'eternità le nostre anime putride.

e) Il viso capovolto della bambina dipinta: entrando in campo senza staccarsi dalla parete, Clio, lenta e strana, gli si avvicina ancora di piu', lo osserva; gli si avvicina fin quasi a sfiorarlo, lo fissa, fa scorrere un dito lungo il flusso dei colori. Per alcuni istanti sembra che l'essere reale e quello dipinto si guardino negli occhi, sembra che si fondano insieme, che tendano impercettibilmente a divenire la stessa cosa. Poi, uscendo fuori campo, Clio si allontana.

Adrian: (Fuori campo) Chissà se davvero sono in grado di fare qualcosa; non è da escludersi che siano in realtà a malapena autosufficienti.

Michael: (Fuori campo) Mi chiedo come mai quello sia venuto proprio qui. Perché abbia scelto proprio noi.

Adrian: (Fuori campo) Un caso probabilmente. Avrà girato e girato finché non ha trovato qualcuno ancora vivo.

Michael: (Fuori campo) Provvisoriamente vivo.

a) Lentamente com'era entrata Clio gira attorno al tavolo di marmo, muovendosi in direzione della porta, seguita in ciò con lo sguardo da Adrian. È appena uscita nuovamente fuori campo quando la luce si spegne e la stanza piomba di colpo nell'oscurità assoluta.

Adrian: (Improvvisamente, e per la prima volta, spaventato) Il gruppo elettrogeno!

Rumori nel buio: qualcuno si muove cercando a tentoni in alcuni cassetti; poi si accende il raggio di una torcia elettrica nella mano di Adrian. Egli ne porge una anche a Michael che si è nel frattempo alzato e gli è venuto incontro. Sono entrambi preoccupati, ma Adrian è anche qualcosa di più: è terribilmente impaurito, lo si è sentito un momento prima nella sua voce e lo si vede ora sul suo volto e nei suoi gesti.
Entrambi rapidamente escono.

c) Clio non li segue. Resta nella stanza che subito, andati via loro, ripiomba nell'oscurità.

 

3 - Cantina - Interno.

-) Totale: Adrian e Michael, alla sola luce delle torce elettriche, trafficano attorno al gruppo elettrogeno; è facile intuire che è già da un po' che ci lavorano. Riescono infine a farlo ripartire. Una lampadina interamente priva di schermature, appesa al soffitto, si accende illuminando la stanza, priva di finestre, nel cui centro è posto il generatore. Contro una delle pareti sono accatastate varie taniche di benzina; tutto il resto del locale è vuoto. Adrian e Michael spengono le torce.

Adrian: Ecco, così dovrebbe andare, ma non credo che reggerà molto, due settimane al massimo. Ci vorrebbe il rotore nuovo.

Michael: Due settimane.

Si siede sul pavimento appoggiandosi alla catasta delle taniche.

Adrian: Non è molto e potrebbe cedere anche prima. (Pausa) Devo far presto adesso.

Michael: A far che?

Adrian: A completare la Messa. Cos’altro?.

Michael lo guarda come se avesse detto una irresistibile battuta, poi scoppia a ridere.

Michael: Sai signor artista, c'è una cosa in te che non mai ben capito se mi fa schifo, rabbia, invidia o non so cos'altro.

Adrian: (con annoiata sopportazione) E sarebbe?

Michael: Il disarmante e inverosimile fatto che non hai il benché minimo istinto di conservazione.

Adrian: Istinto di conservazione! Credi di aver capito tutto tu? Come sopravvivere fino a domani, o fino al prossimo anno, è tutto qui ciò che il tuo "istinto" si preoccupa di progettare. E un simile orizzonte da comare non mi fa né rabbia né invidia...

Michael: Ma solo schifo, giusto?

Adrian: Forse nemmeno quello.

Michael, ridacchiando fra sé, si alza, si volta a guardare le taniche cui era appoggiato, si infila le mani nelle tasche dei pantaloni.

Michael: Dovremmo portarle altrove queste, è pericoloso continuare a tenerle accanto al generatore, non ti pare?

 

4 - Finestra - Interno.

-) Una delle tante finestre della casa; anch'essa, come le altre, sbarrata, anch'essa però non del tutto impenetrabile alla innaturale luce esterna che trasuda attraverso giunzioni e fessure contaminando, qui come in ogni altra parte della casa, il buio in cui giace l'interno. Il silenzio assoluto che in esso sempre domina è increspato stavolta da un costante fruscio, come di foglie secche stropicciate.

(Dissolvenza incrociata)

È passato del tempo. La luce, e solo essa, è mutata. Ora è notte e dall'esterno non proviene alcun chiarore. Viceversa una lampada accesa in un'altra stanza illumina, radente, una parte del muro.
Continua intanto a udirsi, sempre uguale, il fruscio.

 

5 - Camera di Atthis - Interno.

a) Un oggetto strano, geometrico e surreale, ha preso forma nella camera di Atthis: si trova, apparentemente sospeso a mezz'aria, su un tavolino ingombro di vari componenti elettronici disposti senza alcun ordine immediatamente percepibile, ed è fatto di una miriade di sottili fili di rame avvolti come una ragnatela attorno a un esile telaio di legno a forma di losanga. Vista attraverso questa rete dorata la stanza semibuia appare lontana, come qualcosa che esista in un mondo a parte, oltre una soglia che chi osserva non ha ancora attraversato.

Atthis è a letto; la sua testa è nascosta nel cuscino piegato in due, il corpo è interamente avvolto nelle coperte. Sta parlando.

