Etica e arte

Intervento al Convegno su: New media e comunicazione

tenuto all'Università di Roma "Tor Vergata"

nei giorni 7 e 8 novembre 1996

 

 

 

Riassunto

Testo integrale

Postille

Home Page        Indice dei saggi sull'arte







 

Etica e arte

Il mio intervento parte dalla convinzione, credo oggi non molto popolare, che il realizzare quanto nelle note introduttive a questo convegno è stato chiamato "un rinascimento delle idee e delle esperienze" nel campo dell'arte necessariamente debba passare attraverso la considerazione di un problema di fondo: quello del rapporto fra arte e etica, o meglio della capacità dei linguaggi dell'arte di essere veicolo di contenuti etici.

Vorrei cominciare richiamandomi ad alcuni tentativi di definizione dell'opera d'arte che mi sembrano oggi fra i più coerenti e attuali, e a questo proposito, a premessa di ogni altra argomentazione, citerò un esempio dimostrativo, e ció perché credo che anche in questo campo l'unico atteggiamento sano sia quello che parte dalla realtà dei fatti, dai "dati sperimentali" (spero che questo termine non risulti stonato a nessuno). Premesso ció, l'esempio cui accennavo è il mutamento della concezione dello spazio nel teatro musicale, dalle sue origini a oggi. Mi riferirò ai due momenti estremi: il più arcaico, ovvero la tragedia greca, e uno dei più recenti, il Prometeo di Luigi Nono.

In fig. 1 vediamo la stilizzazione della struttura dello spazio in un teatro greco. La rappresentazione scenica avviene nel suo centro geometrico, l'orchestra, attorno alla quale il pubblico è disposto a semicerchio, radialmente, in modo che lo sguardo di ogni spettatore vi converga. Abbiamo qui dunque la presenza di un centro radiante: di un luogo a partire dal quale tutto si genera ma anche verso il quale tutto converge. Nel Prometeo di Nono ( fig. 2) il pubblico è sparso nello spazio teatrale, rivolto in varie direzioni, idealmente in ogni possibile direzione, cosí come da ogni possibile direzione gli giungono, circondandolo, gli eventi della rappresentazione. Non esistono luoghi o direzioni privilegiate ma ogni punto dello spazio può essere centro radiante.

Queste due diverse, opposte concezioni dello spazio sono il riflesso di due opposte concezioni del mondo: la prima, quella greca, che vede nel cosmo la presenza di un centro: l'uomo (o meglio, l'uomo greco), o gli dei, o il fato, ma comunque un centro un "luogo della Verità", la seconda che vede un cosmo policentrico, dove l'idea di possibilità ha sostituito l'idea di Verità, il molteplice ha sostituito l'unico.

Tutto ciò è soltanto uno degli innumerevoli casi reali in cui si manifesta la natura dell'opera d'arte quale fu intuita nei decenni scorsi da Luigi Pareyson e poi da Umberto Eco: essa è secondo Pareyson (1) il prodotto di una interiorità, ovvero di una visione del mondo, che si è fatta modo di formare, un contenuto che si esplica nel realizzarsi di una forma. Dunque non esiste il dualismo forma-contenuto ma il contenuto è nella forma vista come compimento di un processo formativo. A queste idee si appoggiò negli anni '60 Eco (2) enunciando la sua definizione dell'opera d'arte come "metafora epistemologica": l'opera d'arte esprime, attraverso la sua forma, nel linguaggio della metafora, la concezione della realtà caratteristica della scienza, o comunque della cultura, del tempo in cui viene prodotta.

Il concetto di "metafora epistemologica" trova riscontro nella realtà della produzione artistica, benché a mio avviso, come vedremo nel seguito, non la esaurisca totalmente. In ogni caso la componente di "metafora epistemologica" costituisce un nucleo sempre presente nell'opera d'arte ed è anzi spesso, soprattutto in alcune forme d'arte, coincidente con la totalità di essa. E' pertanto all'opera d'arte intesa sotto questo esclusivo aspetto che mi riferiró per ora.

L'analisi di Eco ci costringe a dedurre una conseguenza fortemente negativa con la quale, per quanto possa ad alcuni risultare sgradito, dobbiamo necessariamente confrontarci, ovvero la messa in dubbio del valore stesso dell'arte come forma di cultura meritevole di pari dignità con altre quali la scienza e la filosofia. Perché l'arte, non facendo altro che riprodurre concezioni acquisite altrove, o meglio, non facendo altro che reinterpretarle e tradurle nel linguaggio che le è peculiare, non produce in realtà nulla di proprio ma vive semplicemente di luce riflessa. L'attributo della creatività, che tanto spesso viene dato all'arte, dunque, sotto questo aspetto, è quanto di meno appropriato ci possa essere.

Facciamo ora un passo ulteriore: una concezione del cosmo, nel momento in cui implica una posizione, e dunque un ruolo, dell'uomo al suo interno, implica anche un sistema etico. Dunque l'opera d'arte inevitabilmente si fa portatrice di un tale sistema. O meglio, ancora una volta, se ne fa riproduttrice. L'artista in altre parole, (anche) nel pronunciarsi nel campo dell'etica non dice nulla che non sia già stato detto altrove, in altre forme del pensiero del proprio tempo, ma semplicemente se ne fa interprete e traduttore in un linguaggio diverso.

