Da un paio d'anni il mio modo di vivere ha cominciato a mutare. E' sempre meno facile vedermi
nei supermercati e sempre piu' facile vedermi chino sulla terra ad accudire le piante del mio orto o
i miei alberi da frutto ("miei" nel risibile senso che ho "comprato" il terreno su cui essi vivono). Da
qualche tempo nella mia biblioteca personale accanto ai libri d'arte, letteratura, cinema, scienze,
filosofia sono apparsi anche testi di agraria ed ecologia vegetale. Perche'?
Vedo quello che ho sinteticamente descritto come il punto di avvio di un cammino la cui meta e'
qualcosa che potremmo approssimativamente chiamare una fattoria biologica, o forse una eco-casa, unluogo cioé un
po' particolare, concepito come un organismo vivente, un ecosistema in miniatura in cui si
produca tutto cio' che serve alla vita degli esseri viventi che lo abitano e compongono. Tutti,
uomini compresi.
Innanzi tutto, la spinta verso questa idea nasce dal desiderio di uscire dallo stato di stretta
dipendenza da un modello di sviluppo ormai irreversibilmente orientato verso scelte di sfrenata
rapacita' e che ha reso ciascuno totalmente dipendente da esso staccandolo dal contatto col
mondo reale (il quale null'altro e' poi che il mondo naturale) e privandolo della capacita' di
interagire positivamente con esso. Un desiderio insomma di recuperare questa capacita', intesa
soprattutto come conoscenza, sensibilita', esperienza, orientata per adesso verso gli aspetti
fondamentali dell'esistenza (la produzione del cibo, delle cose di prima necessità,...) ma da estendersi
progressivamente anche verso gli aspetti piu' interiori di essa.
Ma c'e' di piu': tutto cio' nasce da un modo di vedere le cose al cui centro ci sono una
consapevolezza e un principio etico che da essa strettamente deriva: la consapevolezza
(perfettamente razionale e, come si suol dire, "laica", ci tengo a precisarlo) della piena
appartenenza dell'uomo a una comunita' vivente piu' grande che comprende l'intera biosfera, che
l'umanita' non sia "tutto" e "sempre", che ci sia anche dell'altro sulla Terra e che questo "altro"
non sia ne' per noi ne' meno di noi ma se mai insieme a noi; il principio etico che ne deriva come
stretta conseguenza e' quello del rispetto della vita e della sua bellezza in ogni forma. Detto in altri
termini, ho da tempo messo da parte l'insensata distinzione fra animali e uomini e ho cominciato a
parlare semplicemente di esseri viventi, senza ulteriori etichette di (presunta) nobilta', senza
mettere le maiuscole a qualcuno e le minuscole a qualcun altro; ho cominciato insomma a
sentirmi essere vivente fra gli esseri viventi e non un ennesimo presunto semidio che ha il diritto
di guardare dall'alto in basso chiunque abbia la "colpa" di non camminare su due zampe.
Semplicemente conseguenziale a questo punto l'idea di continuare la mia vita come parte di un
ecosistema piuttosto che come membro di un gigantesco branco che cancella sotto di se' la
percezione stessa della diversita' e molteplicita' dell'esistente. Semplicemente conseguenziale
insomma riscoprire "il piu' antico mestiere del mondo", quello di essere vivente.
Una eco-casa dunque, concepita come un piccolo ecosistema. Ma non vedo cio' in realta'
come il punto di arrivo, bensi' di partenza. Questo e' un progetto al di la' del quale penso (ma per
ora penso soltanto) a un'utopia, immagino un sogno.
Perche' ogni cosa che miri a realizzare una realta' veramente nuova deve essere composta di due
parti: di un progetto e di un sogno. Senza il primo il secondo e' destinato per sempre a restare
tale, senza il secondo il primo e' destinato a strisciare penosamente in una miope quotidianita'
senza prospettive. Il progetto vi ho detto quale sia. Il sogno per ora è troppo presto per parlarne.
NOTA: Qualche tempo fa ho inviato questo testo su alcuni forum e newsgroups,
ricavandone un certo (esiguo) numero di risposte. Il testo era sempre lo
stesso, il che è ovvio. Anche le risposte erano sempre le stesse, il
che è meno ovvio. Eppure è ciò che è accaduto, la
qual cosa credo dia molto da pensare circa il grado di omologazione e dipendenza
dal branco che si è ormai raggiunta.
Ecco, comunque, un paio di esempi.
