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Ogni essere umano, ma direi
ogni essere senziente, è una memoria che vive. In ciò sta forse l’origine del
fascino che il nostos, il ritorno, ha sempre esercitato sull’uomo, da Omero a
D’Arrigo, ad Anghelopulos, fino a Piavoli e Agosti.
Ed è probabilmente da
ricercare in questa nostra natura di memorie viventi la ragione profonda
dell’attecchimento che il mito del nostos ha avuto nella nostra cultura, e del
fatto che ancora continui a fiorirvi a 28 secoli dal primo di essi, dal padre
di ogni nostos, l’Odissea.
I ricordi, che altri
chiamano esperienza, sono l’habitat naturale dell’anima, sono la Casa. Da ciò
il legame fra nostos e memoria, meno esplorato ma in realtà più forte di
quello, apparentemente più ovvio, fra nostos e viaggio.
Un ritorno non è infatti
necessariamente identificabile con un viaggio, come lo fu quello di Odisseo. Il
viaggio può non esserci, come in Lo Specchio di Tarkovskij dove il nostos
si identifica con l’atto del ricordo, o può essere già concluso al principio
dell’opera, come in Uova di Garofano,
nel quale Itaca è già stata fisicamente raggiunta nelle sequenze iniziali, ed è
quello l’istante della partenza per il viaggio più profondo, il viaggio
dell’anima.
Uova di garofano dunque è il Nostos di Silvano Agosti, come Lo Specchio è il Nostos di Tarkovskij. Due opere diversissime (e
vedremo fino a che punto lo siano) ma unite dal fatto di essere totalmente
interiorizzate, di essere un puro flusso di ricordi, di essere totalmente
immerse nell’atto del ricordo.
E non a caso il nome di
Tarkovskij appare nel lungo elenco di ringraziamenti finali (Agosti mi scrisse
a questo proposito il 13 luglio 2003: «Tarkovskij mi è stato vicino soprattutto
spiritualmente e io l'ho ringraziato di esistere»), non a caso Lo Specchio è un’opera per la quale
Agosti ha mostrato ripetutamente una particolare attenzione. Nella prima
stesura di La Ragion Pura i
protagonisti assistevano proprio a una proiezione di esso, e una sua sequenza, quella del lume che lentamente si spegne, è
esplicitamente citata in Uova di
Garofano.
Detto questo però le
analogie si fermano, perché se è vero che Uova
di Garofano occupa nella filmografia di Agosti un ruolo analogo a quello
che Lo Specchio occupa nell’opera di
Tarkovskij, se è vero che in entrambi i casi si tratta di un film
autobiografico sugli anni dell’infanzia rivisitati in forma poetica mentre
sullo sfondo (ma uno sfondo che spesso balza atrocemente in primo piano)
scorrono gli avvenimenti storici degli anni della guerra, è anche vero che
mentre Lo Specchio ha la complessità,
lo spessore, l’enigmaticità di un labirinto, Uova di Garofano ha la linearità lieve e immediata della favola (e
questo è forse l’elemento di paragone che può mettere in luce meglio di ogni
altro affinità e differenze fra i due registi).
E poiché, come sempre accade
negli artisti degni di questo nome, capaci dunque di elaborare creativamente
una propria poetica, le scelte formali non sono gratuite bensì conseguenza di
diversi atteggiamenti verso la realtà, di diverse interiorità, queste due
diverse strutture sono conseguenza di di due diversi approcci all’atto del
ricordo. Mentre in Lo Specchio è il
regista adulto che narra di se stesso bambino, in Uova di Garofano, benché il punto di avvio sia ancora l’uomo ormai
adulto, è il protagonista bambino che si narra al presente (il film appare
nella sua interezza come un lungo flash back), col suo immutato e immutabile
sguardo infantile, con la sua apparentemente eterna distanza dal mondo degli
adulti, «obbligati a mentire». E’ questo sguardo, che si posa sull’immaginario
e sul reale nell’identico modo, che le immagini ci rendono attraverso una
fotografia dai toni morbidi e dai colori caldi, cui, ancora una volta, viene
affidata gran parte della forza evocativa e poetica.
Uova di Garofano rappresenta infatti il massimo esito di quel processo di
“ammorbidimento” formale che ha portato Agosti ad allontanarsi progressivamente
dalle immagini spoglie e taglienti, così come dal montaggio dal ritmo secco e
serrato, che erano i connotati del suo cortometraggio d’esordio, Il giardino delle delizie. La durata
media dei piani triplicata (4 secondi nel Giardino
delle delizie, 12 secondi in Uova di
Garofano), la “pressione del tempo”, per dirla con Tarkovskij, all’interno
del piano sempre contenuta, misurata, perfino nei momenti più drammatici (la
battaglia nel campo di papaveri o la sequenza delle fucilazioni) e infine le
immagini come già detto dai toni caldi e dai tratti spesso sfumati tramite
l’uso di una profondità di campo ridotta al minimo, sono una spinta verso il
puro lirismo, conseguenziale anch’essa, del resto, alla scelta narrativa: così
vedono gli occhi dei bambini.
Non è tuttavia un
rinchiudersi in se stessi, non è la classica evasione nel presunto paradiso
incantato dell’infanzia, piuttosto un equivalente visivo di un “romanzo di
formazione”, interiore ma anche politica, attraverso il contatto con la tronfia
retorica prima e con le atrocità poi del fascismo. E’ così, fra contemplazione
poetica e indignazione, che nasce
Silvano Agosti.
Ma cominciamo a osservare il film dal suo principio.
