Filippo Schillaci

 

 

 

Gli altri morti

 


Mostra fotografica

Galleria Positif

Gallicano nel Lazio (RM)

Giugno 1996

 

 

 

Ci sono dei morti di cui nessun telegiornale parla, di cui nessuno si occupa. Probabilmente anche perché, non essendo la loro vita ritenuta una Vita, la loro morte non è ritenuta una Morte. Io credo che ci siano in cio' due validi motivi per occuparsi di loro: il primo è semplicemente che essi esistono, il secondo è che per la straripante maggioranza di quanti appartengono alla specie umana essi è come se non esistessero.

A questo punto il discorso potrebbe inboccare varie strade, perché a molte categorie di individui e a molte specie di morte queste parole potrebbero riferirsi. Io mi occuperò qui di quello che è solo un particolare elemento di un insieme purtroppo ben piú vasto, mi occuperó di morti sulle strade. Non di tutti, bensí, ripeto, di quella gran parte di essi la cui fine rimane circondata dal disinteresse e dal silenzio. Travolti ogni giorno come insignificanti ostacoli e subito dimenticati, essi hanno una cosa in comune fra loro, una sola: non appartengono alla specie umana. Parlare di loro significa fare un discorso sul potere, su una delle forme piú barbariche di potere che oggi si attui nella biosfera terrestre, quello che la specie attualmente in essa dominante esercita su tutte le altre; e purtroppo, come dicevo poco sopra, solo su un aspetto particolare di esso.

Questo opuscolo nasce come complemento a una mostra di cui proprio loro, i morti altri, diversi e (dunque) ignorati sono i protagonisti, una mostra che si propone di perseguire due scopi: il primo (il piú importante, com'è ovvio) è chiaramente di parlare di loro; il secondo è di porre il problema della capacità delle arti visive di farsi carico di questioni etiche. L'opuscolo tende a precisare, chiarire, ampliare entrambi questi discorsi, ma anche a coinvolgere in essi, per cosí dire, la fisionomia dello sguardo che a questi esseri (non piú) viventi è rivolto.

Se nella mostra tutto è concentrato su di loro, al punto che loro, non io, possono esserne considerati gli (involontari) autori, in questo opuscolo che la accompagna indugeró anche a parlare se non di me, di alcune mie convinzioni, poiché esse, in questo contesto, direttamente molte, indirettamente alcune, li riguardano. L'ho ritenuto, se non indispensabile, utile, non per anteporre me a loro, ma se mai nella convinzione che l'esplicita enunciazione di quel sistema morale che mi ha guidato non possa che rafforzare lo spessore della loro, già fin troppo eloquente, presenza.

Cominceró andando indietro nel tempo. Perché li vedo da anni, sparsi lungo le strade, e da anni vedo l'indifferenza perfetta con cui gli uomini passano loro accanto. Uno dei miei ricordi piú antichi su questo argomento risale alla seconda metà degli anni '70 quando, in una strada del centro di Messina, vidi una gatta agonizzare, con un filo di sangue che le colava giú dalla bocca, mentre i numerosi passanti andavano oltre senza neppure fermarsi, senza nemmeno porsi il problema di prestarle soccorso. A Pisa, negli anni '80, altre due volte assistetti a scene analoghe.

Un punto è necessario chiarire a priori: quasi mai si tratta di incidenti. In varie occasioni, e in varie parti d'Italia, ho assistito alla sconcertante scena di automobilisti che di fronte a un cane o a un gatto che, inconsapevole del pericolo, si attarda sulla strada, proseguono come se la strada fosse sgombra.

Nel 1992, in un diario a posteriori di certi viaggi in Sicilia che avevo fatto pochi anni prima, mi trovai a raccontare per la prima volta di tali cose; è da esso che traggo il passo che segue.

 

I morti sulle strade

È giusto fare una sosta adesso, per parlare dei morti che hanno costellato, al margine, il procedere del nostro viaggio; non morti umani, attorno ai quali è subito un addensarsi di pubblici ufficiali, onoranze funebri e - almeno esteriore quando non perfino sincero - cordoglio, ma degli altri, di quelli non umani, dei cani, dei gatti soprattutto, che, travolti senza ritegno e lì lasciati senza soccorso ad agonie a volte fulminee, a volte lente ed atroci, giacciono spesso per giorni sul ciglio della strada, nell'indifferenza dei passanti, delle auto, di tutti. Alcuni li investono di proposito, per il solo gusto di farlo, mi disse un veterinario a Messina, quella volta che lo buttai giù dal letto in piena notte per portargli un gatto che avevo raccolto sul viale Boccetta, gatto cui, per di più, alcuni passanti più "sensibili" degli altri - di coloro cioé che vistolo disteso sull'asfalto erano andati oltre come se niente fosse - volevano riservare la sorte di essere buttato, ancora vivo, in un cassonetto della spazzatura. (...)

Il nostro viaggio fu dunque, come molti altri precedenti e molte gite domenicali successive, accompagnato dagli incontri con queste vite stupidamente e selvaggiamente calpestate, e poco mi importa quanto esse fossero semplici o complesse, con quale nome latino la sistematica biologica li distinguesse, e se in esso fosse o no compreso il pretenzioso appellativo Sapiens, m'importa solo, come è giusto, che fossero vite. Per tutte ne ricorderò una, quella di un cane che vedemmo trotterellare placidamente sul ciglio della strada una sera, in una zona boscosa fra Morgantina e Piazza Armerina, e che rivedemmo il giorno dopo disteso sull'asfalto in mezzo al suo sangue, mentre le auto gli passavano accanto, come si usa, senza fermarsi. Noi ci fermammo, ma a null'altro serví che a esser certi che fosse morto, e lo trasportammo, già rigido, sull'erba, oltre il ciglio della strada. Niente di piú sapemmo, potemmo, né volemmo fare. I funerali sono cose per attori.

 

Poiché nel momento in cui scrivo l'itinerario che mi ha portato a considerare la necessità di affrontare questo argomento passa, come dicevo, attraverso una mostra di immagini fotografiche (fermo restando che ben altra sede, quella del dibattito etico, richiederebbe), altre necessarie premesse è opportuno fare, riguardanti un mutamento nel mio modo di vedere il rapporto fra etica e creazione artistica, una radicale messa in discussione delle reali capacità di quest'ultima di esprimere in maniera primaria e originale contenuti appartenenti all'ambito della prima. Le riflessioni iniziali sul labile rapporto etica-arte, o meglio sulla possibilità di vedere l'arte con occhiali etici, sono contenute nei due seguenti passi: in particolare il primo tenta una interpretazione in termini non estetici, e che forse potrebbero essere definiti "filosofici" del Prometeo di Luigi Nono, che ascoltai nell'estate del '91 a Gibellina. Entrambi non hanno un legame diretto con il contenuto della mostra ma, come dicevo, ne contengono le lontane premesse concettuali, e dunque è pertinente e utile il loro inserimento in questo contesto.

 

Gibellina.

(...) Ho usato poco sopra un termine, barbarie, che, insieme al suo opposto, civiltà, fa a tal punto parte del vocabolario quotidiano che raramente ci si sofferma a interrogarsi su quale sia, dell'uno e dell'altro, il significato reale. Mi fermerò ora su questo punto, alla ricerca di una definizione di entrambi tali termini che non si adagi in una passiva accettazione del senso comune, ovvero di quell'opinione generale che li mette in esclusiva relazione con l'assenza o la presenza di elementi di sofisticazione immancabilmente legati alla materialità e all'esteriorità delle condizioni di vita di un aggregato sociale.

Cominciamo col domandarci: cos'è la barbarie? Diciamo subito che non è di certo l'ignoranza delle macchine: dei water di porcellana come degli aerei, dei televisori, delle fibre sintetiche, di tutto ciò che rende fittiziamente "comoda" la quotidiana vita materiale. Barbarie è semplicemente il vivere secondo le leggi naturali, in quello stato cioé che Darwin seppe per la prima volta descrivere in termini precisi e che Marx definì con efficace sintesi: ´la lotta di tutti contro tuttiª, quello stato in altre parole in cui la competizione è l'unica forma di relazione fra le specie e, all'interno di una stessa specie, fra gli individui, quello stato in cui la forza è dunque il solo elemento di diritto, in cui l'essere più forte di te mi dà ogni diritto su te, compreso quello di ucciderti, di mangiarti se credo. E' retorico domandare se puó vedersi differenza fra questo stato e quello in cui tutt'ora l'umanità (l'umanità delle guerre, del disastro ecologico e della legge di mercato), vive immersa. Non ce n'è. Ed è in questa umanità in cui ogni etica profonda è pressoché sconosciuta ai più, in cui ogni stato di diritto è approssimativo e comunque spesso esistente solo sulla carta, è in questa umanità che ha appena accennato a muovere i primi incerti passi (poiché i sei millenni della nostra Storia sono su scala biologica nulla più che un istante) fuori dalla propria infanzia preistorica, che noi dunque ci troviamo oggi a esistere. È stato creato, in un momento che ignoro del nostro linguaggio e della nostra protocultura, il termine progressista, a indicare colui che si fa fautore del nuovo, e che noi potremmo più compiutamente identificare con colui che lotta per sostituire elementi attuali, esistenti, di barbarie con altri, progettuali o utopistici, di civiltà. Ma l'atteggiamento che noi chiamiamo progressiata, quando è calato nel sociale, e spesso non solo, presuppone la capacità, appunto, di lottare, e la lotta, esplicandosi all'interno di un rapporto di forza, richiede appunto il possesso di quest'ultima, qualunque sia la forma attraverso cui essa si esprime, e il ricorso alla forza è l'elemento primo della barbarie. È un paradosso insanabile, eppure è solo attraverso esso che quello stato nuovo cui si dà il nome di civiltà, con lentezza estrema, millennio dopo millennio, si fa strada.

Cosa si debba intendere per civiltà è a questo punto conseguenziale, per pura antitesi, a quel che ho appena detto: essa è, altrettanto semplicemente del suo opposto, quello stato in cui non solo la forza come valore ma l'idea stessa della forza si è persa, e con essa l'idea, dunque la capacità (e la necessità s'intende) della lotta.

Ipotizziamo ora che un uomo del nostro secolo scopra a un certo punto dentro di sé questo nuovo, sconosciuto mondo. Se è un compositore, potrà ancora comporre La Fabbrica Illuminata, Contrappunto Dialettico alla Mente, Como una Ola de Fuerza y Luz? Non potrà, perché esse sono lotta, rabbia, indignazione, quello stato che è lotta per la civiltà ma non è ancora civiltà. E, ipotizzando ancora che fra non ancora quantificabili millenni l'umanità intera raggiunga il possesso di questa nuova condizione che oggi ignora, domandiamoci: quale forma avrà l'arte che essa riuscirà a produrre? Io credo, e qui giungo alla meta del mio discorso, che avrà la forma del Prometeo. La forma cioè della quiete, della meditazione, esteriormente immobile poiché animata da una dinamicità tutta interiore. Ecco dunque che scompaiono i violenti getti materici ed appaiono questi suoni "deboli", provenienti da immense distanze, appare il silenzio, il denso silenzio di una musica quale l'umanità mai aveva prima conosciuto (...). Nono ha gettato nel suo ultimo decennio, solo, un ponte che è appunto di millenni fra sé e una umanità futura e sconosciuta, ha attuato la sua forma più profonda e radicale di impegno civile evocando, nei suoi anni più maturi, dalle profondità del mito l'utopia della civiltà.

 

 

Selinunte.

