IL CLOWN
A Paola, il suo ritratto.
Il circo è piccolo, un po' scalcinato; sa di paese, di periferia, di cose da pochi soldi. Fuori, poco fa, una strage di cui domani i giornali non parleranno, e sarà anche per nasconderci dall'universo che siamo venuti qui questa sera, chissà.
Laggiù nell'arena due leonesse dall'aria mansueta hanno appena finito il loro numero, le solite cose, anche meno, fatte senza fretta, senza chiasso per un pubblico quieto, silenzioso, tristemente rado: saltare attraverso un cerchio, trottare adagio qua e là, fare a comando due o tre capriole sulla pancia, nient'altro quasi; poi, sempre senza fretta, andar via, sparire in un tunnel, iniziare l'attesa del giorno dopo, del nuovo, identico spettacolo.
Adesso i clowns si affaccendano attorno alla pista mentre gli inservienti smontano poco a poco la gabbia. Guardo te che li guardi sorridendo, guardo gli altri, pochi, fuggiaschi, sparuti fino a essere mesti, come noi venuti qui chissà poi perché, chissà poi per cosa. Per nascondersi forse, anche loro. Li guardo tutti insieme, rarefatti: due, tre, dieci sedie vuote immancabilmente proteggono l'uno dall'altro. Poi li guardo uno a uno: quello più vicino, sette sedie vuote a sinistra, due file più in basso, quello ha l'aria di chiedersi se era poi davvero così male il film che c'era alla televisione stasera; quell'altro un po' più in là invece sembra contento, come te sorride; e poi ancora quella donna seduta laggiù quasi sul bordo dell'arena... no, di lei non saprei dire, ha un viso strano.
Lassù in alto, ma mica tanto, c'è un trapezio che oscilla lievemente. C'è anche una toppa, lì sul tendone. Una leggera corrente d'aria viene chissà da dove. Noto una stranezza, non ci sono riflettori in questo circo, solo grosse lampade domestiche appese in cerchio attorno all'arena. Per questo forse la luce è così calda, così calma. Torno con lo sguardo alle file di sedie; sedie piccole, pieghevoli, di legno, e mi colpisce ancora, con strana insistenza, il fatto che non poche sono vuote.
Ma intanto gli inservienti hanno finito, i clowns si torturano l'un l'altro ancora un po', poi escono di scena, saltellanti.
L'arena è vuota. Che accade ora? Gli acrobati? I cavalli?
Fuori, chissà dove, un debole colpo di clacson: dura solo un attimo. C'è tanto silenzio qui. Ti guardo ancora: aspetti tranquilla, curiosa.
L'arena è sempre vuota. No, ora non più: una figuretta si fa avanti adagio sul terriccio un po' sporco, un fagotto biancastro con grossi bottoni scuri, più o meno un Pierrot ma non proprio: piccolo, buffo... un po' come te; dall'aria triste (che Pierrot sarebbe se no?), e goffo. Goffo come... non so... come chi crede di non sapere e invece sa? Be' sì, un po' come te. Raggiunge a piccoli, cauti passi dondolanti il centro dell'arena. Poi non accade più nulla. Lui sta lì, guarda un po' curvo i radi spettatori, a volte accenna qualche numero, fa volare palle per aria o apparire fazzoletti di seta, a volte non fa nulla: sta lì soltanto, e guarda.
Ci guarda; e non accade nient'altro. Nessuno ride, certo. Nessuno ride ma tutti sono attenti. Qualche sorriso appare qua e là, senza mai mutarsi in risata, nient'altro. Nessuno ride ma non è necessario. Il piccolo clown, l'essere buffo, straordinariamente goffo, non fa quasi nulla eppure non ha bisogno di fare nient'altro. Non accade nulla eppure una cosa, chissà cosa, accade.
Rivolgo per un istante lo sguardo a te (basta poco, una rotazione appena percettibile degli occhi). Abbiamo fatto bene questa sera a venire qui, non credi?
Abbiamo fatto bene, mi rispondono i tuoi occhi; sì.
Pisa, Dicembre 1988