Dunque, dicevo, tutto comincia quando il viaggio fisico verso il luogo del
ricordo, verso la casa, si è già concluso. Tutto comincia con l’arrivo alla
casa.
Anzi no. Tutto comincia nel cielo. Un cielo al
tramonto solcato dal rumore di un aereo e da un altro suono, notturno e misterioso, che riudremo nel
centro esatto del film. Tutto comincia fra le nubi e il mistero, come da
lontano, da molto lontano. Non è un prologo, sarebbe più giusto dire che si
tratta di una sintesi estrema dell’intera opera, racchiusa splendidamente in un
suono e un’immagine. Ma ancora meglio credo si possa dire che sia ciò che un
tempo, molto tempo fa, si sarebbe chiamata “l’invocazione alla Musa”.
Poi emerge, in dissolvenza incrociata, la prima
immagine della “storia” insieme al tema musicale portante del film.
L’immagine, che è quella di un bambino (il figlio
del protagonista Silvano) vicino alla sezione aurea dell’inquadratura, immerso
in un campo di papaveri, quasi appena intravisto nel rosseggiare dei fiori,
racchiude già in sé tutte le caratteristiche che ho prima descritto: colori
caldi, toni sfumati ottenuti con sfocature ben dosate; una levità perfetta, un
passo ancora e saremmo nel regno figurativo di David Hamilton (dell’Hamilton
fotografo, sia chiaro), cui certe inquadrature - questa ad esempio - sembrano
tenacemente ispirate, benché, è obbligatorio precisarlo, nulla più che la
levità e la poesia della visione (ma non è poco) accomuni, ovviamente, i due
autori.
La musica è una melodia circondata da uno strato qui
leggero, in altri momenti più greve, di malinconia serena, affidata adesso al
flauto, in altri momenti violino, che percorre, ricorrendovi in più sequenze,
l’intera lunghezza del film.
Le immagini successive vedono padre e figlio
camminare in un campo fiorito, giungere alla casa, vedono il padre entrare
mentre il bambino si sofferma, inginocchiato, fra l’erba. Vedono l’inizio del
ricordo. Ma fermiamoci a un attimo prima di quest’ultimo istante e ritorniamo
sulle immagini che lo precedono. Sappiamo quanto l’idea di “Casa” sia
importante nel cinema di Tarkovskij. Conosciamo lo spessore del mondo interiore
che questa parola racchiude. E sappiamo che tutte le Case delle opere
dell’autore russo, da Solaris a Lo Specchio a Sacrificio, hanno una caratteristica in comune: sono totalmente
immerse nell’elemento non umano, in quell’immensa ricchezza vivente cui hanno
dato - usandolo forse un po’ troppo, e che dunque sa ormai immeritatamente di
luogo comune - il nome di “natura”. Le case di Tarkovskij dunque sono immerse
nella natura. E dubito sia solo una faccenda di fotogenia di quest’ultima.
Credo sia un modo, il modo di
suggerire che solo nel contatto, nell’armonia con l’altro da sé, intendendo con
ciò ogni elemento del mondo vivente, l’essere umano è veramente tale. Ed anche
la Casa di Agosti, come quelle di Tarkovskij, è immersa nella natura. E nella
natura sono immersi i due esseri umani che vi giungono. Immersi, lo abbiamo già
visto, fin dall’immagine iniziale, inquadrati sempre al di là di un primo piano
che è occupato immancabilmente da un elemento vegetale, quasi visti in una
soggettiva di quel mondo non umano che è “altro” ma di cui, allo stesso tempo,
essi fanno parte. E infatti cos’altro suggeriscono infine quei rami di un albero
che penetrano nella casa attraverso una finestra se non la compenetrazione fra
i due mondi, l’umano e l’extraumano?
Ho detto che solo il padre entra nella casa. Il
bambino rimane fuori. Ovviamente. La casa è il luogo del ricordo, e i bambini
non hanno ricordi, non ancora. Il mondo del bambino è il qui e l’adesso,
l’istintività pura. Ed è dunque non casuale se lo lasciamo inginocchiato fra
l’erba, se lo lasciamo a giocare con essa (giocare, che è la forma primaria di
relazione del bambino col mondo esterno), mentre seguiamo il padre nella casa.
Nella casa è l’uso evocativo della luce a divenire
l’elemento espressivo di primo piano della componente visiva, mentre la musica
assume un alone più greve e misterioso. Ma delle due è la luce che ci dice di
più: incerta, oscillante, che suggerisce un momento di transizione, un
vacillare fra presente e passato. Gli oggetti immobili, coperti di polvere sono
la materializzazione del primo, voci gioiose e ombre di bambini riflesse in uno
specchio sono l’iniziale manifestarsi del secondo. L’uomo guarda fuori,
attraverso i vetri di una finestra: lo vediamo in primo piano attraverso uno
sfavillio di riflessi di luce. Fermi. Il vacillare si è concluso, la mente
dell’uomo adulto è tornata al passato. Lo vediamo, ma come attraverso un velo,
come se egli si fosse allontanato da noi, avesse varcato una soglia solo sua.