Incontrammo una volta, all'ingresso della collina est, un uomo piuttosto avanti con gli anni che raccoglieva fra i turisti firme per una sua petizione a favore della parziale ricostruzione del tempio G. Io rifiutai di aderire, nonostante il prodigarsi di lui in spiegazioni sulle migliori condizioni di fruibilità della rovina che sarebbero derivate dalla possibilità di accesso alla sua cella, grande da sola come tutto il tempio E, precisò, e oggi ostruita dalle colonne crollate del peristilio che egli avrebbe voluto veder rimosse e riedificate nella loro collocazione originaria, antecedente l'invasione cartaginese. Rifiutai esprimendo l'obiezione che in tal modo si sarebbe, se non cancellata, alterata ciò che in fondo era la traccia di un evento della storia; al che l'uomo ribattè che nulla si sarebbe alterato poiché la riedificazione sarebbe stata appunto solo parziale: quanto bastava, ripetè, a rendere agibile la cella. Ma non riuscì a convincermi. Anche perché la mia posizione reale era ed è un po' più complessa di quella che, semplificando forse troppo, esposi quel giorno nella conversazione con lui, era ed è non di netta contrarietà ma di più sfumata, in un primo tempo anche dubbiosa, neutralità, o meglio estraneità alla questione, estraneità che muove non da disinteresse ma da alcune considerazioni appartenenti, sia pure in forma ancora embrionale, a un contesto che potremmo definire di etica dell'arte, col quale proprio in quei mesi io cominciavo a confrontarmi. Il tempio, il gigantesco tempio, nel suo stato odierno racchiude in sé non uno ma due eventi della storia: la costruzione di esso e la sua distruzione. Un atto di orgoglio il primo, di devastazione il secondo: espressioni entrambe, diverse nella sola forma, di un uguale modo di essere, di una uguale, primitiva affermazione di potenza. Che il primo di tali atti si sia espresso in una forma generatrice di raffinato valore estetico mentre il secondo ne sia stata la negazione dovrebbe far propendere verso la ricostruzione, ma che il puro e semplice valore estetico non sia portatore di civiltà, non sia portatore, in quanto tale, di nulla, l'ho capito già da tempo: molti uomini - troppi uomini - che chiamano se stessi, e con ragione, artisti, non riuscendo a comunicarmi altro che la loro tronfia e vuota vanagloria, non riuscendo a mostrarmi altro che le loro inutili ruote di pavone, hanno provveduto con costanza e insistenza a insegnarmelo. L'essere dunque i due eventi di cui l'esistenza e lo stato attuale del tempio sono testimoni due diverse facce di una sostanzialmente identica "cultura", quella appunto che nella forza, degli eserciti come dell'architettura, vede il valore primo, fa sì che il ricostruire quel tempio o il lasciarlo in eterno com'è siano due alternative in fondo perfettamente equivalenti, fa sì insomma che nulla di diverso dall'ammasso di macerie esprimerebbero le colonne erette. Così dunque dissi di no a quell'uomo, e anche oggi, oggi soprattutto, la firma sulla sua petizione non la metterei. Ma il perché di tutto ciò non provai quel giorno a spiegarglielo: a torto o a ragione, sospettai che non avrebbe capito.

 

Infine, ancora da quel diario di viaggio, un ultimo, "piccolo" episodio, con una premessa che chiama in causa Borges.

 

Partenza.

(...)

Accadde l'ultima sera, alla stazione di Acireale. Il fatto è semplice e a suo modo "piccolo", ma vorrei fermarmi prima di raccontarlo, per prevenire la domanda, altrimenti immancabile, di un qualsiasi lettore contemporaneo: - Perché sprecare tanto tempo, attenzione, sensibilità su un fatto così insignificante? -. Di un lettore cioè che il momento (col che è da intendersi il secolo, o meglio ancora il millennio) in cui mi trovo a scrivere mi impone di considerare a priori come non disposto ad attribuire alcuna importanza a episodi come questo, a meno che a esserne protagonista e vittima non sia un essere umano, in quanto nessuna cultura ha ancora saputo enunciare, se non in forme frammentarie e marginali, quel fondamentale concetto etico che considera non soltanto la propria specie ma ogni forma di vita portatrice di assoluto e irrinunciabile valore, di inviolabili e fondamentali diritti.

Qualche tempo fa, nell'Abbozzo di Autobiografia di Jorge Luis Borges, lessi questa frase: - Una volta [mio padre] mi disse che avrei dovuto guardare molto bene i soldati, le uniformi, le caserme, le bandiere, le chiese, i preti e le botteghe dei macellai perché tutte quelle cose sarebbero presto scomparse -. Quest'uomo si chiamava Jorge Guillermo Borges, e lascio ad altri valutare quanto rilevante possa essere qui aggiungere che era anarchico. Ció che in questa frase ha attirato la mia attenzione è il fatto che in un unico elenco, in uno stesso mondo vengano unite, e condannate (sia pure con fin troppo ingenuo ottimismo), fra le altre, due entità che oggi pare invece a tutti scontato considerare assolutamente scorrelate, quali sono gli eserciti e le macellerie. Perché mi pare che in un tale accostamento sia leggibile la visione, negli uni e nelle altre, di quell'identica idea generatrice di forza e sopraffazione, di uso della vita e della morte altrui come di cose di nessun conto, della quale scrivevo sopra a proposito di barbarie e civiltà. Io credo dunque che a Jorge Guillermo Borges, a quest'uomo che noi oggi conosciamo solo perché padre di qualcun altro, si debba l'aver saputo estendere al di fuori dei limiti troppo angusti della nostra specie, alle forme viventi non umane, l'idea dell'altro non cosa, cibo, ma essere, nostro diverso-simile da rispettare. Il fatto che questa idea dell'altro sia, e non da adesso, anche mia è il motivo per cui il non appartenere né esser mai appartenuto ad alcun esercito e il non essere cliente di alcuna macelleria non sono per me due cose diverse, né due aspetti di una stessa cosa, sono semplicemente, devono essere, non possono non essere, l'identica cosa. Il fatto che questa idea dell'altro sia anche mia è infine il motivo per cui l'episodio che sto per narrare si incise così in profondità sulla fine di quel viaggio, è il motivo per cui qui lo narro.

L'episodio in cui mi imbattei la sera della mia partenza, dicevo, è semplice: in un angolo accanto alla biglietteria della stazione stava rannicchiata una gatta dal pelo striato, chiaramente sperduta. Stava immobile, guardando la poca gente che girava nell'atrio e emettendo ogni tanto un miagolio che aveva il preciso senso di una invocazione, e che sistematicamente restava senza risposta, che non fosse quella del verso storpiato che le facevano alcuni ragazzi fra una boccata di sigaretta e l'altra.

Alcuni bambini si avvicinarono alla gatta, subito richiamati dalla madre con la frase: - Allontanatevi che pigliate malattie -. Non potei trattenermi dal dirne quattro a quest'ultima, ottenendo il solo risultato di provocare, ovviamente, reazioni infastidite in entrambi i genitori, feriti nella loro certezza più intoccabile, quella del pregiudizio senza argomenti. Non commenterò la loro stupidità, che non lo merita, ma sempre più mi convinco che i bambini nascono con immense potenzialità positive dentro, che poi perdono, nel corso degli anni, attraverso il contatto quotidiano con la vuotezza, l'ottusità, il conformismo, la superstizione, per non dire dell'egoismo come stile supremo di vita, in cui nuotano gli uomini "maturi".

Ma torniamo alla gatta: io e N. da tempo avevamo intenzione di prenderne con noi una che facesse compagnia a quello che già viveva con me a Pisa, e poiché volevamo che fosse una gatta abbandonata pensammo subito di prendere lei; cominciammo a porci il problema di come fare poiché in quel momento né io né N. avevamo modo di condurla con noi. Fra le possibilità alternative che valutammo ne rimase ben presto una sola: affidarla per quei pochi giorni a una sorella di N., ma bisognava prima sapere se il marito di lei l'avrebbe accettata. Telefonammo, ma non rispose nessuno. N. mi promise di riprovare ancora, a intervalli, dopo la mia partenza, e decidemmo che se avesse ottenuto una risposta positiva sarebbe tornata a prendere la gatta la mattina dopo (prima non avrebbe in nessun caso potuto), sperando che durante la notte non si muovesse, cosa che comunque non sembrava intenzionata a fare di sua volontà. Le comprammo al bar della stazione un bicchiere di latte che bevve quasi per intero, poi N. dovette andar via. Rimasi solo ad aspettare il treno. Dissi all'impiegato della biglietteria che mi facesse il favore di badare che nessuno la molestasse. - Perché? - mi domandò. Gli dissi che la mattina dopo qualcuno sarebbe venuto a prenderla per conto mio. Lui mi rispose che sì, poteva badarci finché restava in servizio ma che la mattina, molto presto, sarebbe venuta la donna delle pulizie e che certamente l'avrebbe cacciata via.

Le comprai dell'altro latte prima che il bar chiudesse, le misi accanto sul pavimento un messaggio ben visibile in cui avvisavo di lasciare la gatta dove si trovava perché qualcuno doveva venire a prenderla, poi giunse il treno.

E dal treno che scivolava lentamente fuori dalla stazione potei vederla un'ultima volta, attraverso i vetri della sala d'attesa, ferma nel suo angolo, prima che sparisse per sempre dal mio tempo futuro e, forse, da tutto il tempo del mondo. Perché il giorno dopo N., al telefono, mi disse di non averla più trovata quella mattina quando, ottenuto il consenso del cognato, era andata a prenderla, e che insieme a lei erano scomparsi il mio messaggio e il bicchiere con i resti del latte.

Così dunque divenne irrevocabile, e durò a lungo nei giorni seguenti, con la consapevolezza irreversibile di non aver potuto, o saputo, fare nulla, quella sensazione di impotenza che mi aveva accompagnato durante tutto il viaggio verso Pisa, e che puntualmente si rinnova a ogni manifestarsi di una delle innumerevoli storture che costellano il contorto divenire della vita sulla Terra. Perché mi è del tutto estranea la discutibile capacità di vedere le voragini dalle immense distanze che conferiscono loro la muta astrazione di un'algebra, di contemplarle dall'indifferente silenzio delle Biblioteche; di essere insomma il figlio di Jorge Guillermo Borges.

 

E poiché non ho una tale capacità, era forse inevitabile che prima o poi, abbandonati l'uno dopo l'altro i miei passati punti di riferimento, posti certi interrogativi perfino attorno all'immensa opera di Nono e, soprattutto, maturato un generale disinteresse, una estrema sfiducia nei riguardi delle arti puramente visive, io dovessi giungere a questa mostra.

Prima di passare a quelli che sono stati gli appunti di lavoro, ovvero le tracce recenti dell'itinerario che mi ha condotto a essa, ancora qualche commento vorrei fare, a proposito di quest'ultimo brano, ripensando alla coppia di genitori che quella sera diede un simile, misero spettacolo di sé. Il pregiudizio che vede gli esseri viventi non umani come intrinsecamente sporchi e addirittura infetti giunge a volte a livelli isterici e ridicoli perfino fra persone dotate di un livello di istruzione superiore. Alcuni anni fa a Pisa vidi uno studente dell'ultimo anno del corso di laurea in ingegneria disinfettare con l'alcool un apriscatole, abbandonandosi nel contempo ad energiche escandescenze, dopo aver saputo che esso era stato utilizzato nei giorni precedenti per aprire delle scatole di cibo per gatti. Gli ingegneri, si sa, sono gli ingegneri, tuttavia non dubito che anche fra uomini di scienza, filosofi, letterati e artisti vari abbondino individui di tale specie.

