CORO DELL'ALBA

III

CREDO

 

 

 

 

1 - Camera di Atthis - Interno.

-) Il luogo è buio. La prima sensazione è solo acustica: il monotono, pesante ticchettio della sveglia che inonda di sé la camera rendendo ancora più pesante, più evidente il silenzio di ogni altra cosa.

-) La porta è chiusa, una sottoveste bianca è appesa alla maniglia.

{La macchina da presa, fin qui assolutamente immobile, inizia ora una lentissima carrellata all'indietro, scoprendo poco a poco buona parte della camera. Quindi si ferma}

Atthis è in piedi, appoggiata a una parete vuota. Resta per un po' così, senza muoversi, senza far nulla; poi avanza di uno o due passi, lentamente, si ferma. Avvicina una mano al pube, la ritira esitante. Si sdraia sul letto, si toglie le mutandine, palpa con le dita la zona intorno alla vagina, con gesti attenti, cauti, a volte fa una leggera smorfia che sembra di dolore. Si rialza, rimette le mutandine, rimane a lungo nuovamente immobile. Poi con un gesto brusco incrocia le braccia serrando nervosamente le dita attorno ai gomiti.



Si guarda intorno, come se cercasse fra gli oggetti della camera la causa di ciò che in lei non va.





{La macchina da presa riprende la sua carrellata all'indietro...




...cui si aggiunge infine, sempre lentissima, una breve panoramica.}
Atthis, rimasta immobile, in piedi accanto al letto, viene esclusa dall'immagine che si concentra e si fissa ora su un piccolo tavolino grigio ingombro di vari componenti elettronici, posto quasi in disparte in un angolo della stanza.

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-) Nello studio di Adrian il registratore è in funzione. L'immagine è concentrata su una delle bobine, in rotazione: riflessi di luce lampeggiano sul plexiglass che racchiude il nastro magnetico.





{La macchina da presa carrella lentamente in avanti, come andando incontro a essi.}





L'immagine della bobina si perde in una astrazione di luci in movimento circolare.

















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-) Adrian: (Fuori campo) Voglio che il titanico No di cui le ho parlato altrove rinneghi anche se stesso, che i più inconciliabili opposti coesistano in questa musica. Che vi prolifichi la complessità e insieme vi giaccia la semplicità, che vi ristagni la quiete e vi esploda il furore, che vi domini il determinismo più rigoroso e l'aleatorietà più inconsistente, che vi si celebri l'apoteosi della vocalità e insieme a essa il suo annientamento.
Ecco, mi fermo su quest'ultima contrapposizione, perché è essa che mi serve a spiegarle il Credo. Al diametrale opposto del Kyrie, nessuna voce, e dunque l'assenza del testo. Strutture sonore metalliche, dall'appena udibile all'assordante, dall'infrasuono più grave allo stridore più acuto, fino a saturare tutto lo spazio sonoro. E poi l'aprirsi di improvvisi vuoti, pozzi di silenzio in cui tutto poco a poco precipita. E' questa l'idea di base di un Credo che non ha più alcuna fede da affermare tranne quella, fondamentale e irrinunciabile, nella propria perfezione strutturale, nella propria Forma, chiusa e allo stesso tempo infinita. Apparentemente legittimo domandarsi ora perché io parli di esso come di un Credo, cosa lo qualifichi tale cioé in assenza di un testo cantato; del tutto apparentemente però, perché è scontato rispondere: soltanto la sua collocazione come terza parte all'interno di una forma musicale chiamata Messa. Ed è sufficiente.

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Dal Credo di Adrian, ma molto lontano, attenuato da impensabili distanze (*): un'unica, titanica esplosione di suoni metallici d'altezza indefinita, una esplosione prolungata nel tempo, immobilizzata in esso senza alcun accenno di fine. Un materismo autentico questa volta, totale e intransigente, senza punti di riferimento che emergano dalla magmatica consistenza dei suoni.




























(Dissolvenza\)

-) Buio.

-) (Dissolvenza/)
E' trascorso del tempo. Atthis dorme. Si agita nel sonno, sussulta, il suo viso si contrae in una espressione di dolore.
(Dissolvenza\)
Buio.

Alcuni istanti di silenzio.

Voci di bambini che giocano in un cortile attraversano la mente di Atthis. Lontane, come dal fondo di un pozzo.
Quasi subito cominciano a rarefarsi e, presto, scompaiono.

-) (Dissolvenza/)
Le mani di Atthis si muovono sul tavolino, toccano e rigirano, un po' impacciate, i componenti elettronici sparsi su di esso, come non sapendo decidersi.
(Dissolvenza\)
Buio.

...echi metallici, lontanissimi, di suoni estranei, di universi raggelati...

-) (Dissolvenza/)
Atthis ha iniziato il suo lavoro: è ora affaccendata a inserire componenti elettronici su un circuito stampato. E' sempre un po' impacciata, impegnata in una attività che non le è più molto familiare e che comun- que nella fabbrica di televisori, chissà perché, le sembrava più facile.
(Dissolvenza\)
Buio.

Emerge poco a poco un nuovo frammento dal Credo di Adrian, lì dove il ruvido panorama sonoro s'incrina, lasciando spazio a gelidi momenti di silenzio.

-) (Dissolvenza/)
Atthis si è fermata, ha appoggiato i gomiti sul tavolo, il mento sul dorso delle mani. Ha fatto un po' di spazio davanti a sé fra il materiale elettrico e vi ha posto in mezzo il suo Pierrot di porcellana. Sta così, e lo fissa.
(Dissolvenza\)
Buio.

Il frammento ritorna, continua, inoltrandosi sempre più in abissi di vuoto.

-) (Dissolvenza/)
Atthis è ancora seduta ma davanti a lei non c'è più il tavolo, attorno a lei non c'è più la stanza. E' seduta e circondata dall'onnipresente oceano di buio.

L'uno dopo l'altro i suoni si estinguono.




(*) Come i cori invisibili nel Donnerstag aus Licht di Stockhausen.




2 - Camera di Atthis - Interno.

-) L'armadio che copre la finestra, ripreso a distanza ravvicinata.

{Impercettibilmente, tanto da rendere incerto l'istante in cui cessa l'immobilità, la macchina da presa inizia una lentissima e uniforme carrellata all'indietro, attraversando la camera in tutta la sua lunghezza, quindi, altrettanto impercettibilmente, si ferma.}

L'armadio è ora sullo sfondo. Fra esso e chi osserva c'è tutto lo spazio chiuso, "infinitamente" chiuso, della camera.
Clio appare da destra, attraversa il campo visivo in diagonale, allontanandosi, cammina adagio, molto adagio, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé. Esce fuori campo infine dalla parte opposta.

{La macchina da presa ripercorre in senso inverso il viaggio di poco prima: impercettibilmente, tanto da rendere ancora una volta incerto l'istante in cui cessa l'immobilità, inizia una lentissima e uniforme carrellata in avanti, riattraversando la camera in tutta la sua lunghezza, quindi, altrettanto impercettibilmente, si ferma.}

Adesso è inquadrato solo un dettaglio centrale dell'armadio. Gli sportelli vengono aperti. Dentro vi sono degli abiti femminili.

{Impercettibilmente, la macchina da presa ricomincia ad arretrare fino a inquadrare una porzione maggiore dell'armadio, poi nuovamente, con estrema gradualità, si ferma.}

Clio è davanti all'armadio e ne osserva il contenuto. Prende una camicetta bianca, la tiene con una mano, penzolante, davanti a sé. Poi solleva lentamente il braccio sopra la testa lasciando che la stoffa le nasconda il viso e facendola oscillare adagio su di sé. Riabbassa il braccio facendo sì che la camicetta le ricada addosso ricoprendole interamente la testa, e infine la lascia andare.

{Impercettibilmente la macchina da presa riprende ad avanzare, adesso verso Clio}

Clio afferra ora con entrambe le mani un lembo della camicetta.

{La macchina da presa interrompe il suo movimento}

Lentamente Clio comincia a lacerare la stoffa bianca.