Soffermiamoci ora sulla natura di questo linguaggio. E' un fatto che esso trovi il suo elemento primario di comunicazione in quella irrinunciabile caratteristica della forma che è il valore estetico. Ma la forma, secondo le idee di Pareyson, non è cosa separabile dal contenuto perché è in essa che è racchiuso quel processo formativo in cui si è tradotta l'interiorità dell'artista. Dunque i valori estetici tendono a farsi, anzi si fanno contenuto essi stessi. E' inutile dire che una forma portatrice di tali valori si presta inevitabilmente a una lettura in chiave di godimento (appunto) estetico, cioé a un atteggiamento edonistico, e dunque al di là del sistema etico di cui l'opera d'arte vorrebbe essere portatrice, edonistico diviene il sistema etico di cui essa in realtà si fa veicolo. Il contenuto estetico agisce insomma come un velo che offusca l'etica cui una certa forma rimanda, sovrapponendone a essa un'altra, sempre la stessa, che mette in cima alla propria scala di valori il puro piacere, al centro della propria prassi l'esclusiva "degustazione" del bello. Una tale etica è in realtà totalmente negativa, perché non è altro che culto dell'indifferenza. Non è altro che cinismo.

Possono essere citate a esempio due fotografie della guerra in Bosnia pubblicate lo scorso anno da un quotidiano: la prima (3) riprende una donna che porta fra le braccia un bambino insanguinato (fig. 3 [non riproducibile per ragioni di copyright]). Qui l'atto formativo è pressoché assente, non c'è nessun processo di metaforizzazione; l'autore non ha posto in gioco nulla della sua interiorità ma ha, in maniera documentaristica, rappresentato, cioé dato libera voce, a un frammento di realtà di cui si è fatto testimone trasparente. Egli così ha raggiunto il massimo di densità etica consentita all'immagine ma per far ciò ha dovuto porsi all'esterno della sfera artistica: ogni lettura in chiave estetica di questa immagine sarebbe infatti impensabile.

La seconda immagine (4) ritrae i riflessi di luce su un vetro rotto a Sarayevo (fig. 4 [non riproducibile per ragioni di copyright]). In essa l'autore ha realizzato un processo del tutto opposto a quello del caso precedente dando all’atto formativo uno spessore tale da cancellare la realtà sottostante. Tutto ciò di cui l'autore ha ritenuto di dover testimoniare è la propria interiorità, intesa qui più che mai in termini di senso estetico, una interiorità che mi pare costituisca un caso esemplare di etica dell'indifferenza, un caso di arte (poiché qui siamo senza dubbio dentro i confini dell'arte) che, gonfia di se stessa, ha, per usare le parole di Adorno, ´scosso via da sé la memoria del dolore accumulatoª (5).

Vorrei ora tornare sulla prima immagine per una ulteriore considerazione: come ho già detto il suo spessore etico è molto prossimo al massimo che una immagine possa dare; non credo tuttavia che, perfino in questo caso, si possa parlare di contenuto etico forte. Mi pare più giusto dire che essa è capace di evocare un'etica della sensibilità, del rispetto per la vita qualora questa sia già presente in chi la guarda. In ogni altro caso il suo messaggio etico non va al di là di quello deducibile dalla sua semplice esistenza: io immagine, esistendo, affermo che la sofferenza è un evento che merita di essere testimoniato, e che dunque è importante. Non è un messaggio da poco ma non è un messaggio di così inequivocabile lettura come sarebbe auspicabile. Si pensi che un membro di una organizzazione pacifista e un generale serbo potrebbero ugualmente appendere in bella mostra questa immagine a una parete del proprio studio, l'uno come testimonianza civile di una atrocità, l'altro come gradito simbolo di una vittoria sul nemico (6).

Bisogna a questo punto fare due distinzioni: la prima è fra arti verbali e non verbali. La seconda, con riferimento al contenuto etico, fra il semplice alienarsi dell'artista alla concezione del mondo, e dunque all'etica, corrente (che è, come abbiamo visto, cosa intrinseca al procedimento di generazione dell'opera d'arte), e la possibilità che egli possa assumere - proprio in quanto artista - una posizione attiva nei riguardi di essa, possa non solo rappresentarla ma anche giudicarla, sottoporla a critica, eventualmente rigettarla. Che egli possa essere in una parola, come si diceva una volta, e come anch'io dirò nel seguito, "impegnato" (è questo il caso, cui accennavo prima, in cui attorno a quel nucleo dell'opera d'arte che è la "metafora epistemologica" viene a crearsi un ulteriore livello).