Prima di proseguire soffermiamoci brevemente su
qualcosa di analogo che accade in un altro grande nostos girato sei anni prima,
un nostos il cui Odisseo non ritrova alcuna Itaca ma si perde in un mare nel
quale non riesce a trovare un senso: Il
volo di Anghelopulos. Il momento è quello in cui l’apicultore Spiros,
lasciata davanti a un chiosco in una piazzetta la ragazza (una sorta di fallita
Nausicaa) che lo accompagna, si reca a visitare la casa in cui ha trascorso la
sua infanzia. Il breve soffermarsi di Spiros nella casa è un momento di
estrema, perfetta, struggente rarefazione, di silenzio punteggiato da distanti
note di pianoforte. Di quiete. Un momento soltanto. Ed è un momento che egli
vive in perfetta solitudine: la ragazza, come il figlio di Silvano in Uova di Garofano, rimane fuori, quello
del ricordo è un mondo cui non appartiene. Il che è qui addirittura esplicitato
nel dialogo dell’intensa sequenza successiva:
- Sono stato nella casa dove ho trascorso la mia
infanzia, dove sai, mi ricordo che...
- Ehi, signor mi ricordo, guarda un po’ anche me. Io
non mi ricordo un bel nulla.
In fondo quel che accade in queste due sequenze
concatenate del Volo è anche quel che
accade nella totalità di Uova di
Garofano, ma con una differenza: Il
Volo è il poema dell’impossibilità, è l’odissea di un disperso, Uova di Garofano è il poema della
fiducia nella vita.
Il primo ricordo è uno spettacolo “patriottico” nel
teatrino delle suore. Al bambino Silvano è stato imposto un abito femminile
perché “ovviamente” i maschi non possono entrare nel convento. E’ il primo
irrompere del mondo degli adulti, nelle sembianze del ridicolo. Alle tre
inquadrature di Silvano bambino e delle sue sorelle segue un primo piano di
Silvano adulto che, “non visto”, da dietro una porta e col viso parzialmente in
ombra, insomma dall’altra parte della barriera del tempo, li osserva sorridendo
con tenerezza. Questa inquadratura non sta lì per caso: ci dice che siamo
ancora in una fase di transizione, che siamo ancora in un momento in cui è
l’adulto che guarda il mondo dei bambini. Il vero cuore dell’opera, in cui,
ripeto, è l’opposto che accade, non è ancora raggiunto.
Ciò che segue è il resoconto filmato (quasi alla
Melies) dello spettacolino messo su alla meno peggio dalle suore, in cui il
ridicolo delle religiose travestite da alpini, con tanto di baffi finti, si
mescola al macabro dei pezzi del corpo dell’ “eroe” donati uno alla madre, uno
al battaglione, uno alla patria, uno ... non ricordo più a chi.
Il tutto dissolve nel sopravvenire del buio e del
cupo rombo degli aerei che si risolve a sua volta nel ritorno al presente, al
Silvano adulto nell’interno della casa, prima di tornare a immergersi nei ricordi,
evocati dal rinvenimento dei suoi vecchi, ormai desueti giocattoli, immersi in
spessi strati di polvere: cavallini di filo di ferro, «perchè noi giocavamo
facendo dei cavallini di filo di ferro. Era l'unico giocattolo che conoscevamo»
mi ha scritto Agosti.
E da questo momento il punto di vista passa a essere
quello dei bambini: due realtà si affiancano ora l’una all’altra, in una sorta
di contrappunto narrativo: quella “storica” degli adulti, immersi nei farseschi
rituali di regime, in cui i bambini sono ridotti a null’altro che passive
comparse (i preparativi per la manifestazione fascista), e quella fantastica
dei bambini stessi in cui dicerie, superstizioni di paese (il vecchio Crimen
che ha mangiato la moglie, la madonna che appare nel sole) acquistano la
suggestione, il fascino, lo spessore dei miti. Sono due realtà ben distinte sia
sul piano narrativo sia su quello figurativo. Basti a questo proposito
confrontare la sequenza dei preparativi per la manifestazione e quella in cui i
bambini osservano da lontano, non visti, Crimen: la prima è impostata
“narrativamente”, la fotografia è neutra, il montaggio un semplice
campo-controcampo fra la figura del padre da una parte e i bambini accanto al
gerarca dall’altra; la seconda, pur partendo anche qui da una fotografia
altrettanto neutra, scivola ben presto in una forma non narrativa che si
esprime visivamente nel riapparire dei toni morbidi già descritti a proposito
della sequenza iniziale e nella componente sonora attraverso l’alternanza fra
elementi diegetici (i suoni della campagna) ed extra-diegetici. Fra questi
ultimi, nell’immagine in cui Crimen appare per la prima volta in primo piano,
un rombo cupo in sordina, quasi al limite dell’udibilità, mentre la voce fuori
campo della sorella maggiore racconta la “leggenda” della moglie divorata,
suono che “interiorizza” l’immagine dal punto di vista dei bambini. E infine
torna il tema conduttore musicale del film sull’immagine della scure in primo
piano e dei bambini sullo sfondo, la scure che materializza visivamente la
leggenda («forse l’ha fatta a pezzi con quella scure prima di mangiarla») e
dunque racchiude in un’unica immagine il contatto dei bambini col fantastico.
Ancora a proposito di suoni, è da notare in questa
sequenza l’uso di un suono diegetico in funzione extradiegetica: Crimen è
intento ad affilare la scure, il che produce un leggero suono metallico,
ripetitivo, che in un certo senso “dà il tempo”, ritma la sequenza.
Dal pieno sole alle ombre notturne, dalla leggenda
di Crimen alla realtà della Storia, degli anni della guerra, in un dialogo fra
i genitori, a letto, in cui il padre dichiara la sua sudditanza alla Chiesa
Cattolica, ovvero al regime fascista; e sono ancora i bambini a osservare
tutto, nuovamente non visti, a commentare, non senza ironia. A giudicare?