Atthis: È molto che aspetti? Scusami, non so cosa mi ha preso oggi ad aver tanto sonno; avresti potuto svegliarmi però anziché star lì a guardarmi dormire.

Tace alcuni istanti; la si sente respirare lentamente.

b) Primo piano di Atthis, anzi del cuscino piegato in due, e di quel po' che si riesce a vedere, lì in mezzo, di lei.

Atthis: Oggi ti racconto una storia, vuoi? È una specie di favola, che mi è venuta in mente mentre stavo per addormentarmi... dio mio, mi sento come se stessi ancora dormendo.
Allora, comincia così: c'era una volta una donna. Camminava per la Vucciria una mattina, ma non importa che sia la Vucciria; non importa nemmeno che sia Palermo, o la Sicilia, oppure la Terra, qualsiasi mercato in qualsiasi parte dell'universo può andar bene. Lei comunque camminava per la Vucciria quella mattina, sul pianeta Terra, ed era straniera, e c'era, sì, qualcosa di bello in quel chiasso di tendoni rossi, di gente e di odori piccanti. C'era però anche dell'altro, qualcosa di macabro appeso alle porte di alcune botteghe, ed era allora come se vi fosse un contagio, perché anche ogni altra cosa cessava di essere bella e appariva anch'essa macabra e terribile.
C'erano, in mezzo a tutto il resto, anche delle lumache in una gran cesta, ed erano vive. Le vendevano. Le vendevano da cuocere e mangiare. Lei si fermò.
Comprò le lumache. Ne comprò un chilo, ne comprò due, tre chili. Ne comprò più che potè. Gliele diedero in un cartoccio e lei le prese e andò via. Le portò in campagna, scelse un posto umido e le sparse nell'erba ai piedi di un albero. Rimase a guardarle scivolare sul terreno fresco, all'ombra, vive. Rimase a guardarle per un po', poi andò via lasciandole lì.
Per qualche attimo, mentre tornava in città, si sentì felice, sentiva di aver fatto qualcosa di giusto, poi pensò: e tutte le altre? E tutte quelle rimaste lì, nel cesto? Pensò questa cosa e subito dopo morí.
Ecco è finito, ma non è una bella storia, vero? Non basta che lei muoia, è troppo comodo, troppo facile così.
E poi non è vero niente, quella donna non è morta; non ha nemmeno comprato le lumache; le ha viste, e si è pure fermata; ma non ha avuto il coraggio di comprarle. Io lo so che non l’ha avuto.

c) Soggettiva del Corifeo: Atthis emette una specie di buffo sospiro, poi emerge dal cuscino e dalle coperte e si inginocchia sul letto.

Atthis: (Sorride) Ha ragione Adrian. Ho un'esecrabile tendenza al patetismo, non ti pare? Ma non me ne importa nulla. E poi mi piace raccontare storie. Mi sarebbe piaciuto anche scriverle, però non l'ho mai fatto. Te l'immagini io scrittrice? Scrivere qualcosa che sarebbe rimasto dopo di me, con cui gli altri mi avrebbero confrontata, secolo dopo secolo. Qualcosa di cui avrei dovuto rendere conto per sempre. No, una cosa del genere mi avrebbe terrorizzata.
Le storie le racconto soltanto. Ne raccontavo sempre anche a mio figlio; perché sì, abbiamo avuto un figlio io e Michael, chissà perché non te l'avevo ancora detto. (Pausa) Quattro anni è rimasto con noi; poi è morto. Uno dei tanti fallimenti del nostro matrimonio, e nemmeno il più grande pensa un po'.

 

6 - Fra la Nebbia - Esterno.

-) Nel buio notturno l'unica cosa che si muova è la Nebbia, lenta, pesante, immutabile.

 

7 - Studio di Adrian - Interno.

a) Un grosso registratore sta velocemente riavvolgendo le sue bobine.

b) Adrian è intento a spegnere alcune apparecchiature; si ferma davanti al registratore, aspetta che il nastro si sia riavvolto completamente e aza il tasto di ascolto. Prende da un ripiano quel grosso mazzo di fogli che è la partitura e va a sedersi su una poltrona girevole nel centro della stanza.

Dondolandosi lentamente sulla poltrona, ascolta.

Un fruscio leggero, quasi inudibile, come di foglie stropicciate. Il fruscio si trasforma, diventa simile a un sussurro, il sussurro si fa sempre più umano senza però arrivare a divenirlo totalmente: sono decine, forse centinaia di voci sotteranee che pronunciano frasi latine scarsamente comprensibili...

(Le immagini diventano improvvisamente in bianco e nero)

Adrian, dondolandosi lentamente, ascolta.

-) Appare per un istante un particolare da uno dei dipinti medioevali appesi alle pareti: la donna immersa in un crogiolo infuocato.


(Veloce dissolvenza incrociata)

 

 

(Dissolvenza\)

-) Fiamme altissime e astratte invadono lo schermo.

(Dissolvenza\)

(Dissolvenza /)

-) Una gigantesca esplosione ripresa dall'alto in basso, in perfetta verticale.

 

 

 

{La macchina da presa precipita vertiginosamente verso essa.}

Lo schermo viene interamente avvolto in un mare di fuoco.

(Dissolvenza\)



(Dissolvenza /)



-) Corpi in fiamme, umani e non, precipitano nel vuoto agitando e contorcendo braccia, gambe, zampe, tentacoli, nulla.

Una circonferenza di basse fiammelle avvolge la poltrona di Adrian, poi, ...

