Capitolo zero.
Ero a Messina nell'estate del 1989, avvolto nella cappa inerte che lo scorrere rigido di un tempo non mio mi chiudeva intorno, fermo in una sorta di vuota piazzuola di sosta dell'esistenza cui incombenze estranee e penose con persistenza mi inchiodavano; un immenso quanto inutile esame da preparare per una università distante mille chilometri (1014 ne computava il biglietto ferroviario) dallo Stretto e infiniti anni luce da me mi pressava già da mesi, ero assillato poi dal caldo e da ricorrenti mal di testa, cui mia madre, morbosamente ossessionata in quelle settimane dall'idea di farmi mangiare, non riusciva a fare a meno di dare il tocco finale. Decisi di partire.
Avevo scoperto qualche anno prima l'esistenza di un racconto di Tomasi di Lampedusa, un sogno pagano, un mito greco fuori stagione, che narra dell'incontro e dell'amore fra un uomo, un siciliano (null'altro che un siciliano avrebbe potuto essere, o un greco), e una Sirena. Questo incontro, narra Lampedusa, avviene in un piccolo golfo sopra punta Izzo, vicino Augusta, in un luogo che egli non nomina ma che mi sembrò, esaminando la carta geografica, di poter situare nei pressi di Brucoli. Lessi il racconto, se ben ricordo, nell'autunno del 1985 e di un anno dopo fu l'ipotesi (null'altro che questo ancora) di una sceneggiatura che narrasse un viaggio, un solitario viaggio in Sicilia alla ricerca di quel luogo. Avevo così fra le mani, nell'estate dell'ottantanove, già da tre anni questa idea che vagava senza meglio riuscire a precisarsi, senza forse volerlo ancora, senza altro essere che un'ansia di nostos, e riposo, avvolta in una nube di mito. E fu dunque da tali premesse, dal bisogno di sottrarmi a Messina e ai miei gioghi, e dall'idea persistente della sceneggiatura, del nostos alla ricerca di Lighea, che nacque, in quell'estate, il viaggio, il primo e più breve dei quattro che feci in Sicilia nei tre anni che con quello cominciavano.
Non avevo auto poiché in Sicilia ero tornato quella volta in treno e noleggiarne una era risultato troppo costoso per le mie finanze di allora. Feci dunque una leggera valigia, comprai un biglietto di seconda classe per Augusta e me ne andai.
Ragioni contingenti fecero sì che quel mio viaggio rimanesse incompiuto, ed è senza esser più tornato in quei luoghi che scrissi poi la sceneggiatura. Di quell'errare interrotto, di quella mia ricerca lasciata a metà rimangono telegrafici, lacunosi, a volte menzogneri frammenti, e una memoria d'una puntata a Megara. È con essi che comincio questo libro composito, frastagliato forse, ma uno e indivisibile nel suo essere soprattutto un diario-memoria, e riflessione, nostos dopo nostos (non è per affettazione che insisto nell'uso del termine greco) di, e su, tre anni di rapporto con la Sicilia, con un immaginario della Sicilia (la Sicilia greca più d'ogni altra) che mi segue fin da quando, già lontano, ho cominciato a conoscerla. Con questo inizio incerto voglio cominciare questo libro senza certezze.
F. S.
FRAMMENTI DAI GIARDINI DI AUGUSTA
(Agosto 1989)
1.
Le rovine di un chiosco in disarmo, rifugio di estinte orchestrine, sorgono su un lato dei giardini di Augusta, contro lo sfondo discreto e dimesso di porto Xifonio. Di fronte a esse, un po' di sbieco, vengo a sedermi ogni sera, lasciata la mia stanza 39 con vista sul mare nell'attiguo albergo Kursaal Augusteo, quando il ruggito di un troppo perdurante sole di tardo agosto lascia il posto a più quiete avvisaglie di frescure d'autunno.
Questa è l'ultima sera; domani il lungo e affannato clangore delle ruote d'un treno si sostituirà alla quiete di questi pochi, poveri giorni, un livido e triste risucchio verso la riesumata, obbligatoria vuotezza del tempo. Domani, e da domani fino alla prossima estate, fino al prossimo ritorno, quanto mi ha spinto a toccare questi luoghi che di mito dovrebbero essere e non sono, uscirà dalla vividezza del contatto per entrare nella più ovattata distanza della memoria. Domani.
