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Verso un sistema federativo (prima parte)
Ci siamo occupati di quale dovrà essere l’interfaccia fra una possibile società egualitaria e antispecista e un mondo esterno specista, espansionista e aggressivo, ma non ci siamo ancora occupati di come dovrà essere strutturata al suo interno una tale società.
La prima domanda è se fra i modelli di cultura del passato o fra quelli “marginali” del presente vi siano dei punti di riferimento che possano aiutarci. E qui sarà bene fare una premessa. L’antispecismo è nato nell’ambito di una disciplina quale la filosofia morale che prescinde da qualsiasi visione storica dell’agire umano. Le sue armi sono stati gli argomenti razionali volti a dimostrare lo status morale dell’essere senziente non umano; argomenti spesso molto solidi, sorretti dalle conoscenze scientifiche accumulatisi negli ultimi due secoli; argomenti difficilmente confutabili a lume di serena ragione e infatti, a quanto mi risulta, mai compiutamente confutati. Semplicemente, ignorati. L’errore è stato quello di supporre che il sistema morale, o altresì la ragione, abbia un qualsiasi ruolo nel determinare la direzione verso cui si rivolge una società umana. L’antispecismo morale era probabilmente una tappa necessaria, ma è oggi da superare perché incapace di produrre effetti sul mondo reale. Più di recente, autori come Jim Mason negli Stati Uniti e Marco Maurizi in Italia hanno portato avanti un approccio del tutto diverso, che potremmo chiamare storico-antropologico, consistente nell’indagare la genesi storica dello specismo visto come “contenitore” di ogni particolare sistema di dominio, sia sugli Animali che sugli Umani. Benché queste elaborazioni teoriche non abbiano ancora condotto ad alcuna ipotesi di progetto sociale, né vi sia alcun sintomo che ciò possa accadere in un prossimo futuro all’interno del contesto antispecista, sono esse la base di partenza per un tale progetto.
Quando dunque è nata la pratica del dominio e della crescita e quando, come sua giustificazione, è nata l’ideologia specista? Proviamo ad andare indietro nel tempo: al momento della rivoluzione industriale essa era già pienamente formata e fu ciò che consentì al nascente capitalismo di giustificare il suo operato; lo era nel rinascimento, quando giustificò l’avventarsi dei razziatori europei sulle Americhe e poi su Africa e Australia, e i genocidi di Uomini, Animali ed ecosistemi che ne seguirono; lo era nel medioevo e non ebbe bisogno dei copisti monastici per superarne l’eclisse culturale poiché anche nei periodi più bui, anzi soprattutto in essi, l’esercizio del dominio nel mondo reale non venne mai meno; lo era nella Roma antica, che del dominio fu forse la massima espressione dell’Occidente; lo era, sia pur in maniera non ancora così monolitica, nella cultura greca, la cui Storia è fatta di spade e non di libri; lo era infine nel popolo Kurgan che è alla radice di tutto questo e che a partire dal 4400 A. C. dilagò per l’Europa spazzando via tutto ciò che incontrava: sono i cosiddetti Indoeuropei, una società fortemente gerarchica e patriarcale di allevatori e razziatori, iniziatori di quel processo espansionista che abbiamo appena percorso a ritroso e che sta avendo oggi il suo compimento con la globalizzazione. I Kurgan, insomma, siamo noi. Fino a essi dunque la Storia nota non ci offre alcun appiglio. Ma prima? Ciò che i Kurgan spazzarono via era un insieme di piccole e pacifiche comunità neolitiche dedite all’agricoltura, sedentarie e stabili, residenti in piccoli villaggi senza fortificazioni e armi. Per definire il loro ordinamento sociale Riane Eisler coniò il termine gilania, dall’unione dei prefissi usati per indicare il femminile e il maschile, “gi” e “an”, tramite l’iniziale del vocabolo inglese “linking” (connessione) a indicare il ruolo egualitario che vi svolgevano i due sessi *. Queste società erano probabilmente l’ultima eco di uno stadio anteriore alla diffusione dell’agricoltura in cui l’Uomo viveva in piccole comunità dedite alla raccolta dei beni presenti spontaneamente in natura; era