E sempre a proposito di quest'ultimo brano, qualche precisazione credo sia opportuno fare circa il discorso finale sulla mia "non indifferenza". Qui non c'entra l'emotività. A chi mi domanda: ´tu ami gli animali?ª io rispondo di no. Provo affetto per i gatti che convivono con me, ma non per il gatto, l'uomo, il cane che ho casualmente incontrato un'ora fa in strada. L'amore, i sentimenti, l'emotività non c'entrano nulla. Io informo le mie azioni a un sistema morale che mi impone il rispetto per gli altri. Io rispetto gli altri. Inoltre, ciò che so sugli esseri viventi (rimando a tale proposito al primo capitolo del saggio che chiude questo opuscolo) mi impone di estendere il concetto di altri ben al di là dei confini della specie umana. L'emotività giunge in un secondo tempo, giunge sotto forma di indignazione di fronte al sopruso, all'essere testimone della violazione di quel sistema morale cui sopra accennavo, l'indignazione di fronte alla violenza, alla sopraffazione, in una parola al potere, sia che esso si manifesti all'interno della specie umana, sia da parte della specie umana contro le altre specie.

 

Appunti di lavoro.

24 - 8 - 1994.

Oggi ho assistito alla seguente conversazione fra N. e un tal P. M. di Bassiano, cacciatore e fascista.

Lui: Il fine settimana di solido vado a caccia.

Lei: Non si dovrebbe andare a caccia.

Lui: Io ci vado perché mi piace sparare.

Lei: Si potrebbe fare il tiro al piattello.

Lui: No. A me piace ammazzare. Col tiro al piattello non c'è gusto. A me piace ammazzare.

Poco dopo N. mi ha chiesto se mi irritava di più in lui il fatto che fosse cacciatore o fascista. Le ho risposto che non fa differenza: che si tratta di due aspetti di una stessa cosa, di uno stesso principio di fondo, applicato in un caso da una specie sulle altre, nell'altro caso all'interno della specie umana.

6 - 12 - 1994

Durante una trasmissione di Radio 3 hanno letto un passo - di Stevenson se non sbaglio - in cui si paragona il cibarsi di animali al cannibalismo e si descrive l'occidente come un mondo basato sugli urli di sofferenza e di agonia dei macelli. Non l'occidente ma l'intera organizzazione sociale della specie umana, di piú, l'intera biosfera terrestre è basata sugli urli di sofferenza e agonia del debole che soccombe al forte, della preda fra gli artigli del predatore. Fra essi mi pare molto giusto inserire anche quelli di cui parla Stevenson.

15 - 6 - 1995

È necessario riuscire a lasciarsi alle spalle le ricerche formali fini a se stesse (dunque inevitabilmente vuote), quali sono quelle che mi hanno impegnato fino a oggi: i primi abbozzi ricordo che prevedevano vari interventi di composizione sulle immagini "nude", ma ho ormai deciso di eliminare tutto: un neutro ed enorme spazio nero e in esso, in un angolo, l'immagine dell'animale morto, senza nessun intervento da parte mia, tranne l'isolare l'animale dallo sfondo (la strada, le case, le auto che passano, ecc), ovvero dal contesto contingente, affinché egli non sia quel morto ucciso in tale luogo e in tale giorno ma sia il morto, e quell'immagine non sia la cronaca a posteriori di quell'assassinio ma sia l'idea stessa della morte violenta e della sua mostruosità. Il titolo potrebbe essere: Threnodie, per gli altri intorno a noi (ma credo che nell'uso della parola greca, e in particolare nel riferimento che essa comporta a una forma estetica quale è il canto funebre, vi sia un residuo proprio di quell'estetismo di cui non voglio che rimanga traccia, poiché il fine, anzi il mezzo che a un fine apprezzabile sia in grado di condurre, è un'arte che non abbia più niente a che fare con l'idea della bellezza). Noi è la specie umana, ma puntualizzando che questo pronome accomunante è una forzatura se usato da chi ci tiene a precisare la propria distanza dalla truculenta e primitiva impalcatura pseudoetica cui essa informa le proprie azioni. Gli altri sono gli altri: tutti gli esseri viventi che circondano l'umanità. Nelle note di presentazione credo sia opportuno citare City di Simak come esempio di cultura "inferiore" ma capace di enunciare concetti quali il rispetto di ogni forma di vita; e all'opposto il colto e progressista Consolo come esempio di una umanità che a tali concetti non ha ancora saputo arrivare, di una umanità che sa parlare solo di se stessa a se stessa, e che oltre se stessa non è capace di vedere nulla.

6 - 6 - 1995

Le carni maciullate di un gatto appaiono come una esplosione fiammeggiante sullo sfondo nero del cartoncino. Questo è il primo equivoco risultato del mio lavoro. Come in quel video di Lorenzo Taiuti dove le esplosioni del bombardamento di Bagdad diventavano materia prima per creare splendide strutture luminose. Non va bene.

24 - 11 - 1995

Ho finito di scrivere il testo teorico che accompagnerà la mostra. Piú che delle semplici note di presentazione è venuto fuori un vero e proprio piccolo saggio, contenente non piú, come nelle mie mostre precedenti, teorizzazioni su problematiche relative a ricerche formali ma, per la prima volta, l'esplicita definizione di un sistema morale.

Il problema è ora: come fare a esprimere tutto ció con i mezzi delle arti visive, soprattutto come fare in un momento in cui tali mezzi mi appaiono infinitamente miseri, in quanto adatti al piú a vuote ricerche sul linguaggio che riescono, nella migliore delle ipotesi, a riprodurre in forma di metafora estetica (e dunque inevitabilmente estetizzante) la concezione dell'universo del proprio tempo (è ció che Eco chiama "metafora epistemologica"), senza aggiungervi nulla di proprio se non quell'estraneo ed equivoco velo che è appunto il godimento estetico.

L'argomento è definito da mesi, anzi, addirittura da anni (le fotografie piú antiche risalgono addirittura al 1986): i morti sulle strade, non i morti umani, gli altri, quelli di cui nessuno si cura, perché appunto sono altri, dunque privi d'ogni importanza, d'ogni spessore, d'ogni necessità.

Le prime prove dei mesi scorsi sono dubbie: i cadaveri massacrati piú a fondo, quelli completamente schiacciati, hanno quasi perso ogni rapporto con l'essere vivente che sono stati; fotografati, risultano quasi del tutto alienati dalla sua identità, sconfinano nell'immagine astratta, nella pura forma, ovvero in ció che non sono.

Le immagini per mantenere la loro identità "esistenziale" devono dunque restare figurative.

La mostra non porterà il mio nome. Non sono io l'autore, sono loro. Io sono al piú il testimone.

1 - 12 - 1995

L'ultima annotazione a ben pensarci è null'altro che una dichiarazione di intenti. Come fare a parlare degli altri senza correre il rischio di antropomorfizzarli, senza diventare insomma dei nuovi Walt Disney? L'uomo che parla degli altri in realtà parla di sé stesso che guarda gli altri, parla del proprio sguardo. Ancora una volta il soggetto è l'uomo. Tutto ció che si puó fare è ridurre al minimo l'invadenza dello sguardo, la distanza fra l'oggetto di esso e la sua immagine.

Labirinto di J. L. Borges è una perfetta metafora epistemologica, ma con in piú qualcosa: l'aspettazione da parte del soggetto di un significato cosmico, che non preesiste nel cosmo stesso. Il bisogno esistenziale di questo significato. La letteratura ha molta piú forza delle arti visive per esprimere queste cose.

Quando gli ho per la prima volta parlato di questa mostra Fabrizio Buratta mi ha citato l'arte concettuale, dalla quale però mi distanzia il fatto che null'altro problema essa si pone se non quello del linguaggio dell'arte, esattamente quanto di piú lontano ci sia dai miei obiettivi oggi.

Mi ha anche messo in guardia contro il rischio di cadere nell'orrore compiaciuto, come accade in troppe immagini, sia di avvenimenti reali che di fiction, che attirano l'attenzione generale (come una volta le esecuzioni pubbliche) mostrando in forma di spettacolo sofferenze, violenze, atrocità. È un rischio concreto, ma c'è anche una differenza fra quelle immagini e le mie: quelle vengono sbattute in faccia allo spettatore, gli si impongono saturando lo spazio visivo; davanti alle mie la prima cosa che ci si troverà a guardare sarà un grande vuoto nero in cui galleggia qualcosa. Solo in un secondo tempo, quel tempo che serve da setaccio fra la superficiale e grossolana curiosità e l'attento interesse, avvicinandosi, lo spettatore capirà di che si tratta.

Per tale motivo la componente fotografica di queste immagini dovrà continuare a essere ricavata, come effettivamente finora ho fatto, da stampe di piccolo formato, non oltre il 10x15.

 

Il saggio che segue, e che conclude questo discorso, non ha una esplicita attinenza con la mostra, ne è piuttosto il presupposto. In esso tento di enunciare quel sistema morale che mi ha portato ad avvertirne la necessità. Parto, nel far ciò, da una breve sintesi di alcune attuali conoscenze, ed è questa una scelta che considero obbligata. Per capire il perché di ciò bisogna affrontare un discorso che è poi quello del valore oggettivo attribuibile a un sistema morale.

Bertrand Russell nella sua Storia della filosofia occidentale (nel capitolo sull'etica di Aristotele) nega il valore oggettivo dell'etica: ´l'etica non ha fatto alcun progresso definito nel senso delle scoperte accertate; nulla in etica è conosciuto in senso scientifico. Non c'è quindi ragione per cui un antico trattato in materia debba essere sotto certi aspetti inferiore a uno moderno. Quando Aristotele parla di astronomia possiamo dire positivamente che ha torto; ma quando parla di etica, non possiamo dire, nello stesso senso, se ha torto o ragioneª. Io credo al contrario che un sistema etico sia deducibile, entro certi limiti, oggettivamente, dalle conoscenze relative al mondo reale.

È necessario a priori determinare le finalità di un sistema etico. In alcuni luoghi dell'universo (per quel che ne sappiamo, in almeno un luogo dell'universo) la materia ha assunto una forma di organizzazione cui diamo il nome di vita, nell'ambito della quale è divenuto possibile il verificarsi di uno stato, che chiamiamo sofferenza, caratterizzato da forti connotati di negatività. Su quest'ultimo punto (la negatività della sofferenza) non mi soffermeró, ritenendolo autoevidente (benché molti teorici del sacrificio probabilmente non sarebbero d'accordo). Dalla possibilità, e, in realtà, dall'effettivo verificarsi di un tale stato nella materia vivente nasce la necessità di un'etica, il cui scopo è dunque di minimizzare la sofferenza o, in forma piú utopistica, massimizzare la felicità esistente nell'universo. Vi possono essere tuttavia delle distinzioni fra i vari soggetti del diritto alla non sofferenza (o, se si vuole, alla felicità). Si puó obiettare che solo alcuni esseri viventi e non altri sono soggetti di tale diritto. Si puó enunciare un'etica secondo cui gli uomini hanno in maggior misura tale diritto delle donne, i bianchi dei negri, gli esseri umani degli scimpanzé e cosí via. Secondo Russell non vi è modo di stabilire quale di questi confini sia corretto.

Tuttavia chi affermasse, ad esempio, che gli uomini hanno il diritto di partecipare alla vita pubblica mentre le donne no, dovrebbe anche indicare delle oggettive differenze (ad esempio sul piano psicologico o intellettivo) fra gli uni e le altre tali da tradursi sul piano etico in una tale disparità. Il sapere che differenze di tale genere sono di fatto inesistenti ci costringe a considerare oggettivamente improponibile sul piano etico una posizione di questo genere.