Nel caso delle arti non verbali all'equivocità intrinseca del linguaggio artistico si aggiunge una loro oggettiva debolezza nel farsi portatrici di impegno. Abbiamo visto come perfino una immagine di reportage, dunque priva di veli estetizzanti, risulta di lettura ambigua. Con riferimento all'architettura, Oscar Niemeyer, uno degli autori di Brasilia, e uomo, si badi bene, socialmente impegnato in senso fortemente progressista (per l’esattezza marxista), scriveva negli anni '70: ´Con quelli che reclamavano un'architettura piú semplice, "spoglia", "piú legata al popolo", io mi sfogavo dicendo che parlare di architettura sociale in un paese capitalista è (...) un comportamento paternalistico che pretende di esser rivoluzionario. (...) Cambiare la società è la riforma di base indispensabile per l'architettura piú umana che desideriamo, e pretenderla è l'unico atteggiamento da adottare, se siamo realmente interessati al problema sociale.ª (7) Non vedo alcun motivo che impedisca di estendere all'intero contesto delle arti visive queste parole, che ribaltano uno dei luoghi comuni più ingiustificati ma anche più diffusi: quello dell'arte capace di cambiare la società. Al contrario mi pare più verosimile sostenere, sulla scia di Niemeyer, che la società, divenuta in un ipotetico, e credo ancora molto lontano futuro, realmente democratica, realmente umana, potrà generare al suo interno una nuova arte. Ma il cambiamento della società, o meglio, a un livello ancora piú profondo, l'enunciazione di un nuovo sistema morale, non verrà, ancora una volta, dalle arti, e certamente non dalle arti non verbali, che sono in ciò di una debolezza che rasenta l'impotenza. Niemeyer dunque abdica, come uomo no ma come artista sì, a ogni forma di impegno in quanto velleitario e insincero (8). E fin qui si può condividere la sua posizione. Però questo atteggiamento lascia via libera, senza alcun freno, nel Niemeyer architetto, a quel culto estetizzante di cui parlavo sopra, e di cui egli tuttavia, da uomo socialmente presente, sembra anche avvertire tutti i limiti. Scrive infatti: ´mi sento come chi è rimasto in un angolo a disegnare senza rendersi conto dell'universo che lo circondava...ª (9), e qui mi pare si riveli la sua consapevolezza del fatto che un tale atteggiamento scivola in maniera inevitabile in quel cinismo di cui dicevo, un cinismo non poi così lontano da cose come questa frase che traggo da un vecchio articolo di criminologia: ´Ne dà prova il bel caso di una bambina trovata morta in un pozzo a fior di terraª (10); e si noti a che proposito ci si compiace di usare qui la parola bello.

La distinzione fra arti verbali e non verbali è importante perché la pratica di un atteggiamento impegnato, cioé eticamente attivo, è possibile più nelle prime che nelle seconde. E io credo che ciò sia perché esse utilizzano lo stesso linguaggio, quello verbale appunto, del territorio naturale dell'etica: la filosofia. L'artista moralmente attivo di fronte alla realtà troverà dunque in prima istanza nella parola ; (11) il mezzo espressivo più adatto a dar forma alla sua interiorità, e anche qui, per ragioni a questo punto facilmente intuibili, nella parola povera, scarna. Se per impegno intendiamo in senso stretto l'impegno sociale si può pensare a Sciascia; oppure, se vogliamo intendere questo termine in una accezione più generale, se vogliamo conferirgli un maggiore livello di astrazione, a Kafka; due artisti questi, diversamente ma intensivamente "impegnati" sulla realtà e in cui troviamo i due elementi necessari e sufficienti dell'impegno: la rappresentazione della realtà e il giudizio su di essa; quell'elemento, il giudizio, che è poi l'ingresso dell'opera d'arte nel territorio dell'etica. In opposizione a questi due scrittori dallo stile scarno, privo di compiacimenti estetizzanti, insomma eticamente trasparente, abbiamo l'ugualmente "impegnato" ma stilisticamente ricchissimo, Consolo, nel quale ritroviamo quella equivocità estetizzante che lo stile, divenendo contenuto, porta sempre con sé, offuscando il portato etico della parola.

E' indubbio tuttavia che non solo Consolo ma anche Sciascia e Kafka siano arte, nonostante la loro austerità stilistica. E' indubbio che fra Candido e un articolo di cronaca vi sia un enorme abisso. E' dunque ora il caso di domandarsi in che maniera le forme d'arte verbali possano possedere una qualche dignità etica pur non cessando di essere arte. Io credo, come sarà risultato evidente dall’apparire, in quanto ho detto finora, della parola "trasparenza", che il discorso si ponga appunto in termini di "trasparenza": di "trasparenza dello sguardo", cioé nella capacità dell'autore di non inspessire se stesso, ovvero il suo linguaggio, ovvero il suo senso estetico a tal punto da cancellare la percezione della realtà che rappresenta.

Vorrei parlare a questo proposito, saltando al cinema, di una poco nota opera di Silvano Agosti. Qui faccio riferimento a una forma d'arte prevalentemente visiva, tuttavia vorrei precisare che il cinema è anche qualcosa di piú, essendo classificabile a tutti gli effetti fra le arti verbali, ed essendolo, come la storia del cinema muto ci insegna, anche quando fa a meno dei dialoghi; perché l'immagine dotata di quella terza dimensione che è il movimento riesce, a differenza dell'immagine fissa, a sviluppare autonomamente una struttura narrativa, ha insomma in sé una latente verbalità ; (12).

