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L’antispecista impossibile e l’antispecismo possibile (Testo sintetico)
Nel mio articolo apparso sul n. 2 della Veganzetta avevo fatto riferimento brevemente ai limiti di cui soffre un’impostazione dell’antispecismo in termini di filosofia morale. Su questo passo la redazione aveva espresso il suo dissenso. Proverò ora a sviluppare questo tema e motivare meglio quella affermazione.
Il centro del discorso è costituito dalla grossa differenza fra ciò che Marco Maurizi in un suo scritto di qualche anno fa chiamava antispecismo metafisico e antispecismo storico [1]. L'antispecismo morale-metafisico, nel credere che l’evoluzione del pensiero determini i fatti della Storia, presuppone che l'uomo sia un animale morale ma non è così: l'uomo al più è, come tutti gli animali sociali, un animale culturale, dove il suo essere tale si concretizza nel formulare modelli di cultura, ovvero visioni del mondo che hanno lo scopo di giustificare a posteriori il suo agire. Lo specismo è il più evidente e, oggi, generalizzato di questi modelli. Questa è la visione in cui si colloca l’antispecismo storico.
L'adesione al modello culturale del proprio gruppo da parte di un individuo è acritica e prescinde dal valore di ogni argomento contrario. Ecco perché i pur buoni, ottimi, eccellenti argomenti dell'antispecismo morale sono inefficaci: fanno appello alla ragione, non all'istinto di gruppo che è e rimane più forte perché, in un animale sociale, è fortemente legato al vero e unico scopo di ogni sua azione: la conservazione della propria struttura, a sua volta fortemente legata alla conservazione della struttura del gruppo. Ciò spiega fra l’altro certe apparenti assurdità comportamentali di molti ambienti “alternativi”, fra cui quelli che si occupano della questione animale. Soffermiamoci un momento su di esse.
La prima cosa che si nota in ciascuno di tali gruppi è un certo insieme ben definito e immutabile di modalità di comportamento: la manifestazione, le mail di protesta, la petizione, il presidio, la riunione e poco altro. Ogni azione inoltre è chiusa in sé, non relazionata alle altre da qualsiasi cosa che possa chiamarsi programmazione, piano a medio-lungo termine, metodo. Tutto appare guidato da un perenne agire a caso, improvvisando, oggi qui, domani altrove, ripetendo sempre gli stessi schemi, indipendentemente dal fatto che siano risultati o meno efficaci. E’ facile cadere nell’errore di attribuire tutto ciò a una generalizzata ottusità; è invece necessario mettersi alla ricerca del movente che spinge l’ “attivista” a essere tale, movente in cui, nonostante quanto egli crede in perfetta buona fede, il cosiddetto “animale” ha un ruolo tutt’altro che centrale. Cose come presidi, manifestazioni, e incontri vari hanno la stessa valenza che il compositore John Cage attribuiva ai concerti: happening e nient’altro, in cui il fatto di ascoltare musica è un semplice pretesto. Se interpretiamo allo stesso modo le iniziative “animaliste” tutto quadra, compreso il fatto che costoro spesso diano all’esterno una pessima immagine di se stessi – e, cosa ben più grave, delle idee che propugnano –. Tale immagine, così come l’immancabile inefficacia dell’azione, è un dettaglio irrilevante. L’unica cosa che conta è esserci, e l’unica immagine che conta è quella che si dà agli altri partecipanti all’happening. L’azione, in altre parole, è tutta rivolta all’interno del gruppo. Le modalità di azione vengono ripetute ogni volta sempre uguali, indipendentemente dalla loro (in)efficacia, perché esse definiscono l’identità del gruppo, che è l’unica cosa che conta. La persistente mancanza di risultati non lede il prestigio del capo di turno (c’è sempre un capo di turno) perché non è il gruppo a fare le spese della cronica sconfitta. Un punto determinante è infatti il fatto che l’antispecismo è un movimento di liberazione che non tende alla liberazione di se stesso ma di qualcun altro. Il suo scopo dichiarato è cioè esterno al gruppo e non correlato con lo scopo reale, fisiologico di ogni organismo, biologico o sociale: perdurare. L’antispecismo morale in altre parole presuppone l’esistenza di un qualcosa chiamato altruismo per il quale non esiste una sede biologica nel cervello di nessun essere senziente.