Altro esempio: oggi solo gli esseri appartenenti alla specie umana sono titolari dei cosiddetti diritti (appunto) umani. Il termine omicidio ad esempio si applica solo all'uccisione di un essere umano e non di uno scimpanzé o di un cane. Ancora una volta i propugnatori di una tale etica devono motivarla mediante differenze fra la specie umana e le altre che siano oggettive e, vista la radicalità della distinzione in oggetto, altrettanto radicali. Un esempio di tali motivazioni potrebbe essere identificato nelle superiori facoltà intellettive, ma allora non si capisce per quale motivo i disabili mentali gravi, che ne sono dotati in misura decisamente minore di un qualsiasi animale da compagnia, siano titolari di diritti allo stesso modo degli esseri umani sani. Evidentemente dunque non è questa la differenza. La vita affettiva allora? Vale la stessa obiezione. Andando avanti si scoprirebbe che non vi sono motivazioni di sorta, ed ecco dunque che una tale etica è di fatto oggettivamente improponibile.

Certo quando parlo di oggettività non mi riferisco al grado di inoppugnabilità che caratterizza una dimostrazione matematica; ogni sistema etico conserva un certo grado di opinabilità. Tuttavia una cosa è una limitata opinabilità, un'altra è la totale opinabilità prospettata da Russell.

Questa idea di "oggettività di massima" di un sistema etico guida quanto segue.

 

 

L'improponibilità della visione antropocentrica del mondo.

§1. Determinismo e antropocentrismo alla luce delle attuali conoscenze. Cento milioni di anni fa l'evoluzione della vita sulla Terra era avviata in una direzione ben definita: la Terra era il pianeta dei grandi rettili, questa era la classe che aveva avuto il sopravvento e che pareva destinata a dominare in maniera definitiva la biosfera. La presenza dei mammiferi era allora del tutto insignificante, essi abitavano ´quegli anfratti periferici e notturni non occupati, non ricercati, non desiderati dai dinosauri. I mammiferi erano "i ratti del mesozoico"ª, essi apparivano come una deviazione senza importanza, forse senza futuro nello scenario dell'evoluzione. E così sarebbe stato se un fortuito e imprevedibile evento di portata planetaria la cui natura oggi ci è ignota (la caduta di un asteroide o una intensa e anomala attività vulcanica sono le ipotesi su cui piú si insiste), generando un vasto e irreversibile mutamento climatico non avesse improvvisamente interrotto questa storia per iniziarne un'altra. Nella nuova situazione nata dal caso e dall'imprevisto i grandi rettili videro improvvisamente cancellato il loro futuro e si avviarono verso un rapidissimo declino che si sarebbe concluso con l'estinzione, mentre i "ratti del mesozoico", gli insignificanti mammiferi sui quali nessun ipotetico scommettitore avrebbe mai puntato, videro aprirsi possibilità inattese che nel giro di una decina di milioni di anni li avrebbero condotti a divenire la classe dominante nella biosfera terrestre. Da quei ratti senza futuro cui un improbabile caso ribaltò le sorti si generarono le numerose specie di mammiferi che oggi popolano il pianeta e fra esse, nell'ultimo milione di anni, dal ramo dei primati, la specie umana che è giunta negli ultimi millenni a dominare l'intera superficie terrestre. Siamo così giunti al presente, o meglio a un presente, a quello, fra tutti i contropresenti possibili, che si è concretamente realizzato. Poiché ´la radiazione evolutiva dei mammiferi (...) è stata una singolarità fortunata della storia naturale, non l'espressione di una necessità inscritta in anticipo nei caratteri o nel disegno complessivo dei mammiferi e dei dinosauriª. Una singolarità fortunata, s'intende, per i mammiferi, non necessariamente fortunata in assoluto.

Dunque, è andata in questo modo ma sarebbe potuta andare in tutt'altro modo e l'evoluzione che è stata dei mammiferi avrebbe potuto essere di qualcun altro, il quale non rappresenta qualcosa di meno dei primi ma semplicemente un'altra possibiltà dell'evoluzione, un'altra storia che era in pieno sviluppo e che tutt'ora lo sarebbe se quel fortuito intoppo cosmico avvenuto 70 milioni di anni fa non l'avesse interrotta per aprire un'altra, inattesa e imprevedibile strada. In realtà, infiniti sono i contropresenti possibili, e tutti dipendenti non da una necessità prescritta ma dal caso e dalla contingenza.

Il tracciato dell'evoluzione quale ho sopra riassunto è una acquisizione recente della biologia evolutiva, acquisizione di cui pochi (pochi nei rami non strettamente pertinenti del mondo intellettuale, nessuno o quasi al di fuori di esso) allo stato attuale hanno adeguata consapevolezza. Nel corso degli ultimi secoli tutt'altra è stata la concezione dominante, un atteggiamenteo che ´riscrive la storia concatenando i suoi eventi, le sue soglie, le sue svolte, in una progressione lineare e continua, che rende eterne la coerenza e la logica del presenteª. Ovvero il problema storico è stato sempre posto in questi termini: ´Com'è che ciò che doveva accadere è accaduto?ª piuttosto che: ´Perché è avvenuto questo pur essendo possibile che le cose andassero diversamente?ª

Secondo la maniera tradizionale di concepire l'evoluzione i rettili vengono, sia cronologicamente che evolutivamente, prima dei mammiferi, tutti i rami di questi ultimi vengono prima del ramo dei primati, tutte le specie di tale ramo prima della specie Homo sapiens, si ha quindi, deterministicamente, una progressione ascendente, univoca e necessaria dall'elementare al complesso, dall'inferiore al superiore, dal punto di partenza al punto di arrivo (unico, questo, e inevitabile in quanto insito nelle premesse), dal perfettibile al perfetto (1).

Un tale determinismo evolutivo lo ritroviamo anche al di fuori delle scienze biologiche. Nella fisica ci si domanda ad esempio perché le principali costanti universali hanno i valori che hanno, poiché:

´se qualcuna di tali costanti avesse un valore anche di pochissimo diverso, l'ordine cosmico e, a maggior ragione, la vita diverrebbero impensabili. Come si spiega che quei valori siano esattamente quelli che sono? Non si tratta di riesumare il vecchio finalismo, ma semplicemente constatare che attribuire quella coincidenza di valori al caso implicherebbe una improbabilità al di là di ogni immaginazione. Contrapporre il caso a Dio è, quindi, fare una "scommessa" non impossibile in assoluto, ma più perdente di quella che anche il più arrischiato degli scommettitori sarebbe disposto a fare.ª (2)

Si vede come a monte di questa disquisizione vi sia un assunto, tanto dato per scontato che non ci si preoccupa nemmeno di enunciarlo: che tutto dovesse per forza andare così, che nulla sarebbe esistito altrimenti. Anche nell'evoluzione cosmologica il presente che si è realizzato è solo uno dei presenti possibili. È andata così, con altre costanti fisiche altro sarebbe stato l'ordine universale, altro il presente, altre le forme di vita e, anzi, probabilmente il concetto stesso di vita. Ma tutto questo non sarebbe stato meno, né più, di quel che è stato ed è, sarebbe stato soltanto un altro presente, un'altra possibilità, un'altra storia.

Il determinismo, nella biologia evolutiva come nella fisica, è in stretta relazione con l'antropocentrismo, il secondo ha anzi strettamente bisogno del primo per potersi giustificare. Se quanto è accaduto era ció che inevitabilmetne doveva accadere, se quel che è venuto prima era meno di quel che esiste oggi, allora noi siamo il fine cui l'universo da sempre tendeva, noi siamo sull'ultimo gradino di una scala i cui gradini inferiori ospitano ogni altra cosa, siamo il meglio, il vertice della piramide, la misura di tutte le cose; insomma il centro dell'universo. Grazie a tali idee la specie umana ha posto se stessa al culmine dell'evoluzione, si è proclamata "il capolavoro della creazione" ed ha agito di conseguenza sul piano etico nei suoi rapporti con tutto il resto dell'esistente, e innanzi tutto con le altre specie viventi.

Queste concezioni sono ben rese dal seguente passo, tratto da un testo didattico di biologia degli anni '40, in cui si descrive la posizione sistematica che la biologia attribuisce alla specie umana:

´L'Uomo, organicamente ed intellettualmente rappresenta fra i viventi, l'essere in cui culminano le forze creative della Natura. È fornito di linguaggio articolato; vive riunito in società, che ha una base morale e quindi ben diversa da quella, su cui si fondano le società animali (per esempio le società delle Formiche), ed è capace di un progresso senza limite.

Egli è l'unico interprete della divina armonia dell'Universo; difatti osserva i fenomeni naturali, ne indaga le leggi, sottoponendoli all'esperimento, e sa usufruire delle incommensurabili energie che si sprigionano dall'Universo.

Infine regola la propria esistenza, non solo adattandola alle condizioni esterne, ma modificando queste a seconda delle sue esigenze e dei suoi bisogni.

Sebbene tra l'Uomo e i bruti più elevati per organizzazione e per funzioni esista un abisso incolmabile, se vogliamo paragonarlo, per la struttura materiale del suo corpo, agli animali - cioè vogliamo metterlo nella scala zoologica - egli occuperà il più alto scalino di essa e vi siederà da solo, formando una specie, a cui meritatamente si è dato il nome di Homo Sapiens, rappresentante unico di una famiglia, quella degli HOMINIDAE, in un gruppo a sé (BIMANI), che, solo per materiale organizzazione, si avvicinerà al gruppo dei PRIMATI, comprendente i Quadrumani o Scimmie, e quindi appartenente alla classe dei Mammiferi.ª (3)

La prima cosa che balza agli occhi è il tono enfatico ed emotivo, ben diverso dal neutro linguaggio scientifico che caratterizza ogni altra parte del libro, e che non esita perfino a sconfinare, lí dove viene nominata la ´divina armonia dell'universoª, in una divagazione mistica in apparenza poco pertinente ma che in realtà, come vedremo, costituisce una non trascurabile chiave di lettura. L'inserimento della specie umana nella scala biologica viene presentato, con buona pace di Darwin, quasi come un optional, giustificato al piú da una, fortuita s'intende, affinità di organizzazione materiale.

Ha una base oggettiva tutto ció? Nel seguente brano Richard Dawkins, professore di zoologia presso l'università di Oxford, rimanendo con i piedi più piantati al suolo, attribuisce alla specie Homo sapiens una posizione ben diversa all'interno della tassonomia zoologica, evidenziando, in particolare, l'arbitrarietà della distinzione fra Uomo e Scimmie Antropoidi.

´L'espressione ´scimmie antropoidiª si riferisce di solito a scimpanzé, gorilla, oranghi, gibboni e siamanghi. Noi ammettiamo di assomigliare alle scimmie antropoidi, ma raramente ci rendiamo conto di essere scimmie antropoidi. L'antenato che condividiamo con gli scimpanzé e i gorilla è molto più recente dell'antenato che questi ultimi condividono con gli antropoidi asiatici - i gibboni e gli oranghi. Non esiste una categoria naturale che includa gli scimpanzé, i gorilla e gli oranghi ma che escluda gli umani: l'artificialità della categoria ´grandi scimmie antropoidiª - nell'accezione convenzionale che esclude gli esseri umani - è messa in rilievo dalla figura seguente.

 

 

Questo albero genealogico mostra che gli esseri umani si trovano ben all'interno del gruppo delle grandi scimmie antropoidi; l'artificialità della categoria convenzionale ´scimmie antropoidiª è evidenziata dal colore grigio.

In verità, non solo noi siamo scimmie antropoidi - siamo scimmie antropoidi africane. La categoria ´scimmie antropoidi africaneª, se non si escludono arbitrariamente gli umani, è una categoria naturale. All'area grigia nella figura a pagina seguente non è stata sottratta artificialmente alcuna porzione.