2.
Avrei dovuto vagare per la costa fra Augusta e Brucoli e desumere dalle parole di Lampedusa un luogo, o meglio una immagine, un mito, un sogno di luogo: immagine, mito, sogno più che realtà fisica, che forse mai è del tutto stata e che comunque, qualora in essa mi fossi davvero imbattuto, avrei dovuto depurare dalle aggiunte e dagli scavi del tempo trascorso, fin troppo prevedibili le une e gli altri, tanto da farmi tutto ciò progressivamente allontanare da ogni ipotesi di ricerca oggettiva inducendomi piuttosto a confidare, in ultimo, nelle sole risorse di un indeterminato immaginario.
Cercare un luogo dunque: una spiaggia, un piccolo golfo punteggiato di scogli; cercare un luogo è ciò che nei giorni appena trascorsi avrei dovuto fare e non ho fatto, sapendo che non lo avrei trovato, o meglio che ne avrei trovati troppi e nessuno...
3.
I giardini a quest'ora sono rifugio di silenziose coppiette. Una di queste, conclusi i suoi riti, si avvia, mano nella mano, fuori da quel limbo di buio appressandosi nel far ciò alla mia panchina. Chiudo gli occhi; per stanchezza, bisogno ulteriore di notte, distanza. Forse senza un motivo che non sia la noia ricordo d'esser stato uno di loro, d'esser vissuto personaggio in una storia iniziata in giardini lunari, prima che il caso vi spalmasse sopra il suo miele rancido e cupo, che scegliesse per finale quella scena da vecchio melodramma, con lei che svanisce nel cratere d'un male che le annienta la mente. Camminavamo a volte per i giardini, di notte, come quei due adesso che un movimento delle palpebre basta a cancellare; che non sanno, non vogliono sapere di questa né d'ogni altra morte. Riapro gli occhi, restituisco loro il provvisorio e discutibile privilegio di esistere; li guardo dalla panchina passare oltre e allontanarsi; forse non mi hanno nemmeno visto, delle mie menzogne di estraneo, di esule tornato in incognito, di straniero senza rimedio non sanno nulla, non sanno, soprattutto, che farsene.
4.
Ieri sera un ragazzo ha raccolto rametti e foglie di lauro, ne ha fatto una corona, l'ha messa sul capo della sua ragazza. Poi entrambi sono andati via, con quel segno antico di gioia fra i capelli di lei.
5.
"Il povero senatore in veste da camera era stato un giovane dio", pensa Corbera davanti alla fotografia del ventenne La Ciura. Lo sono stato anch'io, senza saperlo. Lo so adesso, che non lo sono più; che è troppo tardi per esserlo.
Gli dèi non sanno di essere dèi.
6.
Sono fresche le sere. E non solo il corpo ma la mente, con esso, riposa. Disteso sulla panchina guardo i rami dell'albero che la sovrasta, il filtrare fra essi della luce delle stelle. Vago in questa sorta di Pleiade immateriale, di arcipelago diafano in una distesa d'ombre. Esistere in questo istante, farne la vita, la totalità del tempo. C'è un silenzio, una pace perfetta nei giardini a quest'ora. Se quest'ora è tutto il tempo dell'universo, allora la quieta perfezione di adesso è eterna.
(Agosto 1989)
MEGARA
Una volta, il secondo giorno, volli deviare dal mio itinerario preordinato, andai a Megara Hyblea.
Fidandomi dei mali consigli di una guida del Touring Club poco informata sulle alchimie degli orari ferroviari, volli andarci in treno. Salii alle sette del mattino su un locale composto da due vagoni d'annata, feci appena in tempo a scendere, un quarto d'ora dopo, alla stazione di Megara che il trenino era già ripartito. Deserto il marciapiede, deserta la sala d'attesa (in un angolo della quale notai un oggetto desueto: una sputacchiera metallica mezzo arrugginita su cui si leggeva ancora una scritta che esortava: "sputare qui, non in terra"), deserta infine, di là dai vetri, la stanza di controllo, deserto tutto ciò fu un foglietto formato protocollo attaccato col nastro adesivo a un vetro, sul quale era stato battuto a macchina, e corretto a mano, uno striminzito orario delle partenze e degli arrivi, a informarmi che il prossimo treno per Augusta non sarebbe stato che nel primo pomeriggio. "Va be'", pensai, e uscii dalla stazione. Immediatamente mi resi conto di trovarmi su un pianeta disabitato. L'edificio ferroviario sorgeva in piena campagna, una campagna gialla, arida, su cui si abbattevano già le mazzate di un sole immenso, la cui luce vivida, abbagliante, inevitabilmente eccessiva imponeva al paesaggio una dimensione assoluta, estrema, irrevocabile, una tragicità di fronte alla quale, come a un naturale sbocco, la mente andava all'amore fatale di Edipo, alla ribellione mortale di Antigone, all'ossessivo lamento dei persiani sconfitti e, su tutto, all'angosciosa, ultima veggenza di Cassandra davanti al palazzo di Agamennone.