L'antispecismo storico, al contrario, nel cercare di individuare le leve su cui agire tiene conto delle dinamiche sociali che legano l’individuo al proprio gruppo e che determinano il comportamento di quest’ultimo. Questa idea di antispecismo in realtà non parte dall’antispecismo bensì da un modello di società umana compatibile con esso. Tale modello oggi lo troviamo nel movimento per la Decrescita e più esattamente nel concetto di società del bene comune da esso sostenuto: l’unico modo che ho per agire a mio vantaggio è agire per il bene di tutti. Ma tutti chi? Le idee della Decrescita sono allo stato attuale racchiuse entro un orizzonte prevalentemente umano, tuttavia l’accentuata sensibilità ecologista che la caratterizza crea un terreno fertile per innestarvi il concetto successivo: quello dell’interdipendenza di tutte le cose all’interno della biosfera. Se ogni cosa dipende da ogni altra non può essere posto un confine all’idea di bene comune ed ecco dunque formulata la necessità di includere in essa le forme viventi non umane, senza bisogno di ricorrere a fantasiosi concetti "morali" come il cosiddetto altruismo, bensì ricorrendo semplicemente all’unica spinta che muove un organismo vivente, individuo o collettività che sia: la conservazione della propria struttura.
In conclusione l’antispecista puro, cioè formato su basi esclusivamente etico-morali, è una semplice astrazione metafisica priva di consistenza storica. L’antispecismo come forza sociale prima e modello culturale generalizzato poi, può realizzarsi, ma solo se inserito nelle reali dinamiche di formazione e funzionamento di un gruppo umano; solo tenendo conto di esse e “funzionando” con esse.
Filippo Schillaci
[1] M. Maurizi, Nove Tesi su Antispecismo Storico e Antispecismo Metafisico, in Rinascita Animalista, 20 marzo 2005
Questo testo è la versione sintetica di una più ampia riflessione avente lo stesso titolo e reperibile su questo stesso sito web.
Sulla relatività del concetto di impossibile
Partiamo col dire che le “nove tesi” esposte
da Marco Maurizi avrebbero bisogno di
una trattazione a sé, pertanto ci riserviamo
in futuro di dedicare all’argomento uno
spazio apposito, e per tale motivo ci vediamo
costretti ad affrontare la questione solo
parzialmente facendo riferimento diretto al
solo testo di Schillaci. Filippo scrive: "L’antispecismo
morale in altre parole presuppone
l’esistenza di un qualcosa chiamato altruismo
per il quale non esiste una sede biologica
nel cervello di nessun essere senziente."
Come per la questione Gilania e Kurgan ci
appelliamo al benefi cio del dubbio: siamo
sicuri che tale sede non esista? E con ciò ci
si addentra nel campo intricatissimo delle
neuroscienze, stiamo parlando dell’organo
umano che conosciamo meno in assoluto,
pertanto anche qui ci riserviamo di attendere
maggiori evidenze future per capire se
realmente una zona del genere nel nostro
cervello esista o meno, o possa svilupparsi
– o attivarsi - in seguito ad esperienze di
vita. Il discorso di Schillaci assomiglia un po’
a quello dell’antivivisezionismo scientifi co.
L’Animale non può essere preso a modello
per le esigenze umane, pertanto la vivisezione
è del tutto inutile oltreché crudele. E
se in futuro l’ingegneria genetica “producesse”
un Animale-chimera (ci stanno già
lavorando) in grado di rispondere perfettamente
alle esigenze della sperimentazione
che fi ne farebbe questa teoria? Quindi l’Antispecismo
metafisico a nostro parere non è
da scartare a priori. L’Umano può benissimo
essere definito un Animale morale, dipende
tutto da che morale viene presa in considerazione.