Anche le ´grandi scimmie antropoidiª costituiscono una categoria naturale solo nella misura in cui includono gli esseri umani. Noi siamo grandi scimmie antropoidi. Tutti i grandi antropoidi vissuti finora, noi inclusi, sono connessi l'uno all'altro da una catena ininterrotta di legami genitori-figlio. La stessa cosa vale per tutti gli animali e le piante vissuti finora, ma in questo caso le distanze in causa sono molto più grandi. Prove molecolari suggeriscono che l'antenato che condividiamo con gli scimpanzé visse in Africa tra i cinque e i sette milioni di anni fa cioé mezzo milione di generazioni fa. Non si tratta di un periodo molto lungo da un punto di vista evolutivo.ª (4)

 

 

 

 

Jared Diamond, docente di fisiologia presso l'Univeristà della California a Los Angeles, giunge a considerare la specie Homo Sapiens come una delle tre specie di scimpanzé oggi esistenti sulla Terra.

´Il gorilla probabilmente deve essersi separato dal nostro albero genealogico poco prima che noi ci separassimo dagli scimpanzé comuni e pigmei. Gli scimpanzé, non i gorilla, sono i nostri parenti più stretti. Detto altrimenti, il parente più stretto dello scimpanzé non è il gorilla bensì l'essere umano. (...) Gli esseri umani hanno avuto solo una breve storia in quanto specie distinta dagli altri antropoidi - molto più breve di quanto i paleontologi fossero soliti supporre. (...) Su tale base [genetica], dunque, gli esseri umani non costituiscono una famiglia distinta, e neppure un genere distinto, ma appartengono allo stesso genere dello scimpanzé comune e pigmeo. (...) Così, oggi, sulla Terra non c'è una sola specie appartenente al genere Homo, bensì ce ne sono tre: lo scimpanzé comune, Homo troglodytes, lo scimpanzé pigmeo, Homo paniscus; e il terzo scimpanzé o scimpanzé umano, Homo sapiens. Dal momento che il gorilla è solo leggermente diverso, esso ha quasi altrettanto diritto di essere considerato una quarta specie di Homo.ª (5)

La specie umana, in altre parole, ben lungi dallo svettare al di sopra del regno animale, vi risulta completamente immersa, essa domina oggi la Terra, ma come altre specie la dominarono in passato e altre, forse (nulla ci impedisce di ipotizzarlo), la domineranno in futuro. La specie umana non è il centro né il culmine di nulla, anzi l'idea stessa di centro, di culmine è incompatibile con quanto oggi sappiamo della realtà.

§2. Le religioni, l'umanesimo e il senso comune. Un particolare del passo relativo alla criticità dei valori delle costanti cosmiche che ho citato sopra è di non secondaria importanza: in esso viene nominato "Dio". La concezione deterministica dell'evoluzione, il vederla come linea univocamente ascendente, il trasformare il multiverso in universo insomma, è infatti necessario al teologo per poter ficcare a forza da qualche parte in tale cosmogonia la figura del "Creatore": poiché sono irrisorie le probabilità che tutto andasse come di fatto è andato, e inevitabilmente doveva andare, allora è ovvio che qualcuno ha provveduto affinché andassero così. Ed ecco dunque che troviamo in prima linea nel sostenere e diffondere tale visione unidirezionale e conseguentemente antropocentrica del cosmo proprio quelle brutte copie dei sistemi filosofici che sono le religioni: una è la via, una è la meta, una dunque la verità. E come una è la specie eletta (fatta, naturalmente, a somiglianza del "dio") nel mondo animale, uno sarà poi il popolo eletto all'interno di tale specie, e una la casta eletta all'interno di tale popolo, e così via fino al vertice della piramide, all'Autorità assoluta verso cui tutto converge (a tale proposito, credo sia importante notare esplicitamente che quanto nel modo in cui la specie umana si pone in relazione a tutto il resto dell'esistente chiamiamo antropocentrismo, non è nulla di diverso da ciò che nelle relazioni interne alla specie umana assume nomi come nazionalismo o razzismo).

L'antropocentrismo non è però solo del teologo bensì anche, forse ancor più, dell'umanista. Thomas Mann nel suo Doctor Faustus giunge a teorizzare l'antropocentrismo come unica misura valida del cosmo e ci prospetta nel contempo una singolare fusione di quei due sotto molti aspetti (ma non sotto l'aspetto che si sta qui trattando) opposti dominii del pensiero umano che sono religiosità e umanesimo. In un dialogo fra l'io narrante Serenus Zeitblom, che incarna appunto l'umanista, e il suo amico-antagonista, il compositore Adrian Leverkün, quest'ultimo fornisce al primo una descrizione delle specie abitanti nelle profondità oceaniche, ricavandone una reazione infastidita:

´Sapeva infatti quanto poco mi interessassero, e mi fossero anzi antipatici le beffe e i segreti della "Natura" in genere e quanto fossi invece attaccato al territorio della scienza linguistica e umanisticaª.

Non migliore è la reazione del narratore quando Leverkün lo pone di fronte a una descrizione dell'universo quale ci viene dalle conoscenze astronomiche. Il fastidio si accentua di fronte alle ´enormità disumaneª, come egli chiama la scala cosmica.

 

´Che dire d'un tale assalto contro l'intelligenza umana? Confesso che per le cose troppo imponenti e inattuabili non ho che una scrollata di spalle che è rinuncia, ma anche un pochino disprezzo. L'ammirazione per la grandezza, gli entusiasmi per essa (...) sono possibili soltanto in misura terrenamente comprensibile e umana. (...) La devozione, il rispetto, la decenza spirituale, sono possibili soltanto riguardo all'uomo e mediante l'uomo se ci si limita alle misure terrene e umane. Il loro frutto dovrebbe essere, anzi può essere e sarà, un umanesimo di tinta religiosa determinato dal senso del mistero trascendente dell'uomo, dall'orgogliosa consapevolezza che egli non è sotanto un essere biologico, ma appartiene con una decisiva parte di sé a un mondo spirituale; che gli è concesso l'assoluto, il pensiero della verità, della libertà e della giustizia; che gli è imposto l'obbligo di avvicinarsi alla perfezione.ª

Argomentazioni cui risulta fin troppo facile a Leverkün rispondere:

´è divertente vedere come il tuo umanesimo, e forse ogni umanesimo, tenda al medio evo geocentrico... di necessità evidentemente. In generale e alla buona si ritiene che l'umanesimo sia amico della scienza. Ma non può esserlo, perché non si possono considerare opera del demonio gli oggetti della scienza senza considerare tale anch'essa. E questo è medio evo. Il medio evo era geocentrico e antropocentrico. La Chiesa, nella quale esso sopravvive, si è messa contro le esperienze astronomiche di spirito umanistico, le ha chiamate opera del demonio e le ha vietate ad onore dell'uomo, ha propugnato l'ignoranza per spirito di umanità. Tu vedi bene che il tuo umanesimo è medio evo puro e schiettoª (6).

Ben di rado, al di fuori di alcuni paesi del nord Europa, l'umanesimo ha di fatto assunto le tinte religiose che gli attribuisce il personaggio di Thomas Mann, sempre tuttavia esso ne ha avuto i connotati integralisticamente antropocentrici e spesso quelli antiscientifici. Due parole sono significative nel discorso di Zeitblom: ´orgogliosa consapevolezzaª, e ne sono anzi la chiave interpretativa. Tale orgogliosa consapevolezza aveva un senso rivoluzionario nel rinascimento, quando l'uomo dovette riscoprire i propri interni valori per scrollarsi di dosso la cappa di piombo di secoli di oppressione teocratica, ma diviene anacronistica e reazionaria, sconfina anzi nella boria, nell'ottusa arroganza oggi che altre sono le esigenze, prima fra tutte quella di confrontarsi con "l'altro da sé", inteso nel senso più ampio del termine. Quanto all'appartenere dell'uomo ´con una decisiva parte di sé a un mondo spiritualeª credo sia piuttosto difficile trovare traccia di tale mondo nella efferatezza di cui l'umanità si è mostrata capace nella quasi totalità degli eventi della sua storia (7). La mia stessa esperienza personale mi costringe a smentire l'esistenza di una simile ´decisivaª componente nella maggior parte degli uomini che ho conosciuto, a proposito dei più elementari dei quali, senza paura di incorrere in una esagerazione posso affermare che si sono rivelati capaci nella loro vita di relazione di una creatività e di una fantasia (e in genere di tutto ció che riteniamo manifestazione di una interiorità non rivolta unicamente all'istintivo soddisfacimento dei bisogni materiali) ridotte a vaghe tracce; mentre, per quanto riguarda i più "elevati", coloro che appartengono al mondo intellettuale, ancora per quotidiana esperienza posso far mia (con ben poche eccezioni) la seguente affermazione del musicologo Enzo Restagno:

´Nella mia vita ho incontrato intellettuali raffinati e arroganti, la cui fatuità toccava livelli patetici, uomini che erano portatori di una cultura superiore, forgiata dalle migliori università e da una applicazione inflessibile, eppure erano di un'aridità e di una meschinità da darti i brividiª (8).

 

L'antropocentrismo è infine anche dell'uomo "qualsiasi", intendendo con ciò l'uomo esterno al mondo della cultura, l'uomo per il quale non Einstein e Heisenberg ma già Copernico e Darwin sono passati invano ed è inconcepibile che la Terra (e lui che ne è "padrone", s'intende) possa non avere una particolare rilevanza nell'universo (9), così come è inconcepibile non l'affiancare ma anche solo il confrontare l'uomo con le altre specie viventi.

Ricordo che qualche tempo fa udii un uomo privo di formazione intellettuale esprimersi in termini spregiativi verso le "bestie" che egli considerava alla stregua di cose o poco più (10). Tale senso comune (che qualcuno, non ricordo più chi fosse, riassunse compiutamente nella frase ´se una tigre uccide un uomo la chiamano ferocia, se un uomo uccide una tigre lo chiamano sportª) non è privo di significatività: esso rappresenta il concetto dell' "altro" quale esiste allo stato di natura, ci dice come l'essere vivente non emancipato da tale stato (bipede o quadrupede, rettile o mammifero, carnivoro o erbivoro che sia) vede l'essere vivente diverso da sé: un oggetto biologico piuttosto che un individuo (il fatto che tale senso comune si ritrovi anche ai livelli piú alti della cultura umana perfettamente identico, anzi espresso, come in Cartesio, in forme ancor piú radicali, credo autorizzi le piú preoccupanti perplessità).