In quella campagna illuminata, battuta anzi, da una tale luce si inoltrava, diretta a ignota destinazione, una strada asfaltata; più vicini a me, sulla sinistra, quasi addossati ai binari, si levavano i giganteschi, spettrali, surreali edifici grigi di un cementificio; di fronte a essi si apriva un enorme piazzale in cui sostavano dozzine di autotreni, vuoti parecchi, carichi alcuni di sacchi di cemento.
Solo dopo svariati secondi mi accorsi che in quella Antartide alla rovescia, fra le masse metalliche immobili dei veicoli e più ancora attorno a una casupola che fungeva da bar sul lato opposto del piazzale, si muovevano rade e lontane creature, che identificai come esseri umani.
Mi guardai intorno alla ricerca di un cartello giallo, di un segno qualsiasi che indicasse le rovine della città greca. Nulla. Scartai l'idea di chiedere notizie a qualcuno dei camionisti figurandomeli non del luogo, e rientrai nella stazione. In una stanzetta interna della piccola costruzione (delle dimensioni, ci facevo caso solo ora, di un villino bifamiliare o poco più) trovai il capostazione, unico essere vivente che la popolava, il quale, non avendo nulla da fare per parecchie ore, era immerso nella consumazione di un panino. Da lui appresi che le rovine di Megara, alle quali peraltro non era mai stato, si trovavano "sperdute in mezzo alla campagna" in direzione della strada che avevo visto inoltrarsi in quel mare di stoppie gialle disidratate dal sole. Appresi anche che mi attendevano due o tre chilometri da fare interamente a piedi. A un certo punto, circa a metà cammino, avrei incontrato il fatidico cartello giallo che mi avrebbe indicato, in corrispondenza di un incrocio, una svolta a destra in direzione del mare. Non avevo altra scelta, mi avviai.
La strada, come tutto il resto del paesaggio, era perfettamente vuota, percorsa soltanto, a intervalli di minuti, da qualche isolato autotreno diretto al cementificio o proveniente da esso. Presto, sotto i colpi sferrati dal sole, la tenaglia che a volte mi stringeva la nuca in un feroce mal di testa cominciò a farsi sentire. Cercai di non farci caso.
Lontano, alla mia sinistra, si alzavano alcune piccole alture; sul pendio di una di esse vi era, unico segno di insediamento umano, un paese. Alle mie spalle la stazioncina era già scomparsa dietro una cunetta, restavano visibili le torri enormi del cementificio verso cui correvano da più parti file di tralicci dell'alta tensione. Insieme alla solitudine il luogo aveva, del pianeta disabitato, il silenzio; senza interrompere il quale ogni tanto mi volava vicino un qualche uccello nero, sempre da sinistra, mi venne da notare involontariamente ripensando a passate letture d'Omero; ogni tanto, anche, una lucertola sorpresa sul ciglio della strada fuggiva al mio passaggio sparendo fra l'erba secca.
Giunsi all'incrocio, svoltai a destra. La strada costeggiava ora alla mia sinistra un frutteto racchiuso da un alto muro di cinta; alla mia destra invece ancora erba gialla, un mare immobile di bassa vegetazione disidratata, calcificata dal calore incessante.
Il paesaggio intanto, prima lievemente ondulato, si era fatto più piatto, all'orizzonte erano apparse altre costruzioni da paesaggio marziano, i cubi, i cilindri, le ciminiere, il mondo metallico di una raffineria gigantesca. Verso essa, e non verso i resti di una città sepolta, la strada pareva diretta.