Come accade appunto nel cortometraggio Frammenti di vite clandestine di Agosti. Il film si articola in tre sezioni, delle quali mi interessa confrontare qui la prima e l'ultima. Si inizia con una serie di primi piani di donne giunte alla fase estrema della vecchiaia; la macchina da presa è immobile, in altre parole "tace": Agosti ci mostra questa realtà senza (ancora) prendere posizione su di essa, senza cioé (ancora) enunciare un'etica; il linguaggio tende qui al "non linguaggio" del documentario ideale. La parte conclusiva è composta da una serie di ritratti di bambini affetti da gravi malformazioni. Qui l'uso della macchina da presa perde ogni neutralità documentaristica; i piani si fanno più lunghi di quelli della prima parte ed assumono una semplice ma decisiva struttura interna: attraverso lente zoomate Agosti imprime al suo sguardo un movimento, ovvero una soggettività; gradualmente lo avvicina o allontana ai volti dei bambini, e intanto si preoccupa di insistere su loro gesti abituali, quotidiani, ovvero su elementi che servono a ricordarci la loro inequivocabile umanità. Dunque Agosti imprime su queste immagini, tramite quel semplice elemento sintattico che è la zoomata, se stesso, il proprio sguardo, il proprio essere partecipe.

C'è il rischio, come ho detto, che lo spessore dello sguardo veli, offuschi la natura di coloro cui esso è rivolto, c'è insomma il pericolo di non parlare degli altri ma di noi stessi che guardiamo gli altri, il che in termini etici, nel caso di temi come questo, significa non testimoniare della sofferenza ma usare la sofferenza, non dare a essa una voce ma coprire la sua voce con la propria. E' questo uno degli aspetti piú esecrabili di tanta arte. Ma se è vero che l'uomo il quale parla degli altri in realtà parla di sé stesso che guarda gli altri, parla del proprio sguardo, e tutto ció che si puó fare è ridurre al minimo l'invadenza di tale sguardo, se così è, Agosti ci riesce, il suo sguardo riesce a mantenere una inequivocabile trasparenza. E' vero che stiamo guardando Agosti che guarda, ma attraverso lui stiamo anche guardando coloro che egli guarda. Con assoluto rispetto e in intenso ascolto ; (13).

Ecco dunque il perché del tono stilisticamente scarno che caratterizza quest'opera, la quale in nessun'altra maniera avrebbe potuto essere girata che con quel linguaggio povero, dimesso, che non lascia nessuno spazio alla godibilità edonistica; una forma sì, ma al tempo stesso trasparente, che materializza perfettamente, senza alcuna ambiguità, senza alcuna ipocrisia, quel contenuto, quella interiorità, quell'etica. Questa mi pare la via attraverso cui l'arte ha a volte conquistato e può ancora conquistare una sua dignità.

Infine vorrei notare (benché lo sviluppo di questo discorso richiederebbe un intervento a se stante) un ulteriore limite, questa volta non strutturale ma culturale, però ugualmente pesantissimo, che l'arte impegnata ha mostrato fino a oggi: essa è quasi sempre stata un'arte antropocentrica, un'arte che parla dell'uomo e solo di esso: è vero che l'arte oggi realizza delle forme che riproducono in metafora una visione policentrica della realtà, ma quando su questa realtà si vuole esprimere una posizione morale esplicita ogni centro di attrazione che non sia l'uomo scompare. L'umanità, nonostante Copernico, nonostante Darwin, e direi anche nonostante Nozich e Singer, si rivela ancora capace di parlare soltanto di se stessa a se stessa.

Con ciò mi avvio a concludere; credo che sia indispensabile peró fare prima alcune precisazioni. Questo intervento pecca certamente di semplificazioni eccessive, che sono poi inevitabili nell'affrontare in breve spazio un argomento di questa complessità. Il valore che io gli attribuisco sta nell'aver posto, in termini che considero sufficientemente aderenti alla realtà, un problema, come dicevo all'inizio, fondamentale, un problema la risposta al quale troppo spesso viene considerata cosí scontata che il problema stesso non si ritiene tale, nonostante il fatto che varie volte, e con varie motivazioni, da Platone in poi, esso sia stato sollevato. E proprio con riferimento a questa tendenza alla "non problematicità" nei confronti di certe problematiche mi sembra pertinente concludere citando quanto Theodor Adorno scrisse al principio della sua ultima opera, la Teoria Estetica: ´E' ormai ovvio che niente più di ciò che concerne l'arte è ovvio né nell'arte stessa né nel suo rapporto col tutto; ovvio non è più nemmeno il suo diritto all'esistenzaª ; (14).

 

Note.

(1) Umberto Eco, Opera aperta, Bompiani, Milano, 1962.

(2) Luigi Pareyson, Estetica, teoria della formatività, Sansoni, Firenze, 1974.

(3) L'Unità, 19 luglio 1995.

(4) L'Unità, 5 luglio 1995.

(5) Theodor W. Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino, 1975, pag.434.