Probabilmente no, non ancora. Verrà anche quello, ma per ora si limitano a
osservare, a essere gli occhi del mondo.
Infine i bambini fuggono quando i genitori
cominciano a fare l’amore.
E poi è di nuovo il momento del fantastico, la madonna
che giunge nel sole all’alba. Silvano, accompagnato dalla sorella Elisa, sale
sul tetto per assistere all’apparizione. Anche qui, come nella sequenza di
Crimen, si ha un progressivo intensificarsi del lirismo, con una sorta di
“dialogo” fra Silvano e il cielo, una sorta di campo-controcampo fra primi
piani del bambino che attende sul tetto che le nubi si diradino e immagini del
cielo che si fa sempre più luminoso fino all’abbagliamento (reso
fotograficamente attraverso il ricorso alla sovraesposizione, mentre il rombo
di un tuono in crescendo esplode fino a rendere massima la tensione, la
“pressione del tempo” nell’istante finale) e il brusco ritorno alla realtà, con
una benda nera sugli occhi e le mani del medico sul viso, all’interno
dell’ospedale bombardato.
L’uscita dall’ospedale è uno dei momenti di maggior
rilievo del film. Ricorrendo a un paragone musicale si potrebbe attribuirle una
struttura concertante, essendo costruita secondo un dialogo fra il bambino e lo
scenario di macerie, materiali e umane, che egli attraversa insieme alla madre
e che, un piano dopo l’altro, poco a poco la macchina da presa rivela, dai
particolari di una donna piangente e dei corpi senza vita di bambini, fino a un
totale del luogo, una sorta di grande navata di pietra sul cui pavimento sono
distese le piccole vittime del bombardamento, nascoste da lenzuoli bianchi. Si
stanno censendo i morti, si stanno ancora estraendo feriti disperati dai
calcinacci. Ma il bambino è l’unico a “censire” una vittima di cui nessun altro
si occupa: un uccello, è l’unico il cui sguardo è capace di riconoscere in lui
una vita distrutta, è l’unico che ha per lui una parola di compassione.
Una particolarità sottolinea questa sequenza
all’interno del film, questa e un’altra (la morte di Crimen): la presenza,
rarissima nell’intera opera del laicissimo Agosti, a partire dalla terza
inquadratura, (la donna imprigionata fra le macerie) di una musica sacra, il Requiem di Gabriel Faurè, che conferisce
alle immagini una scansione mesta, percorsa da venature di intima solennità.
La musica collega brevemente questa sequenza alla
successiva (il ritorno a casa), ed è interrotta dall’irrompere di colpi d’arma
da fuoco quando madre e figlio si trovano coinvolti in uno scontro tra fascisti
e partigiani. E’ una sequenza di raccordo che introduce, mediante un brusco
cambio di atmosfera, all’incubo del bombardamento notturno: la corsa
precipitosa degli uomini verso il rifugio sotterraneo, fra le tenebre e i lampi
delle esplosioni, seguiti dalla macchina da presa anch’essa in corsa, poi il
caos, l’impotenza di fronte al pericolo che fa rivoltare le vittime le une
contro le altre come i topi nella gabbia elettrificata di Laborit in Mon oncle d’Amerique di Resnais.
Una nota formale: la durata media dei piani in
questa sequenza è di 10.4 secondi, ovvero appena di poco minore dalla durata
media dei piani dell’intero film (12 secondi), tuttavia il ritmo è serrato,
concitato. Non è però il ritmo del montaggio bensì la “pressione del tempo” (o
in altre parole la densità degli eventi) interna ai piani a rendere questo
effetto espressivo, altro chiaro sintomo di un mutamento di scelte linguistiche
dai tempi del Giardino delle delizie.
Eccettuato il piano iniziale inoltre, la macchina da presa è ferma (o si limita
al più a lente zoomate): tutta la dinamica è concentrata nel profilmico.
L’ultima inquadratura di questa sequenza introduce
il personaggio di zia Olga, che credo possa essere considerata, insieme al Paul
di Ultimo tango a Parigi, uno dei
personaggi più innocenti dell’intera storia del cinema. Ma mentre quella di
Paul è un’innocenza disperata, un’innocenza che urla il suo No a un mondo che
le nega diritto alla vita, quella di zia Olga, è un’innocenza che si esprime in
un Sì al mondo non dissimile dal
conclusivo, totale Si della joyciana
Molly Bloom. Zia Olga è innocente nel suo amoreggiare tanto con gli ufficiali
tedeschi quanto poi con i soldati americani, perché esprime un vitalismo
istintivo cui è estraneo il concetto di giudizio. E’ infantile nel senso in cui Stockhausen definì tale la musica di
Mozart.
Ed è appunto la zia Olga a condurre i bambini
all’alto comando tedesco, presso il quale lavora come guardarobiera. Il reale e
il fantastico qui per la prima volta si fondono con un effetto di
trasfigurazione del primo nel secondo: un ricevimento in onore di un dignitario
orientale mette sotto gli occhi dei bambini immagini di un mondo da Mille e una Notte nel quale tuttavia
costantemente si insinua il reale sotto forma di proclami del regime germanico
urlati da un altoparlante, o semplicemente di una camicia nera fascista che
passa sullo sfondo.
I bambini osservano sempre separati da qualcosa: gli
arabeschi di una balaustrata, una porta socchiusa, osservano da un altrove.