Atthis: (Fuori Campo) Hai visto lì sul tavolo? Ho cominciato a costruirlo. (Pausa) Dev'essere che quando si è agli sgoccioli ogni rimpianto diventa un motivo di angoscia in più, a te non pare? Be' ecco, io almeno questo rimpianto, per stupido che sia, se poi lo è, almeno questo non voglio tenermelo. Però a volte penso: e se poi non fosse così bello? Se non fosse niente? Voglio dire: se scoprissi che sono i soliti glissandi, i soliti fischi, quei suoni che si sentono quando si gira a vuoto la sintonia d'una radio qualsiasi? Non puoi immaginare fino a che punto ci resterei male. Sì, lo so, sono un po' ridicola. Ma è una cosa che succede a tutti forse: quando non incontri niente che riesca a riempirti in qualche modo la vita allora ti fissi su qualcosa che non conosci ancora, che non hai ancora incontrato. Sarà successo anche a te almeno una volta, no? E' magari qualcosa di banale, tanto banale a volte da essere perfino patetico, ma tu ci fantastichi sopra, ci costruisci la tua sicurezza, il tuo mondo, ...dio mio, la tua vita... Puoi farlo, proprio perché non lo conosci e dunque hai lo spazio per inventarlo dentro di te, come piace a te. (Un secondo, più prolungato, silenzio) Anche se poi succede... Eh sì, succede. Ecco, ad esempio, conoscevo una ragazza anni fa, non proprio un'amica ma in un certo senso, sì, quasi. Un giorno lei rispose a un annuncio matrimoniale da cui, io non so perché, era rimasta colpita. Ma nella lettera anziché indicare il suo recapito chiedeva all'uomo dell'annuncio di risponderle mettendone un altro, cosa che lui fece. Allora lei gli scrisse di nuovo, ma di nuovo senza nessun recapito, e so che hanno continuato così per mesi, lei a scrivere lettere senza indirizzo né telefono, lui a pubblicare annunci in cui le chiedeva l'uno o l'altro o le dava appuntamenti a cui lei non andava.
Io credo che avesse paura di incontrare davvero quell'uomo, di scoprirlo diverso da come leggendo le sue tre righe sul giornale aveva immaginato che fosse. Che stupida, vero? E magari era proprio l'uomo giusto. Il fatto è, vedi, che io sono un po' come lei, ho paura di incontrare la realtà delle cose, e così al momento di fare il passo finale, di mettere l'ultimo sassolino sul mucchio, mi fermo e scappo via, anche se è inutile perché prima o poi le incontri per forza le cose, quelle vere, che tu le cerchi o che tu le fugga prima o poi le incontri sul serio, con tutto ciò che si portano dietro, e se non sono come le hai sognate è un disastro credimi, un vero disastro. E dev'essere per questo che nella mia vita ogni cosa lo è stata. (Pausa) Già, che stupida anch'io: come ho fatto a non pensarci prima?

3 - Studio di Adrian - Interno.

Nello Stalker di Andrej Tarkovskij, a conclusione di quello che è stato il loro viaggio attraverso la Zona i tre uomini, le tre figure allegoriche il cui agire (interiore) lungo tutta la durata del film ne ha determinato, e subìto, la pressione del tempo, sostano davanti alla Soglia della Stanza, che non attraverseranno.
L'osservatore - la macchina da presa, lo spettatore - è all'interno di essa, davanti a lui è la Soglia al di là della quale stanno i tre. Sono seduti in terra, immobili, uno lancia degli oggetti nell'acqua che copre il pavimento.
Piove nella Stanza, come pioveva qualche anno prima nella casa di Kelvin (nel fantasma di essa sull'alieno Oceano di Solaris), come qualche anno dopo pioverà nella casa del pazzo Domenico in una altrettanto estranea Toscana.
La pioggia dura poco, cessa. Nell'accadere di tutto ciò, di questo quasi niente, è tuttavia accaduto dell'altro. La luce nella Stanza, al di qua della Soglia, ha preso a mutare divenendo, nella polifonia di impercettibili eventi visivi che struttura la sequenza, per lunghi istanti la voce principale.


-) Un dire fatto di sola luce, mentre gli oggetti materiali, e fra essi la macchina da presa, tacciono: intorno a questa idea si ramifica la dimensione visiva della sequenza, costruita per sovrapporsi orizzontale, stratificato, di eventi visivi, come nel contrappunto antico.
Il corpo, immobile, che questa luce riflette dandole un timbro e una forma, è un enorme tam-tam, apparso più che situato, nel centro dello studio di Adrian, ortogonale rispetto alla parete buia che occupa interamente lo sfondo. Il riferimento visivo pare ovvio: Stockhausen, Mikrophonie I, ma è un riferimento che mai toccherà la dimensione sonora.
La luce evolve sul metallo e attorno a esso circondando - non commentando - le parole di Adrian. Il sommarsi e il sovrapporsi delle molteplici componenti luminose è lentissimo e assolutamente astratto. Non eventi macroscopici, queste, ma luce sul confine dell'ombra, come suoni sul confine del silenzio. E non lampi, nulla di improvviso ma mutazione impercettibile, che evoca immobilità, nuovo dissolvimento di ogni divenire possibile.
Strutture, cioè, di luce imperturbata, dove non esiste gesto e gli strati d'una immobile polifonia visiva si sovrappongono staticamente, senza incastrarsi, senza succedersi.

Infine, uno ad uno, tutti gli eventi luminosi si estinguono, simulando una dissolvenza.

Adrian: (Fuori campo) Le piacciono i cimiteri? Badi che non scherzo, ce ne sono di bellissimi. Io ne ho visto uno anni fa, in una città su un'isola del Mediterraneo, che pareva un giardino; era sul pendio di una collina e mano a mano che si saliva, voltandosi indietro si vedevano sullo sfondo il mare e oltre esso la costa del continente, vicinissima, tanto da poter distinguere le case una a una. C'era molta luce, e c'era insieme un silenzio immenso, assoluto. Ma mentre la luce era vera, fisica, il silenzio no, il silenzio era psichico: attenzione, non immaginario, non illusorio: psichico. In realtà i rumori della città superavano la barriera delle piante e giungevano ovunque, ma il luogo, la sua suggestione voglio dire, il suo modo di esistere, facevano sì che non li si udisse, che essi, pur non sparendo dal mondo fisico, sparissero dalla mente. Ciò che accadeva non era un banale assorbimento dei rumori; quel luogo, quell'organismo, generava il suo silenzio. E nel far ciò (è un'unica cosa se ci pensa) distruggeva l'idea del divenire: della vita; ogni suo angolo esprimeva perfettamente questa funzione, che è poi quella stessa per cui un'opera del genere viene creata, non lo dimentichi. Il risultato estetico era sorprendente; estetico, certo, e nel senso più profondo che lei riesce a immaginare per questa parola. Comunque, non è dell'arte di creare cimiteri che voglio parlarle, e nemmeno, adesso, dell'arte di dar forma al silenzio, che già mi interessa di più. Voglio solo raccontarle un episodio. Camminando fra i viali e le tombe quel giorno, mi sono spinto verso la zona più antica, sulla cima della collina; c'erano delle grandi rovine e sotto di esse delle catacombe. Cercandone l'ingresso sono finito per sbaglio nel luogo in cui venivano condotte le bare appena giunte, prima della sepoltura. Era una grande sala sotterranea interamente dipinta di bianco, con due corridoi laterali. Alle pareti c'erano file di bare, alcune con qualche fiore sopra, altre del tutto spoglie, e l'aria era carica di un nauseante odore di carne in putrefazione. A volte si entra in dei posti spinti non si sa bene da cosa; curiosità, verrebbe da pensare, ma nemmeno, si entra e basta, così è successo a me quella volta. Si udiva... sa, sulle prime non ci ho fatto caso, chissà perché l'ho trovato normale, come non si fa caso al rumore del traffico in città, o a quello dei rami mossi dal vento in un bosco..., si udiva una donna cantare. Non si capiva da dove venisse la voce perché l'eco la faceva riverberare da tutte le parti. Cantava una specie di... ninna nanna, o qualcosa del genere. Era una melodia semplicissima, che lei ripeteva sempre uguale, senza però che ciò apparisse monotono o ossessivo. E la sua voce era... dolce, lei sa cos'è la dolcezza?, debole e dolce come fosse d'una bambina. Ho camminato dentro la sala; lei era in uno dei corridoi laterali, era giovane, poco più di trent'anni. Stava seduta accanto a una bara, e sulla bara c'era una fotografia e poi, non ricordo bene, qualcuno dei soliti fiori probabilmente o forse no, forse niente fiori, o forse tanti fiori, una marea di fiori tutto attorno, non mi ricordo proprio più. Ma non ha nessuna importanza. Lei mi ha guardato e ha continuato a cantare. Poi mi ha visto il custode, mi ha chiesto se cercavo qualcuno. Non sapevo che rispondere, ho fatto il nome di uno che disprezzavo. Lui ha cominciato a rovistare inutilmente in un registro, poi, non dandosi per vinto, a domandare. Mi ha chiesto la data della morte, e io ho risposto: - La settimana scorsa. - Poi: - Quanti anni aveva? - E io: - La mia età. - Quanto? - Glielo dissi; la donna continuava a cantare, e quella voce pareva accarezzasse l'aria..., ecco, è questo che volevo dirle. Quella voce accarezzava l'aria, come se attraverso essa si liberasse il tocco più lieve di un musicista immenso. Eppure non c'era nessun musicista, nessun creatore, e quella voce nasceva da se stessa, e in se stessa finiva. Avrei dovuto provare, io che ero un musicista, un creatore, un senso di impotenza, inutilità, e invece se pure tutto ciò era presente, lo sovrastava un disagio che era non solo diverso e più forte ma anche, e soprattutto, più oscuro... Il custode ha perso ancora un po' del suo tempo a rovistare nel registro, poi ha detto: - No, non c'è, provi a... - e mi ha dato un consiglio che non ricordo o che non ho ascoltato. Sono uscito all'aperto, mentre la donna non smetteva di cantare. Si domanderà ora perché le ho raccontato questo. (Pausa. Adrian emette una sommessa risata in cui lascia galleggiare una greve nota di scherno). Me lo domando anch'io a dir la verità. Per mille ragioni probabilmente, certo più di quante lei possa immaginare, ma forse in realtà per una soltanto, ed è questa che mi preme ora spiegarle perché essa è fortemente legata a ciò di cui abbiamo... di cui ho, parlato in questi giorni: la musica ovviamente, la mia musica, la mia ultima musica. Le ho raccontato di quella donna, del suo canto fra i morti perché quel suono, che ricordo perfettamente come se l'ascoltassi ancora e che appartiene fin dall'istante in cui è nato al regno delle cose volatili, quel suono io voglio sbalzarlo in un regno diverso, resuscitarlo, liberarlo dal nulla in cui è rinchiuso e dargli la durevolezza di cui necessita per attraversare il tempo. Non riprodurlo banalmente, sia chiaro, ma ricrearlo in un'opera frutto di un pensiero consapevole; sto pensando all'Agnus Dei, l'ultima parte della mia Messa, sto pensando, e da molto, che sia giusto concludere in questo modo, con assoluta semplicità, con quella voce umana, una sola e, sí, puramente umana, immagine ed eco di ció che mai l'umanità ha saputo essere, concludere cosí tutta la musica del mondo. (Nuova pausa, più lunga.) E poi, le ho raccontato questo, perché... Ecco, a lei non piacerebbe che dopo morto una donna le si sedesse accanto e cantasse per lei in quel modo? Dica, non le piacerebbe? Non trova, voglio dire, che vi sia della bellezza, una finale bellezza anche in questo?