Anche in questo caso il discorso è
del tutto relativo dato che non esistono canoni
universalmente condivisi sul concetto
di morale: ciò che è morale per una persona
potrebbe essere immorale per un’altra.
Ma torniamo al testo di Schillaci: l’unico
modo che ho per agire a mio vantaggio è
agire per il bene di tutti. In estrema sintesi
questo sarebbe il concetto di Antispecismo
Storico. Più che di antispecismo, però, si sta
parlando di interesse di specie, di interesse di
parte, di visione egoistica, di opportunismo,
o nella migliore delle ipotesi, di utilitarismo.
Ma questo non è tutto ciò contro cui l’antispecismo
intende lottare? Se agiamo per la
liberazione degli Animali perché così, indirettamente,
anche noi ne traiamo dei vantaggi,
non continuiamo ad avallare – e a
perpetrare - la visione egoistica e specista che
ci ha portato ad essere ciò che siamo oggi?
In conclusione (ma solo per ora): forse sarebbe
opportuno valutare con un approccio diverso
quali sono le questioni sollevate dall’Antispecismo
Metafi sico e Storico, magari per
arrivare a capire che nessuno dei due concetti
è completamente giusto o completamente
errato. Nulla forse è veramente impossibile.
Adriano Fragano
Caro Adriano,
ti invio alcune osservazioni a proposito dei tuoi commenti ai miei due articoli pubblicati sul numero 1-2010 della Veganzetta: Verso un sistema federativo (pubblicato col titolo: Antenati antispecisti?) e quello presente in questa pagina.
Innanzi tutto mi sembra che ci siano in essi almeno due incoerenze logiche.
Nel commento al primo articolo scrivi: poiché non è certa l'esistenza delle società gilaniche bisogna argomentare facendo a meno di tale ipotesi. Nel commento al secondo articolo scrivi: poiché non è certa l'inesistenza di una zona del cervello sede dell’altruismo non possiamo escludere tale ipotesi dal nostro argomentare. L’incoerenza è così evidente che non sto a commentare. O l’una o l’altra, non credi?
Seconda incoerenza: nel commento al primo articolo spalanchi la porta all’ipotesi che lo specismo sia vecchio quanto l’uomo, aprendo una strada giunti in fondo alla quale non si è lontani dall'affermare che esso sia connaturato alla natura umana, cioè istintivo. Ciò è come dire che esso è radicato nel patrimonio genetico, ovvero immodificabile (che è poi la tesi degli specisti speculari, cui ti eri in passato fermamente opposto). Nel commento al secondo articolo sostieni con forza l’ipotesi che possa esistere un “uomo morale”. Ma come possa esistere a partire da cotanto patrimonio genetico rimane a questo punto tutto da chiarire.
Ci sono poi una serie di posizioni deboli su punti specifici. Innanzi tutto la questione gilania. Circa un anno fa ne avevamo discusso via mail, voi mi avevate espresso le vostre perplessità, mi avevate citato a sostegno di esse un certo numero di fonti e io, in una mail dell’1 aprile 2009, avevo risposto a esse in maniera dettagliata. Quella mail non ricevette da voi alcuna replica. Ora ritrovo nel tuo commento le posizioni da voi espresse prima di quella data mentre degli argomenti da me esposti in quella mail non trovo traccia. Che fine hanno fatto? Vedo che non sono stati recepiti ma constato che non sono stati nemmeno confutati. Semplicemente ignorati. Il che è l’ennesima replica di un vecchio copione di cui, nel teatrino animalista, sono stato per anni depresso spettatore.
Una volta di più, mi arrendo.
Ma non prima di averti rivolto per la seconda volta la seguente domanda, anch’essa rimasta a suo tempo senza risposta. La Veganzetta ha recensito favorevolmente il libro Un mondo sbagliato di J. Mason, che sostiene tesi estremamente vicine alle mie con argomenti molto simili. Cosa vi ha convinto negli argomenti di Mason che non vi ha convinto nei miei?