(6) Ancora con riferimento a questa immagine vorrei fare, marginalmente, la seguente riflessione. Ci sono due modi per annullare un messaggio etico: il primo è quello di censurarlo, il secondo è quello di ripeterlo ossessivamente, fino a farlo diventare luogo comune, e quindi svuotarlo di significato. E' successo così, durante la guerra in Bosnia, con il dilagare di immagini tipo "madre piangente con bambino insanguinato", tutte uguali, fino a diventare uno stereotipo.

(7) Oscar Niemeyer, La forma nell'architettura, Mondadori, Milano, 1978, pag. 38.

(8) Abbiamo a portata di mano un esempio del disimpegno propugnato da Niemeyer in una piccola Brasilia italiana, la città di Gibellina in Sicilia, che dopo il terremoto del Belice è stata ricostruita secondo i criteri piú avanzati dell'architettura e dell'urbanistica contemporanea, i quali tuttavia risultano calati nella realtà sociale del luogo come corpi estranei. Fra quei capolavori d'arte e la gente che li abita vi è una indifferenza, una sordità tanto reciproca quanto assoluta.

(9) O. Niemeyer, op. cit., pag. 14.

(10) Mario Adamo, Gli organi vegetali e i loro detriti quali mezzi di identificazione personale e professionale, in Rivista di Polizia, anno quinto, fascicolo III e IV, marzo - aprile 1952.

(11) Dico "in prima istanza" perché bisogna fare attenzione a non cadere nell'equivoco di identificare necessariamente la verbalità con la parola. Per "verbale" intendo qui ogni mezzo espressivo capace di realizzare una compiuta concettualità.

(12) Mi pare superfluo sottolineare che l'immagine cinematografica non è il risultato della semplice somma aritmetica di immagini fisse disposte diacronicamente, essendo il movimento un elemento linguistico a sé stante. Piú in generale la distinzione che ho fatto fra arti verbali e non verbali, non riguarda la natura (a mio avviso, del resto, non necessariamente strutturale) diacronica delle une (letteratura) e sincronica delle altre (arti visive), poiché qui non si tratta tanto di discutere sulla disposizione nello spazio o nel tempo degli elementi linguistici, ma sulla natura degli elementi stessi.

(13) Una analisi più completa di questa e di altre due opere di Agosti è contenuta in: F. Schillaci, Tre cortometraggi clandestini di Silvano Agosti (di prossima pubblicazione su Cinèma, Università di Udine, giugno 1997), di cui questa parte del mio intervento è un estratto.

(14) T. W. Adorno, op. cit, pag. 3.

Indice della pagina
Indice saggi sull'arte
Home page

 

 

APPENDICE

Pochi giorni prima del convegno sui nuovi linguaggi della comunicazione tenutosi nel novembre del 1996 presso l’Università di Roma "Tor Vergata", mi furono fatte sulla base della bozza del mio intervento alcune obiezioni che mi parvero piuttosto interessanti e cui risposi qualche tempo dopo sulla mail-list del MIFAV. Quanto segue è il testo di tali risposte.

 

1. Sul linguaggio cinematografico.

E' stato innanzi tutto osservato che nel mio intervento io mi pronuncio positivamente su una forma d'arte, il cinema, che al contrario sarebbe fortemente criticabile perché, sottoponendo lo spettatore a un rapido susseguirsi di sollecitazioni audiovisive, atrofizzerebbe in lui le capacità di riflessione. Sono stati citati a questo proposito degli studi fatti sulla televisione, il cui linguaggio è, sotto questo aspetto, analogo a quello del cinema.

Tali studi, che ammetto di non conoscere, giungono a conclusioni analoghe a quelle delle riflessioni fatte a suo tempo su questo argomento da Adorno e Horkheimer con riferimento specifico al cinema. A questi ultimi mi riferirò nel seguito. In particolare i due studiosi francofortesi sostenevano che l'effetto di atrofizzazione della riflessività che il contatto con il linguaggio cinematografico indurrebbe nello spettatore non è dovuto a un particolare uso di quel linguaggio ma è interno a esso. Il cinema sarebbe dunque ideologicamente strumento di potere perché mezzo di creazione di un atteggiamento passivo nelle masse. Tutto ciò è vero, e lo è diventato ancor più, in maniera devastante, nei decenni successivi, con la televisione. Non bisogna tuttavia dimenticare che Adorno e Horkheimer facevano riferimento a un contesto ben preciso, quale è quello di ciò che chiamavano l' "industria culturale". Il cinema e la televisione dell'industria culturale usano infatti un "dato" linguaggio, con una sua sintassi ben definita e standardizzata. Questo linguaggio è caratterizzato da una successione serrata di unità sintattiche piuttosto elementari, decifrabili senza sforzo e chiamate a sostenere una semantica altrettanto elementare. Un perfetto esempio di un tale cinema è Jurassic Park di S. Spielberg nel quale lo spettatore viene posto di fronte al continuo, serrato ripetersi di uno stesso modulo narrativo (e credo che sarebbe interessante a questo proposito una analisi linguistica approfondita di questo film). Lo scopo cui questo linguaggio, sfruttato ormai fino ai limiti estremi delle sue possibilità, mira, è quello, ben intuito dai due filosofi, di uno stordimento di tutte le capacità percettive dello spettatore, ottenuto attraverso una continua e massiccia saturazione sensoriale: cromatica, attraverso la ridondanza di immagini dai colori forti, innaturalmente, eccessivamente accesi; temporale, attraverso l'uso frenetico del montaggio e un'alta densità di eventi privi di qualunque significato, spesso altamente banali; sonora, attraverso l'eliminazione pressoché totale del silenzio e, anzi, una accentuata predilezione per i suoni forti, per l'urlo, l'esclamazione, i toni sostenuti.