4 - Camera di Atthis - Interno.

-) Buio.











{La macchina da presa effettua con estrema lentezza una carrellata all'indietro lungo il pavimento.}

Appare un brandello d'abito bianco attorniato dall'ombra.
L'immagine si allarga poi gradualmente, quasi impercettibilmente: da un angolo, un dettaglio del pavimento in cui ristagna una totale oscurità, all'insieme della camera, o meglio all'insieme dei suoi frammenti, delle isole in cui adesso è scomposta. La luce infatti ha qui perso ogni residuo ormai di quella oggettività, monoliticità cui ancora si aggrappava nelle sequenze precedenti e si è moltiplicata in un arcipelago di chiazze giallastre, organiche, di isolati chiarori dai bordi incerti circondati da un continuum d'ombra.
Nel passaggio da un'isola all'altra appaiono, entro i contorni di ognuna, altri frammenti d'abiti, tutti o quasi bianchi, grigi, o d'altri non colori.

{Giunta al totale della camera la macchina da presa si ferma}

Una figura femminile in vestaglia bianca cammina lentamente su e giù per la camera. Muovendosi, scompare e riappare mentre attraversa zone oscure ed altre illuminate. Il suo cancellarsi e ritornare, l'andare incontro alle isole di luce e il lasciarsele alle spalle, l'essere cioé immersa in una dimensione di inconsistenza, di labilità visiva, e poi il suo parlare senza che se ne oda la voce né che si capisca a chi, tutto ciò crea una distanza fra lei e l'osservatore, genera la sensazione disorientante del non essere di lei del tutto lì, dell'essere la sua figura, privata di completezza e continuità, la sola simbolizzazione di una assenza.
E deve trascorrere del tempo prima che a questi frammenti di figura umana chi osserva possa attribuire, per livelli digradanti di incertezza, grazie a indizi imperfetti e incompiute evocazioni la, sia pur mai del tutto staccata dal limbo dell'ipotesi, identità di Atthis.

{Poi la macchina da presa riprende a muoversi, questa volta avanzando e nuovamente concentrandosi poco a poco sul pavimento. Vaga lentamente, come la donna, da un'isola di luce a un'altra}

Ritornano in primo piano i brandelli di stoffa entro i confini delle isole di luce, brandelli le cui pieghe creano forme che li fanno apparire simili a sculture, a bassorilievi informali. Una o due volte entrano anche in campo, per un istante, i piedi in movimento, scalzi, della donna.

{Infine la macchina da presa torna nello stesso angolo oscuro da cui era partita e lì si blocca}












Buio.

Michael: (Fuori campo, dopo un silenzio) Di nuovo qui? (Pausa) La pagano bene almeno? (Pausa) Sa, ho trovato un ottimo aggettivo per definire la sua presenza. Fallica. Perché nonostante ogni apparenza di discrezione, di mitezza perfino, lei è invadente, ossessivo, autoritario, arrogante. Penetrante appunto. Penetrante a tal punto che un paio d'ore fa mi è capitato perfino di pensare a lei, ci crede? Per ben cinque secondi, s'immagini. (Breve pausa) Volto completamente inespressivo, come al solito; sembra che la grande notizia l'abbia lasciata del tutto indifferente, eppure sono certo che si sta domandando cosa ho pensato. Mi sono chiesto se ce l'ha mai avuta lei una donna. Be', ce l'ha mai avuta? (Breve pausa) E risponda, Cristo! Non immagina quanto mi stia sui coglioni, tanto per restare in argomento, questo suo star zitto. C'è già fin troppo silenzio qui, senza che ci si metta anche lei. Allora, ce l'ha mai avuta una donna? No che non ce l'ha mai avuta. Ha un'aria troppo tenera per piacere alle donne lei e le tenerezze in queste cose servono solo a farci la figura degli idioti. Ma si consoli, tanti non hanno saputo essere più furbi di lei, a cominciare da me. Non che io sia mai giunto a confidare nella tenerezza, intendiamoci. No, non sono mai stato così fesso. E di donne infatti io ne ho avute, ovviamente. Non molte, non sufficientemente sopportabili, ma ne ho avute. Una soprattutto, e ora vorrà sapere tutto di lei immagino, se no che guardone sarebbe? Anzi no, lo sa già; di me e di quella tipa bionda, pallida e isterica del corridoio accanto, quella donnetta slavata che porta il nome di una lesbica greca di ventisette secoli fa, e chissà che non lo sia un po' anche lei, sia lesbica che greca voglio dire. Glielo avrà certamente detto lei di noi due. Non sa delle altre magari, di quelle prima, di quelle dopo, ma non importa, non hanno mai avuto molto senso. Non che lei ne abbia mai avuto di più naturalmente, solo... ecco, è successo che tutto è partito come se ne avesse; salvo poi a disfarsi per strada, come sempre. Pensi che intanto avevamo avuto tutto il tempo e l'idiozia di fare le cose "per bene". Un matrimonio in piena regola, sa? Con tanto di cerimonia civile e... basta. Quella religiosa, quella, grazie a dio, proprio no. Non mi chieda cosa cercassimo nell'essere noi due insieme: qualunque cosa fosse aveva la consistenza della nebbia: era nebbia. Tutto è sempre stato solo nebbia del resto, perché non avremmo dovuto esserlo anche noi due? Mi sono domandato tante volte quali dei mille sentimenti possibili provassimo in realtà l'uno per l'altra; i tre più ovvi non ci ho messo molto a scartarli: l'amore, l'attrazione erotica, la famigerata tenerezza. Davvero il nostro matrimonio è appartenuto ad altri regni. Amore non lo era di certo, eravamo troppo vecchi e stufi per innamorarci, e stanchi, e senza voglia di costruire nulla. Attrazione, ammesso che le due cose non coincidano, sì, quella c'era; ma è normale che un uomo e una donna si attraggano prima o poi, per il solo fatto di essere un uomo e una donna se non altro; e andavamo a letto insieme infatti... tutta nebbia anche quella. Cosa rimane? Ah sì, la tenerezza. Io non sopporto le donne che ispirano tenerezza; perché è un'arma questa, un'arma che loro non esitano a usare non appena si accorgono che può essere efficace, e con me lo era. Ecco, Atthis è una che la usa molto, e non senza risultati, ci stia attento. Sa cos'era lei in fondo? Una specie di rifugio, era una tana in cui andare a ficcarmi - spero che abbia afferrato il doppio senso - ogni volta che non sapevo più da che parte andare. Da qui, vede, solo da qui è nata l'utilità di Atthis, dal mio non sapere dove andare. Ma che gliele racconto a fare queste cose? E' roba mia poi, fatti miei. Anche se lei è proprio i fatti miei che vuole sapere, no? Un po' come i guardoni, giusto? E come i preti. E i vampiri. E gli artisti, s'intende, che sono un po' tutte queste cose insieme. E a proposito, dev'essere più o meno come Adrian lei, tutto spirito, self control e intelletto. No, intelletto no, ha l'aria del sentimentale piuttosto, di quello che si commuove davanti a due farfalle che scopano sui petali di un fiore, e che anche ci si masturba sopra poi. No, niente Adrian, Chopin piuttosto, dico bene?
Aveva una grande passione per Chopin Atthis, lo sa? O forse per Debussy, chi se lo ricorda più? Per qualche strimpellatore d'anime comunque, questo è sicuro. Sono certo che bisogna essere vecchi, desolatamente privi di tempo futuro per decidere di stare con una donna così. Perché lei vive in un universo a due dimensioni: il presente, il passato. Nient'altro. Il suo cervello è costituzionalmente incapace di produrre futuro. Starle accanto significa trasformare la propria vita da un torrente in uno stagno, e aspettare che il sole lo prosciughi. E cos'altro fanno in fondo se non questo i vecchi? Si siedono e aspettano, e lasciano che il resto lo faccia il sole. (Pausa) E io sono così dunque, sono vecchio.

