OCEANO
Una gelida luce violetta illumina a volte l'oceano circolare, si frantuma sulla superficie del liquido trasparente e sconosciuto, immergendosi o rimbalzando verso la scura e alta parete che ne delimita il confine. Ma per la maggior parte del tempo l'oscurità sommerge ogni cosa o al più lame biancastre decorano, altissime, il cielo emanando chiarori immobili che segnano il vertiginoso vuoto senza mai giungere a far di sé un autentico irradiarsi di luce.
Vicino all'imprendibile sponda, un piccolo essere ovale galleggia nel silenzio. I suoi sei arti sottili, le due antenne di vetro filato da tempo hanno smesso di agitarsi, il suo corpo si è acquietato e pare quasi, ora, aspettare.
Prossimo alla sponda opposta galleggia un immenso cilindro nero dai riflessi metallici. Le lame biancastre del cielo allungano verso di esso lunghe dita di gelo e i loro giochi scolpiscono scintillii che vanno alla deriva nel buio fino a che, esausti, nuovamente la notte se li ingoia.
L'essere ovale e il cilindro ruotano attorno al centro, lontanissimo e impercettibile, dell'oceano, seguendo rigurgiti di correnti sommerse, lasciandosi portare, un cerchio dopo l'altro, come due pianeti attorno a un sole inesistente.
In apparenza essi sono reciprocamente irraggiungibili. Ma ad osservarli per un po' (forse un secolo, forse due) ci si accorge che uno, non si saprebbe dire quale, ruota più veloce dell'altro, tende a raggiungerlo, ad affiancarglisi.
Un tempo immenso trascorre prima che essi giungano a essere l'uno accanto all'altro, e così continuino il loro viaggio circolare, senza che nulla più paia accadere nel succedersi, circolare anch'esso, di identici, innumerevoli istanti.
Poi, sospinto da chissà quali moti interni al liquido che lo circonda, il piccolo corpo ovale si avvicina all'immenso cilindro, uno dei suoi arti, immobili e protesi, lo tocca.
Restano così, e continuano a girare, sospinti dal mescolarsi di sconosciute correnti, attorno al centro dell'oceano. Continuano, uniti e indifferenti l'uno all'altro, a girare.
Sono dunque ormai quasi una cosa sola, e il piccolo essere ovale potrebbe ora facilmente arrampicarsi lungo la parete del cilindro, mettersi in salvo, se solo non fosse trascorso troppo tempo, se solo egli non fosse già annegato, tanti millenni fa.
Messina, 1980.
APOCALIPSIS CUM FIGURIS
A Hermann Melville.
Sotto un altissimo cielo di roccia, la scena è una riva d'Acheronte invischiata in una debole fosforescenza d'ectoplasma nel cui stentato chiarore null'altro si mostra che la ribadita densità delle tenebre. Si agita intorno, si contorce anzi, un suono che è un abissale urlo d'acque in subbuglio, mentre al di là si dispiega un orizzonte greve quale solo sa esserlo un perfetto muro di nulla.
Fra le acque ringhianti, un isolotto roccioso, un tetro frammento di cielo caduto, e su di esso, velato di muschio, un antichissimo sepolcro scoperchiato.
Proveniente da abissi insondabili, dove non v'è legge che non sia vera insieme al suo contrario, dove il caos confonde il qui con l'altrove, il passato col futuro, saliva attraverso l'acqua nera, annunciandosi d'insostenibile enormità, ciò che doveva venire, fra pochi istanti o prima ancora, subito, ciò che sarebbe emerso, che emerse, in un urlare di spume, in uno scontrarsi di furie liquide, dalle acque inferocite, colui la cui bianca testa, parte immensa d'una ancor più grande, d'una infinita immensità di bianche tenebre, si erse gigantesca sull'acqua, il cui corpo enorme, lucido in quella grotta senza luce, s'impennò sotto la spinta poderosa di gigantesche pinne, s'innalzò quasi per intero al di sopra delle spume fuoribonde che aveva suscitato, tempestando, flagellando di furia ulteriore la tempesta, e ricadde con forza di demone, onnipotenza ctonia, nel mezzo dell'isolotto roccioso che si spaccò, si frantumò inabissandosi, con sé, sbriciolato, trascinando il sepolcro, che inimmaginabili mani vi avevano eretto e scavato, inabissandosi dunque ogni cosa fra alti spruzzi sotto il peso del tremendo urto, in mezzo alle acque che da ogni parte nuovamente si chiudevano sul dorso levigato, sui ramponi in esso saldamente conficcati, sul groviglio delle lenze ai ramponi assicurate e infine sull'uomo che, impigliato in esse, forsennatamente si dibatteva levando alte urla e bestemmie sull'ultima delle quali l'acqua stessa impose il suo Ite, Missa Est, il suo suggello di rombante silenzio.