Da sempre ci hanno abituati a considerare l'industrializzazione come sinonimo di progresso, al punto che una societa' che non ha sviluppato una economia di tipo industriale e', gia' solo per questo, considerata una societa' arretrata. Ma in realta' in cosa consiste l'industrializzazione? Essa null'altro è che la sostituzuione di una cultura materiale di tipo individuale con una di tipo collettivo. Prima che tale processo iniziasse, quando cioe' l'organizzazione sociale era prevalentemente di tipo rurale, la capacita' di produrre da se' gran parte delle risorse di cui si aveva bisogno era cosa comune, come lo e' tutt'oggi presso i superstiti popoli che ci hanno abituato (indottrinato) a definire primitivi. La cultura materiale insomma era posseduta individualmente da ciascuno. L'industrializzazione ha progressivamente sostituito tutta una serie di processi produttivi "maneggiabili" su scala individuale o familiare, o comunque di piccole comunita', con una serie di processi produttivi che presuppongono apparati di grosse
dimensioni, a loro volta dipendenti da reti commerciali ancora piu' vaste. Prima che cio' avvenisse l'individuo era potenzialmente libero dalla dipendenza dal proprio branco (uso qui questo termine in senso puramente etologico). Ad
esempio, nel medio evo, il feudatario aveva bisogno di imporre l'obbligo di macinazione del
grano nel proprio mulino, e i conseguenti oneri, perché l'agricoltore sapeva benissimo come si
macina il grano e avrebbe potuto provvedere da sé. La schiavitù dell'individuo insomma
esisteva pur sempre (non ha mai cessato di esistere) ma era da imporre dall'esterno.
L'individuo aveva tutte le conoscenze necessarie a provvedere da sé ai propri bisogni.
La cancellazione di questa cultura materiale individuale ha reso l'individuo completamente - e
intrinsecamente - dipendente dal branco anche per le sue necessità di tipo più elementare.
Non c'è necessità, oggi alla quale l'individuo sappia provvedere con i propri mezzi; egli sa fare
ormai una sola cosa: vendere una consistente parte del tempo della propria vita a un datore di
lavoro dal quale riceve in cambio del denaro che gli servirà a comprare il tempo della vita di qualcun altro il quale provvederà a fornirgli questa o quella risorsa, l'unica a sua volta che egli
è in grado di produrre (l'idraulico, il falegname, il salumiere, ecc.). I biologi dividono gli
animali in due categorie a seconda della capacità o meno dei loro piccoli di procurarsi il cibo
appena nati: atti e inetti. Atti sono ad esempio i pulcini, inette sono le rondinelle e tutti i
mammiferi, fra cui l'uomo. L'uomo (quanto meno l'uomo "industrializzato") ha però in più una
caratteristica: è l'unico animale superiore che rimane inetto per tutta la vita. Per trovare
situazioni analoghe bisogna scendere fino al mondo degli insetti (le formiche o le api), fino a
casi estremi cioé in cui l'individuo non ha una sua specifica identità ma è soltanto un
elemento puramente esecutivo all'interno di una entità più grande (il formicaio, lo sciame...).
Questo è dunque ciò che ci hanno abituati a chiamare uno stato di progresso avanzato: un
totale annientamento dell'individuo, totalmente e intrinsecamente sottoposto alla schiavitù del
branco. Il potere in una società industriale non ha alcun bisogno di emanare leggi che
costringano l'individuo a ricorrere alle strutture che esso possiede: l'individuo non sa fare
altrimenti, perché ha ormai perso ogni capacità di badare a se stesso, anzi ha completamente
perso la stessa concezione del fatto che si possa fare altrimenti. Tempo fa ho udito una
donna dire: «l'anno scorso siamo impazziti e abbiamo fatto l'orto»; ciò che era insomma la
cosa più ovvia e quotidiana fino ad appena qualche decennio fa oggi viene descritta non solo
come cosa eccezionale, ma addirittura eccentrica, assurda. Alla stessa donna ho dovuto
spiegare cosa significasse che il suo terreno era esposto a nord. E questo introduce un altro
aspetto della questione: la perdita del contatto col mondo reale: se il branco provvede a tutto,
il branco è tutto, null'altro esiste al di fuori di esso. Credo che mai, neppure nel medio evo
della Santa Inquisizione, neppure nell'Egitto dei faraoni, il branco abbia assunto una fisionomia
così totalizzante, al punto da cancellare non solo le potenzialità di libertà dell'individuo, ma la
sua stesa percezione del mondo reale.