5 - Studio di Adrian - Interno.

La macchina da presa esplora circolarmente la superficie metallica del tam-tam, su cui si sviluppa una rarefatta polifonia di eventi luminosi, ogni mutazione della quale avviene però questa volta fuori campo. La macchina da presa si muove dunque lungo un continuum apparentemente congelato in una perenne immobilità, in realtà staticamente fluente attraverso il tempo.

Un lungo frammento dal Credo di Adrian, lì dove "pozzi di silenzio" si spalancano fra sempre più inconsistenti e fragili resti sonori.

"Un lungo frammento". Questo aggettivo, "lungo", si pone sempre come problematico nella musica di Adrian poiché la lunghezza, la dimensione immensa, ne è parte non secondaria. Una struttura fortemente determinata (parola questa che si usa qui in senso generalizzato, concependo Adrian il determinismo assoluto e l'assoluto caos come i due punti estremi di un segmento contenente infiniti stadi intermedi ed essendo il suo fare compositivo un continuo, dinamico e determinato viaggiare lungo tale segmento), una struttura totalizzante alla quale nulla è esterno e dalla quale è dunque impossibile uscire poiché essa è ovunque, deve estendere il suo essere tutto anche all'essere sempre. Da qui nascono quei vasti flussi sonori che, espressi attraverso ipostasi che vanno dal suono spoglio degli archi ai cori elettronici, si ramificano in complesse arborescenze o giacciono in pullulanti immobilità ma sempre tracciando attraverso il tempo un arco che è d'una pluralità di ore piuttosto che di minuti. Un arco giunti al termine del quale ci si accorge d'esser giunti alla fine del tempo, ci si accorge che sono trascorse tutte le ere future e che "non ha più senso arsi cosa ci sarà dopo perché non esiste un dopo". Ciò determina, nell'infinito momento dell'ascolto, un disagio nel fruitore di questa musica che non è umana né sovrumana ma che, senza essere nell'uomo, è tutto intorno all'uomo. A valle del problema della lunghezza così radicalmente posto sta dunque uno scontro fra la concezione cosmogonica, titanicamente dilatata del tempo musicale di Adrian, e quella più semplicemente umana del suo ascoltatore (qui dell'osservatore-ascoltatore). L'aggettivo usato nel testo risolve la contraddizione in favore di quest'ultimo (senza con ciò attribuire a questa scelta un valore indiscutibilmente positivo): il frammento utilizzato nella sequenza è lungo in rapporto al tempo umano ma il tempo umano non è il tempo della musica di Adrian: esso è dunque inconsistentemente breve in rapporto al tempo dell'universo sonoro cui appartiene, così come un secolo è una porzione irrilevante del tempo dell'universo fisico.



6 - Ovunque nell'universo, prima della Nebbia.

-) Buio.

Corifeo: (Fuori campo) Corifeo a Coro. Decima giornata, se di giornata si può parlare. Un'altra assenza è progressivamente apparsa nei loro discorsi: la Nebbia. Non mi meraviglia, non adesso: ancora una volta cancellare dal mondo delle parole, l'unico che ancora possiedono, ciò su cui non hanno alcun potere è il solo modo alla loro portata per esorcizzarlo, dunque nulla di strano che questa Entità, onnivora e onnipotente per quanto li riguarda, quanto più penetra nelle loro vite avvicinandole alla distruzione, tanto più viene rimossa dalle loro menti. Per il resto nulla è mutato: è come precipitare mentre tutto attorno è buio, e l'impatto col fondo tarda a venire. Si ha una sensazione di perfetta immobilità che nulla, mai più, interverrà a mutare.

-) Contrappunto, in sovrimpressione, di fiamme molteplici dai colori esasperatamente alterati le cui lingue, quasi immobili, densamente, con liquida lentezza, ondeggiano simili a guglie contro uno sfondo nero. Ancora una percezione di fluire statico attraverso un tempo gigantesco e sempre uguale a se stesso.

Null'altro ho da aggiungere che li riguardi tutti insieme, poiché nulla più di quel che ho appena detto, in questo momento, li accomuna. C'è se mai da soffermarsi sui comportamenti di ciascuno. Comincerò, nel farlo, da Adrian che, come udrete dai nastri, continua a parlare della sua musica, a "vivere" nella sua musica, in cui confluisce e trova unica forma ed espressione tutto di lui, perfino i suoi elementi di umanità. Mi domando che reale significato abbia il suo vedere la creazione artistica come atto cosmogonico consapevole contrapposto a quello, dominato dal caso, che sta all'origine dell'universo esistente. Potrebbe essere il desiderio di una mente superiore di costruire una realtà altrettanto superiore, quale egli non vede che nel pensiero. Ma potrebbe anche essere, e io credo, con Michael, che questo innanzi tutto sia - per Adrian come per tutti coloro che hanno prima di lui percorso strade analoghe alla sua - il progetto forsennatamente egocentrico e fine a se stesso di raggiungere una dimensione il cui essere "divina", demiurgica, è intesa non come conseguenza bensì, all'opposto, come scopo del proprio creare. "Ich bin der geist, der stets verneint!", e nel più negativo e tetro dei significati, quello del negare l'esistente per affermare non un diverso e superiore principio etico ma, ancora come Michael diceva, unicamente se stesso, il proprio io dilatato fino a proporzioni cosmiche.

-) Il moto spiraliforme della luce su un minuscolo gorgo nell'acqua bassa di un ruscello.

Chi è di certo estranea a simili aspirazioni è Atthis, la quale trascorre il suo tempo alternando momenti di attività su quella sua strana radio ad altri di apatia totale; sembra a volte fra tutti colei che più avverte su di sé il peso di quanto accade, ma forse E' solo la più sincera. Ammesso ciò, i suoi rapporti con la realtà risulterebbero molto semplici, come in ciò che è stato il mondo esterno lo erano quelli fra l'erbivoro e il predatore. Tuttavia a volte non riesco a non provare un infastidito distacco da lei, a non trovare qualcosa di melenso nelle manifestazioni dei suoi stati d'animo, una certa artificiale ostentazione che mi fa anche qui ripensare alle parole di Michael. Se gli altri mentono spesso per difetto insomma, qualcosa in lei mi induce a ipotizzare un mentire per eccesso. Ora, in quale luogo fra le due estreme supposizioni dell'istintiva sincerità e della finzione, si trovi in realtà Atthis non sono in grado di immaginarlo, anche perché occorrerebbe una concezione precisa della realtà stessa per dare una valutazione di questo genere, e tutto ciò che era visione chiara, senso della realtà, o forse dovrei dire illusione di realtà, ormai è sconvolto e perduto.

-)Ventagli di nubi e immobili spirali di vapori. I ventagli si disfano, le spirali si rompono, tendono a riempire l'immagine di un bianco uniforme, a cancellare da essa ogni punto di riferimento, ogni sia pur esile struttura.

-) Il libro di Clio sul tavolo di marmo.