Il teologo, l'umanista e l'ignorante insomma sono d'accordo nel ritenere l'uomo qualcosa di esterno e migliore rispetto a tutto il resto del mondo animale. A tal punto lo sono che perfino nel linguaggio comune sono state coniate delle parole diverse per esprimere concetti identici se in riferimento alla specie umana o alle altre specie: cadavere-carogna, società-branco, bambino-cucciolo, e la stessa parola "uomo" non viene usata per intendere un elemento dell'insieme "regno animale" ma come contrapposta a quest'ultimo, e la grammatica stessa esprime tale antropocentrismo, tale sentirsi qualitativamente diversi (ad esempio nelle regole che presiedono alla scelta dei pronomi: egli se riferito a persona, esso se riferito a cosa o animale). In cosa consisterebbe tale pretesa diversità? Nel contesto delle credenze magico-religiose che ancor oggi condiziona la vita di milioni di uomini tale diversità è identificata nel fatto che all'uomo e solo a esso, è ´concesso l'assolutoª: è una allusione alla ancora tanto diffusa credenza nella cosiddetta anima. Ma anche al di fuori di questa zavorra dell'intelletto il senso comune crede di individuare inesistenti differenze qualitative. Ricordo che ai tempi della scuola sentii ripetere spesso che la differenza fra gli uomini e le altre specie sarebbe costituita dall'intelligenza, che l'uomo sarebbe l'unico a possedere. Per intelligenza (leggo su un qualsiasi vocabolario) si intende la qualità di chi ´ha capacità di comprendere e di organizzare conseguentemente il proprio comportamentoª. Consideriamo a tale proposito gli esperimenti di "condizionamento" effettuati a partire dagli anni '30 da ricercatori impegnati nel campo della psicologia animale. Un topo si trovava in:

´una gabbia divisa in due parti da una barriera al centro. Il fondo era costituito da una griglia che poteva essere percorsa dalla corrente elettrica, alternativamente nelle due parti. Lo sperimentatore, somministrando uno shock elettrico attraverso il pavimento, obbligava l'animale a scavalcare la barriera e a mettersi al riparo dall'altra parte della gabbia. Si faceva precedere di qualche secondo la somministrazione della scossa da un suono di campanello: in questo modo, dopo un certo numero di prove, l'animale imparava ad associare i due stimoli e a sostituire con una risposta condizionata di evitamento quella primitiva e incondizionata di semplice fuga dinanzi al pericolo. Ciò facendo, l'animale conseguiva in un certo senso una scoperta e perveniva a una forma di apprendimento.ª (11)

 

Dunque il topo aveva compreso che il suono del campanello preannunciava qualcosa di indesiderabile. Più esattamente, egli si era mostrato capace di enunciare la seguente struttura logica: "se poco dopo il manifestarsi del suono, nella metà della gabbia in cui mi trovo si verifica un fenomeno per me sgradevole allora affinché io non lo subisca devo lasciare questa parte della gabbia subito dopo che avverto il suono", ovvero si era mostrato in grado di compiere una deduzione (12). Inoltre questo enunciato ne presuppone un altro: "il fatto che n volte dopo il suono del campanello si sia verificata l'esperienza dolorosa rende verosimile ritenere che essa si ripeterà sempre, ad ogni suono del campanello". Questa non è altro che una applicazione del principio di induzione, che sta alla base di tutta la scienza sperimentale umana, così come la deduzione sta alla base di scienze astratte come la matematica e la logica. Abbiamo trovato dunque in un piccolo mammifero gli stessi meccanismi di base del pensiero umano, certamente espressi a un livello ben più elementare, ma gli stessi meccanismi. Potremmo fare altri esempi, che ci porterebbero tutti alla medesima conclusione: le differenze fra la specie umana e le altre specie sono puramente quantitative, non qualitative e le apparenti peculiarità della prima (ad esempio la capacità di memoria storica) derivano soltanto dal superamento di una certa soglia quantitativa di conoscenze tecniche (in questo caso la scrittura). Come ci disse a suo tempo Kubrik, l'astronave, estremo e piú sofisticato prodotto dell'attuale tecnologia, non è altro che il risultato di una rapidissima evoluzione che ebbe il suo punto di avvio nell'osso usato come clava dall'ominide preistorico. L'astronave è in altre parole solo quantitativamente piú complessa dell'osso che è il suo progenitore (e che oggi fa parte, insieme a vari altri utensili, della "cultura tecnologica" di molte altre specie di scimmie antropoidi); nulla piú di questo (13).

 

§3. Le forze sociali. Abbiamo dunque visto che la specie umana si ritiene qualcosa di esterno e migliore rispetto a tutto il resto del mondo animale, e non c'è da meravigliarsi se, stante il dilagare dell'antropocentrismo in ogni ambito del pensiero, ancor oggi appena intaccato dalle conoscenze scientifiche nonostante che esse lo rendano di fatto improponibile, di antropocentrismo sia permeato l'agire di pressoché tutte le componenti sociali per eterogenee che esse possano essere.

Ho già notato come antropocentrico sia il senso comune, ovvero l'atteggiamento della cosiddetta "gente qualsiasi", la cui unica consapevolezza della realtà è quella, fraudolenta e demenziale che assorbe oggi dalle istituzioni televisive come ieri da quelle religiose, la cosiddetta "gente comune" per la quale il concetto di civiltà coincide con il defecare in un lucido water di porcellana anzichè sulla nuda terra, con il possesso insomma di una tecnologia piuttosto che di un superiore sistema morale, superiore intendo, nella misura in cui sa essere estraneo al considerare la forza quale lecito elemento di diritto.

Antropocentriche sono, scontatamente, le forze sociali piú retrive e storicamente caratterizzate da un comportamento all'insegna della spietatezza e della rapacità. Si legge ad esempio nel nuovo Catechismo emanato dalla Chiesa Cattolica nel '93, con riferimento alla vivisezione: ´È legittimo servirsi degli animaliª, (il corsivo è mio) e ´È indegno dell'uomo spendere per gli animali somme che andrebbero destinate prioritariamente a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali ma non si devono fare oggetto di quell'affetto che è dovuto solo alle personeª (14). Ed è di poco tempo prima la dichiarazione di un vescovo (quello di Genova se non ricordo male) secondo cui non è peccato bastonare un cane poiché solo gli esseri umani sarebbero titolari di diritti.

Ma l'antropocentrismo è presente anche nelle forze sociali progressiste, tutte concentrate sull'orizzonte umano e che semplicemente ignorano l'esistenza delle altre specie, vedendo al piú il problema ambientale come un problema di qualità della vita e, forse, di sopravvivenza, per la specie umana. A tale proposito esemplare è il seguente episodio: alcuni mesi fa capitai alla galleria d'arte Positif di Gallicano mentre era in corso una accesa discussione sul diritto della specie umana di cibarsi di altri esseri viventi appartenenti al regno animale. Uno di coloro che sostenevano tale diritto (tengo a precisare che si tratta di persone tutte di orientamento progressista) enunció come unico limite alla sua posizione un principio che chiamó di non accumulazione: ogni essere umano ha il diritto di mangiare un pollo ma non ha il diritto di mangiarne a volontà sottraendo tale cibo ad altri esseri umani in posizione piú debole (cioé accumulando). Egli enunciava in tal modo un'etica del rifiuto della forza, circoscritta peró al solo orizzonte umano, non accorgendosi che in tal modo applicava una forma particolarmente spietata, violenta e arrogante del principio di accumulazione da parte della specie umana nei riguardi delle altre specie: io essere umano mi approprio non del tuo cibo ma della tua stessa vita per ricavarne il vantaggio di un pasto. La tua vita insomma, egregio pollo, vale meno di un mio pasto. Ecco dunque che troviamo questo progressista su posizioni non molto dissimili da quelle del vescovo di Genova.

È inevitabilmente su tali basi che sono modellati i sistemi legislativi che regolamentano il comportamento umano nei riguardi delle altre specie. Essi sono improntati a un presupposto (del tutto irragionevole come abbiamo visto, ma altrettanto assolutamnete radicato) che Richard Dawkins così riassume:

´Il "valore" della vita di un animale si riassume nel costo che la sua sostituzione comporta per il suo "proprietario" o - nel caso di una specie rara - per l'umanità. Ma applicate l'etichetta Homo sapiens a un insensibile pezzetto di tessuto embrionale e la sua vita acquisirà improvvisamente un valore infinito e inestimabile.ª (15)

Una simile scala di valori porta spesso a episodi di sconcertante atrocità, come questo, riferito anni fa nella lettera che un lettore inviò a una rivista specializzata in animali (16): durante l'estate, in un giorno di particolare calura, un individuo aveva lasciato il suo cane all'interno della propria auto, parcheggiata sotto il sole e con i finestrini completamente chiusi. Naturalmente ben presto la temperatura all'interno dell'auto divenne altissima. Attirati dai guaiti del cane alcuni passanti (strano ma vero) si fermarono e chiesero l'intervento di un vigile urbano, affinché si rompesse uno dei finestrini liberando il cane; il vigile però disse che non si poteva assolutamente fare perché, essendo i finestrini una proprietà privata, ciò avrebbe costituito reato. Nessuno dunque fece nulla, e rimasero tutti ad osservare le crescenti sofferenze del cane, e infine la sua agonia, quando l'intollerabile temperatura gli provocò un arresto cardiaco. L'unica cosa che fece il vigile urbano fu aspettare che tornasse il proprietario dell'auto e multarlo ai sensi dell'art. 727 del Codice Penale (relativo ai maltrattamenti agli animali). Ecco dunque la scala di valori cui la specie umana fa riferimento nei suoi rapporti con le altre specie: non solo la vita di un essere umano ma perfino un qualsiasi oggetto inanimato, purché di proprietà di un essere umano, ha un valore infinitamente superiore a quello di un altro essere vivente.

Non trascurabili elementi antropocentrici sono ancora presenti perfino lí dove si supporrebbe al contrario la loro assoluta assenza, ovvero in quella particolare forza sociale progressista che è il movimento ambientalista. Alle esecrabili affermazioni della Chiesa Cattolica ad esempio Gianfranco Bologna, vice direttore del WWF italiano a suo tempo non ha trovato di meglio che rispondere: ´Ancora non hanno capito che spendere per gli animali e per l'ambiente significa spendere per far vivere bene l'uomoª (17). Ovvero una obiezione non di tipo morale bensí di tipo strettamente utilitaristico. In quest'ultimo contesto tuttavia si ritrovano atteggiamenti piú avanzati che pongono il problema del rapporto con le altre specie appunto su un piú elevato piano morale; e non a caso infatti fin dalla sua nascita il cosiddetto ecologismo è in rapporti molto stretti con un altro fondamentale movimento, quello pacifista, cui lo unisce un comune principio morale, quello, che già ho citato, del rifiuto della forza come elemento di diritto, rifiuto in cui io vedo, come ho già detto, il principio di base della civiltà. Ció che di nuovo c'è nel movimento ambientalista è l'estensione di questo principio all'intera biosfera, la sua universalizzazione: la scelta della non aggressione praticata non solo da parte del singolo gruppo umano sugli altri gruppi umani, ma anche da parte dell'intera umanità verso tutte le altre specie, il rigetto, ripeto, della forza acquisita negli ultimi millenni dalla specie umana, quale mezzo di dominio sull'intera biosfera terrestre. Sta forse qui la prima, ancora debolissima cellula della futura civiltà (18).

§4. L'arte. Vorrei ora concentrarmi su quel particolare settore del mondo intellettuale che è l'arte e domandarmi quanto di questi principi abbia trovato riscontro all'interno di essa. Alla luce di quanto già è stato detto è facile supporre che sia stato un riscontro ben scarso; e cosí è infatti.

Nelle arti visive, quando i soggetti scelti sono esseri viventi non umani, essi vengono trattati inevitabilmente o come elementi del paesaggio o in funzione allegorica. In un quadro notissimo, la Vucciria di Guttuso, un cadavere squartato appare in primo piano, esposto davanti a una bottega come una qualsiasi altra merce (si tratta, naturalmente, di un cadavere non umano). A volte i cadaveri di esseri viventi non umani sono anche stati utilizzati premeditatamente per realizzare immagini costruite in studio, per ottenere effetti grotteschi, di estremo cattivo gusto, come nell'opera fotografica Pensiero debole di Sebastiano Messina, in cui i cadaveri spennati di due polli sono stati posti in piedi davanti a una scacchiera, con i becchi spalancati, a mimare lo svolgersi di una partita (19). Sulla natura eticamente spregevole di simili operazioni (miranti per di più a un grottesco del tutto fine a se stesso, e dunque ancor più discutibile) mi pare superfluo ogni commento.

