La Casa di Gondrano
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Il laboratorio

 

Racconta come se tu fossi lui

(terza parte)

Nuova famiglia per Nik, legato e gettato in strada
(primo racconto)

Rielaborazione da un fatto di cronaca accaduto recentemente

Ho un brutto ricordo della mia infanzia e ora ve la racconterò...

Era una giornata nuvolosa, stavamo tornando da una gita molto bella, quando il mio padrone mi mise sul sedile davanti.

Io cominciai a scodinzolare dalla felicità, ma lui non aveva voglia di farmi divertire o di accarezzarmi; infatti aveva il viso scuro, sembrava arrabbiato con me... ma io non avevo combinato nulla di particolare. Avevo paura che mi volesse fare del male, ma mi rassicuravo fra me e me: "Stai tranquillo, ti ha sempre voluto bene", e allora ricominciai a scodinzolare: "Forse", mi dicevo," è solo stanco".

Ma quando il guidatore disse: "Dai, fallo e basta", capii che voleva davvero farmi del male!

Cominciai a tremare, per la prima volta, di terrore.

Cercai di liberarmi dalle sue mani, ma strinse la presa e allora mi rassegnai.

Non tremavo più, ma avevo ancora una paura folle.

In quel momento, il mio crudele padrone prese dalla tasca dei pantaloni qualcosa che non riuscii a vedere. Sentii un dolore lancinante all'orecchio destro e cercai di scappare, ma provocai solamente l'aumento del dolore e allora mi misi a guaire.

Qualcuno mi tappò la bocca; quindi, dovevo soffrire in silenzio.

Quando ebbe finito, sentii qualcosa di caldo percorrermi il muso: era sangue.

Continuai a sentire dolore.

Dopo questa tortura, il mio crudele padrone prese una cintura e mi legò per bene le quattro zampe insieme.

Abbassò tutto il finestrino e io mi sentii cadere sulla strada: ora non avevo più un padrone!

Guaivo, ma nessuno mi sentiva, e allora rimasi lì, sul ciglio della strada, al freddo...ma anche dentro di me sentivo freddo, ero molto triste.

Rimasi lì per non so quanto tempo, vedendo le auto sfrecciarmi davanti monotone; non vedevo altro che auto, auto, auto. Avrei desiderato vedere qualcos'altro, ma no, sempre auto.

Ad un certo punto, un'auto si ferma, ne scende un ragazzo che si avvicina a me lentamente e cautamente, cercando piano piano di liberarmi.

Appena libero, tento di scappare, ma poi capisco che l'uomo non è come il mio vecchio padrone e allora mi faccio avvicinare e portare via...

La ragazza seduta vicino all'uomo mi fece giocare per tutto il viaggio.

Non sapevo dove stessimo andando, ma lo scoprii presto: al canile, dove mi curarono per bene e ora sto una favola.

Che stanchezza! Ora devo proprio andare. Devo mangiare.

Serena Fumagalli, 1° media - Scuola media statale Volta di Robbiate (LC)


Un suggerimento per una ricerca in classe

«Non sapevo dove stessimo andando, ma lo scoprii presto: al canile, dove mi curarono per bene e ora sto una favola.»

Il racconto si conclude così. Ma quale è la realtà dei canili? Quanti sono come quello immaginato da Serena? Quanti sono dei veri luoghi di accoglienza per i "migliori amici dell'uomo" e quanti invece sono il luogo delle loro ultime, estreme sofferenze? E perché?
Invitiamo i ragazzi a cercare una risposta a questa domanda.

Maria Grazia Ferrario