Dinnammare e l'universo (*)
Ogni mattina esce di casa poco dopo l'alba, percorre in automobile i pochi chilometri di campagne e boschi che lo separano da Dinnammare, apre una porta, poi ritorna a casa; è un percorso di poco piú di un'ora fra andata e ritorno, un succedersi solitario di tornanti avvolto in ombre d'alberi e bagliori di sole. A sera ripete lo stesso itinerario e chiude la porta che aveva aperto al mattino.
Come guardiano del santuario non deve far altro. Non ci sono tesori da sorvegliare, niente suppellettili di valore, niente. Perfino i semplici teppisti lassú a mille metri di quota non arrivano: troppa fatica.
Molto spesso non arriva proprio nessuno, nemmeno quelli che nel santuario vedono uno scopo, o così dicono, e dunque la porta che lui apre al mattino non viene attraversata per tutto il giorno. Questo accade la maggior parte delle volte.
Il resto della giornata la trascorre sdraiato sulla terrazza della sua casa di Curcuraci, circondato dal cielo, a osservare il trascorrere delle nuvole e del tempo.
A volte nel suo viaggio verso il monte incontra la nebbia, e allora il viaggio dura piú del solito, ma allo stesso tempo non dura piú, perchè la nebbia annulla, insieme alle cose, il trascorrere stesso del tempo. Si avanza con estrema lentezza in uno spazio bianco sempre uguale, per minuti, per ore, come fosse per sempre. Poi appare il profilo diafano del santuario, la sua porta chiusa da spalancare, o spalancata da richiudere, a seconda dell'ora del giorno. E infine il ritorno, e di nuovo quell'esperienza diversa dello spazio e del tempo che è il niente bianco e senza fine della nebbia.
Questo è il racconto pieno, completo d'ogni sua giornata. Una azione inutile, ripetuta identicamente, al servizio di una superstizione di durevole vuotezza (cos'altro sono le religioni?). E questo sempre, ogni giorno di ogni anno, senza divenire. Un nulla che segue al nulla, una perfetta vacuità - nel suo lavoro, come nella sua intera vita - in cui egli ha imparato a vedere lo specchio della perfetta vacuità dell'universo. E ad esistere dunque, nell'accadere quotidiano di questa totale aderenza fra il suo tempo e le cose, come nel più suo degli eventi.
A volte il fluire dell'immobilità nella sua terrazza circondata dal cielo, quella perfezione dalla quale egli sta in solitudine a sentire il tempo che passa insieme alle nuvole, s'interrompe, rare soluzioni di continuitˆ l'increspano - rare, perché pochi sono i rapporti che legano lui all'inutilmente affaccendato mondo vivente -, ma le increspature fanno presto a smorzarsi, a quietarsi, finché tutto nuovamente si distende nella immensa vacuità di sempre. Ed egli torna a sdraiarsi, immobile e di nuovo solo, sotto il suo cielo nel quale le nuvole continuano lentamente e inutilmente a passare, in attesa della sera.
(Messina, marzo 1997)
(*) I luoghi che qui nomino si trovano sulle pendici più orientali dei monti Peloritani, nei pressi di Messina. Perché questi luoghi e non altri? Semplicemente perché è davanti alla porta chiusa del santuario di Dinnammare che poche notti fa ho immaginato questo racconto, sono i boschi intorno a Messina che ho ripetutamente percorso in questi giorni, ed è da una delle fortezze di Curcuraci che mi sono soffermato a lungo ieri a guardare il trascorrere delle nuvole. Ma infiniti altri luoghi in ogni altra parte dell'universo andrebbero ugualmente bene.