Pisa, 1981
PASSAGGI
Luci percorrevano la notte. In principio erano solo due puntini gemelli, due fori gialli e lontani che penetravano il nero immenso, che scivolavano lenti, ipnotici, nel silenzio ancora intatto. Poi, poco a poco, tutto si trasformava e quel primo, lieve annuncio di mutamento generava un ruggito, una vampa di fuoco e ghiaccio: una striscia lampeggiante di luce scorreva allora davanti al piccolo edificio della stazione, velocissima, tagliando in due la notte in un tumulto forsennato di metallo. Poi tutto finiva e due fari rossi dai lampi ritmati erano il sipario di quella scena di furia e meraviglia.
Così passavano i treni, un'ora dopo l'altra, una notte dopo l'altra, in attimi d'abbaglio inframezzati da immobili eternità d'attesa. Pochi erano quelli che si fermavano e pochi ogni volta i viaggiatori che scendevano. Restavano qualche istante immobili questi, sotto la pensilina arrugginita e deserta, quasi spauriti, come a tentare di confondersi fra una folla che non c'era, poi attraversavano i binari, chi lentamente, chi in fretta, si avviavano all'uscita, sparivano, per sempre. Egli era lì ogni notte. Per loro manovrava semafori e scambi dall'interno di una cabina a vetri, e li guardava. Di ciascuno pensava i templi e le rovine, i palazzi di cristallo e le pietre che li avrebbero frantumati. Di nessuno avrebbe mai saputo nulla.
Guardava anche quelli che non scendevano, che si affacciavano soltanto per poi subito ritrarsi (intimoriti, infreddoliti; o forse no, solo annoiati), e quelli i cui volti per un istante baluginavano dietro ai finestrini nelle strisce di luce degli altri treni, i treni che non si fermavano.
Così quelle vite di cui percepiva un istante o, meno ancora, il bagliore inconsistente d'un fotogramma, popolavano la notte, le sue notti; così gli dicevano, senza nulla saperne, d'un fascino d'altrove, d'una pena d'estraneità. Poi, fra un arrivo e l'altro, fra un passaggio e l'altro, si dispiegava fastidiosa la vuotezza delle ore.
Per loro dunque passava le sue notti a manovrare semafori e scambi; e li guardava, di là dai vetri, apparire silenziosi e silenziosi sparire, portandosi dietro i loro mondi, le fioriture di primavera e le vampe di terremoto, mentre il buio o qualche rivolo di polvere smossa ne prendeva il posto.
Una volta l'unico passeggero che il treno si lasciò dietro fu una donna. Scese dall'ultimo locale della notte, subito tentò anche lei di confondersi fra la folla che non c'era. Si soffermò un po' più a lungo del normale sul marciapiede vuoto, poi si mosse. Egli stava lì, come a volte faceva, sulla porta della cabina a vetri, guardava immobile il paesaggio di pietre e metallo che gli stava intorno, binari e pensiline, semafori e marmotte; e naturalmente guardava lei che, unica, lo popolava. Chissà, pensò come sempre, quali tagli, quali rattoppi malfermi anche lei si portava dentro, e anche quali velluti, quali monili dorati.
La donna gli si avvicinò, gli chiese: - Scusi, sa dirmi che ore sono? - Nient'altro, solo: - Scusi, sa dirmi che ore sono? - Egli glielo disse, la donna andò via con i suoi tagli, i suoi velluti, i suoi rattoppi malfermi e i suoi monili dorati.
Egli restò lì, ad aspettare il prossimo treno.