 

 

(Dissolvenza\)

Altre voci, disarmoniche, smembrate, urlano senza grazia una frase senza senso, qualcosa come: "Oed sislecxe ni airolg";, ognuna per conto proprio, l'una ignorando tutte le altre. Per alcuni istanti è il caos, poi le voci tacciono. Tornano udibili i sussurri che la grottesca cacofonia aveva sommerso.

Voci femminili, limpide, a tratti tintinnanti, emergono da questo tenue substrato sonoro, emettendo fulminei fonemi separati da lunghe pause, creando uno spazio acustico in cui prevale il silenzio, un universo rarefatto di piccole isole transitorie sospese nel vuoto:


...lentamente,


                               si


                                            spegne.

 

 

ET.....................E...........T........................
ET.....................IN......... ........................


( . . . )


................. R.....................
TER.............. A.....................

( . . . )

 

8 - Fra la Nebbia - Esterno.

-) Nel buio notturno l'unica cosa che si muova è la Nebbia, lenta, pesante, immutabile.

 

9 - Camera di Atthis - Interno.

-) Soggettiva del Corifeo: Atthis è ancora inginocchiata sul letto, più o meno nell'identica posizione di prima.

Atthis: ...no, sta tranquillo, questa volta te ne parlo davvero. Io le mantengo le promesse, magari dopo un secolo, sì, ma le mantengo.
È difficile parlare di lei però; te l'ho detto, ha qualcosa di estraneo, non saprei dirti cosa ma... sì, ce l'ha.
Bene, partiamo dal principio; Clio è di qui, tanto per cominciare; del paese. Non sappiamo molto sul suo conto a dire la verità, anche perché, lo sai, lei non ha quasi mai voluto parlare con noi. È arrivata nella casa il quarto o quinto giorno di Nebbia, quando già in paese non c'era quasi più nessuno. L'abbiamo sentita bussare alle sei del mattino pensa un po'. (Assume per un attimo un tono vagamente divertito) È andato Michael ad aprire, e ricordo di averlo udito trattar male qualche santo del calendario mentre scendeva le scale: c'era rimasto un residuo di normalità nell'aria allora, per cui sembrava ancora sensato arrabbiarsi quando si veniva buttati giù dal letto a una certa ora.
E aveva con sé sai cosa? Una valigia con degli abiti penseresti, quel ch'era riuscita a portarsi dietro delle sue cose insomma. Niente del genere. Aveva un libro; un libro di storia medioevale. La cosa più assurda e fuori luogo del mondo cioé. Un libro di storia medioevale, ti rendi conto? In mezzo a tutto questo casino.
È per questo che la chiamo Clio. Ma anche un po' per sentirmi meno sola; già, non immagini quanto ci si possa sentir sole a portare un nome greco vecchio di secoli... il nome dell'amante di Saffo, lo sapevi? E senza nemmeno la consolazione di essere lesbica, povera me!
Quanto al suo vero nome... di Clio voglio dire, eh, quello non chiedermelo. Ci ha provato perfino Adrian a farla parlare quella tipa lì: niente. Il massimo che siamo riusciti a strapparle è stata una frase stranissima: ´Io non so nulla, è passato troppo poco tempo per sapereª. Proprio così ha detto, chissà cosa significa? Chissà soprattutto se significa.
Ecco, è tutto qui, non c'è proprio altro da dire su di lei.
Ci sarebbe piuttosto ora qualcosa da dire su di te, non credi? Sì, diciamo anche di te adesso; anche tu hai sempre parlato pochissimo, quanto bastava a spiegarci da dove vieni e cosa vuoi, all'inizio, e ora poi, non parli affatto. Sei come lei, sei un estraneo anche tu, lo sai? E non fai nulla per essere qualcosa di diverso, qualcosa di più. Mi domando a cosa ti serva tutto questo star zitto, a farti sentire cosa? Indifferente? Distante? Intoccabile? Potente? Cos'è che vuoi sentirti, o che hai bisogno di sentirti, davanti a noi, a me, che cosa?

Si ferma, aspetta una risposta che, come sempre, non viene.

-) La cassetta nel registratore del Corifeo continua a girare.

 

10 - Fra la Nebbia - Esterno.

-) Nel buio notturno l'una cosa che si muova è la Nebbia, lenta, pesante, immutabile.

 

11 - Studio di Adrian - Interno.

(In bianco e nero)

(Dissolvenza/)

-) Una bobina del registratore gira lentamente.




(Dissolvenza/)

 

 

(Dissolvenza incrociata)

-) Appaiono, in successione di dissolvenze incrociate, fasce fluide curvilinee: lunghi capelli femminili, pennellate di colore, venature su legno.

Appaiono due emicicli di luce grigiastra tremolante.

 

 

(Dissolvenza\)

 

(Dissolvenza/)

-) Linee convergenti graffite su una parete di pietra grigia.

 

 

(Dissolvenza incrociata)

Sulla parte sinistra dell'immagine appare una sezione radiografica a falsi colori di un cervello umano, per meta' fuori campo.

(Dissolvenza incrociata)

-) Segni curvilinei, staccati gli uni dagli altri, tracciati sulla terra.

(Dissolvenza incrociata)

 

 

(Dissolvenza\)

-) Altri segni completamente sconnessi, informi, tracciati su ceneri.

 

 

 



(Dissolvenza\)

(Dissolvenza/)

-) Contro lo sfondo della parete buia, cui quasi volge le...

Tutte le voci convergono verso un perfetto, accorato accordo in re minore che parte come per essere tenuto molto a lungo, ma subito le voci deviano su altezze diverse, dissonanti. Contemporaneamente i timbri si alterano, le voci mutano in altre cose sconosciute, che a loro volta degenerano nell'informe, sommesso fruscio iniziale. Quest'ultimo,...

