A te che hai smarrito la via
in un vaso di gerani
insegnerò i labirinti degli oceani,
le geometrie del cielo,
perché nell’infinito vagarvi,
racchiusa nella tua anima
tu ne scopra l’immagine,
la molteplice vita.
A te che non sopporti lo sguardo
degli specchi sul tuo corpo
insegnerò il volo lieve della tenerezza
che dissolve il tempo
perché tu sappia pensare e pensarti,
guardare e guardarti.
A te insegnerò a varcare i deserti,
a farli fiorire.
Perché io so che tu puoi.
Perché la tua anima è bella.
Farò questo, ed altro, ed altro,
perché tu sia una sola cosa
con il plasma delle stelle
e il sorriso dei bambini.

(Palestrina, 3 - 9 - 1997)

 

 

 

 

 

 

I vuoti labirinti del tempo

Ci circonda il silenzio
del tempo profondo
di cui intacchiamo d'urli un frammento,
noi fatti di sangue e zanne,
mai caduti perchˇ mai innalzati,
estranei da sempre e per sempre
all'eterno.

(Palestrina, dicembre 1997.)

 

 

 

 

 

Dove la terra regala
cristalli d’acqua
ai silenzi lunari,
lì comincia il viaggio.
La mia notte al di là delle stelle,
la tua quiete al di là delle onde
saranno i sentieri,
e quel sogno di vita
che da sempre ci attende
al di là di questa morte
d’intonaco e polvere
(l’immobilità e il buio
di quattro mura spesse,
lo scudo del cieco tacere),
quel sogno dalla voce piccola,
dalla voce calda
e lontana, lontana,
che niente, niente
è mai riuscito a far tacere...

(Messina, ottobre 1999)

 

 

 

 

 

Sono poche, ma immense d’aria e silenzi le notti di limpida Luna, quando il vento si quieta ed ascolta la montagna tacere, ed è ferma la luce, che svanisce in un frammento di notte.

(Dinnammare, settembre 1999)

 

 

 

L’ultima notte
la nebbia è una cappa grigia,
la luna non esiste,
la luce è un chiarore scialbo
attraverso cui trasuda flaccido
un vento che ha perso le sue nubi
e non piú trae dagli interstizi ululati
narranti d’incredibili soglie
ma batte penoso sui muri
e s’affanna al cigolio delle porte.
La vetta si disfa in attesa
d’una ennesima morte.

(Dinnammare, 2 novembre 1999)

 

 

 

 

 

 

La risacca delle onde
al confine della terra,
sotto il peso lieve delle nubi,
è la polifonia dei millenni
stupendamente senza nome,
profondità fatte di rocce e aria,
d’imprendibile quiete.

(Capo Peloro e S. Agata di Militello, 10 e 13 novembre 1999)

 

 

 

 

Acqualadrone

Grigi frati di cemento,
tetri plotoni allineati
a fissare con sguardo cieco
di finestre anodizzate
una spiaggia di macerie
che un mare indignato
senza sosta percuote,
ripetono senza suono
ch’è morto Cosmo,
è morto,
e son finite le storie,
le spade di vento
e il cavalcare tempeste.

(Acqualadrone, 5 gennaio 2000)

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