Un caso interessante è quello di Fulvio Magurno il quale realizzó nella prima metà degli anni '80 una serie di immagini fotografiche sui macelli in Italia (20). Perché interessante? Innanzi tutto perché è inevitabile, credo, una certa dose di perplessità di fronte a queste immagini, che è poi la perplessità che ogni forma d'arte puramente visiva non puó non generare in chi si aspetta di ricavare da essa una chiara posizione morale. Scrive Ken Damy:

´In tanti anni ho avuto occasione di visionare molte immagini e la cosa piú difficile è sempre stata quella di "capire" cosa veramente l'autore si era prefissato di ottenere, "capire" il significato della fotografia al di là del suo aspetto esterioreª (21).

Esiste una oggettiva debolezza dell'immagine (non solo fotografica) nel farsi carico dell'enunciazione di un sistema morale, e da ció consegue una inevitabile ambiguità, una intrinseca equivocità, che le arti visive si trascinano dietro da sempre. Nelle immagini di Magurno il cadavere mutilato di una mucca pende da un gancio davanti a una parete di piastrelle bianche sporche di sangue. Attorno a esso si affaccendano uno o piú uomini armati di grossi coltelli. Sono immagini in bianco e nero, realizzate in "low key", con chiaroscuri fortemente esasperati. La drammaticità che consegue da questo uso della luce ci dice qualcosa: stiamo assistendo a un atto di violenza, e ció che è appeso a quel gancio non è un inerte materiale ripreso nelle varie fasi della sua lavorazione, bensí la vittima di questa violenza. Ma c'è anche una costante, a volte invadente presenza umana con la quale, piuttosto che con la "vittima", l'osservatore viene spinto a dialogare. L'uomo, come nota lo stesso Ken Damy, è il soggetto di queste immagini. L'uomo visto nella sua componente piú bestiale? Qui entra in gioco la natura equivoca delle immagini, in alcune delle quali si ha la netta sensazione di percepire l'invito a vedere quasi con una sfumatura di simpatia gli esseri umani armati di coltello che vi appaiono. Stiamo dunque assistendo a un atto di violenza sí, ma allo stesso tempo anche a un fatto naturale, un fatto che rientra nell'ordine delle cose? Questa è l'interpretazione che lo stesso Ken Damy ci suggerisce:

´io preferisco rifarmi alla storia dell'uomo. Da sempre l'uomo per sopravvivere ha cacciato, ucciso e macellato mucche e cavalli, pecore e maiali, ed il rito è sempre stato lo stesso.

Spellare, squartare, suddividere in pezzi (da cui il termine macellare) per poter, mangiando, sopravvivere; è la legge della natura, della sopravvivenza, e fare del bieco moralismo non è saggio e non sarebbe produttivo.

Certo queste sono immagini che urtano e forse sarebbe meglio sempre pensare alle "buone e pacifiche mucche" in termini di succulente bistecche invece di vederle appese per le zampe, decapitate.

Ma d'altra parte queste fotografie (forse le uniche immagini prodotte da una società evoluta capibili anche da un uomo preistorico) documentano in maniera cruda un fatto reale, anche se preferiremmo non parlarneª (22).

Dopo aver presentato come necessità (uccidere per sopravvivere) ció che piú propriamente si puó definire una libera scelta (la specie umana, ricordiamolo, è onnivora, non carnivora) Ken Damy rifiuta ogni impostazione del problema su un piano morale opponendo piuttosto una passiva e aprioristica accettazione della "legge di natura", intesa qui più che mai come "legge del più forte". Allo stesso tempo però non nasconde il suo fastidio di fronte a queste immagini (´sono immagini che urtano (...) preferiremmo non parlarneª) e si dichiara tentato di ignorarne il contenuto, ovvero il selvaggio anello di congiunzione fra le ´buone, pacifiche muccheª e le bistecche cui evidentemente non ritiene sia il caso di rinunciare. Io credo che questo fastidio e questo desiderio di rimozione trovino una spiegazione nel riferimento finale alla comprensibilità di queste immagini da parte di un uomo preistorico. Poiché esse ci comunicano in altre parole il sussistere di un sistema morale che, dalla preistoria a oggi, non ha subito mutamenti molto drastici, ci precipitano insomma a contatto con la (tutt'ora preponderante) animalità della natura umana. Ecco perché urtano: urtano, per l'esattezza, quanti hanno la pretesa di negare tale componente, perché ce la mostrano, sia pure da un punto di vista ambiguo, in piena attività.

Passando alla letteratura, ho già citato Thomas Mann, e molti paiono essere d'accordo con lui, se è vero che quasi tutta l'arte parla sempre e solo del mondo umano, come se nient'altro esistesse nel cosmo, un orizzonte culturale chiuso e asfissiante che raramente si riesce a superare.

Certo, fra il cagnolino buttato con indifferenza giú da un treno in corsa nell'Idiota di Dostojevskij e la morte del cane Karenin in L'insostenibile leggerezza dell'essere di Kundera c'è una bella differenza. E ci sono notevoli eccezioni come Storie di Bestie di Bonaventura Tecchi (23); o anche l'episodio della vivisezione - purtroppo, di un preciso e cronachistico realismo - nel racconto La Pelle di Malaparte, da cui è doveroso citare un passo:

´Lungo le pareti erano allineate l'una a fianco dell'altra, come i letti di una clinica per bambini, strane culle in forma di violoncello: in ognuna di quelle culle era disteso sul dorso un cane dal ventre aperto, o dal cranio spaccato, o dal petto spalancato.

Sottili fili di acciaio, avvolti intorno a quella stessa sorta di viti di legno che negli strumenti musicali servono a tender le corde, tenevano aperte le labbra di quelle orrende ferite: si vedeva il cuore nudo pulsare, i polmoni dalle venature dei bronchi simili a rami di un albero, gonfiarsi proprio come fa la chioma di un albero nel respiro del vento, il rosso, lucido fegato contrarsi adagio adagio, lievi fremiti correre sulla polpa bianca e rosea del cervello come in uno specchio appannato, il groviglio degli intestini districarsi pigro come un nodo di serpi all'uscir dal letargo. E non un gemito usciva dalle bocche socchiuse dei cani crocifissi.

Al nostro entrare tutti i cani avevano rivolto gli occhi verso di noi, fissandoci con uno sguardo implorante, e al tempo stesso pieno di un atroce sospetto (...)

"Perché questo silenzio?", gridai, "Che è questo silenzio?".

Era un silenzio orribile. Un silenzio immenso, gelido, morto, un silenzio di neve.

Il medico mi si avvicinò con una siringa in mano: "Prima di operarli", disse, "gli tagliamo le corde vocali".ª

Ma quelli che ho citato sono casi isolati, all'interno di una cultura "elevata" chiusa nel suo asfittico e miope orizzonte umanistico e che ben pochi segni ha dato fino a oggi di volerne uscire, perfetta portavoce di una umanità narcisisticamente e ciecamente impegnata a parlare soltanto di se stessa a se stessa.

Trarró ancora dalla letteratura un ulteriore esempio ed esattamente da un autore senza dubbio progressista quale è Vincenzo Consolo nel cui romanzo Retablo una preziosa statua viene buttata in mare per alleggerire una barca durante la tempesta, poiché ´Prima viene la vita, quella umana, sacra, inoffendibile, e quindi viene ogni altro: filosofia, scienza, arte, poesia, bellezzaª (24). È l'enunciazione della superiorità dei valori etici (´la vitaª) rispetto a quelli dell'universo intellettuale, ma subito Consolo si sente in dovere di precisare: ´quella umanaª, la vita umana, a esclusione dunque di altre, inferiori e pertanto escluse da questa priorità nei confronti di una, sia pur pregevole, pietra sagomata.

Rivolgiamoci ora a una forma d'arte minore quale è la letteratura di genere. Ecco la conclusione del romanzo City di Clifford D. Simak:

´Ma il veleno voleva dire uccidere e non si uccideva più.

Nemmeno le pulci si uccidevano, e sì che rappresentavano, soprattutto per i Cani, una grande afflizione. Nemmeno le formiche, anche se le formiche minacciavano di scacciare gli animali della Terra dal loro mondo.

Da cinquemila anni almeno non si uccideva più. L'idea di uccidere era stata sradicata dalla mente delle creature, di tutte le creature.

Ed era meglio così, pensò Jenkins. Meglio perdere un mondo che ritornare all'eccidioª (25).

Dunque un riconoscimento del valore della vita esteso a ogni forma vivente. E un analogo concetto morale troviamo enunciato - uscendo per un momento dal contesto di cui sto parlando - ancora piú in "basso", in alcune rubriche apparse fra la fine degli anni '80 e i primi anni '90 sulle pagine di un settimanale a fumetti per ragazzi come Topolino: concetti che presuppongono un sistema morale infinitamente piú avanzato di quello che la cultura "elevata" ha saputo fare proprio (26).

Ed eccoci cosí giunti alla conclusione di questo discorso, che ci conduce, fra l'altro, a disgiungere i concetti di civiltà e cultura, ad affermare che la seconda non conduce necessariamente alla prima e che non necessariamente la prima presuppone la seconda. E ad affermare infine che la civiltà, ben lungi dall'essere un semplice accumulo di know how, è uno stato dello spirito da cui la specie umana rimane ancora (non diversamente dalle altre), tragicamente spesso, miseramente sempre, lontana.

 

Note.

(1) Quanto ho fin qui esposto è desunto da: Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti, Origini di Storie Feltrinelli, Milano, 1994, pp. 247-251. Le frasi fra virgolette sono citazioni letterali. Si veda anche: Stephen Jay Gould, L'evoluzione della vita sulla Terra, in Le Scienze n. 316, dicembre 1994.

(2) Vittorio Mathieu, La natura? Così è divina. in Il Giornale 25 - 10 - 1992.

(3) Bruno Monterosso, Biologia per le scuole medie superiori, Società Editrice Internazionale, Torino, 1946, p. 113. E' interessante notare l'affinità fra questo brano tratto da un testo scientifico contemporaneo e un arcaico brano letterario: il primo stasimo (il cosiddetto "Inno all'uomo") dell'Antigone di Sofocle. O ancora l'affinità con questa scatenata apologia autoelogiativa dell'uomo che traggo da un testo di argomento esoterico: ´L'uomo è cosmico, concreatore, concelebrante: costruisce, ordina, sacrifica; è protagonista assoluto dell'Universo, il quale è il riverbero del sogno della Mente divina...ª (Guglielmo Marino, Esoterismo e Divina Commedia, Edizioni Avatar, Como, 1995. La citazione è tratta dal catalogo della Casa Editrice).

(4) Richard Dawkins, Vuoti nella mente, in: AA.VV., Il progetto grande scimmia, Theoria, Roma, 1995, p. 96.

(5) Jared Diamond, Il terzo scimpanzé, in: AA.VV., Il progetto grande scimmia, cit., pp. 105 e segg.

(6) Thomas Mann, Doctor Faustus, Mondadori, Milano, 1949. Le citazioni sono tratte dalla conclusione del cap. XXVII.

(7) La citazione integrale di un qualsiasi libro di Storia, sia pure di un edulcorato manuale scolastico, sarebbe necessaria e sufficiente a motivare questa affermazione. Mi limiterò a citare un singolo episodio, accaduto nel V sec. d. C., che traggo dalla Storia della filosofia occidentale di B. Russell: ´San Cirillo (...) era un uomo dallo zelo fanatico. Approfittò della sua posizione di patriarca per incitare ai pogrom contro la vastissima colonia ebraica di Alessandria. Il suo principale titolo di notorietà è il linciaggio di Ipazia, una donna di gran riguardo che, in un'epoca bigotta, aderiva alla filosofia neoplatonica e dedicava le sue facoltà intellettuali alla matematica. Ella venne "tratta giù dalla sua carrozza, denudata, trascinata fino alla chiesa e inumanamente macellata per mano di Pietro il Lettore e di una folla di fanatici selvaggi e spietati: la sua carne fu strappata dalle ossa con taglienti conchiglie d'ostrica, e le sue membra, che ancora si agitavano, furono gettate nelle fiamme. Il dovuto corso dell'inchiesta e della punizione fu arrestato mediante doni tempestivi". Dopo di che, Alessandria non fu più turbata dai filosofi.ª

Non a caso c'è stato chi ha sostenuto l'affinità degli scimpanzé con la specie umana notando che anche presso di essi si praticano attività come la guerra e lo stupro.