[Continua da col. 4]
...spalle, Adrian, del tutto immobile, ancora ascolta. Una lenta e sottile pioggia di cenere grigia comincia a cadere nella stanza ricoprendo poco a poco il pavimento, gli oggetti, Adrian stesso.

(Dissolvenza\)

[Continua da col. 5]
...in sincronia col disperdersi dell'immagine di Adrian nel buio, affonda nel silenzio.




(A colori)

-) Ripreso dal profondo della parete buia, appare un totale dello studio. La cenere grigia è scomparsa, la poltrona girevole è vuota; più in là, sul pavimento, aperta su una delle ultime pagine, c'è la partitura del Gloria. Le apparecchiature elettroniche sono spente, il registratore è fermo. Silenzio lungo e assoluto.

(Dissolvenza\)

 

12 - Fra la Nebbia - Esterno.

-) Nel buio notturno l'unica cosa che si muova è la Nebbia, lenta, pesante, immutabile.

 

13 - Camera di Atthis - Interno.

-) Soggettiva del Corifeo: Atthis è inginocchiata sul letto, nella medesima posizione di prima; fissa senza interesse un lembo della coperta. Per alcuni istanti tace, poi dice:

Atthis: E sai una cosa? Quella faccenda di mio figlio; ecco... me la sono inventata. Io e Michael non abbiamo mai avuto figli. Già, non ne abbiamo mai avuti.

C'è una lunga pausa, poi Atthis alza lentamente gli occhi verso il Corifeo.

Atthis: E adesso? Che ti dico? Ecco, sono di nuovo a un punto morto. Forse è che ho parlato abbastanza per oggi; anche troppo, vero? E allora sarà il caso che mi fermi. Sì, mi fermo qui per adesso. Ma tu torna domani. Mi fa sentire meglio parlare, molto meglio. (Poi, con un accenno di insofferenza nella voce) Anche se l'ho capito, sai, cosa sei venuto a fare qui da noi, l'ho capito che ci stai usando. Per cosa, non ho capito; quello lo sai solo tu, o forse no, forse nemmeno tu. In ogni caso è una porcheria, ma tu torna lo stesso. Chissà, potrei raccontarti qualche altra fandonia su quel figlio che non esiste; già, non l'abbiamo mai avuto quel figlio io e Michael...

-) Il vano cassetta del registratore del Corifeo. Si sente uno scatto meccanico; il registratore si ferma.

-) Buio. Per alcuni istanti.

-) Soggettiva del Corifeo: adesso Atthis è vista attraverso la porta semiaperta della camera; è ancora inginocchiata sul letto, ancora fissa senza interesse la coperta. Lentamente la porta si chiude.

-) Controcampo: Atthis, ora di spalle, non si è mossa, né accenna a farlo. Sullo sfondo, davanti a lei, c'è la porta chiusa.

Atthis: (Fra sé) ...peró io le storie gliele raccontavo lo stesso.

A questa frase fa seguito un nuovo lungo e assoluto silenzio.

 

14 - Studio di Adrian - Interno.

-) Il vano cassetta del registratore del Corifeo. Si sente uno scatto meccanico, la cassetta comincia a girare.

-) Soggettiva del Corifeo: la poltrona girevole nera è rivolta verso la parete buia, che occupa interamente lo sfondo. Adrian entra in campo, fa ruotare la poltrona verso il Corifeo, vi si siede.