Sottoposto per svariate ore al giorno a queste sollecitazioni amplificate, eccessive, insomma ad alta densità sensoriale (e altrettanto alta rarefazione semantica), lo spettatore matura una sorta di sordità psichica di fronte alle più tenui, più rarefatte sollecitazioni del mondo reale, effetto del tutto equivalente a quello di sordità fisiologica che si ha in chi è continuamente esposto a rumori al di sopra di una certa soglia di dB.

A questo proposito è esemplare il seguente episodio: alcune estati fa un ragazzo di 12 anni mi disse di non sapere cosa fosse la Via Lattea, che conosceva solo per averla sentita nominare a scuola. Quella notte lo portai in montagna, e fui fortunato perché la visibilità era molto buona e la volta celeste era letteralmente inondata da una enorme quantità di stelle di ogni grandezza fra le quali si vedeva molto chiaramente l'ulteriore luminosità diffusa della Via Lattea che percorreva il cielo da una parte all'altra. La mostrai dunque al ragazzo il quale dopo averle dato un'occhiata frettolosa e annoiata disse: - Tutto qui? Sai che credevo! - Né c'è da meravigliarsene perché egli, assuefatto a percepire soltanto il frenetico succedersi di sollecitazioni forti che l'industria culturale (e in particolare la televisione) gli propina quotidianamente è ormai divenuto incapace di vedere tutto ciò che richieda una sia pur minima dose di attenzione, di concentrazione, di esercizio delle proprie facoltà mentali. E fra le altre cose è divenuto incapace di vedere il cielo stellato.

Horkheimer e Adorno sostenevano dunque, con riferimento al cinema dell'industria culturale, che questo effetto di stordimento dello spettatore è una conseguenza intrinseca della particolare natura del linguaggio cinematografico, o meglio di quella parte del linguaggio cinematografico di cui quella parte del cinema fa uso. E' vero che quella parte del linguaggio cinematografico si porta dietro inevitabilmente gli effetti descritti da Horkheimer e Adorno, ma è anche vero che quella parte del linguaggio cinematografico non è tutto il linguaggio cinematografico, ma ne è solo un sottoinsieme. Esistono altre possibilità linguistiche, che il cinema dell'industria culturale (così come la televisione) si guarda bene dall'utilizzare, e che ritroviamo invece nelle punte più avanzate del cinema d'autore: in Tarkovskij, in Anghelopulos, in Bergman, in Piavoli, in certe opere di Agosti e di Antonioni... A proposito di Anghelopulos ricordo che del suo Paesaggio nella nebbia fu scritto: ´tutto in questo film dura troppo, perfino la scena della motocicletta che scende dal camperª; da chi non lo ricordo ma certo da un critico ormai stordito dalla dimestichezza col tempo contratto dei videoclip, dei film americani, della televisione. E che dire di Tarkovskij che in una delle più importanti sequenze di Nostalghia, il preludio al primo sogno, pone per oltre 4 minuti una macchina da presa quasi ferma su una stanza in cui non accade quasi nulla, giocando tutto sulla straordinaria densità di questi due quasi. Questo è un cinema che esige dallo spettatore, come l'ultima musica di Nono, la più assoluta concentrazione, la più assoluta attenzione, la più totale attività interiore. E non è un caso se è proprio questo il cinema che il pubblico (e la critica) più storditi appunto dall' altro cinema, classificano come noioso.

 

2. Capacità propositive dell'opera d'arte.

Preciso a priori che si parla qui di arti asemantiche. E' stato sostenuto, contro quanto ho affermato nel mio intervento, che esse possono andare al di là della "metafora epistemologica". Ci sarebbero artisti particolarmente colti e consapevoli che riescono a introdurre nelle loro opere valori non esclusivamente formali, benche' sia vero che questa sia nei fatti una tendenza minoritaria. L'impotenza morale sarebbe dunque culturale, non strutturale, anzi le arti asemantiche sarebbero non solo capaci di giudizio morale ma perfino di una certa capacità propositiva.