{La macchina da presa gli si avvicina carrellando lateralmente lungo un arco di spirale.}

-) Dal libro di Clio: dettagli di alcune pagine, lì dove sono narrati i momenti oscuri d'ogni tempo, le violenze, le stragi, le sopraffazioni di una Storia ancora non del tutto nata.

Clio continua a tacere, ma osservandola con attenzione, nei suoi gesti, nei suoi atteggiamenti, non ho mai notato nulla che potesse confermare l'ipotesi iniziale di una natura patologica del suo silenzio. Credo ora che esso sia frutto di una scelta consapevole le cui motivazioni però mi restano ignote. Un'altra domanda è invece il caso di porsi: cosa è Clio per gli altri? Nei loro monologhi non appare praticamente mai. La sua estraneità, il suo essere qualcos'altro rispetto agli altri, e l'essere come tale da essi considerata, non potrebbe trovare migliore espressione di questo doppio silenzio: quello in cui lei si avvolge e quello di cui gli altri la circondano. Ha fatto apparente eccezione, una volta sola, Atthis, che ne ha sì parlato ma come "un discorso a sé", staccato da quello su se stessa e sugli altri due. E poi c'è quel libro che pare fosse l'unico bagaglio di Clio al momento del suo ingresso nella casa, libro che lei continua a leggere e rileggere per ore intere ogni giorno, cercandovi cosa?

-) Un itinerario visivo sulle pareti della casa, sulle immagini che Michael vi ha dipinto. Un itinerario che si conclude sulle riproduzioni - queste fedelissime - delle pitture nere di Goya, e poi sul buio.

-) Terra nera ripresa a distanza ravvicinata scorre con uniforme monotonia sotto il carrellare della macchina da presa.

Rimane Michael il quale trascorre sempre gran parte del suo tempo a dipingere sui muri o, meno spesso, a leggere. I suoi toni sono tornati a grondare sarcasmo e asprezza; nonché a tradire una certa vocazione per l'istrionismo. Si direbbe l'unico fra tutti disposto a fare i conti con l'esterno a sé, ma guardando verso dove? Credo che egli abbia rinunciato a chiarire a se stesso questo punto, ammesso che si sia mai posto il problema: trovare risposta a una simile domanda del resto presuppone l'aver compreso la propria posizione all'interno della realtà, e Michael è da ciò, per sua stessa ammissione, infinitamente lontano.

-) Immagini di galassie e nebulose: una fuga dalle strutture a spirale verso gli agglomerati informi di pulviscolo cosmico.











Buio.

Smetto ora di parlare di loro perché c'è dell'altro che mi preme. So che fra i miei compiti non c'è quello di fare domande, né agli altri né a me stesso, ma ci sono alcune cose che non capisco. Innanzi tutto, cosa significa: io qui? Nulla di ciò che mi è stato insegnato può aiutarmi in ciò che sto facendo in questo posto, dunque perché me? Perché non, ad esempio, uno psicologo? Forse perché di psicologi ne avete un disperato bisogno voi lassù? E in secondo luogo, cosa sto facendo io qui? Cosa sto facendo a questa gente? Mi avete detto falli parlare e registra, e io li faccio parlare e registro. Mi avete detto: fai questo, poi quello, poi quell'altro. E io faccio. Ma continuo a non capire. Cosa significa questo registratore? A cosa serve? A chi? A loro no di certo.
A volte mi sorprendo a interrogare la Nebbia, proprio come, ormai ho capito, nascostamente, inconsapevolmente fanno loro, quei quattro moribondi che hanno ricevuto la maledizione di poter fissare lo sguardo non più soltanto nel proprio vuoto ma in quello che si è spalancato in ogni cosa. A che serve sollecitarli alla parola? Non hanno nulla da dire. E null'altro infatti sanno dispiegare davanti al microfono che interiorità prosciugate, artificiose. Ecco, senza neppure accorgermene sono tornato a parlare di "loro". Era inevitabile, come parlare del vuoto che vedo in ogni cosa, qui e non soltanto, anche lassù, anche fra voi cui basta l'incerta speranza d'una miserabile sopravvivenza a conferire l'arroganza degli dei. E poi c'è il sospetto che "loro", queste quattro apparenze che, lungi dall'amarsi o dall'odiarsi, si vedono l'un l'altra semplicemente come cose, aria solidificata che... che "loro", insomma, non c'entrino nulla, che sia qualcun altro, che sia io, il vero soggetto dell'esperimento. Mi sbaglio?

(Dissolvenza\)

 

7 - Corridoio e Camera di Atthis - Interno.

-) Il corridoio è buio; solo poche, organiche macchie di luce ne suggeriscono la presenza, e il taglio verticale della fessura di una porta, socchiusa su una camera parzialmente rischiarata.
Dal fondo, una sagoma umana avanza adagio. Adagio e svogliatamente come chi ha un immenso tempo vuoto davanti a sé e nessun modo per dare a esso una forma e un senso.

{La macchina da presa comincia ad avanzare, nella stessa maniera dell’uomo, effettuando insieme una lenta e lunga panoramica verso la porta socchiusa, che conduce fuori campo la prospettiva del corridoio e l’uomo con essa; giunta di fronte alla porta cessa la panoramica e rallenta fin "quasi" a fermarsi.}

Attraverso la fessura fra la porta e lo stipite si vedono in parte il letto e il grosso armadio che copre la finestra della camera, che è quella di Atthis. Anch’essa è, come il corridoio, dominata dal buio. La luce ancora è composta da un arcipelago di informi chiazze giallastre, isolate le une dalle altre e deboli, diafane e gelide. Una colpisce l’antenna a losanga della "radio" di Atthis, altre un frammento di parete, un’anta dell’armadio, un lembo di lenzuolo stropicciato sul letto, e poi, sul pavimento, mattonelle bianche e grigie, brandelli d’abito. Ancora macchie di luce, grandi e piccole, punteggiano i muri, gli oggetti, senza mai staccarli del tutto dall’ombra ma lasciandoveli invischiati e, quasi, prigionieri.

Dopo un certo tempo l’uomo, continuando ad avanzare, giunge all’altezza della porta rientrando cosí in campo. È Michael.

Vedendo la porta socchiusa rivolge un’occhiata all’interno, la apre lentamente a metà scoprendo Atthis seduta su una poltrona accanto al letto, intenta a sfogliare con meticolosa lentezza un grosso volume. Si sofferma sulla soglia a fissarla. Ella continua per un po' a sfogliare le pagine prima di sollevare gli occhi. Ricambia per alcuni istanti in silenzio lo sguardo di Michael senza che appaia in questo scambio alcun significato particolare, poi domanda:

Atthis: È notte o giorno?

Michael, nel rispondere, istintivamente apre del tutto la porta.

Michael: Notte ovviamente.

Atthis: Già. (Riabbassa lo sguardo sul volume, volta una pagina) È notte.

Michael: Cosa leggi?

Atthis: L’elenco telefonico.

Michael: (Con sarcasmo) A chi vuoi telefonare?

Atthis: A nessuno. Lo leggo soltanto.

Michael: Perché?

Atthis: (Lentamente e con voce bassa) Perché. Perché non ho nient’altro da fare. Anzi no, perché ho da fare, ma non ho il coraggio di farlo. E poi perché mi annoio. E perché ho paura. E perché non ce la faccio piú.

Michael guarda la camera buia e in disordine intorno a sé, poi Atthis nuovamente.

Michael: Si vede che non stai bene, sai?

Atthis alza nuovamente gli occhi verso Michael.

Atthis: "Si vede che non stai bene, sai?" Stai morendo, Michael, qualche anno fa non avresti mai detto una frase cosí idiota.

Michael: Cosa avrei dovuto dire?

Atthis non risponde. Rimane immobile e inespressiva.

Michael entra nella camera, l’attraversa.

{Anche il "quasi" si è ormai esaurito, la macchina da presa, sulla soglia della camera, si è fermata del tutto.}

Michael: Ma che sto morendo, quello sí che è vero. Come lo è per te del resto.

Si ferma in piedi accanto al letto, dalla parte opposta ad Atthis.

Atthis: Cosa vuoi?

Michael: Niente. Anch’io non ho nulla da fare, o non ne ho il coraggio.

Michael si siede sulla sponda del letto. Allungando un braccio prende l’elenco telefonico dalle ginocchia di Atthis e ne sfoglia alcune pagine.

Atthis: Non hai mai avuto il coraggio di nulla tu.

Michael continua a sfogliare l’elenco telefonico. Atthis lo lascia fare, per alcuni istanti in cui ciascuno dei due pare comportarsi come se fosse solo; poi con un gesto asettico e freddo Atthis si alza in piedi, si sporge attraverso il letto, gli riprende il volume dalle mani e lo richiude buttandolo da una parte.