Si ricorderà la nota scena del film Padre padrone in cui al bambino viene insegnato a
riconoscere i suoni della campagna che lo circonda: bene, è falso
affermare che il padre di Gavino Ledda lo abbia strappato dalla scuola per consegnarlo alla
barbarie e all'ignoranza: lo ha trasferito da una scuola a un'altra scuola (prescindo
naturalmente dai metodi usati da quest'uomo, che sono tutto un altro discorso); aggiungo,
dalla scuola delle parole alla scuola del mondo reale.
Si potra' obiettare che e' vero, tutto cio' e' accaduto, ma questo ci ha consentito un nettissimo miglioramento del nostro livello di vita. E' una delle più grandi menzogne che la "propaganda
di regime" (non so come altro chiamarla) ci ha propinato, e con molta efficacia a quanto pare. In realta' la qualita' dei prodotti e dei servizi messi a nostra disposizione dagli apparati industriali, e di riflesso la qualita' della nostra vita che, come gia' detto, e' da essi strettamente dipendente, non e' nella maggior parte dei casi migliore di quella degli equivalenti prodotti e servizi realizzabili individualmente o comunque su piccola scala. I procedimenti industriali consentono soltanto di concentrare la produzione e realizzarla in grande quantità ma senza che ciò comporti alcun miglioramento qualitativo. Del resto il marchio "Produzione artigianale" e' ormai, e con ragione, comunemente considerato sinonimo di qualita'. Esempio banale: un panificio che vuole pubblicizzare la qualita' dei suoi prodotti espone abitualmente una insegna del tipo: "Pane casareccio con forno a legna", non si vantera' mai di certo di usare un forno elettrico e di lavorare in serie.
Un esempio a mio avviso significativo e' quello dei cesti, fino a qualche tempo fa realizzati mediante verghe e canne intrecciate a mano e oggi generalmente sostituiti da contenitori di plastica. Per realizzare un cesto di verghe e canne occorrono a un esperto intrecciatore due ore di tempo e una minima, davvero minima quantita' di semplicissimi attrezzi (il piu' "complesso" e' costituito da un paio di cesoie), nonche', ovviamente, la conoscenza delle tecniche di intreccio. Il risultato e' un oggetto di notevole pregio estetico, pratico e robusto; si pensi a quest'ultimo proposito che mia madre ha un paniere vecchio di oltre 50 anni e che esso e' assolutamente indistinguibile, dal punto di vista dell'usura, da un altro realizzato con l'identica tecnica qualche mese fa. Per confronto gli analoghi contenitori prodotti dall'industria della plastica richiedono grossi apparati industriali, a loro volta dipendenti dagli ancora piu' grossi apparati dell'industria petrolifera, sono in genere oggetti privi di ogni pregio estetico e vanno a pezzi nel giro di pochi anni. Dunque quale e' stato, in questo campo, il risultato dell'industrializzazione? Un oggetto dozzinale e di breve durata ha preso il posto di un altro robusto, duraturo e bello. Inoltre, il diffondersi di tali oggetti ha comportato il progressivo oblio delle tecniche di interccio,
tecniche alla portata di tutti a favore di altre tecniche, non certo attuabili né, ovviamente su scala individuale, né su scala locale. L'individuo che aveva bisogno di un contenitore insomma aveva fino a qualche tempo fa la possibilità di costruirselo da se', oggi non ha altra scelta che comprarlo dall'industria, perche' non sa piu' come fare.
Un'altra menzogna che ci viene spesso ripetuta e' che la tecnologia industriale consente all'uomo di avere un maggior quantita' di tempo libero, eppure tutti intorno a me non cessano di ripetere che vanno sempre di fretta, e che questa o quella cosa non si può più fare perché non c'è più il tempo che c'era una volta.
E sempre a proposito di tecnologia, ho udito tempo fa casualmente una trasmissione
televisiva sull'industria vitivinicola in cui almeno metà delle frasi pronunciate dallo speaker
iniziavano con le parole: «grazie alla tecnologia...» e la cui tesi era che il vino "tecnologico"
prodotto oggi è molto migliore di quello prodotto una volta con tecniche casalinghe. La
persona che mi ha insegnato a fare il vino lo fa in casa da decenni; l'ho assaggiato trovandolo
squisito, di gran lunga superiore a quello commerciale ottenuto «grazie alla tecnologia».