(8) Da una intervista al compositore Iannis Xenakis contenuta in: AA. VV. Xenakis, EDT, Torino, 1988, p. 65.

(9) Tanto per fare un esempio, ancora nel '900 in molte rappresentazioni popolari del sistema solare le proporzioni fra le dimensioni dei pianeti vengono distorte in modo da far apparire la Terra come il pianeta più grande. Fra esse cito quella di un opuscolo di educazione religiosa popolare edito dalla Curia di Viterbo nel 1930 (riportato in: Sergio Vaghi, I padroni dell'astronomia, su Sapere n. 819, giugno 1979) e Paolo Colombo, Vocabolario della lingua italiana, Capitol, Bologna, 1967, Tav. IX a fronte di p. 448. Grazie a quest'ultimo rimasi per molti anni convinto di abitare sul più vasto e importante dei pianeti. Il geocentrismo, insomma, se è morto, è morto solo nei trattati di astronomia.

(10) Significativo è il fatto che lo stesso giorno parlai con la figlia di quest'uomo, una bambina di 6 anni, e le udii esprimere concetti del tutto opposti. In particolare ella paragonó (sostenendo per di piú il suo discorso con una irreprensibile concatenazione logica degli argomenti) le sofferenze degli esseri umani a causa delle guerre e dei terremoti a quelle causate dagli umani agli altri esseri viventi. Argomentó che gli uni come gli altri erano costretti a morire contro la loro volontà e che dunque era ingiusto che morissero. E' un discorso molto meno ingenuo di quel che sembra poiché esso presuppone il riconoscimento di un valore assoluto (in negativo ovviamente) della sofferenza, del tutto indipendente dalla natura del soggetto che la prova; esso presuppone in altre parole la piena considerazione dell'altro come di se stesso. Non so immaginare un concetto morale piú alto; ed aggiungo che non è la prima volta che mi trovo di fronte a bambini che riescono a esprimere una maturità e una profondità morale molto piú elevata degli adulti che li circondano.

(11) Daniele Bovet, La memoria nei piccoli roditori, in Le Scienze, n. 1, settembre 1968.

(12) Poco importa qui che i dati di partenza non siano assiomi autoevidenti ma fatti desunti dall'esperienza, poiché il modo in cui si è giunti a essi non altera la natura del processo logico che sui medesimi viene effettuato.

(13) L'allusione è alla ben nota sequenza di 2001, Odissea nello Spazio. L'immagine dell'osso è da intendersi ovviamente come metafora.

(14) Domenico de Rio, I peccati di fine millennio, in La Repubblica 17 - 11 - 1992

Anonimo, Nessun rispetto per gli animali, in La Repubblica 17 - 11 - 1992

Anonimo, Il proibito e il lecito, così oggi parla la Chiesa, in Il Giornale 16 - 11 - 1992.

È da rimarcare il fatto che tali affermazioni vengono da una istituzione la quale ritiene evidentemente lecito dedicare ingenti risorse, piuttosto che ´ad alleviare le miserie degli uominiª, ad erigere enormi e fastosi edifici di culto, i cui marmi pregiati, i cui arabeschi, le cui stesse, spesso immense, dimensioni non rispecchiano certo, neppure da lontano, gli ideali di povertà e umiltà che il cristianesimo ha, alle sue origini, enunciato.

(15) Richard Dawkins, cit., pp. 95 e segg.

(16) Ho smarrito la rivista in questione, dovrebbe comunque trattarsi di un numero di Argos o Quattrozampe uscito nel secondo semestre del 1991.

(17) Anonimo, Nessun rispetto per gli animali, cit.

(18) In questo ambito credo meriti di essere citata la recente proposta di un gruppo di etologi, biologi, filosofi e giuristi tendente a estendere il concetto di persona (intesa come individuo capace di autocoscienza, apprendimento e affettività), e dunque i diritti umani, alle scimmie antropoidi, le quali è noto già da tempo che rispecchiano queste caratteristiche. Gli argomenti che sostengono tale proposta sono contenuti nel libro collettivo Il progetto grande scimmia, sopra citato, dalla prefazione al quale, firmata dai curatori del volume, Paola Cavalieri e Peter Singer, traggo il seguente passo: ´Questo libro argomenta che nel tracciare il confine di questa sfera dell'eguaglianza morale non dobbiamo mettere l'accento sul fatto che siamo umani, ma piuttosto sul fatto che siamo esseri intelligenti dotati di una ricca e diversificata vita sociale e emozionale. (...) abbiamo oggi circa le capacità degli scimpanzé, dei gorilla e degli oranghi informazioni sufficienti a rendere evidente che il confine morale che tracciamo fra noi e loro è indifendibile. Sono dunque maturi i tempi per estendere la piena eguaglianza morale a membri di altre specie, e gli argomenti per farlo sono schiacciantiª. In realtà molti di coloro che hanno dato il loro contributo a questo volume ritengono che ben al di là del contesto delle grandi scimmie antropoidi vada esteso il confine dell'eguaglianza morale. La ragione per cui il libro si ferma a esse, compiendo dunque un discorso molto parziale, sta (come disse P. Cavalieri in una intervista trasmessa da Radio 3 il 6 marzo 1995) nella estrema difficoltà di raggiungere un tale obiettivo o anche solo di parlare di tali argomenti allo stato attuale. Purtroppo non è facile darle torto.

(19) pubblicata su Foto & Dintorni, anno 3 n. 1, Febbraio 1995, pag. 19.

(20) Ken Damy, Fulvio Magurno, in: Progresso Fotografico, anno 91 n. 10, ottobre 1984, pag. 76 e segg.

(21) idem, pag. 76.

(22) idem, pag. 76.

(23) Fjodor Dostojevskij, L'Idiota, Einaudi, Torino.

Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, Adelphi, Milano, 1985.

Bonaventura Tecchi, Storie di Bestie, Bompiani, Milano, 1966.

(24) Vincenzo Consolo, Retablo, Sellerio, Palermo, 1987.

(25) Clifford D. Simak, City (Trad. ital.: Anni senza fine, Mondadori, Milano, 1953).

(26) Ancora nell'ambito del fumetto (non d'autore) ho di recente letto una storia il cui argomento è una battuta di caccia all'elefante narrata dal punto di vista dell'elefante (Ferrari - Ottolini, Caccia al dominante, in Lancio Story, anno XX - n. 42, 24 ottobre 1994). Notevole è la scelta narrativa del finale, reso attraverso un monologo interiore dell'elefante.

 

 

E questo sarebbe tutto, se non fosse per due ultimi, recentissimi episodi che non credo si possa fare a meno di riferire, insieme a un vecchio fatto di cronaca che a essi si puó ricollegare.

30 maggio 1996. Sono in viaggio con mia moglie verso sud sull'autostrada Roma-Napoli. Vedo un cane disteso in mezzo alla strada, ho il dubbio che sia ancora vivo, mi fermo. Torno indietro a piedi lungo la corsia di emergenza; cerco di raggiungere il cane ma non è facile: il traffico è intenso e nessun altro si ferma, nessuno rallenta; alcuni fanno perfino dei gesti spazientiti verso di me: i miei tentativi di soccorrere il cane li infastidiscono, li intralciano nell'unica cosa che li interessi, continuare a correre indifferenti a tutto, perfino a chi sta morendo. Finalmente riesco a raggiungere il cane e a trascinarlo in fretta sul margine della strada: avevo ragione, è ancora vivo, ma sta già agonizzando. A intervalli regolari contrae la bocca con un movimento secco e meccanico, e tiene gli occhi fissamente spalancati, come se non riuscisse piú a vedere nulla (e probabilmente è davvero cosí).

Pochi giorni dopo, a Messina, avviene sotto i miei occhi la seguente scena: un'auto investe due pedoni scaraventandoli a terra. L'auto si ferma (deve farlo: gli investiti hanno il difetto di non essere cani o gatti, ma uomini, dunque in grado di prendere il numero di targa, sporgere denuncia...), nessuno degli occupanti peró scende, nessuno soccorre gli investiti che, lentamente, devono rialzarsi da soli. Intanto, dietro l'auto investitrice, altri automobilisti cominciano a pestare sui clacson: l'auto ferma in mezzo alla strada impedisce loro di proseguire; a nessuno importa nulla del perché sia ferma. Anche da queste auto nessuno scende, nessuno si pone il problema di aiutare i due che sono a terra. I quali infine riescono a rialzarsi; l'auto investitrice accosta allora al marciapiede. Solo a questo punto gli occupanti scendono. Investitori e investiti, benché questi ultimi siano un po' malconci, cominciano a litigare, mentre attorno a loro si raduna subito una piccola folla di passanti che, dopo aver assistito all'incidente, non vogliono perdersi lo spettacolo del litigio; gli spettatori ridono e si scambiano battute. Non aggiungo altro, mi pare sufficiente.

Questi episodi mi hanno riportato alla mente il ricordo di un fatto di cronaca avvenuto alcuni anni fa: una sera, non ricordo su quale autostrada, una donna fu investita e uccisa da un'auto, il cui conducente non si fermó. Il cadavere rimase riverso in mezzo alla strada, e successivamente investito ancora da varie altre auto durante la notte. Nessuno si fermó, e solo la mattina dopo il cadavere, o quel che ne restava, fu raccolto.

Questi ultimi due fatti, del tutto interni alla specie umana, mi inducono a credere che il "semplice" abbattimento dell'antropocentrismo non basti, perché, come la cronaca per quanto riguarda il presente, e la Storia per quanto riguarda il passato, ci mostrano, non solo la vita dei membri di un'altra specie, ma perfino la vita del proprio simile (di colui cioé che già a livello di senso comune è riconosciuto senziente) - benché astrattamente sancita ormai da tutte le legislazioni - per gran parte degli esseri umani non ha nei fatti alcun valore.

Qualche tempo fa il regista Silvano Agosti, durante un paio di conversazioni con me definí con grande entusiasmo l'umanità "un branco meraviglioso". Chissà cosa egli vede di meraviglioso in tutto questo? O forse, dall'ovattato sottosuolo del suo cineclub, semplicemente, non vede (*).

Io non trovo in tutto ció che ho descritto alcuna ragione per essere ottimisti.

 

 

 

(*) Questa affermazione, essendo riferita a un regista che in molte sue opere ha mostrato di possedere una acuta consapevolezza delle storture che caratterizzano l'agire della specie umana, necessita una spiegazione. Io credo che egli attribuisca tutta la negatività di cui si è mostrato attento testimone (ad esempio in film come Prima del Silenzio) al potere, cui egli ritiene di poter contrapporre l'umanità. Ciò che non vede è, mi pare, l'identità umanità-potere, il fatto che l'una plasmi l'altro a propria immagine e somiglianza, e ne sia a sua volta plasmata. Per usare una metafora forse un po' banale ma appropriata: se gli uomini fossero davvero gli angeli che Agosti crede non accetterebbero di essere governati da demoni. Ma Adolf Hitler fu regolarmente eletto, e Ipazia (vedi sopra, alla nota 7) fu macellata non da un prete solitario ma da un folto nugolo di persone, dalla gente: dall'umanità.