Continuai a camminare; lentamente gli impianti si avvicinavano e presto risultò chiaro che la strada vi passava accanto. Per un po' non accadde nulla; il muro di cinta del frutteto sparì presto, la vegetazione riarsa mi circondò di nuovo da ogni lato, la strada continuò a incunearsi, rettilinea, fra essa.
Quando fui giunto in prossimità delle immense costruzioni metalliche, sullo sfondo apparve il mare. La strada avanzava verso esso, costeggiando gli impianti a non più di duecento, trecento metri.
A un certo punto un cartello di legno consunto sul quale era scritto, ancora abbastanza visibilmente, "Zona Archeologica" mi indicò una piccola strada laterale che si staccava da quella che io stavo percorrendo volgendosi leggermente a destra. La imboccai.
Già da un po' mi ero accorto di un rumore sordo, cupo, strano, una specie di rombo lontano e continuo che pareva provenire da tutte le parti e che dava al paesaggio una ulteriore nota di alienità, lo avvolgeva in un'aura opprimente e disumana, solo allora però ne identificai la fonte negli edifici scuri e immobili della raffineria, fra i quali, notai, non pareva muoversi alcun essere umano; solo la voce artificiale d'un altoparlante giungeva a tratti, puro suono anch'essa, poiché la distanza impediva di distinguere le parole. Quelle macchine dunque apparivano disabitate, quasi che il loro funzionare (rivelato solo da quel rombo profondo che impregnava l'aria) fosse assolutamente esterno all'attuarsi d'un qualsiasi scopo umano, che il loro solo fine fosse quello di esistere per se stesse, e per se stesse agire.
Il primo segno della città greca fu una serie di sarcofaghi di pietra disposti sotto alcuni alberi, quasi a dire: - ecco, vedi? Tu entri in un mondo di estinti -.
Avanzai lungo la stradina laterale che, scavalcata la ferrovia che correva infossata in una profonda trincea e allargatasi brevemente in un piccolo e vuoto parcheggio, finiva contro due cancelli, uno grande che era l'ingresso alla zona archeologica vera e propria, e uno più piccolo per il quale, attraversando un giardino, si arrivava alla casa del custode. Era ancora presto (la zona archeologica apriva alle nove) ed entrambi i cancelli erano chiusi. I quattro cani del custode non gradirono il mio arrivo anticipato e cominciarono ad abbaiare e a venirmi incontro con modi minacciosi, accentuando per di più i loro sforzi quando si accorsero che, nonostante tutto, io continuavo, tranquillo, ad avanzare.
Quasi subito vidi venire dal fondo del giardino un uomo piccolo, abbronzato, sulla sessantina, che lanciava urli intimidatori verso i cani. Pareva, un po' comicamente, la scena di Odisseo davanti alla casa di Eumeo.
L'uomo sulla sessantina era il custode. Mi accolse con modi gentili, mi spiegò che il cancello era ancora chiuso perché mancava mezz'ora all'apertura, pur essendo lui già in attività perché lì facevano "anche altri lavori", che poi capii essere quelli dei campi. Tuttavia, senza che io glielo chiedessi, aprì ugualmente per me il cancello grande. Ed entrai.
Le rovine apparvero, sotto una luce d'oro rovente, in fondo a un'ampia spianata, incerottate di camminamenti metallici e segnali rossi simili a punti trigonometrici. Lì accanto, un trattore sostava nel mezzo di un campo appena arato, quello stesso, forse, del custode. Attraversai la spianata, fui infine fra i resti di Megara Hyblea.
Chi ha in mente gli spettacoli titanici di Selinunte, Siracusa, le suggestioni e i silenzi bucolici di Tindari, Segesta nulla sa di Megara Hyblea. Su una superficie di neanche un ettaro si incrociano bassi muretti di pietra, nulla più che la pianta, solo il contorno delle fondazioni a volte, di quelli che furono gli edifici di culto, le abitazioni, più in là le fortificazioni. Basta. Tutto attorno il vuoto; sullo sfondo le macchine gigantesche della raffineria, in alto una semisfera d'arsura.