Ed è qui che assistono, per la seconda volta, a una
scena d’amore: quella fra la zia Olga e un ufficiale tedesco. Ma, a differenza
della volta precedente, adesso non fuggono, osservano anzi, con la stessa
affascinata attenzione con cui i loro occhi seguivano poco prima le movenze di
una danzatrice orientale. E’ la differenza fra la sessualità istituzionalizzata della famiglia
borghese, cupa e ammantata di un alone di nascosta (ma non troppo) violenza,
che avevamo già visto nel Giardino delle
Delizie e la sessualità come manifestazione massima appunto di vitalistica
innocenza, che ritroviamo anche, descritta con tocco lievissimo, nello
splendido racconto Chiaro di Luna.
Nulla di affascinante, nulla di fiabesco nella
successiva sequenza della manifestazione fascista. Fotografia neutra e
oggettiva, dicevo, toni gelidamente documentaristici, non diversi da quelli di
un cinegiornale d’epoca, che qui vengono esplicitamente riprodotti. Mentre la
sorellina Elisa, nell’uniforme da Piccola Italiana, recita docilmente un ruolo
che le appare da protagonista, Silvano assiste assente a cavalcioni sulle
spalle del padre che non manca di esprimere con servile compunzione la sua
totale sottomissione al potere, al “capobranco” di cui si celebra
grottescamente la tronfia apoteosi. Ma ben presto Silvano si addormenta. Il
sonno è qui la sua “porta d’uscita” da un mondo che non gli appartiene, è il
veicolo che lo conduce nel suo mondo.
Da un linguaggio da cinegiornale fascista al
linguaggio del cinema di poesia la distanza è immensa, l’itinerario da
percorrere è apparentemente lunghissimo. Agosti lo percorre tutto in pochi
istanti con un semplice movimento di macchina: una lieve carrellata
semicircolare che conduce dal primo piano del padre a quello del bambino
addormentato mentre i suoni di sottofondo si annullano in un silenzio da cui
emerge, in dissolvenza incrociata, la calda luce di un tramonto mentre la voce
della madre, inizialmente fuori campo e avvolta nella lontananza dell’eco,
racconta la favola dell’uovo di garofano. Un dettaglio notturno di un occhio del bambino circondato dalle ombre, chiuso da
una lenta dissolvenza verso il buio conclude il viaggio nell’altro mondo.
Il ritorno al giorno e alla veglia vede i bambini
Silvano ed Elisa di fronte a Crimen, che li conduce nella sua casa. E’ questa
volta l’incontro non più con il Crimen delle dicerie, dell’immaginario
popolare, ma con il Crimen reale, ma non per questo meno affascinante, il quale
assume da adesso il ruolo di autentica
figura paterna, di Maestro. L’uomo racconta ai bambini la vera storia della sua
vita e della morte della moglie. Ma è una storia che sa anch’essa di fiaba, di
magia. Importante in questo senso è il fatto che non sia un racconto fatto solo
di parole. Durante la narrazione, Crimen proietta su un muro le immagini di una
lanterna magica mentre emerge il tema conduttore musicale del film. Agosti
considera, e non a torto, l’immagine come una forte catalizzatrice della
fantasia. E ne accentua qui la forza poetica sia con una fotografia che
mantiene i toni caldi e sfumati del sogno, sia indulgendo a quella voluta
mancanza di realismo che è l’apparizione e la scomparsa in dissolvenza delle
immagini della lanterna magica. Parole, immagini, il substrato sonoro del tema
conduttore del film: è questo il primo incontro di Silvano con ciò che non è
ancora il cinema ma che lo sarebbe diventato, lo sarà fra poco, una sequenza
dopo, nella casa di un violinista ebreo che ai bambini mostrerà “il gioco
magico”.
E quegli stessi bambini che hanno appena scoperto la
magia del cinema li vediamo subito dopo di nuovo “usati” dal mondo degli
adulti: li vediamo immersi in un grigio paesaggio invernale, rubare “su
commissione” copertoni fra vagoni mitragliati e cadaveri, in un deserto di
rotaie, alberi neri e scheletrici e sotto un cielo di piombo, in cambio di
qualche scatola di sardine e sigarette. Un particolare che facilmente sfugge
allo spettatore ma che non è casuale: ricevute queste ultime, fra tutti,
Silvano è l’unico che non fuma ma si limita a tenerne una fra le mani,
osservandola come un oggetto estraneo e lontano. Molti anni fa, presentando Quartiere in un Cineclub di Pisa, Agosti
disse di aver pensato quell’opera come un film storico girato da un regista del
futuro, ma di aver nel far ciò, commesso degli errori. Uno di questi è il fatto
che in Quartiere nessun personaggio
fuma. Ciò perché, egli ha detto, in un futuro in cui si avrà più rispetto per
la vita, cose come il fumo saranno scomparse. E sta in ciò la chiave di lettura
di questo dettaglio così poco appariscente, ma in realtà di significato non
diverso dal gesto di buttar via la pistola che lo stesso bambino compirà più
avanti.
Silvano e la sorella Elisa sono ora nuovamente
insieme a Crimen, ma tutto appare mutato rispetto alla sequenza dei treni
mitragliati: i bambini sono ora circondati da una vegetazione rigogliosa, che
sa quasi di primavera: le stagioni insomma non si succedono realisticamente con
lo scorrere della narrazione ma assumono funzione espressiva, divengono
altrettante metafore di mondi contrapposti.
- Perché c’è la guerra? - domanda la bambina.