Adrian: La volta scorsa le ho parlato dei miei inizi mi pare; adesso le parlerò della mia fine. Non c'è dubbio infatti che questa Messa sarà la mia ultima opera e in effetti ha tutte le caratteristiche di una conclusione: raccoglie e porta alle estreme conseguenze tutto il mio linguaggio musicale, forse ogni linguaggio musicale. In un certo senso è una fortuna che l'umanità sia scomparsa, e la musica con essa. Perché la musica non avrebbe saputo più che fare, dopo; non vorrei apparirle presuntuoso ma credo proprio di non esserlo: avrei lasciato alla generazione che sarebbe venuta dopo di me la stessa eredità che la generazione precedente aveva lasciato alla nostra: la terribile apparenza del tutto compiuto, in altre parole l'impossibilità di creare ancora, di esistere dunque. E chissà se anche questa volta, alla fine, quando quest'ultima, in tutti i sensi estrema musica, sarà compiuta, si sarà trattato solo di apparenza. Forse questa volta, e manca poco ormai, tutto sarà compiuto davvero. E la musica, e il mondo con essa, sarebbero finiti comunque.
Quando ho cominciato a comporla però, tre anni fa, non pensavo affatto alla Messa come alla mia opera ultima, anzi all'Opera Ultima. Componevo pensando a una sorta di totalità, è vero, ma del resto l'ho sempre fatto, anche nelle mie musiche di più ridotte dimensioni, anche nelle più rarefatte, come l'Opera Uno di cui le ho parlato la volta scorsa: perché anche il silenzio, anche il punto geometrico se ci pensa, sono forme di totalità. Le dirò anzi di più: ho sempre avuto la convinzione ferma e assoluta che il comporre, non in modo banalmente esteriore s'intende, consistesse in una e una sola cosa: creare un universo. Ne consegue una realtà immediata: che l'artista è una divinità, e badi bene che non è, questa, una forma di tronfia vanteria. L'artista è una divinità perché ha assunto su di sé quel solo gigantesco compito capace di rendere tale di fatto ció che di nome è una entità senziente: la creazione, e, di più, la creazione dell'assoluto. Compito questo da sempre attribuito dall'umanità a vaghi dèi ma che solo gli artisti sono stati capaci di concretizzare.
E se l'artista è un dio, io ho voluto essere quel dio che nega, ma non mi fraintenda: non, banalmente, colui che, ancora in fondo assoggettato al reale, si limita a concepire l'opposto di ciò che esiste, ma colui, quel dio, per il quale la concezione prescinde dall'esistente essendo questa una forma ancora più forte, e piena, e alta di negazione. Ho voluto essere ciò esplicitamente intendo, perché a ben pensarci ogni opera d'arte è un'opera di negazione: creare un altro universo significa rinnegare questo. La grandezza di un artista anzi si valuta innanzi tutto in base alla intransigenza della sua negazione. È questo ció che io chiamo il talento intellettuale. Ne esiste poi un altro ovviamente, che io chiamo talento materiale, e che consiste nel possedere, su un livello più banalmente tecnico, la capacità di concepire e realizzare forme fisiche coerenti alla struttura delle proprie idee. Ma questo è un altro discorso.
Si dice a tale proposito - e non pensi che io stia divagando: la deviazione è solo apparente - si dice che l'opera compiuta sia sempre inferiore alle aspettative dell'autore, cioé all'idea astratta che l'ha originata: una delle tante incarnazioni dell'antico convincimento secondo cui lo spirito sarebbe superiore alla materia. È vero che lo è, ma proprio perché lo è esso è capace di plasmarla in assoluta libertà. È successo a volte anche a me tuttavia di non trovare piena rispondenza fra l'intuizione iniziale e la sua materializzazione sonora, ma non in questo caso. Anche adesso che sono giunto all'assemblaggio finale dei vari "strati", se cosí possiamo chiamarli, della Messa, fase questa che ha ancora parecchio di concettuale badi, perché implica la verifica delle corrispondenze, delle interconnessioni, l'incastrarsi di ogni parte nell'insieme delle altre; anche adesso, le dicevo, che sta fisicamente prendendo forma da queste macchine essa è l'immagine perfetta dell'universo che ho cominciato a ideare tre anni fa.
Se le piacciono gli aneddoti, le dirò che ho definito la sua struttura generale sul balcone di un tempio di Kyoto; mi piace pensare che fosse lo stesso su cui Stockhausen narra di aver scritto la formula generale di Licht quasi un secolo fa. Lui con quelle ventiquattro ore di musica concluse il novecento, io con le cinque ore della mia Messa ho concluso tutto. C'è il senso della fine in essa, dalla prima all'ultima nota, in maniera quasi profetica direi, se credessi a queste cose. Questa musica raccoglie insomma le fondamenta del nostro universo, le annienta e le riplasma. È, più d'ogni altra, un gigantesco e infinito No, una affermazione della mente contro il mondo. Cos'altro avrebbe potuto esserci dopo?

 

15 - Corridoio - Interno.

-) Il corridoio è buio, cosparso qua. e là di macchie di luce. Clio, di spalle, si muove fra esse allontanandosi, sfiorando la parete con le dita di una mano. Comincia a scendere le scale che conducono allo studio di Adrian.

 

16 - Fra la Nebbia - Esterno.

-) Attraverso la Nebbia e il buio notturno si avverte appena l'esistenza di un muro, di una finestra sbarrata.

 

17 - Biblioteca di Adrian - Interno.

-) Dei volumi su uno scaffale di legno, quasi tutti molto antichi; parecchi dei titoli sui loro dorsi sono in tedesco.

-) Il vano cassetta del registratore del Corifeo. Si sente uno scatto meccanico, la cassetta comincia a girare.

-) Su uno scuro e massiccio leggio, di legno anch'esso, è aperto un grosso, antichissimo manoscritto le cui pagine sono impreziosite da una fitta folla di miniature dorate. Una mano di Michael entra in campo, ne sfoglia una, due pagine, con delicatezza, poi si appoggia al leggio.

Michael: (Fuori campo) È un autentico codice miniato del trecento; una raccolta di canti gregoriani. Adrian nasconde degli autentici tesori qua dentro, sa? È un peccato, in fondo, che tutto questo sia destinato ad andare perduto.

-) Soggettiva del Corifeo: Michael, in figura intera, è in piedi davanti al leggio illuminato con parsimonia da una piccola lampada dalla cui luce uno scrittoio e una sedia lì accanto vengono lambiti appena e con fatica. Nella semioscurità dello sfondo si avverte malamente l'esistenza di una parete ricoperta per intero da scaffali su cui sono allineate con ordine rigoroso file di volumi.

Michael: Ha anche libri di negromanzia, e perfino una copia rarissima del Malleus Maleficorum. Lo ha mai letto lei? È un gran libro quello, mi creda, una delle più alte vette dell'animalità umana.

Si va a sedere sul piano dello scrittoio, appoggiando i piedi sulla sedia. Continua a parlare, guardando solo di rado in direzione del Corifeo.

