Cosa può accadere se, uscendo dal bosco di castagni, un cinghiale e il suo piccolo si trovano di fronte un uomo e il suo bambino?
Il cucciolo di uomo e quello di cinghiale si avvicinano, si scambiano qualche gesto amichevole e giocoso: imparano così a non avere paura l'uno dell'altro.
L'uomo, il quale per tutta la notte è andato a caccia del cinghiale adulto che gli ha rovinato le colture, è a terra, impossibilitato a muoversi a causa di una caduta, e per di più col fucile senza cartucce. Il cinghiale non ne approfitta e rinuncia a caricare. Se ne va, lanciando uno sguardo all'uomo e al bambino.
E' l'alba, e il canto dell'allodola sembra evocare una armonia ritrovata, tra l'uomo e suo figlio e tra l'uomo e l'animale, quello che per lungo tempo è stata la sua "ossessione", una sorta di Moby Dick trasposto dagli immensi, quasi cosmici spazi degli oceani al microcosmo sommesso di una piccola famiglia.
Da entrambi l'uomo ha imparato qualcosa, che non dimenticherà. Abbandonerà i silenzi e le assenze nei confronti del figlio, nati dal suo chiudersi nell'angoscia per la recente morte della moglie, forse metterà una rete intorno al suo terreno, come semplicemente aveva pensato il bambino, per impedire al cinghiale di avvicinarsi, e lascerà in un angolo il fucile.
E in questa situazione così fuori dal tempo e dallo spazio, tornando a casa, anche il bambino rinuncerà a tagliare l'abete che tanto aveva desiderato per il Natale ormai vicino.
L'albero è piccolo…si lascerà lì, nel bosco, e al suo posto… "Faremo il presepe", dice il padre, avendo come risposta il sorriso pieno di gioia del figlio.
E' tutto qui il breve romanzo "L'allodola e il cinghiale" di Nico Orengo. Scritto in un linguaggio semplice, essenziale, che al tempo stesso non diviene mai povero ma che anzi sfuma a tratti nella vera poesia (e l'autore è infatti anche poeta), il libro tocca con mano leggera e profonda un ampio ventaglio di riflessioni: sul rispetto che si deve a tutti gli esseri viventi, sulla funzione (utopistica?) della famiglia come luogo di affetti e ricordi, di un tempo scandito dai piccoli "riti" quotidiani, sull'importanza di ciò che è ormai troppo spesso accantonato, considerato desueto (a torto? a ragione?): lo spirito di sacrificio, la capacità di rinuncia.
Chi nel libro è il portatore di questa molteplicità di riflessioni è Marco, il bambino, e non a caso. I bambini sono fra gli esseri umani i più vicini al mondo vivente non umano, alla natura, che percepiscono in forma istintiva e dunque immediata, riuscendo spesso a instaurare con gli animali, quando sono lasciati liberi di sprigionare questa loro naturalità, un rapporto diretto che agli adulti risulta sconosciuto, anzi smarrito. E che questi ultimi cercano di ritrovare attraverso le forme mediate della conoscenza scientifica: lo studio degli ecosistemi, l'etologia.
Nico Orengo ci riporta dunque a una percezione semplice e diretta: quella che guida l'incontro fra un cucciolo umano e un cucciolo di cinghiale, i quali non hanno bisogno di parole per comunicare, né di conoscenza per comprendersi. Nel momento in cui la caccia sta per avere un esito tragico per l'uomo, i due "cuccioli" si frappongono, non intenzionalmente, fra gli adulti:
"Il cinghiale aveva abbassato la testa, stava per caricare. Fra le gambe si intrufolò il piccolo che corse verso Marco. Lui allora gli allungò una mano, cercandogli il muso.
Il tempo per un istante si fermò. Il padre abbassò verso terra l'arma inutile. Il cinghiale guardò l'uomo a terra, poi guardò il piccolo e Marco: il ragazzo gli stava facendo il solletico con una foglia di leccio. Il cinghiale grugnì e diede un colpo di muso sul sedere del piccolo. Lo fece voltare poi lo spinse verso la boscaglia. Il cucciolo s'incamminò, fermandosi a raccogliere qualche ciliegia. Fu allora che il cinghiale adulto si girò a guardare Marco e il padre. Fu uno sguardo breve, poi il cinghiale e il piccolo sparirono nella boscaglia".
Poche righe e pochi gesti in cui Orengo racchiude la saggezza primigenia di questa vicinanza innata di cui lo stadio adulto della vita sembrerebbe essere il sepolcro ma della quale rimane in ognuno un embrione: sempre più nascosto con l'appassire dell'infanzia, spesso inerte ma raramente morto. E che a volte un piccolo, diverso, tocco del mondo può far imprevedibilmente riaffiorare.
Nel proporre una realtà diversa da quella di ogni giorno, un'atmosfera incantata, quasi da fiaba, soprattutto nella dolcezza del finale, Orengo si distanzia dai ben diversi i fatti che vediamo, sentiamo, leggiamo ogni giorno. Ma nel far ciò non cade né nella vuota evasione, né nella zuccherosità del sentimentalismo; piuttosto nega a quei fatti che sono il nostro presente il diritto e il potere di annientare nei lettori, adulti o ragazzi che siano, la speranza che quella descritta nel racconto sia un po' la realtà del loro domani, se non del loro oggi.
Maria Grazia Ferrario
Filippo Schillaci
20 settembre 2004
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Nico Orengo, L'allodola e il cinghiale, Einaudi, Torino, 2001
Nota per gli insegnanti
Il libro, pur non rientrando specificamente nella letteratura "per ragazzi", è molto adatto ad essere proposto nella scuola media e negli ultimi anni della scuola elementare, sia per gli argomenti di dialogo e riflessione che se ne possono trarre, sia perché, potendosi leggere in un'ora appena, è facile da accostare anche da parte di chi dedica poco tempo alla lettura.
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