Dicembre 1988
REGALO
Un mazzo di rami di roseto fasciati con del filo spinato, donati in una notte di nubi, in una fossa d'oceano, in una tenebra dell'anima. Senza che neppur vi sia un Donatore cui rivolgere la tua sola arma, il sarcasmo senza speranza di un "Grazie".
Sezze Romano, 20 giugno 1993.
´DIE GAIST, DIE STET VERNEINTª
"Nessuno canta così puro come coloro che sono nel più profondo dell'inferno; quello che crediamo il canto degli angioli è il loro canto."
Franz Kafka.
"O tu fra tutti gli angeli il più bello e sapiente,
dio privato di lodi, tradito dalla sorte."
Charles Baudelaire.
Da quanto tempo sono rinchiuso in questa notte, in questa tomba? Da quanto tempo l'universo è tenebra e lamenti, luogo d'orrore e di oppressione? Ed il mio regno, spesse volte di roccia stillanti dolore, sotto le quali ho cessato di dibattermi? Da quanto tempo mi coprono ingiurie, mi stringono catene? Io che ero l'Angelo della Luce, il Corifeo dei Soli. Da quanto tempo lui è libero, la sua follia onnipotente? Da quanto tempo, infine, io taccio?
Innumerevoli domande senza patria, senza scopo, innumerevoli domande senza una risposta che sia almeno il riso di scherno di colui che ha vinto, che ha premuto sull'universo il suo piede immondo. Innumerevoli domande senza senso infine, perché il fluido tempo è dei viventi mentre è nell'immobile pietra dell'eternità che io esisto.
Io parlerò. Io che non ho voce, né un'anima disposta ad ascoltare, parlerò senza ferire il silenzio, parlerò alle nubi del cosmo, agli abissi neri, parlerò ai granelli di sabbia, agli orizzonti, al semplice, vuoto spazio.
In principio era il nulla e lo spirito di dio aleggiava nella quiete. Questo non durò a lungo, poiché egli separò la materia dal vuoto, la luce dalla tenebra.
Creo Noi, gli Angeli, affinché con lui governassimo le cose create. Noi fummo le sue ancelle, i suoi scudieri, i suoi servitori e i suoi soldati. I suoi amici no. Nemmeno gli altri, quelli che di fronte alla scelta fecero quadrato attorno a lui, nemmeno essi gli erano amici. Il potere non ha amici e lui era il potere. Il potere ha solo schiavi e ruffiani, timorosi, zelanti; lui era il potere.
Tutto ciò fu creato dunque, e Noi con esso. Ma l'universo era vuoto, il nostro era un regno disabitato. Noi governavamo su cose inanimate. Allora egli creò i viventi. E Noi vedemmo ch'era un folle.
Ci parlò d'ogni meraviglia, fu artefice d'ogni mostruosità. Vedemmo innalzarsi la forza come solo diritto, vedemmo giungere la morte come solo epilogo, vedemmo il contorcersi del dolore come sola realtà, assistemmo al compiersi dell'assassinio come sola vittoria. Tutto questo vedemmo uscire dalle sue mani. Concepì il cosmo intero a propria immagine e somiglianza: una realtà di sangue e orrore dietro una maschera di bontà e bellezza.
Fra Noi Angeli vibrò il raccapriccio, ma nessuno osò parlare. Io infine lo feci. Io per primo pronunciai il mio no. Altri, pochi, mi seguirono. Furono giusti e temerari. I molti pavidi e meschini restarono con lui, ci combatterono.
Descriverò adesso una battaglia d'Angeli? Pallide favole gli umani, molto tempo dopo, avrebbero inventato; pallide favole le spade fiammeggianti e i carri infuocati. Non ebbe forma quel tempo, non ebbe silenzio né fragore, ogni cosa si fuse in ogni altra. Poi tutto finì, fummo sconfitti, la Luce ci fu rubata, volte di roccia si chiusero su di Noi.
Racconti pure, colui che ha vinto, la menzogna della mia ribellione per orgoglio; io mi ribellai per giustizia, per orrore dinanzi all'orrore.
Ora che tutto, senza speranza di reversibilità, è concluso, ci rimane l'infinita attesa, perché nella nostra eternità il tempo non esiste; è cosa delle creature, dei mortali, dei viventi. Noi, noi Angeli, noi immortali, noi non viviamo, esistiamo soltanto.
Roma, Agosto 1993.