Michael: Ha sempre nutrito una passione per il Medioevo e i suoi derivati Adrian. Parla il latino naturalmente. E poi anche il greco antico, il sanscrito... conosce sei o sette lingue letterarie morte; come tutti i grandi artisti Adrian adora le cose morte. È la prima cosa che si impara conoscendolo, o anche solo ascoltando la sua musica. È per questo soprattutto che non abbiamo mai legato molto io e lui, ci crede? È un rapporto strano il nostro, sul confine fra l'amicizia e l'estraneità senza essere nessuna delle due. Vorrà ora saperne di più suppongo - a proposito, c'è qualcosa di cui lei non voglia sapere fino in fondo, fin oltre il lecito e il dovuto, fin oltre il niente insomma? -. Bene, ha mai letto Tonio Kroger? L'arte che si sente estranea a ´ciò che è umano, vivo e comuneª, e che insieme ne prova rimpianto e desiderio. No, niente del genere in lui. Lui l'ipotesi di vivere non l'ha mai presa nemmeno per un solo istante in considerazione, non l'ha mai reputata degna di sé, (ironico:) delle "altezze" fra cui si muove il suo pensiero. Quanto a me, sono fiero di essere sotto questo aspetto l'incarnazione perfetta del suo esatto opposto: la spietata e lietamente effimera antitesi del grande Adrian, del genio sommo, del puro folle.

Nel dire le ultime parole si è alzato ed è andato a cercare un libro fra gli scaffali. Trovatolo torna a sedersi sul piano dello scrittoio e comincia a sfogliarlo alla ricerca di una pagina.

