SILENZI
1991 - 92
La poetica del silenzio.
La lirica greca oggi non esiste più. Di ciò che essa è stata rimane solo il suo essersi persa nei gorghi della storia, rimane il suo tacere. Un frammento circondato da una pagina bianca è nella quasi totalità dei casi ciò che sopravvive dell'opera originaria, e non a caso, non per gusto dello spreco, avveduti curatori di antologie scelgono di affidare a una pagina non più di un solo frammento, due o tre parole soltanto a volte, circondandole così di quel nulla non inerte che è il silenzio dei versi perduti. Ed è su quel silenzio, su quello spazio, anzi quel tempo, in cui le pulsazioni si sono annullate, che si sofferma come alla sua meta naturale, ogni lettura profonda. Leggere il silenzio, e in esso lasciar scorrere l'evocazione della voce.
In questo tempo bianco, immobile, uniforme che è la pagina priva di segni galleggiano i versi superstiti, che, privati del loro contesto, assumono significati e suggestioni, più suggestioni che significati, diversi, non narrano più ma evocano, sono ancor più dunque, e soprattutto in maniera diversa - indeterminata dunque molteplice, aperta - poesia.
Dalle due entità complementari che sono il frammento e il silenzio muove dunque l'errabondo cammino nei territori dell'indefinito di cui queste pagine contengono le rarefatte tracce. I canti gregoriani, i film di Tarkovskij, certe musiche tibetane, certe altre di Ligeti sono fra gli ulteriori punti trigonometrici (espliciti o nascosti) che esso sfiora, tocca o attraversa. Mondi diversissimi, questi, per spazio e tempo, per chilometri e secoli, ma collegati da una comune idea del tempo come immobilità, dell'immobilità come doppio del silenzio, di entrambi come simulacro e habitat naturale della meditazione, parola questa cui fin troppo raramente si attribuisce ma cui io qui rigorosamente attribuisco significato laico di esercizio del pensiero.
Fermo restando tuttavia che tale laicismo agli artefici sopra nominati rimane estraneo, null'altro risultato essi perseguendo, in quello spazio polidimensionale che è la molteplicità del pensiero umano, che la percezione in funzione mistica (ottenuta attraverso l'estraniamento dalla fisicità della scansione ritmica), dell'immutabile eternità di un universo nirvanico. Punti trigonometrici dunque, cui relazionarsi è necessario, ma dai quali anche stabilire una inevitabile distanza.
Giungendo così a Nono, all'ultimo Nono, quello del Prometeo, al suo tempo estraniato dal divenire ma anche intriso di quella laicità della "contemplazione", della staticità, del silenzio, che stacca più d'ogni altra considerazione la sua musica dalle altre prima nominate, rendendola musica - più che del passato legato all'archè del mito - dell'utopia ancora meno che intravista d'un più che remoto tempo a venire.
E non casualmente passando infine, in questo cammino che dal mito mistico dei creatori medioevali giunge a uno sguardo proteso verso un ancora insondato altrove, per quel Tarkovskij laico, quel Nono del cinema che è Theo Anghelopulos; e per la musica (e i diversi silenzi) di Anton Webern, la estrema rarefazione dei suoni di cui - in cui - essa è capace di vivere: quando la musica, fra due note, tace ed è ancora, pur tacendo, stupendamente, musica.
Tutto ciò preesiste e contribuisce, più o meno nascostamente, più o meno esplicitamente, a questo libro composto quasi interamente di pagine bianche, tutto giocato su questo quasi. Un libro la cui lettura, mi permetto di crederlo, può richiedere minuti, oppure anni.
F. S.
Postilla(1993)
Accidentalmente (accidentalmente?) accade infine che vi sia una sorta di analogia in forma di metafora fra tutto ciò e certe modalita descrittive del reale nella fisica contemporanea. Penso in particolare alla perdita del concetto deterministico di traiettoria conseguente al principio di indeterminazione di Heisenberg.
Analogamente la traiettoria del "racconto" si dissolve nell'indeterminatezza dello spazio bianco, si addensa ancora lì dove incontra un frammento testuale, sfiora perfino la determinatezza semantica e si dissolve infine nuovamente nel silenzio.
NOTTURNO D'ACQUA
( ad Andrej Tarkovskij)
Febbraio 1991
1.
... argenta ...
< >
... colano disfacendosi lungo pareti, lungo immobili ere, veli appassiti, stagnanti forme, organismi. Marcescenze erranti su soglie labili di acromie ...
2.
... conduce - giunge - al levigarsi interminabile dell'aria ...
3.
... melismi d'ombre, il liquido stato del tempo ...
< >
... quiete di acque raccolte, ...
4.
... tacere < > all'estraneità di un antico ...
5.
... trovare < > istanti ...
MONODIA
( ai compositori Gregoriani )
13 Settembre 1992
1.
... attraverso sentieri d'eternità, immobile infinito, attraverso il tacere cosmico, la lontananza immensa del tempo, ...
ONICE SPAZIO LUCE
( agli architetti Cistercensi )
Settembre 1992
1.
... pietra ...
... trasfigura ...
... immateriali ...
2.
... presenza ...
< >
... nella straordinaria nudità dello spazio.
3.
... imperturbata, monocroma ...
< >
... spande ...
CRISTALLI
( ad Anton Webern )
3 Marzo 1991
1.
... universi ...
2.
... silenzi ...
3.
... calmi cristalli.
IN PRINCIPIO...
( a Theo Anghelopulos )
1 Aprile 1991
1.
... sfiorano viandanti fra le rovine dell'anima, nel continuum lento d'un cosmo livido in cui i colori sono un'assenza, la speranza una forma oltre nebbie ...
2.
... e inverni ...
3.
... in lontananze di cieli bianchi da cui < > interiori ...
4.
... fredda luce a scendere spenta ...
5.
... luce ...
FRAGMENTE - STILLE
( a Luigi Nono )
Febbraio 1991
1.
...fino a un arcipelago d'echi, errante continuo sospeso nel liquido fluire di danza delle ombre. Dove si spengono onde di luce e ieratiche isole - altri luoghi, altri spazi, altri cieli - sfiorano ignoti futuri silenzi di fertile buio.
2.
...porte su labirinti deboli, dove il gesto annullato si è fatto luogo del pensiero ...
3.
... possibili infiniti ...
4.
... sconosciuto ...
5.
... estreme d...
6.
... , ...