Ultimo esempio (ma potrei andare avanti ancora a lungo): di recente ho ritrovato la casa di
una mia prozia che viveva in piena campagna sui Nebrodi orientali, dove andavo a volte a
trascorrere qualche giorno d'estate da bambino: è un casale immerso nel verde di splendidi boschi e uliveti, dal quale si gode la vista del mare in lontananza su cui galleggiano, all'orizzonte, le
isole Eolie. Trovo superfluo dilungarmi nel descrivere la quiete del luogo, l'aria pulita eccetera: sono cose che troverete su ogni pubblicità di azienda agrituristica, e cui evidentemente non si attribuisce poco valore se si è disposti a versare nelle tasche dei titolari di tali aziende fino a 100.000 lire al giorno. Per confronto, un'altra mia parente trasferitasi da giovane a Roma, vive oggi in un piccolo appatamento al sesto piano di un gigantesco condominio sulla Tiburtina, dal cui balconcino si gode la vista ... del muro del condominio di fronte. E' questo dunque il miglioramento della qualità della vita?
Con ciò non voglio dire che i contadini stessero bene: spesso la miseria faceva parte della loro
vita, ma ciò nasceva da condizioni estrinseche (l'oppressione del feudatario nel medioevo, del
latifondista in tempi più recenti...); oggi un'altra miseria si è sostituita a quella, la miseria di
una squallida vita da formicaio, con in più il fatto che questa è una miseria ormai intrinseca,
connaturata a questo modello economico che presuntuosamente chiamano "modello di
sviluppo".
Si potrà obiettare che molte tecnologie che così tanta parte hanno oggi nella vita di
ciascuno di noi sono talmente sofisticate da non essere neppure pensabile che esse siano
producibili individualmente o a livello di piccola comunità. E' vero, tuttavia domando: ne
abbiamo veramente bisogno? O meglio, piu' in generale, quanti dei nostri "bisogni" quotidiani
sono veramente tali e quanti sono al contrario indotti dal tipo di vita che conduciamo allo
scopo di procurarci i mezzi economici necessari a soddisfare quei bisogni (esempio:
l'automobile)? Qualche tempo fa notavo che mia madre vive agiatamente con una
pensione che, se fosse il mio stipendio, rappresenterebbe per me uno stato prossimo alla
poverta'. La ragione e' che mia madre non ha alcun mutuo da pagare (io ho dovuto comprare
una casa a distanza accettabile dal posto di lavoro, pagandola un prezzo molto piu' alto di quel
che avrei potuto pagare una casa analoga posta in un luogo piu' desueto), non deve
mantenere i costi di un'automobile (io ne ho bisogno quotidianamente per andare al lavoro), eccetera. Fin troppo facile immaginare che quando le circostanze mi consentiranno di lasciare il lavoro "dipendente" e dedicarmi interamente al progetto che sto qui descrivendo, le mie esigenze di tipo economico si ridurranno di parecchio. In condizioni ideali, sarebbe perfino lecito
affermare che esse possano ridursi a zero.
Un altro punto e' costituito dai bisogni di tipo psicologico, ovvero totalmente fittizi perche' creati artificiosamente dal branco, bisogni cioé che sono tali solo perché il branco ci ha
inculcato fin da piccoli l'idea che "senonhaiquellacosanonseiunodinoi" (esempio: la televisione,
il telefono cellulare): qualche tempo
fa ho udito una persona di Ucria, di quelle che sanno ancora fare il pane a mano col forno a
legna, dunque non certo fra le più immerse nel mondo della produzione industriale, l'ho udita
dicevo pronunciare una frase come: "ma come facevano una volta senza televisione?" Si e'
giunti al punto che perfino un oggetto fra i piu' insulsi (e non aggiungo altro) e' considerato fra
i bisogni primari. Fra i quali invece non ci sono cose come l'aria pulita, la vita sana, il buon
cibo, il contatto con la bellezza del mondo naturale e molte altre cose di cui si fa
quotidianamente a meno convinti che sia un dettaglio trascurabile in confronto al superiore
fine del raggiungimento del "benessere". Non rendendosi conto che il vero benessere e'
costituito proprio da queste cose. Qualche tempo fa udivo durante una trasmissione televisiva
parlare di Tokio: un luogo dove lo spazio pro capite e' fra i piu' bassi del mondo, eppure,
diceva lo speaker, nonostante vivano letteralmente ammassati gli uni sugli altri, nonostante
l'aria irrespirabile (sono divenute famose le prese di ossigeno nella metropolitana) e tutto il
resto il tenore di vita a Tokio e' fra i piu' alti del mondo. Mi domando che cosa intendessero gli
autori di quella trasmissione con il termine "tenore di vita" per definire così
positivamente quello di un tale formicaio.