- La guerra c’è perché ci sono gli uomini - risponde
Crimen. E intanto la macchina da presa inquadra il cielo di un radioso azzurro
infestato dal rombo oscuro degli aerei. Un ossimoro audiovisivo che si ribalta,
subito dopo, in un ossimoro perfettamente speculare. Dalla luce di un cielo
contraddetta dalla morte della guerra, alle tenebre di una caverna, quella in
cui Crimen custodisce il segreto della sua vita, il corpo della moglie
imbalsamata, in cui la morte è vista come un sereno sfociare della vita. E
tutto parla di vita in queste immagini dominate dal fuoco. Come spesso fa nei
momenti di poesia più intensa, Agosti si concentra su particolari e primi
piani: su dieci inquadrature, otto lo sono, e tutte giocate sul dialogo fra il
volto umano e il fuoco.
Volendo insistere su un paragone omerico, questa è
la discesa agli inferi, ma forse soprattutto un ritorno al grembo materno, dove
la madre è la Terra, come lo è nel desiderio espresso dal protagonista dell’Uomo Proiettile di esser seppellito ai
piedi di un albero affinché il suo corpo, assorbito dalle radici, continuasse
la sua vita in esso. Ma qui c’è forse più un desiderio di sonno, di
annullamento, di silenzio che ricorda quasi il nirvana.
Questo contatto con la foce estrema della vita, con
la morte, è anche la fine dell’infanzia, che coincide, narrativamente, con la
fine del fascismo: una breve scena di raccordo, in cui Elisa viene punita per
aver indossato nuovamente l’abito da Piccola Italiana adesso divenuto
“sconveniente” per il rovesciamento delle sorti della guerra, introduce la
sequenza onirica che è poi l’esatto punto centrale del film. Ho definito “di
raccordo” la sequenza che prelude al sogno, e c’è da chiarirne la ragione. In
effetti ciò che dà la sensazione di un puro raccordo è che il linguaggio in essa
torna momentaneamente a essere quello del puro e semplice cinema narrativo:
dialoghi, attenzione rivolta agli attori, musica diegetica: la narrazione pura
e semplice di un momento di vita familiare. Da tutto ciò ci si allontana con il
salire di Silvano al piano superiore e mentre il bambino, disteso sul letto,
attende a sua volta la punizione, la musica diegetica s’interrompe, lascia il
posto alla voce del narratore mentre la stanza cade nel buio. Qui si varca una
soglia, si entra in un altro universo, che è appunto quello del sogno.
Ovviamente si entra (o meglio si torna) anche in un altro universo linguistico:
quello del cinema di poesia.
Silvano sale ancora altre scale, verso una grande
stanza vuota che sarà il luogo del sogno e della transizione dall’infanzia
all’età adulta. Un’ape avvolta in un tripudio di luce è la porta (visiva) di
questo luogo. Lo sguardo (appena il dettaglio di un occhio) dell’uomo adulto ci
riporta per un istante all’evocazione del ricordo - ma anche sottolinea la
fusione fra infanzia ed età matura di cui stiamo assistendo, appunto, al
momento di transizione - mentre la colonna sonora si popola di suoni notturni.
Siamo ancora nel preludio del sogno: una rarefazione delle cose, ma anche di
più: un guidare lo spettatore verso uno stato di raccoglimento. In senso laico
s’intende, ma sì, raccoglimento.
Attenzione totale e abbandono alla magia delle immagini.
Ora è “tutto pronto”: i suoni notturni lasciano il
posto alla musica-guida del film (l’intera dimensione sonora da questo istante si
fa, in perfetta levità, extra-diegetica). Siamo in una grande stanza
completamente vuota. La sorella maggiore, Renata, inginocchiata sul pavimento,
in piena luce e allo stesso tempo circondata dall’oscurità, esplora il proprio
corpo con le mani. In piena luce e al contempo circondata dall’oscurità, come
dire sospesa fra due realtà. E’ lei, che ha già raggiunto la soglia dell’età
adulta, e che racchiude qui in sé i tre ruoli di sorella-madre-donna, che
guiderà il bambino verso una sorta di “rito iniziatico”: urinare nel mare, ma
allo stesso tempo lo indurrà a fare da solo, perché soltanto così il “rito”
potrà giungere alla sua compiutezza. La simbologia psicanalitica è fin troppo
evidente perché sia il caso di approfondirla. Non lo farò.
E’ qui, mentre la voce fuori campo del bambino dice:
“ma qui non c’è il mare” che si inserisce l’esplicita citazione tarkovskiana
cui accennavo: il lume che lentamente si spegne, incerto, esitante, come
incerta ed esitante è la zoomata in avanti che ne accompagna lo sprofondare nel
buio.
Dunque ritroviamo nell’inquadratura successiva
Silvano, solo, che misura la grande stanza vuota contando i propri passi, come
chi segue il tracciato riportato sulla mappa di un tesoro, e ad ogni passo
udiamo un “impossibile” rumore d’acqua. Perché quel tracciato conduce al mare.
La macchina da presa lo segue in una panoramica che rivela il grande spazio
della stanza, fino al punto di arrivo: un’apertura davanti alla quale il
bambino si ferma guardando verso l’esterno. Guardando il mare. Il mare che non
c’è. Siamo ormai totalmente immersi nell’immaginario: prima il suono
impossibile dell’acqua che si è fatto reale e ora, dopo un primo piano del
bambino che guarda all’esterno, l’immagine abbagliante del mare e del sole.
Un’immagine di pura luce, lungamente tenuta e immobile, nella cui radiosità ci
si perde. Suoni del mondo non umano si uniscono al fluire melodico della
musica: l’iniziazione non è cosa che appartenga al solo mondo umano ma avviene
in presenza dell’intero mondo vivente. Assume qui quasi lo spessore di una
cosmogonia.
