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Come siamo e come sembriamo: lavorare sull’immagine dei vegani
Nota per il lettore: gran parte di questo articolo è ispirato, fino al limite, voluto e qui dichiarato, del plagio, all’articolo Come siamo e come sembriamo: lavorare sull’immagine dei cacciatori trentini *, di Ettore Zanon, cacciatore, giornalista ed esperto di comunicazione. Il fatto che per trovare concetti, sia pur specularmene, identici a quelli che volevo esprimere, io abbia dovuto saltare dall’altra parte della barricata, che io abbia cioè ritrovato le mie parole negli scritti di un avversario piuttosto che di un alleato, deve costituire per il lettore motivo di riflessione non meno dei concetti stessi.
Alcune settimane fa, passando per caso davanti a un televisore acceso udii un frammento di una trasmissione su Adolf Hitler. Se ne parlava ovviamente male, e fin qui tutto bene; gli venivano attribuite una serie di caratteristiche che formavano il quadro di un perfetto psicopatico, e fin qui nulla di strano. Ma alla fine di quell’elenco, come a volerne dare gli ultimi, coerenti ritocchi, udii che il dittatore veniva definito vegetariano e animalista. Entrambe queste cose, come sappiamo, sono false, ma qui è altro che ci interessa: il fatto che questi due attributi venissero aggiunti con il chiaro intento di completare un quadro da cui risultava la figura di un malato di mente.
Qualche tempo prima, alla radio, avevo udito un’intervista a due noti attivisti vegani. Il primo colpo fu vibrato dall’intervistatrice la quale suggerì che la scelta vegana è alternativa all’essere buongustai (se diventate vegani scordatevi di mangiar bene), le mazzate successive furono date dagli intervistati stessi che, in rapida successione, ci informarono che: diventare vegetariani - neanche vegani - è molto difficile (non provateci neanche se non avete la vocazione al martirio), i vegani vengono rifiutati dagli amici e dai familiari (vegano uguale: cent’anni di solitudine), che ai vegani dà fastidio se qualcuno accanto a loro mangia carne (vegano uguale: settario e intollerante ** ). Stop. Fermiamo il nastro, anche perché siamo ad appena tre minuti di intervista e ne abbiamo ancora per un buon quarto d’ora. E riflettiamo un po’ su questi due esempi. Il primo non meraviglia più di tanto essendo l’ennesima manifestazione del “come sembriamo”. Già un po’ più di meraviglia desta il secondo, se consideriamo che tutte queste cose sono state dette nell’intento di promuovere il veganismo. Il che deve farci riflettere su quanta goffaggine comunicativa caratterizza oggi il mondo vegano e in generale tutto ciò che orbita attorno alla cosiddetta “questione animale”.
La domanda è dunque: che opinione ha la gente comune del veganismo e di noi vegani? E come noi contribuiamo a costruire una più corretta opinione? La prima cosa da dire è che l’uomo comune ha una visione del suo rapporto col cibo fatta di molta astrazione e di poco vissuto. Anche i suoi rapporti più aggressivi con gli animali sono mediati (noi potremmo dire: falsati): così come il capriolo non è quello vero, incontrato nel bosco ma il “bambi” visto in televisione, la bistecca avvolta nel cellophane fa “rimuovere” il manzo macellato, che pure ne è l’origine. In questo mondo di astrazioni ha buon gioco il comunicatore “di sistema” a introdurre immagini a loro volta falsate di chi rifiuta questo tipo di rapporto sanguinolento col cibo. Appare dunque chiaro come tutte le motivazioni contro il veganismo non siano legate tanto al veganismo per quello che è davvero, quanto alla sua “rappresentazione”. Il problema sta allora nell’immagine del veganismo e nell’immagine del vegano, quindi nella nostra capacità di costruire l’una e l’altra. Capacità che oggi, come ci ha mostrato il secondo esempio di apertura, è del tutto assente.
Lavorare bene dunque, ma anche… farlo sapere in giro. Se è vero che il problema esiste, sta a noi trovare delle soluzioni. Bisogna dunque impegnarsi affinché il vegano non appaia come un complessato con qualche rotella fuori posto, come il nuovo scemo del paese nell’era della globalizzazione, ma come un uomo positivo, equilibrato, amante della buona tavola come della buona qualità della vita. La comunicazione non tollera inerzie: o la fai o la subisci. Lo sa benissimo la Confindustria che investe da lungo tempo in un proprio, efficientissimo, Settore Comunicazione il cui oggetto di attenzione è uno solo: l’immaginario del “Signor Rossi”. L’immaginario, ovvero la vera sede del suo modello mentale del mondo, quello che dà forma a sua volta alle sue azioni.
Si dovrebbe dunque far tesoro di questo enorme patrimonio di know how che viene dalla parte opposta, dal “sistema”, comprendere a nostra volta l’importanza della questione e affrontarla nel modo più efficace. Né si tratta di mistificare a nostra volta la realtà, se mai di riorientare verso di essa l’immaginario oggi storpiato dalla comunicazione di sistema. Opporre coinvolgimento emotivo al servizio dell’informazione a coinvolgimento emotivo al servizio della disinformazione. Ma la condizione necessaria è che il vegano non faccia propria a sua volta l’immagine suggerita dal sistema di sé come corpo estraneo e antagonista. Una valida strategia di comunicazione deve necessariamente operare su vari livelli, complementari, ma presuppone a priori la disponibilità a dialogare, la capacità di trasmettere valori e l’orgoglio di esserci, nella propria comunità, sul proprio territorio. Anziché inveire sul “Signor Rossi” che se ne frega di tutto, che non ha alcuna etica eccetera, bisogna capire i meccanismi socioculturali, ovvero il complesso sistema di usi e costumi, che lo hanno condotto a divenire ciò che è, e porsi il problema di intervenire su di essi fornendo un sistema capace di insinuarsi come allettante modello alternativo a quello dominante. Bisogna dunque porsi il problema di ideare un vasto, capillare progetto di comunicazione e di concepirlo in modo tale che possa aver buon gioco in quell’ambiente fortemente ostile che è la megamacchina della comunicazione di sistema.
Filippo Schillaci
Da: Veganzetta, anno 1, numero 3
30 novembre 2007
Su Gondrano dal 10 ottobre 2009
Note:
* Sul sito web dell’associazione Cacciatori Trentini: www.cacciatoritrentini.it.
** Quest’ultimo punto richiede un commento: se consideriamo cosa nasconde l’eufemismo “mangiare carne” è normale che il fastidio ci sia, ma una cosa è il fastidio rivolto all’atto in sé, un’altra è il fastidio esteso al rifiuto della persona che lo compie. Questa distinzione non è stata fatta.
Vedi anche: Essere vegani... e comunicatori
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