Passando al commento al secondo articolo, comincio col dire che trovo debolissimo, anzi davvero non pertinente il paragone fra il mio discorso e l’antivivisezionismo scientifico, se non altro per l’evidente ragione che, qualora questo fantomatico “animale morale” trovasse un giorno incarnazione nell’uomo, il concetto di agire per il bene comune funzionerebbe a maggior ragione piuttosto che esserne intaccato.
Sarà bene poi chiarire un po’ il significato della parola “morale” e del suo relativismo. Diciamo che una morale è un insieme di regole di comportamento ritenute “giuste” dal gruppo e che concorrono a definirne l’identità. Essa è dunque parte integrante del modello di cultura del gruppo, ovvero della visione che esso ha del mondo e della propria posizione nel mondo. E’ dunque dei modelli di cultura che bisogna, più propriamente, parlare. Sulla relatività di essi ci ha già detto tutto Ruth Benedict svariati decenni fa e non sarò certo io ad aver qualcosa da aggiungere. Ma non si comprende quale ruolo ha l’affermazione di questo relativismo nel contesto delle obiezioni che mi vengono rivolte visto che, se mai, tende a indebolirle: se i modelli culturali sono relativi (e lo sono) allora non è concepibile una morale universale.
Ancora peggio va con il seguito, ovvero con le obiezioni che rivolgi al concetto di azione per il bene comune. Tu infatti, commentando la mia frase: «l’unico modo che ho per agire a mio vantaggio è agire per il bene di tutti», scrivi: «In estrema sintesi questo sarebbe il concetto di Antispecismo Storico. Più che di antispecismo, però, si sta parlando di interesse di specie, di interesse di parte ». Di specie? Di parte? Ma immediatamente dopo la frase che hai citato non ho forse scritto: «Ma tutti chi? Le idee della Decrescita sono allo stato attuale racchiuse entro un orizzonte prevalentemente umano, tuttavia l’accentuata sensibilità ecologista che la caratterizza crea un terreno fertile per innestarvi il concetto successivo: quello dell’interdipendenza di tutte le cose all’interno della biosfera. Se ogni cosa dipende da ogni altra non può essere posto un confine all’idea di bene comune ed ecco dunque formulata la necessità di includere in essa le forme viventi non umane, senza bisogno di ricorrere a fantasiosi concetti “morali” come il cosiddetto altruismo, bensì ricorrendo semplicemente all’unica spinta che muove un organismo vivente, individuo o collettività che sia: la conservazione della propria struttura. »? Questa parte, in realtà fondamentale, mi pare che sia stata totalmente rimossa dal tuo commento. Quando dico “tutti” e lo dico in un contesto ecosistemico globale, peraltro irrinunciabile su basi oggettive ormai di palese evidenza, intendo ovviamente tutti gli esseri viventi della Terra. Ricordo a questo proposito che la lettera aperta che fu il mio primo contatto con Maurizio Pallante era centrata sull’improponibilità dell’idea di confine. E poi, ripeto, se qualcosa di “morale” entrasse un bel giorno a far parte del mondo reale l’idea di azione per il bene comune non potrebbe che esserne rafforzata.
Un’ultima osservazione a proposito dei riti espiatori dei cacciatori paleolitici. Anch’essi sono parte di un modello di cultura e come tali hanno lo scopo che ogni modello di cultura ha: giustificare le azioni compiute sul mondo reale. Su questo non c’è dubbio. Ma la loro esistenza in quel momento storico non implica un preesistente modello specista, anzi è vero il contrario. Ciò che qui importa non sono le degenerazioni successive cui essi possiamo ben ipotizzare che abbiano aperto un primo spiraglio bensì la preesistente visione del mondo che in quel momento storico ha fatto sentire la necessità di quei riti. Una visione in cui l’uccisione della vita non umana era evidentemente vista come crimine.
Filippo Schillaci
Da: Veganzetta, anno 4, numero 1
Estate 2010
Su Gondrano dal 26 luglio 2010
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