E sarà adesso - similmente agli esseri del bosco nel
posteriore, e splendido, Il segreto del
bosco vecchio di Olmi - un vivente non umano, una mantide religiosa, ad
acquistare un’immaginaria voce umana e a raccontare a Silvano, come una nuova
madre, la leggenda dell’uovo di garofano: «E se troverai una pianticella al
tramontar del sole allora sentirai un fruscio e sulla foglia più alta,
minuscolo come un granello di polvere, troverai un uovo, un uovo magico, l’uovo
di garofano. Guarda, c’è il mare. Falla ora. Subito...». Ed è a questo punto
che, ancora nella dominanza di un immobile paesaggio di luce, “l’iniziazione”
si compie. Il bambino ha compiuto il primo passo verso la maturità dell’adulto
(attenzione: non verso il mondo degli adulti) mentre “al piano di sotto” la
Storia degli uomini sta compiendo la sua insanguinata transizione dalla fine di
un regime all’inizio di un altro.
Il risveglio è un delicato ritorno alla realtà,
quella realtà in cui non nel mare ma fra le lenzuola del letto è finita l’urina
del bambino, ed ora bisogna asciugarle prima che qualcuno se ne accorga. Ma
il sogno è ancora lì, il suo confine è
indefinito («Com’era il mare?» «Blu. E grande»), si prolunga anche al di là del
risveglio nel dialogo fra Silvano ed Elisa, nelle atmosfere ancora rarefatte e
intensamente poetiche, e infine nel primo manifestarsi in Silvano di un
desiderio che, se non ancora manifestamente erotico, è già pienamente sensuale:
«Abbracciamoci» «Perché?» «Mi piace». Queste tre battute di dialogo sono
pronunciate su un primo piano del bambino e seguite da un lungo, intenso primo
piano di Elisa che risponde con un allusivo silenzio all’ultima frase del
fratello.
Il sogno, si è detto, è il momento cardine
dell’intero film: ciò che divide fra un prima e un dopo sia la storia
individuale del bambino che scopre nella sensualità la prima manifestazione
della fine - anzi della trasformazione - dell’infanzia, sia la storia
collettiva degli uomini, che giunge a una svolta con l’arrivo dei paracadutisti
alleati. E’ Renata, la sorella adolescente, a vedere il primo di essi, appena
atterrato in una giornata di pioggia, nascondersi nel pollaio. Poi gli altri
bambini, sempre osservatori non visti, assisteranno all’arrivo in massa dei
paracadutisti, uomini che parlano una lingua sconosciuta, le cui figure sono
inquadrate da lontano, i cui volti si intravedono appena attraverso un velo di
vegetazione sfocata in primo piano.
Ma questo è ancora solo lo sfondo; la storia è
un’altra. E’ la storia del momento in cui Renata scoprirà la propria
femminilità, la sessualità, l’amore. La guerra segue il suo corso “là fuori”,
mentre la macchina da presa entra nel pollaio soffermandosi a lungo su un
gruppo di conigli appena nati che prendono il latte dalla madre. Un’immagine
che evoca una dimensione fatta di tenerezza, calore, fragilità: la soglia che
Renata sta per varcare. E la chiave di lettura, anche, di questa parte
dell’opera.
La sequenza si evolve in tre momenti: Renata entra,
non vista, nella stalla, e osserva il soldato addormentato. Una lunga
immobilità delle immagini, su un primo piano di Renata prima, poi dell’uomo,
immerso nell’ombra, mentre la componente sonora sfugge dal reale (i versi degli
animali della fattoria fuori campo) e si permea degli elementi “magici” del
sogno di Silvano (il verso del gufo e soprattutto la musica portante del film
che da questo istante diventa l’elemento linguistico d’unione fra i tre
momenti).
Nel secondo di essi Renata è nel suo letto, sveglia.
A questo punto si introduce una sorta di refrain della sequenza del sogno: il
momento in cui Renata, inginocchiata sul pavimento, esplora il proprio corpo.
Identica è l’inquadratura, ma diversa la luce; la ragazza non è più circondata
dall’oscurità. Si ripete identicamente la scena del sogno, questa volta però
qualcosa - la luce appunto, che illumina realisticamente tanto la ragazza
quanto lo sfondo - suggerisce che sogno non è.
Ritroviamo infine Renata nel pollaio, fare l’amore
col soldato, mentre i genitori la cercano inutilmente all’esterno e, attraverso
la porta, proprio come già accaduto con zia Olga, i fratellini osservano la
scena, ripetendo le stesse parole (“è l’amore”). E’ un momento più evocato che
descritto: la figuratività è immersa in toni di grande morbidezza, ombre, luci
incerte; la componente sonora è dominata dalla musica (elemento extradiegetico,
dunque straniante). L’intensità, la magia del momento della scoperta dell’amore
non può che trovare espressione nei mezzi linguistici del cinema di poesia.
Appena un fotogramma dopo, Renata viene frustata dal
padre, che ha scoperto quanto è accaduto. La frattura con la sequenza
precedente è totale: dal massimo della leggerezza evocativa dell’amore al
massimo della brutalità ottusa del perbenismo piccolo borghese. Ancora immagini
dominate dal buio che però non è più ombra avvolgente, bensì tenebra: la figura
del padre è solo una sagoma nera che incombe mentre vibra i colpi, i volti dei
fratellini che ancora una volta osservano, sono parzialmente nascosti da assi
di legno. E’ uno dei pochi momenti in cui un atto di violenza viene
rappresentato in tutta la sua ferocia nel cinema di Agosti, il quale fa del
rifiuto della rappresentazione diretta di essa un elemento costante della
propria poetica, fino al punto di accusare Pasolini, per il suo Salò, di aver rappresentato il fascismo
in maniera fascista.