Bisogna innanzi tutto domandarsi quanti di questi significati coinvolgenti la sfera morale siano insiti nell'opera e quanti invece siano attribuiti a essa a posteriori, dalla critica o dagli artisti stessi, magari facendo appello a un simbolismo in realtà molto labile. Credo sia significativo il caso della scultura La biblioteca della memoria di Rachel Whiteread, commissionata dalla città di Vienna come monumento in memoria dell'olocausto degli ebrei. La scultura, realizzata in cemento, rappresenta una biblioteca vista "dall'interno", cioé con pieni e vuoti invertiti. La biblioteca sarebbe simbolo della memoria, il cemento della sua durevolezza, l'inversione di pieni e vuoti non so più di cosa; quanto poi agli elementi che dovrebbero mettere esplicitamente in relazione tutto ciò con il genocidio degli ebrei non sono riuscito a capire quali essi potessero essere. Le ragioni dell'opposizione che all'installazione di questa opera vi è stata da parte della Destra sono da ricercarsi più nelle circostanze della sua committenza che nell'opera stessa, e infatti mi pare rivelatrice a questo proposito la seguente dichiarazione di Simon Wiesenthal: ´Che il monumento ideato dalla Whiteread possa piacere o meno non importa: è inteso come un messaggio di condanna verso il nazismo e l'olocaustoª (1); insomma ció che conta è che il monumento sia ´intesoª in quel senso, cioé che a esso si applichi una certa convenzione interpretativa. Ma una tale convenzione, proprio per la sua arbitrarieta', la si puó applicare a qualunque altra cosa: a un gelato, a un mazzo di carte, al suono dello scarico di un water... L'opera della Whiteread insomma, presa in quanto tale, non e' portatrice di alcuna posizione morale, di alcun giudizio sulla realta', di niente che non sia la propria forma.

Vorrei ora concentrarmi su una posizione particolare, nuovamente quella di Adorno, per il quale la funzione propositiva (anzi, addirittura la natura rivoluzionaria) dell'opera d'arte si manifesterebbe secondo un meccanismo del tutto particolare di antitesi: quello della rappresentazione della negatività del reale (ad esempio, nella musica dodecafonica, attraverso il ricorso sistematico alla dissonanza) che indurrebbe nel fruitore un forte senso di angoscia al quale egli reagirebbe mediante un desiderio di utopia. Nella sollecitazione di un tale desiderio starebbe la forza propositiva, rivoluzionaria dell'opera d'arte. Tutto ciò mi pare di una eccezionale ingenuità perché presuppone che esista corrispondenza biunivoca fra "una" realtà e "una" contrapposta utopia e che dunque l'opera d'arte rimandi positivamente a una idea più o meno precisa, più o meno determinata del mondo. Adorno sembra ignorare che le utopie che si possono contrapporre a una data realtà sono infinite e dunque questo meccanismo di azione dell'opera d'arte, di cui egli parla, non può trasformarsi in propositività. Si pensi che la libertà inventiva dell'arte contemporanea ha lasciato spazio a concezioni estetiche che la interpretano nel senso di una affermazione dell'io intesa come arbitrio assoluto dell'individuo, e dunque da mettersi in relazione con la famigerata "volontà di potenza" di Nietzsche che poi coincide con la negazione di ogni libertà che non sia quella del più forte. Un contesto culturale che lascia spazio a tali margini di ambiguità interpretativa non può che suscitare forti interrogativi.

Come ho detto nel mio intervento il ventaglio interpretativo si restringe nel caso delle arti verbali, che mi sembrano le più adatte a realizzare una qualche forma di propositività. Che propositive possano essere poi anche forme d'arte non verbale non si può categoricamente negare, ma un tale risultato può essere raggiunto tramite esse con maggiore difficoltà, con maggior dispendio di energie. Si pensi al Prometeo di Nono, certamente una grande utopia espressa attraverso l'esclusivo ricorso al puro suono (poiché puro suono vengono resi anche i testi che in esso sono cantati, per cui l'opera può essere considerata, almeno a livello percettivo, priva di componente semantica), ma è anche vero che Nono per poter enunciare una tale utopia ha dovuto spingersi fino agli estremi limiti del linguaggio musicale, fin quasi al silenzio. In ogni caso la pratica reale, i "dati sperimentali" del nostro discorso, ovvero la produzione artistica, ci portano più verso le arti verbali che altrove. Ciò che Nono chiamò la ´presenza storicaª, come pure la presenza utopica rimane episodica nelle arti visive come nella musica.

 

3. La produzione di linguaggi come scopo dell'arte.

Sarebbe fuori luogo un confronto fra l'arte e altri campi della cultura, quali la scienza o la filosofia, perche' l'arte non produce modelli ma linguaggi. Questo e' vero, tuttavia un linguaggio ha senso solo se serve a dire qualcosa (a produrre delle forme significanti), altrimenti, in quanto linguaggio, non esiste. L'arte deve produrre dei linguaggi perché le servono, deve produrli per farne uso. Ma la produzione di un linguaggio fine a se stesso (e che dunque inevitabilmente finisce con l'essere in grado di parlare solo di se stesso) e' attivita' priva di senso. Dunque la produzione di linguaggi non puo' essere posta come fine di una forma di cultura.

 

4. La tendenza all'ipermedialità.

La mia posizione sarebbe anacronistica in un momento storico in cui si tende alla cosiddetta "ipermedialita'".

Ma dire che si tenda in una direzione non vuol dire che quella sia la direzione giusta.

Inoltre l'ipermedialita' non e' arte visiva pura; essa, per definizione, si porta sempre dietro una componente semantica. Usare questo argomento dunque significa implicitamente andare nella mia stessa direzione.