Michael: Conosce Bergman? Ci sapeva fare prima di diventar vecchio. Ecco, ascolti: (Leggendo:) ´Per tutti i diavoli, che cosa sto per fare? sacrificare la vita, e per che cosa? Per l'eternità. Per l'opera d'arte perfetta. Per l'amore. Sono forse impazzito? Artista! Chi vede il mio sacrificio? La morte. Chi può misurare la grandezza del mio amore? Uno spettro. Chi mi è grato? L'eternitàª. (Chiude il libro e tace per alcuni istanti) Non può immaginare l'opprimente grevità del tempo che ho trascorso a rimuginare su simili cose; ho finito però col trovarle immensamente sagge, e tanto più sagge quanto più lontane dal mondo di Adrian e di tutti quelli che prima di lui hanno seguito vie simili alla sua. Senza stare a fare adesso i massimi discorsi sui minimi sistemi: volevo per me una vita che avesse la dimensione, il calore forse, se non delle vite qualsiasi, cui mai mi sono sentito uguale, di un universo "umano", di una realtà partecipe della nostra misura delle cose. Continuare a dipingere sentivo che me ne avrebbe allontanato. Non volevo giungere a voltarmi indietro a un certo punto e domandarmi anch'io: ´che c'è stato in tutto questo tempo in cui sono diventato quel che sono adesso? Rigidità; solitudine; ghiaccio; e spirito! E arte!ª. No, io non sono così frigido, non lo sono mai stato. E adesso lei si starà chiedendo se l'ho poi avuta la mia vita normale, la mia dimensione "umana". Be' no, non l'ho avuta. C'è chi nasce segnato evidentemente. Vuole essere una cosa, deve esserne un'altra. Il fallimento è senza rimedio.
Peró non è tutto qui. Si sono aggiunte per strada altre ragioni a rendermi estraneo alla pittura e a tutta l'arte; ragioni che stanno al di fuori di me, delle mie scelte - delle tentate scelte - intorno alla mia vita, e che provengono dall'arte stessa: dal prevalente modo di intenderla ma anche dalla sua intima natura; tante in realtà, tante che si accavallano e si confondono fra loro, ma due soprattutto. Non so a dire il vero se siano propriamente ragioni distinte, forse sono solo diversi aspetti di una stessa cosa. Ci sarà, l'avverto, c'è già anzi, un certo disordine in quel che le dirò. È il mio talento mettere disordine nelle cose. Mi vanto di non sapervi rinunciare.
Due ragioni dunque. Due fra le mille possibili. La prima è la grande menzogna che l'arte si trascina dietro, sempre, anche quando si sforza disperatamente di aggrapparsi ai territori a lei stranieri della sincerità. Quell'arte la cui meta, proclamata a gran voce, pretendeva d'essere la creazione della bellezza, dell'armonia e, attraverso esse, l'induzione nel fruitore d'uno stato di elevazione, intellettuale o etica che fosse. E io ci ho creduto da ragazzo, quando ho cominciato a interessarmene, e non immagina con quanta fiducia e ammirazione mi sono avvicinato in quei tempi agli artisti, grandi o piccoli che fossero, convinto che gli artefici di tanto splendore non potessero che essere uomini splendidi. Tutte balle. Quante cose non sapevo ancora di loro! Giotto era un usuraio, non lo dimentichi, Dalì un pazzo furioso, Racinè uno squallido arrivista, Stockhausen un fanatico pieno di boria, Xenakis - ha scritto bene di lui Kundera - un profeta dell'insensibilità.
Non ci si meravigli dunque se le verità che l'arte nasconde non sono mai state così elevate come le opere che ha prodotto lascerebbero supporre; non lo potevano essere perché le ragioni dominanti che per secoli, per millenni hanno mosso gli uomini che nell'arte hanno agito quasi sempre poco o nulla hanno avuto di sublime, di profondo, di ideale. C'erano l'arroganza e l'orgoglio innanzitutto, quelle spinte dunque che si traducono nel desiderio di imporre se stessi al mondo esterno: al mondo degli uomini spesso, col che il desiderio di imporsi diventa desiderio di emergere sugli altri, assume cioé la forma di un meschino ed egoistico carrierismo; oppure, al mondo inteso come totalità dell'esistente e dell'esistito, di ciò che mitologicamente si chiama il "Creato" insomma; quest'ultimo è il caso, raro a dire il vero, degli artisti grandi - e stia pur certo che Adrian è fra questi -, degli artisti per i quali il desiderio di imporsi diventa una lotta titanica, faustiana, che divora la vita intera di loro stessi e di quanti li avvicinano. Questi uomini che vivono totalmente prigionieri di quella dimensione che i greci chiamavano il daimon non hanno, come si potrebbe credere, nulla di nobile o di eroico, sono solo delle mostruosità viventi, delle creature lovecraftiane che non esiterebbero a compiere genocidi, a distruggere galassie intere pur di aggiungere una sola nota, una sola parola, una sola pennellata, un solo fotogramma, un solo raggio di luce alla loro opera.
E poi ci sono quelli in buona fede: e sono i deboli, gli sconfitti nella lotta sociobiologica per l'evoluzione. Sono quelli che odiano la realtà, o che ne hanno paura, e cui l'arte offre la possibilità della fuga in una realtà in cui possono essere vincitori, o più onestamente, che possano sentire più loro. Non ho mai saputo che pensare, francamente, di questi: non erano come gli altri, questo no, riuscivano perfino a volte a possedere in sé un'ombra di umanità, ma c'era nonostante ciò ben poco da ammirare in loro. Li ho lasciati a narrarsi le loro favole, le loro finzioni, i loro surrogati di vita.
In tutto ciò, dunque, sta la prima ragione.
La seconda è se non più lunga da spiegarsi, certo più complessa. È successo che a un certo punto mi sono accorto di quanto dipingere, dipingere o comporre o scrivere o quel che pare a lei, sia fra le altre cose, e indipendentemente, badi bene, dalla levatura morale dell'artista, una attività irreparabilmente spregevole sul piano etico. Ecco, ora dovrei spiegarle il motivo di ciò, e non le nascondo il mio fastidio. Perché è un discorso grosso, cosmico, è un discorso sulla morte universale, sulla natura indicibilmente infame della creazione... Ma io non sopporto i discorsi cosmici, è roba per Adrian questa. Io sono piccolo e vado bene solo per le cose piccole. Per una volta comunque voglio provare a farlo, anche perché mi sa che è l'ultima; già. Non si aspetti rivelazioni eccezionali però, né concetti complicati e profondi. Dirò cose molto semplici e banali, perché l'universo è semplice. Semplice come premere il grilletto di un fucile.
Cominciamo dunque facendo proprio la più semplice delle cose, guardarci intorno. Fissiamo gli occhi su questo presente, su questo mondo di Nebbia e di morti e pensiamo, per confronto, a come era un anno, un secolo or sono: diverso, dirà. Sì, diverso, ma d'una diversità non più che esigua, non altro che evanescente. Un mondo, era allora, diviso fra i già morti e i non ancora tali, una sottile linea di demarcazione che la Nebbia ha spazzato via in un istante. Un mondo il cui esser così fatto, il cui esser pervaso, cosparso di morte, il cui esserlo sempre stato, è tutt'altro che incidentale, o accessorio, o comunque, in qualsivoglia maniera, perfettibile, ma è anzi il risultato d'una sua intrinseca, dunque inalterabile, natura poiché la morte non è meno che il fulcro, la chiave di volta delle leggi che governano l'universo biologico, quelle leggi che, unico, non sono mai riuscito a chiamare "naturali" né ad accedire come principio assoluto, la possibilità di difesa, o di fuga come unico diritto alla vita. E sempre indissoluta da tutto ciò la Storia, la Storia morta bambina della nostra specie: un elenco interminabile di atrocità, una riproduzione su scala ridotta di quelle stesse leggi biologiche che con ottusa presunzione ci vantavamo di esserci lasciati alle spalle. Bene, non era vero, non poteva esserlo. Niente ci eravamo ancora lasciati alle spalle. Come avremmo mai potuto in soli sei, diecimila anni? E dunque eravamo, siamo ancora, in quest'ultimo attimo che ci resta, dei selvaggi. Ma sto divagando. Pensi dunque, le dicevo, all'insieme dell'universo biologico, pensi alla nostra specie in esso, e pensi infine a ciascuno di noi, a ogni singolo individuo intendo, non importa quanto in alto o in basso sulla scala dell'evoluzione, quanto semplice o complicato, pesce mammifero insetto o uccello, pensi a quali gelide leggi governano e opprimono la sua esistenza, e a quale crimine - crimine, certo - egli deve infine senza scampo subire, quello, dico, che alla sua esistenza pone fine, che lo cancella per sempre da ogni possibile universo, poco importa se per opera di un altro individuo, della stessa o di un'altra specie, o, in difetto di questa, per semplice esaurimento delle funzioni vitali del suo organismo. Pensi tutto ciò. Capirà che dire morte violenta è ripetere due volte la stessa parola. Non esiste morte che non sia violenza.
E su questo pianeta di morti ammazzati io che facevo? Spandevo colori sulle tele, rincorrevo utopie estetiche, inventavo regole formali. Merda. Era calpestare il dolore, il disastro di un mondo disperatamente senza luce. Allora ho provato a dipingere il dolore, la morte. Era inutile. Non raccontavo il dolore; io usavo il dolore. L'arte riesce a parlare solo di se stessa, o non è arte.
Allora ho smesso. Perché non ho avuto il dono dell'indifferenza io, quello che Adrian ha invece ricevuto a piene mani. Perché non so ignorare il dolore né voglio prenderlo a pretesto di un fatto estetico, mentre l'arte non sa fare che l'una o l'altra di queste due cose.
I miei anni trascorsi, quel passato che ha finito col confluire in questo presente, si può dunque ora riassumere in poche frasi: non ho voluto mondi fittizi dietro di me, niente in cui rinchiudermi e niente di cui vantarmi. Non ho voluto camminare su strade cosparse di cadaveri né accanto a esse come se non esistessero. Ho smesso, ho smesso ogni cosa e ho cercato una mia via alla vita, che non ho trovato. È tutto. Davvero non c'è più altro da dire.