Atthis: (Risiedendosi) E lascia perdere. Non vale molto come gesto di solidarietà.

Michael: Non voleva esserlo. (Pausa) Anche perché non credo che tu sappia cosa fartene della solidarietà di un uomo. Come del suo amore del resto, o del suo odio, o di qualsiasi altra cosa.

Atthis: Non so che farmene delle sue ingarbugliate angosce innanzi tutto, e dei suoi no, e dei suoi fallimenti, e di mille altre cose.

Michael: (Con sarcastica rassegnazione) Noto riferimenti non puramente casuali. Sbaglio o ce l'hai con me oggi?

Atthis: Ce l’ho con te? No. No, non ce l’ho con te. (Pausa) Ce l’ho con mia madre. Con mio padre. Con tutti gli altri. Ce l’ho con chi mi ha messo al mondo e con chi l’ha svuotato di tutto ció che avrei desiderato trovarvi. Ed è come essere già morti sentirsi in questo modo, vero? E poi sí, ce l’ho anche con te.

Michael: Ecco, così va meglio. Sincerità ci vuole. Santa sincerità. Quanto al tuo mondo, chi vuoi che te l’abbia svuotato, e di che? È sempre stato cosí, non hai perso nulla.

Atthis: Il mio mondo poteva essere diverso...

Michael: (Ironico) Diverso? Diverso da cosa, e in che...

Atthis: (Interrompendolo, bruscamente e con rabbia) ...se solo avessi trovato un uomo capace di vivere davvero anzichè passare da un trucco all’altro per scordarsi che prima o poi sarebbe morto. Se solo io non fossi stata appena uno di questi trucchi, e forse neanche il più importante. Se solo tu fossi stato un uomo normale anzichè un povero malato, un... un soprammobile da ambulatorio psicanalitico, sì ecco cos'eri.

Michael: Un soprammobile da ambulatorio psicanalitico, questa da dove te la sei spremuta? Bene, ammettiamolo pure: tu pensi d’esser stata, e di essere s’intende, molto diversa? Tanto per non divagare, poiché è chiaro che di questo stiamo parlando, chi dei due s’è aggrappato all’altro? Chi è che ha cercato nella comune volgarità d'un matrimonio lo stordimento, l'anestesia totale?

C’è un silenzio, al termine del quale Atthis risponde quasi sottovoce, con tono secco e freddo.

Atthis: Tutti e due Michael. E in un matrimonio di merda.

Michael: (In crescendo di irritazione) Merda? Sì, di merda... merda. Merda.

Si muove un po' impacciato, infastidito, si alza, fa due o tre passi allontanandosi da Atthis poi, senza guardarla ma con improvvisa pacatezza, dice:

Michael: Sai Atthis, per quanto possa apparire buffo o inverosimile, in tutto quel tempo... sì, di merda... io non ti ho mai odiata.

Atthis: Neanch’io. (Breve pausa) E con ció?

Michael: Già. Non basta, vero?

Atthis: No.

Il no di Atthis sembra risuonare, pur pronunciato sottovoce, nel silenzio successivo, esauritosi il quale Michael dice:

Michael: Non so piú quante volte mi sono chiesto se non sarebbe stato meglio lasciar perdere tutto, non solo te ma proprio tutto; se la migliore scelta non sarebbe stata quella di rinchiudersi da qualche parte senza vedere né sentire piú nulla, sedersi come fanno i vecchi, come immaginavo a volte di te, e aspettare che le ore, e gli anni, passassero, fino in fondo. Se non avrei fatto meglio a immobilizzare la mia vita nella piana inutilità di un tempo che scorre sempre uguale a se stesso; fare la scelta di un frate cioé ma senza maschere mitologiche, consapevole di ogni assenza e di ogni vuoto.

Atthis: Anche per questo ci vuole del coraggio.

Michael: Sí, come per uccidersi. (Pausa) In certi periodi passavo le giornate aspettando che venisse la notte (ridacchia fra sé). Era un buon inizio.

Pausa. Michael fa un mezzo giro attorno al letto, avvicinandosi ad Atthis. Intanto raccoglie un brandello d’abito dal pavimento e se ne fascia gli occhi come di una benda.

Michael: Fissare il tempo negli occhi rimanendone estranei. Sí, è vero, ci vuole coraggio, tenacia, ma di piú, ci vuole genio, il genio di Adrian ad esempio, e forse anche il suo è poca cosa. Piú facile affollarsi la vita fino a dimenticarsi del tempo, e della vita stessa. Passare da un trucco all’altro... hai ragione tu... per non pensare all’uno e all’altra, e al momento in cui entrambi si fermeranno.

Nuova pausa. Si toglie lentamente la benda dagli occhi.

Michael: Ti ricordi? C’era un periodo in cui ci scrivevamo dei bigliettini.

Atthis: Sí, e allora?

Michael: Dicevi che è meno difficile scrivere che parlare a volte, soprattutto quando entrambe le cose lo sono. Bene, ce n’è stato uno, l’ultimo, che non ti ho mai dato. Eravamo già da tempo distanti, non sapevo nemmeno il tuo indirizzo allora. Ricordo ancora cosa diceva.

Atthis: È necessario che io lo sappia? Considerato anche che non è poi detto che mi interessi.

Michael: No, non è necessario. Ma questo non ha alcuna importanza.

Avevo scritto più o meno: "Mia cara Atthis..." (Nuovamente ridacchia fra sé, nell’espressione forse involontaria, forse premeditata, di un sentimento di autoderisione, compatimento di se stesso, >>>della propria, ritenuta, ingenuità e debolezza) ...sì, mia cara, "c’è stato, ed è solo adesso finito, o si è forse solo addormentato, un periodo della mia vita in cui mi capitava di sentire inutili i giorni che passavano, di sentirmi al centro di una sfera enorme di vuoto dalla quale non vedevo scampo. Ed è stato..."

Atthis: Il periodo intero del nostro matrimonio, lo so.

Michael: Peccato, hai interrotto la frase piú sentimentale che io abbia mai concepito. "...è stato il primo anno della nostra separazione".

Atthis: Oh che sorprersa! Ero davvero cosí divertente?

Michael: Divertente? No; ed era a questo che volevo arrivare. Perché ho barato poco fa cercando di negare la perfetta simmetria dei nostri moventi in tutto ciò che ha riguardato il nostro stare insieme. È in realtà sempre la solita storia del buco che in qualche modo bisogna riempire. Una civiltà ha bisogno di inventarsi fra le altre cose un dio, un uomo ha bisogno di inventarsi, fra le altre cose, una donna. Tutto qui. Io mi ero inventato tutto ció che un uomo puó inventarsi: un mondo fittizio con la pittura, un’isola felice con te. Malato hai detto? Sí che lo ero, ma poi sono guarito, quando mi sono allontanato dall’uno e dall’altra per essere, come sono poi sempre stato, tranquillamente infelice.
E a ben pensarci, ciò che ho scritto in quel biglietto sul primo anno della nostra eparazione ha un valore ben piú ampio - universale direi se non temessi di fare il verso ad Adrian - piú ampio di quel che non credessi allora: l’esistenza è solo un gioco di sfumature; diverse densità di vuoto, varie gradazioni di noia che si succedono negli anni. E come soluzioni di continuità urla di dolore. Questo spiega tante cose. Ma lo hanno già detto, e scritto perfino, Cristo, vedi? Non diciamo nulla di nuovo e anche questo ci dà la misura della nostra banalità, della nostra vuotezza. Non basta aggrapparsi l’uno all’altro per venirne fuori.

Atthis: Ecco perché l’elenco telefonico di casa nostra era sempre cosí sdrucito. (fissa Michael) Uhm, no; non fa ridere. Meglio cosí, non ho voglia di ridere, né di far ridere.

Michael: (Improvvisamente ridendo) Già, sarebbe la cosa piú fuori posto del mondo qui.

Atthis: Sí, fuori posto, come fuori posto siamo sempre stati noi. Non hai torto in fondo, anche se lo dici con un compiacimento che mi fa schifo: mettendoci insieme io e te non abbiamo fatto altro che tentare di dividere per due tutta l’inutilità, tutti i rifiuti e i liquami che avevamo dentro. Dobbiamo aver sbagliato qualcosa peró perché ce li siamo ritrovati non divisi ma moltiplicati per due. E a pensarci bene in fondo lo sapevamo anche che sarebbe finita cosí. Certe volte mi chiedo proprio perché l’abbiamo fatto, in fondo.

Michael: Anche questo è molto semplice. Perché una cosa è saperlo, un’altra ammetterlo di fronte a se stessi e agire di conseguenza.