Non avevo portato con me la guida ma non m'importava; non ero venuto a catalogare le pietre, nemmeno a interrogarle, nemmeno, in fondo, a guardarle. Ero venuto se mai a sentire, fra esse, lo scorrere di un tempo diverso, a incontrare, in quelle solitudini, un altrove del tempo dell'uomo. Riconobbi soltanto, fra i resti che la guida enumerava e il cui elenco avevo comunque letto il giorno prima in albergo, quelli di un edificio a pianta absidale, tempio arcaico dedicato a un culto della cui identità i millenni hanno dissolto irreversibilmente il ricordo.
Il confine orientale della zona archeologica era costituito dal mare. Mi avvicinai, ritrovandomi sull'orlo d'una bassa scarpata in fondo alla quale apparivano un'angusta spiaggetta pietrosa e un mare oleoso, incatramato. Pensai alle parole di Vincenzo Consolo, lì dove parla delle "ciminiere col pennacchio di fuoco delle raffinerie lungo quel litorale di miti, quella costa tra Augusta e Siracusa, a ridosso di quel mare in cui il professor La Ciura incontra la sirena Lighea del Lampedusa".
Non mi soffermai; uscii dalla zona archeologica e attraversai la soglia del cancello piccolo. La delirante vastità di luce scomparve in un attimo. Mi ritrovai nella frescura piacevolmente umida di un giardino pieno d'ombra dove alberi da frutto si alternavano a coltivazioni d'orto, a pergolati. Un irrigatore a pioggia era in funzione, giungendo a spruzzare a tratti, nel suo ruotare, il sentiero centrale. Il custode era lì che lavorava attorno alle piante. Mi fece strada, guidandomi attraverso il giardino, verso l'unica saletta che costituiva il museo. Passammo accanto a quella che era la sua casa, a ridosso della quale esso si trovava, e davanti alla cui porta vidi, sotto l'ombra dei pergolati, due donne sedute, impegnate in qualche lavoro che non notai, anziana una, giovane l'altra, moglie e figlia, forse, del custode. Sulla porta apparve anche un ragazzo, fratello forse, o fidanzato, della giovane.
Delle poche cose nel museo non molto ricordo, mi colpì solo una bella testa di leone in pietra dall'accesa plasticità; e nuovamente la presenza della luce, la luce dura della pianura esterna che entrava attraverso lunghe vetrate e che rendeva, con la sua eccessività, slavati e assenti i colori nella stanza.
Ripercorrendo a ritroso, poco dopo, più lentamente che potevo, il giardino, pensai, favoleggiai, che forse un giorno di venticinque secoli fa tutta quella distesa di stoppie gialle divorate dal sole era stata come esso era, che forse la vera Megara io l'avevo vista lì, in quel giardino, che quegli unici abitatori di una città morta da secoli, il custode e la sua famiglia, più che sorveglianti di pietre sperduti nel vuoto d'un pianeta deserto, erano coloro che, senza saperlo, senza capirlo, conservavano intatta in quel luogo la staffetta della vita, che era stata, era ancora, sarebbe stata.
Questo fu il mio viaggio a Megara, ai resti della morta Megara. Poi ci fu il ritorno, un ritorno che non avrebbe storia se non fosse per un elemento, un dettaglio del pianeta disabitato, che stranamente durante l'andata era rimasto escluso dal mio sguardo.
Lasciai dunque il giardino, oltrepassai il parcheggio vuoto, il boschetto dei sarcofaghi, il cartello di legno sbiadito. Fu allora che, aggrappate a cespugli disidratati, cominciai a vedere le lumache. Ne vidi in principio solo due o tre dozzine sugli esili rami di uno di essi, bianche, calcificate, morte; fermatesi lì probabilmente dopo l'ultima pioggia della stagione passata, e poi disidratate anch'esse, bruciate dal sole; ne vidi poi altre, e altre ancora, decine su ogni cespuglio, e sempre così, dal cartello di legno sbiadito fino al frutteto dall'alto muro di cinta, migliaia di lumache morte tutte nello stesso modo.
Giunsi alla stazione ai piedi del cementificio; erano le dieci. Mi toccava una attesa di cinque ore e il mal di testa sulla strada del ritorno si era fatto forte. Un camionista mi salvò con un passaggio fino ad Augusta. In albergo mi misi a letto e smaltii i fumi del mal di testa restandovi fino a sera.
Il giorno dopo rientrai nei binari previsti del mio viaggio, verso altri, meno remoti, non meno muti capii dopo, luoghi del tempo. Megara divenne ancora una volta, divenne anche per me, passato.
(Agosto 1989)