Cessato di parlare Michael resta immobile, fissando la spalliera della sedia prima, poi, a lungo, le lunghe e scure file di volumi alle sue spalle.

 

18 - Camera di Adrian - Interno.

-) Si è fatto giorno. Lo si vede come al solito dalla luce lattiginosa che penetra attraverso le fessure della finestra. Adrian è andato a letto, è sotto le coperte, dorme.

 

19 - Studio di Adrian - Interno.

-) (Lenta dissolvenza/)

Uno scialle bianco e' gettato sulla poltrona girevole di Adrian. Lo sfondo e' il nulla della parete buia.
Clio entra in campo, raccoglie lo scialle senza indossarlo. Si avvicina poi, lo scialle che le pende da una mano sfiorando il pavimento, alla parete buia, la fissa; muove alcuni passi sul limite della zona oscurata, quindi torna indietro. Giunta di nuovo vicina alla poltrona si ferma, si volta adagio verso lo sfondo invisibile.

(L'immagine si fissa)

(Lentissima, impercettibile dissolvenza)

Corifeo: (Fuori campo) Corifeo a Coro; nona giornata.
Ho notato che la morte ricorre spesso nei loro discorsi. Era quella concreta, la loro, all'inizio, lo era per Atthis e Michael almeno mentre diverso è stato il caso di Adrian che anzi nella prima seduta col registratore non ha nemmeno toccato l'argomento. Questa distanza si è ora smussata lasciando il posto a una uniformità in cui già da un po' c'è solo, per ognuno, l'idea della morte più che il momento della morte; l'idea della morte più che la paura stessa della morte. Sembra che la realtà della fine, della cancellazione totale e irreversibile di se stessi per loro si sia col passare dei giorni trasformata, allontanata, che sia divenuta un concetto astratto, immateriale, come potrebbe esserlo per un bambino; qualcosa che non li riguarda, a cui mai parteciperanno di persona. Non lo capisco. O meglio, posso capirlo in Adrian, con quel suo perenne astrarsi dal mondo reale, anzi col suo esplicito combatterlo, ma in Atthis, in Michael mi sarei aspettato tutto l'opposto, che quel coinvolgimento iniziale si sarebbe ingigantito, avrebbe finito col dominare ogni loro parola, ogni loro gesto. E invece? Invece Michael si limita a parlare dell'onnipresenza della morte nella natura, Atthis della morte delle lumache, e s'inventa poi addirittura un essere inesistente, un figlio mai avuto, s'inventa lui e se ne inventa la morte, inesistente anch'essa.
Mi sono chiesto a lungo cosa sia a spingerli verso questa follia del mutare realtà, al far finta di nulla come unica arma per non far accadere nulla e mi sono dato infine la più semplice fra le risposte: credo che tutto ciò sia interpretabile come una sorta di esorcismo, un tentativo di dimenticare, di sotterrare la paura, il terrore anzi, che stringe ciascuno di loro. E tutto ciò mi fa tornare in mente una cosa, una cosa che mi ha colpito particolarmente, dovrei dire forse sinistramente, in tutti loro già da alcuni giorni e che ora vedo come un aspetto, fra i tanti, di questa loro... chiamiamola autodifesa mistificatoria se vogliamo: sanno cosa li aspetta se restano qui, sanno di non avere speranze, che l'unica possibilità di sopravvivenza concepibile risiede nella stazione orbitale eppure nessuno di loro mi ha chiesto di portarlo con me al mio ritorno lassù. Chi sta per annegare si aggrappa anche ai fuscelli ma loro niente. Ripeto: ha qualcosa di sinistro questo non chiedere aiuto, anche se in realtà è un aiuto che non possiamo dare. Ha qualcosa che sa già, e davvero, di follia.
In mezzo a tutto ciò l'unico momento di verità, di sana verità, mi è parso di trovarlo in una frase pronunciata da Michael, non ricordo più a che proposito, durante uno dei colloqui preliminari. La cito, qui, come frammento conclusivo: - In nessuna fine c'è mai stato niente di grande. È sempre stata una faccenda misera e rivoltante questa, come il bancone di un macellaio. Non esiste l'Angelo della Morte, esiste solo la morte -.

Buio.

 

 

 

 

 

INTERLUDIO PRIMO.

-) Un frammento di parete grigia, un vecchio impianto stereofonico, una poltrona di vimini consunta dagli anni, dall'umido, dall'uso. Tutto intorno è buio. Atthis entra in campo, accende l'amplificatore, poi il giradischi. Si siede sulla poltrona e ascolta.
Una voce femminile e un liuto distendono nell'aria, nel buio della fine del tempo, un canto lento, arcaico, su un desolato tono d'elegia.

{La macchina da presa si allontana da Atthis descrivendo un lungo arco di spirale...}

Voce di Atthis: (Lentamente e quasi sottovoce) Domande. Inquisizioni. Perché tu? Perché la tua musica? Perché la tua vita? Per chi? Quanta inutilità. Ascoltare. Ascoltare quel che resta. Verità, menzogna; è poi cosí importante? Ascolto. Ed è bello. E mi basta. Sì.

{La macchina da presa continua ad allontanarsi lungo la sua curva, verso l'infinito...}

...e Atthis si fa piccola in un mare di buio, una puntiforme traccia marrone in un oceano nero.
Sulla parte sinistra dell'immagine infine appare una lastra di vetro verticale; su di essa scorre, luccicando, una goccia d'acqua.

{La macchina da presa si ferma}

(Dissolvenza\)

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