Atthis: Già.

Michael tace alcuni istanti poi ricomincia a ridere.

Atthis: Be’?

Michael: Pensavo che io e te tutto sommato siamo sempre, e inesplicabilmente, stati daccordo su tutto. Ed anche ora, vedi, continuiamo a esserlo, a condividere la medesima conclusione. Ha sempre regnato fra noi due un’armonia assoluta e glaciale in fondo.

Atthis: Glaciale sí, assoluta no. In realtà c’erano mille cose su cui avremmo volentieri fatto scelte opposte se avessimo potuto, se fossimo stati liberi.

Michael: Puó darsi, ma non erano le scelte importanti.

Atthis: Il figlio che non hai voluto, ad esempio, pensi che non lo fosse?

Michael: Un figlio. Cosa credi che sarebbe stato avere un figlio? Molly Bloom affacciandosi alla finestra si eccitò vedendo due cani scopare: ´Dammi una sgrufolatina Poldy, dio che voglia che hoª. Cosí Ulisse e Penelope ebbero il loro primo figlio: ghiandole, pruriti, ovuli e sperma, niente di aulico come vedi.

Atthis: Non ho visto cani scopare io. Forse è vero, non sarà neanche nulla di aulico, come non lo è nient'altro in fondo, lo so, a cominciare dal cosiddetto amore - noi due ne siamo la prova -, e con ciò? Deve per forza avere tutto un valore elevato? Non può esserci niente di semplice, di comune nel mondo?

Michael: Ti ricordo che stai parlando con me, non con Adrian. È lui l’intellettuale - oltre che il padrone - di casa, l'uomo dell'eccezionalità, l'esteta, il pensatore.

Atthis: Voi due vi somigliate in certe cose, e nelle peggiori, molto piú di quanto non crediate. (Senza soluzione di continuità) Sai che ieri mentre parlavo a quel tipo col registratore me ne sono perfino inventato uno?

Michael: Uno che?

Atthis: Figlio. Ma poi chissà perché l’ho fatto morire.

Michael: Un modo come un altro per sbarazzarti di lui. Anche se lo avessi avuto davvero del resto avresti desiderato di sbarazzartene un giorno o l’altro, ma non per egoismo o insensibilità o crudeltà o altre simili idiozie, no, per incapacità, incapacità di essere qualcosa, qualsiasi cosa, compresa una madre.

Atthis: Cosa ne sai tu di ció di cui sarei stata capace? Tu che hai rifiutato di essere qualsiasi cosa: un padre, un pittore, ... qualsiasi cosa.

Michael: "Nulla c’è che nasca e che non meriti di finire distrutto" diceva quel tale, "meglio sarebbe dunque che nulla nascesse". E chissà, forse non esagerava poi di molto.

Atthis: Comoda come spiegazione. Comoda e ipocrita. Niente merita di nascere e allora tu hai vissuto all’insegna delle gravidanze interrotte: non hai voluto un figlio, non hai piú voluto dipingere, non hai..., non hai..., non hai...

Michael: Non ho...! Esatto. Non ho voluto un figlio. Meglio per lui, adesso sarebbe chiuso qua dentro insieme a noi, ad aspettare. Non ho piú dipinto: ne ho spiegato le ragioni giorni fa a quel solito tale del registratore. Fatti prestare la cassetta se le hai scordate, anzi no lascia perdere, non credo che sentirle per l’ennesima volta ti aiuterebbe a capirle. E poi basta, maledizione, sono stufo di rispondere all’eterno piagnisteo sull’imbrattatele renitente che da perfetto irresponsabile ha rinunciato a qualche miserabile decennio di successo.

Atthis: Non era a quello che alludevo... non solo almeno. Avevi un talento e pure quello l’hai buttato via.

Michael: Dí piuttosto che ti sarebbe piaciuto avere un marito famoso. Potevi sposare Adrian, lui sí che il suo talento non l’ha sprecato.

Atthis: Non era lui che volevo. E non mi importava di un marito famoso. Ma in fondo sí, anche se fosse, che c’è di strano a desiderare queste cose?

Michael: (Urlando) Che c’è di strano? Eccolo qui lo sterco che viene fuori. Non sei soltanto incapace Atthis, sei anche miserabile, eticamente miserabile.

Atthis: È la prima volta che ti sento urlare. Riesci anche a essere abbastanza espressivo, sai?

Michael: (Sottovoce) E sei anche una merda, Atthis.

Silenzio. Adesso, forse, si odiano. Forse solo per pochi istanti ma si odiano.

Atthis: Chi ha mai detto che un desiderio debba per forza essere elevato? Puó anche essere semplice, comune, banale senza per questo essere miserabile.

Michael: Questa sí che è ipocrisia.

Atthis: C’era di buono in te, una volta, che non avevi la pretesa di fare il giudice. Anche quest’unica qualità peró vedo che l’hai persa, come tutto il resto.

Fa alcuni movimenti nervosi, gesti scoordinati che si contraddicono l’un l’altro, si annullano a vicenda, poi nuovamente si rivolge a Michael.

Atthis: Ma no, quale resto? Forse, a pensarci bene, non è che tu l’abbia voluto, l’essere nulla. Forse lo saresti stato comunque, indipendentemente da ogni tua decisione. E non parlo qui solo del tuo presunto talento ma perfino, più semplicemente, di noi due... sapessi quante volte anche tu hai saputo essere null'altro che un tappo difettoso. Il buco era tanto grande e tu eri cosí piccolo, pateticamente piccolo. Facevi pena, quasi. Perfino a letto funzionavi male, te ne eri mai accorto? Metà delle volte non arrivavo nemmeno all’orgasmo.

Michael: A questo ci credo: eri tesa ogni volta come se ti fossi aspettata un getto di vetriolo anziché di sperma.

Atthis: Smettila!

Michael: Perché? Sei tu che hai posto la questione. Ma già, è nel tuo stile tirarti sempre indietro: non rifiutare, il che implicherebbe almeno l’esistenza di una scelta, ma proprio tirarti indietro, allontanarti da qualsiasi azione. E anche nel sesso sei stata cosí: sei andata avanti alla meno peggio anno dopo anno e infine ne sei uscita tirando fuori la messa in scena della malattia all’utero. Davvero tipico di te.

Atthis: La messa in scena dici? I dolori sembrano morsi di qualcuno che mi stia divorando da dentro, e va sempre peggio. Ci sono giorni interi ormai in cui non riesco piú nemmeno a dormire.

Michael: Quella è, tuo malgrado, la voglia.

Atthis: Certi momenti fai proprio pena.

Michael: Solo certi momenti? Mi permetto di interpretarlo come un complimento.

Atthis: (Con tono stanco) Perché non te ne vai?

Michael: Andarmene? Andarsene o restare... vivere o crepare... essere o non essere... tutte alternative perfettamente equivalenti.

Atthis: Smettila.

Si alza e fa per andar via lei. Giunta a metà della stanza si ferma fissando il pavimento cosparso di brandelli di stoffa come se solo allora notasse questo particolare. Si mette in ginocchio e comincia a raccoglierne alcuni.

Atthis: Bisogna levarla da qui questa roba.

Poi di colpo si ferma, lascia cadere i pezzi di stoffa che aveva raccolto, si alza in piedi voltandosi verso Michael.

Atthis: Ne ho avuti altri dopo di te, sai? E con i primi è andato sempre tutto bene. A letto, cioè, voglio dire. Poi ho cominciato a sentire delle fitte quando mi penetravano. Sempre piú forti e frequenti col passare dei mesi. Infine non ho piú potuto farmi penetrare neanche un po’. Sono stata da un paio di medici... Stavo con un tale di qualche anno piú giovane di me allora, uno che insegnava meccanica da qualche parte, o lettere antiche da un’altra parte... non so, non ricordo, non ha importanza. Da principio ha fatto il comprensivo, poi alla prima occasione mi ha piantata. Già, stavo con quel tale a quei tempi, come qualche anno prima con te, proprio nello stesso..., dio mio, nello stesso modo.

Michael sembra non aver ascoltato. È intento da alcuni istanti a fissare il comodino di Atthis, probabilmente il Pierrot Lunaire che vi sta sopra. Senza mutare atteggiamento, anzi quasi come se parlasse al clown, dice:

Michael: Torniamo insieme.

Atthis si inginocchia nuovamente fra i pezzi di stoffa sul pavimento, con le mani aperte ne spinge un po’ verso di sé coprendosene le gambe.

Atthis: Non durerebbe di nuovo, lo sai.

Michael cerca ora di insinuare lo sguardo nell’intercapedine oscura fra l’armadio e la finestra.