in grande prevalenza vegano e praticava solo saltuariamente la caccia. Il modello culturale di queste comunità era estremamente diverso da quello attuale: essi vedevano se stessi come parte dell’ecosistema dalla simbiosi col quale dipendeva la loro sopravvivenza. L’ecosistema a sua volta era visto come un insieme di comunità viventi con cui relazionarsi in un rapporto di reciproco rispetto. La caccia, quando era praticata, comportando un’uccisione, era sempre vista in maniera fortemente problematica, una problematicità risolta attraverso elaborati riti “espiatori” che la regolamentavano e in qualche misura tendevano, sia pur nella sfera del mito, a “rimediare” al male fatto. Erano dunque comunità di piccole dimensioni, di atteggiamento egualitario sia nei rapporti interni sia in quelli con la vita non umana che li circondava. La loro visione del mondo era orizzontale, tutte le parti di esso stavano su un unico piano e da pari a pari interagivano fra loro. Erano infine comunità numericamente stabili: l’espansione, la crescita, l’accumulo erano loro estranei. Siamo dunque giunti a un punto di riferimento valido: le società di raccoglitori del paleolitico. Ci si potrà domandare se un riferimento così remoto sia realisticamente proponibile, se un auspicabile futuro può affondare le radici in un così profondo passato. Vedremo che, nonostante il senso comune ci dica di no, una tale ipotesi è meno campata in aria di quanto possa sembrare.
Filippo Schillaci
[*] E’ significativo che queste società neolitiche vengano comunemente ed erroneamente definite matriarcali, ovvero dominate dalla componente femminile, e che non esista nei nostri linguaggi, in gran parte di origine indoeuropea, un termine che indichi un ordinamento egualitario fra i sessi.
Nota all’articolo
Come è nostra abitudine sottoponiamo al vaglio
dei lettori una serie di proposte derivanti
anche dai nostri collaboratori, di stimoli, di
riflessioni in modo da suscitare un dibattito o
un interesse diffuso. Non ci esimiamo però dal
fornire sempre e comunque la nostra visione.
Nello specifi co giustamente l’articolo sottolinea
il fatto che l’impianto teorico antispecista
è diffi cilmente confutabile con argomenti razionali.
Proprio per tale motivo in relazione a
questo scritto di Schillaci ci preme sottolineare
che in virtù di tale inattaccabilità preferiamo
agire con cognizione di causa e con elementi
inconfutabili, pertanto la questione Kurgan e
Gilania riteniamo sia da interpretarsi esclusivamente
come ipotesi e non come certezza o
dato acquisito. Se e quando si avranno chiare
prove dell’esistenza di tali accadimenti,
saremo lieti di accoglierne l’evidenza e farla
nostra. Fino a quando però il tutto rimarrà
nel campo delle ipotesi, preferiamo non considerare
tale questione proprio perché non è
a tutti gli effetti un fatto certo. Inoltre anche
se considerassimo reale l’esistenza nel passato
di un ordinamento sociale noto come Gilania,
ciò non risulterebbe decisivo per comprendere
se lo specismo sia dovuto ad accadimenti
socio-politici, storici o sia semplicemente connaturato
nell’Umano stesso. Infatti, basterebbe
considerare che le problematiche relative alla
caccia degli Animali, secondo quanto riportato
dall’articolo, erano risolte mediante riti
espiatori atti a rimediare al male fatto. Tutto
ciò è in effetti un chiaro embrione di pratica
religiosa ideata per poter ottenere un “perdono”
– in principio alla natura, poi a dei zoomorfi e
poi antropomorfi – per il male fatto. Di sicuro
un approccio per nulla positivo destinato a
permettere alla nostra specie di compiere ogni
sorta di nefandezze. Anche l’ipotesi Gilania
potrebbe quindi rivelarsi come una conferma
del fatto che lo specismo umano ha radici ancora
più lontane. Il problema pertanto pare
non risolversi, si sposta solo indietro nel tempo.
Adriano Fragano
Per la replica dell'autore vedi in coda all'articolo L'antispecista impossibile e l'antispecismo possibile
Da: Veganzetta, anno 4, numero 1
Estate 2010
Pubblicato col titolo Antenati antispecisti?
Su Gondrano dal 26 luglio 2010
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