 

5. Interazione di scambio arte-società.

Mi è stato infine contestato che nel mio intervento nego all'arte ogni capacità di agire positivamente sulla realtà, di trasformarla, di intaccarla in qualsiasi maniera. A questa obiezione si risponde molto semplicemente: è possibile citare un solo esempio nella Storia in cui ciò sia avvenuto? Già la scienza ci riesce con difficoltà; basti pensare che cinque secoli dopo Copernico e 150 anni dopo Darwin il "comune senso dell'universo" è ancora nei fatti antropocentrico e creazionista. E la scienza di argomenti ne ha da sempre avuti molti di più dell’arte.

20 gennaio 1998

Indice della pagina
Indice saggi sull'arte
Home page

 

 

ETICA E ARTE (Riassunto)

Filippo Schillaci

 

Partendo dal caso esemplare costituito dal mutamento della concezione dello spazio nel teatro musicale, dalle sue origini (tragedia greca) a oggi (Prometeo di Luigi Nono), ovvero dal passaggio da una concezione monocentrica di esso a una policentrica, riflesso, l'una e l'altra, di due opposte concezioni del mondo, si farà riferimento all'identità di forma e contenuto nell'opera d'arte secondo Pareyson e al concetto di opera d'arte come metafora epistemologica, ovvero esprimente attraverso la sua forma, nel linguaggio della metafora, la concezione della realtà caratteristica della scienza, o comunque della cultura, del tempo in cui viene prodotta.

Ciò porta tuttavia a una conseguenza che mette in dubbio il valore stesso dell'arte come forma di cultura meritevole di pari dignità con altre quali la scienza e la filosofia: l'arte, null'altro facendo che riprodurre concezioni acquisite altrove, o meglio, null'altro facendo che reinterpretarle e tradurle nel linguaggio che le è peculiare, non produce in realtà nulla di proprio ma vive di luce riflessa. L'attributo della creatività, applicato all'arte, è quanto di meno appropriato ci possa essere.

Inoltre, una concezione del cosmo, nel momento in cui implica una posizione, e dunque un ruolo, dell'uomo al suo interno, implica anche un sistema etico. Dunque l'opera d'arte inevitabilmente si fa portatrice di un tale sistema. O meglio, ancora una volta, se ne fa riproduttrice. L'artista in altre parole, nel pronunciarsi nel campo dell'etica non dice nulla che non sia già stato detto altrove (nella scienza, nella filosofia, insomma nel pensiero del proprio tempo) ma semplicemente se ne fa interprete e traduttore in un linguaggio diverso da quello dei contesti in cui tali concezioni furono enunciate. Un linguaggio, per di più, equivoco, perché ha nei valori estetici il suo elemento primario di comunicazione, e che alla lettura in chiave di godimento estetico dunque inevitabilmente si presta. Ma i valori estetici si presentano troppo spesso come un velo che offusca il sistema morale cui una certa forma rimanda, tendono a farsi, anzi si fanno contenuto essi stessi (Questa antinomia fra etica e valori estetici viene illustrata tramite il confronto fra due fotografie della guerra in Bosnia).

Da ciò deriva, nel caso delle arti asemantiche (farò riferimento soprattutto alle arti visive) una oggettiva debolezza di esse nel farsi portatrici di contenuto etico. Parlo qui non del semplice alienarsi dell'artista alla concezione del mondo, e dunque all'etica, corrente, ma alla possibilità che egli possa assumere - proprio in quanto artista - una posizione attiva nei riguardi di essa, possa non solo rappresentarla ma anche giudicarla, sottoporla a critica, eventualmente rinnegarla. Che egli possa essere in una parola, come si diceva una volta, "impegnato".

Qui la distinzione fra arti semantiche e non, è importante, perché la pratica di un atteggiamento impegnato, cioé moralmente attivo, è possibile più nelle prime che nelle seconde, forse perché esse utilizzano lo stesso linguaggio, quello verbale, del territorio naturale dell'etica: la filosofia.

L'immagine tuttavia non è del tutto impotente, quanto meno se dotata di quella terza dimensione che è il movimento. Una analisi comparata di due opere cinematografiche, Koyaniskatsii di G. Reggio e Frammenti di vite clandestine di S. Agosti mostrerà come ancora una volta la densità di valori estetici funga da velo, nel primo, alla nettezza della posizione morale che invece caratterizza il secondo.

Bisogna infine notare un limite culturale pesantissimo che l'arte impegnata ha troppo spesso mostrato fino a oggi: essa è quasi sempre stata un'arte antropocentrica, un'arte che parla dell'uomo e solo di esso: realizzante, sì, delle forme che riproducano in metafora una realtà policentrica, ma quando su questa realtà si vuole esprimere una posizione morale esplicita ogni centro di attrazione che non sia l'uomo scompare. L'umanità, nonostante Copernico, nonostante Darwin, e, direi anche, nonostante Nozich e Singer, si rivela ancora capace di parlare soltanto di se stessa a se stessa.

Indice della pagina
Indice saggi sull'arte
Home page