Michael: Niente durerebbe in ogni caso. È per questo che quel che ho detto non è un’idiozia. Niente puó piú durare dunque anche noi due insieme adesso possiamo andar bene. Già, perfino noi due.

Atthis: Rimettersi insieme. Rimettersi insieme comporterebbe tutta una sfilza di cose fra cui andare a letto insieme e questo ho appena finito di dire che non lo posso piú fare.

Michael: Piantala con questa recita. Puoi farlo.

Atthis: Se ne sei cosí certo perché non mi prendi davvero uno di questi giorni? Non è necessario stare insieme per questo. Certo, non ho più il fascino dei territori inesplorati, però...

Michael: Non m’importa di penetrare in territori inesplorati. Sarà l’età ma preferisco percorrere quei luoghi in cui mi sento a casa mia. E nella tua vagina capita che io mi ci senta, a casa mia. Per null’altro che la mediocre abitudine d’un tempo ovviamente ma, sí, capita che io là dentro mi senta proprio a casa mia. Perché non cominciamo adesso?

Atthis: Cosa?

Michael: Andiamo a letto insieme. Ora.

Atthis: Non dire assurdità.

Michael: A volte ne dico, non c’è dubbio, ma non è questo il caso. Vieni.

Si avvicina ad Atthis che, strisciando sui ginocchi, arretra verso il muro..

Atthis: No, piantala... ti ho detto di no. Non dicevo sul serio, è ovvio che no.

Michael: Non dicevi sul serio? Ma cosa credi che importi, oggi e in questo posto, cosa viene detto sul serio e cosa no? E in qualunque altro posto e tempo, cosa credi che possa aver mai importato o importare?

Atthis: Smettila, ti ho detto che non voglio. E anche se lo volessi non potrei.

Michael: Adesso sí che non dici sul serio.

Atthis, agitatissima, è ormai addossata al muro.

Atthis: Smettila ti ho detto. Certo che dico sul serio. Smettila e vattene. Non puoi farlo se io non voglio. No che non puoi farlo.

Michael: Chi l’ha detto questo? Tu dimentichi che fra le grandi invenzioni dell’umanità ce n’è una che si chiama stupro.

{La macchina da presa riprende ad avanzare, avvicinandosi lentamente a Michael e Atthis.}

Mentre Michael, apparentemente fermo nella sua decisione, avanza ancora verso di lei di qualche passo, alternando toni rabbiosi e implorazioni Atthis urla:

Atthis: No... non ci provare... bastardo... no... ti prego Michael, per carità, credimi... non posso... mi fa male... tanto... credimi... non ti avvicinare... ti ammazzo se ci provi... ti ammazzo...

Michael si ferma e la guarda come se lei non esistesse. Lentamente si inginocchia anch’egli sul pavimento.
La scena perde ogni connotato naturalistico: improvvisamente Atthis davvero non esiste piú, e con lei l’intera stanza ha cessato di essere. Michael è inginocchiato sul nulla, circondato e sovrastato dal vuoto perfetto.

{La macchina da presa si solleva, in lenta panoramica, verso l’alto, il non piú esistente soffitto.}

Michael: (Fuori campo, con voce calmissima) Tutto sommato è indifferente che io ti penetri dandoti piacere o violentandoti. Solo perché tu escludi la prima alternativa accade che penetrarti e violentarti diventino sinonimi. Accade peró poi anche, e a monte di ció, che è del tutto indifferente violentarti o non violentarti. Pestare il mio membro dentro di te fino a sfondarti l’utero o lasciarti lí dove sei e come sei non ha nessuna importanza. Inevitabilmente ora faró una di queste due cose, una qualunque, perché l’una non differisce dall’altra, perché nello stato verso cui ogni cosa tende e cui ormai siamo vicini tutto equivale a tutto il resto e nulla in ogni caso cambierà nel corso dell’universo.

 

8 - Stanza Centrale - Interno.

-) Buio.

(Dissolvenza /)

Michael è seduto sopra il tavolo di marmo, di spalle contro uno sfondo interamente buio. È immobile. Passa, senza che accada nulla, un po’ di tempo popolato solo da leggeri rumori provenienti dalla stanza accanto.

Michael: Portane uno anche a me.

Dopo qualche istante entra in campo Adrian con due bicchieri di succo di frutta in mano. Ne appoggia uno sul tavolo ma a una certa distanza da Michael, quindi si allontana uscendo nuovamente fuori campo. Michael allunga un braccio verso il bicchiere, senza peró riuscire a raggiungerlo. Si sporge allora lungo il tavolo, quasi sdraiandovisi sopra, prende il bicchiere in mano ma poi lo lascia lí e torna a sedersi, di spalle, come prima.
Il dialogo che segue si svolge su inflessioni neutre, senza che nella voce dei due appaia alcun particolare stato d’animo, si svolge come se entrambi parlassero di cose irrilevanti, di cose che assolutamente non li riguardano.

Adrian: (Fuori campo) Ne sono rimasti solo quattro. (Pausa) Cosa le hai fatto?

Michael: A chi?

Adrian: (Fuori campo) Atthis.

Michael: Cosa ti fa pensare che le abbia fatto qualcosa?

Adrian: (Fuori campo) L’ho sentita urlare contro di te ieri.

Michael: L’ho violentata.

Adrian: (Fuori campo) Ah, ecco. La poetica del riprovevole è proprio il tuo forte a quanto pare. E poi, non sapevi che è malata?

Michael: Malata? Chi?

{La macchina da presa carrella lateralmente portando Michael e il tavolo fuori campo.}

Buio.

 

8 - Stanza Centrale - Interno.

-) Clio è seduta sul pavimento contro una parete biancastra la cui superficie fortemente irregolare è solo in piccola parte illuminata da una luce dura e radente che già a breve distanza cede bruscamente posto al buio. Legge il suo libro.

Trascorre, senza che accada nulla, un intervallo di tempo popolato soltanto da leggeri rumori provenienti dalla stanza accanto.

Michael: (Fuori campo) Portane uno anche a me.

Dopo qualche istante si sentono dei passi e il rumore di un bicchiere di vetro appoggiato su un piano di marmo. Infine entra in campo Adrian con un bicchiere di succo di frutta in mano.

Il dialogo che segue si svolge su inflessioni neutre, senza che nelle voci di Michael e Adrian appaia alcun particolare stato d’animo, si svolge come se entrambi parlassero di cose irrilevanti, di cose che assolutamente non li riguardano.

Adrian: Ne sono rimasti solo quattro.

Si ferma accanto a Clio volgendole le spalle e beve un sorso dal bicchiere.

Adrian: Cosa le hai fatto?

Michael: (Fuori campo) A chi?

Adrian: Atthis.

Michael: (Fuori campo) Cosa ti fa pensare che le abbia fatto qualcosa?

Adrian: L’ho sentita urlare contro di te ieri.

Michael: (Fuori campo) Le ho fatto credere che l’avrei violentata ma poi non l’ho fatto. Atthis urla sempre per nulla lo sai.

Adrian: Per nulla? Non mi pare che lo si possa considerare uno scherzo di buon gusto. Senza contare poi che è malata.

Michael: (Fuori campo) Malata? Chi?

{La macchina da presa effettua una lenta carrellata in avanti verso Clio, escludendo progressivamente Adrian.}

Clio, seduta sul pavimento, legge il suo libro, e continua, continua a leggerlo...
La luce intorno a lei gradualmente si annulla lasciandola come a levitare sull’oscurità.
Clio, seduta sul buio, continua a leggere il suo libro...

(Lenta dissolvenza \)

 

9 - Nessun Luogo - ?.

-) Buio.

Voce di Michael: (Molto lentamente) Esistiamo in un momento dell’universo, in un luogo del tempo, in cui la simmetria è perfetta, la semplicità infinita, il disordine assoluto: un momento e un luogo irreversibili in cui ogni cosa si è disposta alla finale uniformità, in cui possiamo in ogni istante e in ogni direzione fissare lo sguardo nel vuoto perfetto, del quale presto saremo parte.

Spenta o ridotta a un provvisorio riverbero ogni forma di energia, qui e adesso, ma ormai in nessun tempo e in nessun luogo, tutto coincide con tutto, tutto si appresta a divenire nulla, ad adagiarsi nella quiete dell’inesistenza.



























INTERLUDIO SECONDO.

-) (Lentissima dissolvenza /)

Atthis e Michael sono riversi a faccia in giú sul pavimento. Fra l'uno e l'altra, nel centro dell'immagine, c'è una finestra sbarrata. Fuori è notte. Non c'è alcuna musica, alcun suono, solo il silenzio degli abissi.

(Lentissima dissolvenza\)