Un breve riassunto delle sequenze descritte finora
sarà utile a comprendere la struttura a contrappunto che il film ha seguito
fino a questo momento:
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Reale
(Adulti)
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Immaginario
(bambini)
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Preparativi per la manifestazione fascista
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Primo incontro con Crimen
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Dialogo notturno dei genitori
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La “madonna nel sole”
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L’ospedale bombardato
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Il ricevimento all’alto comando tedesco
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La manifestazione fascista
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La favola dell’uovo di garofano, la conoscenza di
Crimen e la scoperta del cinema.
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I furti sui treni bombardati e le sigarette
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La caverna di Crimen e il sogno.
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L’arrivo degli angloamericani
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L’amore fra Renata e il soldato inglese
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La punizione di Renata.
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Si passa ora nuovamente dalla storia individuale a
quella collettiva, che si mescola inestricabilmente alla prima: i fascisti,
ormai in rotta, sotterrano i tronfi simboli del regime, i bambini accompagnati
dalla madre e vestiti con elmetti e uniformi passano in mezzo a un gruppo di
camion militari fra i quali giacciono numerosi cadaveri di soldati; mentre il
fratello, del tutto indifferente, gioca alla guerra, Silvano si sofferma a
lungo a osservare la testa mozzata di uno di loro, nella fanghiglia, così come
nell’ospedale bombardato si era soffermato sull’uccello morto.
E lo stesso Silvano infine è testimone di una
battaglia che si svolge in un rigoglioso campo di papaveri. Ritorna nuovamente
in questa immagine il contrasto fra il tripudio di vita della natura e il
dilagare di morte della guerra. La macchina da presa è ferma su un totale del
campo: si odono gli spari, si vedono delle nubi di fumo sollevarsi, ma non si
vede nient’altro: gli orrori della guerra sono lì, dentro l’immagine, sono
“messi in scena”, ma non spettacolarizzati mediante una loro rappresentazione
esplicita. Se la battaglia fosse stata mostrata esplicitamente vi sarebbe stato
uno scadimento nella gratuita spettacolarizzazione della violenza, come è
accaduto a Visconti in alcune sequenze del Gattopardo.
E la testa mozzata dell’inquadratura precedente? E l’uccello morto? Il
soffermarsi della macchina da presa su questi particolari macabri? In questi
casi c’è una ragione non spettacolare: il soffermarsi della macchina da presa è
il soffermarsi dello sguardo, dell’attenzione del bambino, è l’espressione
della sua compassione.
Un soldato fugge gravemente ferito e si accascia al
suolo vicino a Silvano (vedremo poi che è lo stesso conosciuto da Renata). Il
bambino prende la pistola che egli ha abbandonato, inizialmente la punta, ma
poi la butta via, quasi con un gesto di ripugnanza. Allo stesso modo lo Stalker
di Tarkovskij fa scivolare in acqua la pistola che lo Scrittore aveva portato
con sé, e lo fa toccandola appena, quasi fosse un oggetto contaminato. E’ il
momento di una scelta etica, espressa con chiarezza quasi didascalica. Con tale
chiarezza che è superfluo soffermarvisi.
Ben altre scelte sta intanto compiendo il mondo che
lo circonda. Ma fermiamoci un momento e torniamo alla sequenza della punizione
di Renata. Fino a quel momento, abbiamo visto, il film ha seguito un andamento
narrativo a contrappunto, fra il mondo che potremmo, a libera scelta del
lettore, chiamare del reale, degli adulti, della Storia, e quello del
fantastico, dell’infanzia, dell’individualità. Questo andamento cessa nel
momento in cui cessa il limbo dell’infanzia: attraverso un viaggio
nell’inconscio (il sogno) per Silvano, attraverso una esperienza reale (la
scoperta dell’amore) per Renata. Da questo momento non ci sono più due mondi,
da adesso i bambini divengono coprotagonisti o, se non tali, testimoni attivi,
ovvero giudici, degli eventi reali.
E’ Silvano a chiamare il dottore affinché curi il
soldato mentre, fuori campo, la radio annuncia la destituzione di Mussolini. Le
due inquadrature di questa sequenza sono dominate dalla facciata neutra della
casa che rende inespressiva la componente visiva lasciando così “voce” a quella
sonora e sottolineando dunque il salto di momento storico. Il padre e il
gerarca suo amico bruciano intanto ogni documento compromettente, fra cui le
foto della manifestazione di regime cui aveva partecipato Elisa. Ancora una
volta i bambini vedono non visti, ed è questo un momento di nostalgia per
Elisa, che in quell’evento aveva vissuto il suo piccolo momento di gloria
personale. La macchina da presa indugia sulla foto che lentamente si dissolve
nelle fiamme, come si è dissolta la fase della vita e si sta dissolvendo il
momento storico cui essa è appartenuta. L’amalgama dei toni ancora una volta
caldi della fotografia, l’emergere struggente della musica extradiegetica che
sostituisce il sottofondo di canzonette d’epoca e la ripetizione ossessiva
dell’annuncio della destituzione del duce spingono nuovamente verso il lirismo,
un lirismo mesto e intenso, che prosegue senza soluzione di continuità nella
sequenza successiva, nel pollaio, dove il soldato ferito viene curato dal
medico, assistito dalla madre e da Renata. C’è sì, nella transizione fra queste
due sequenze, soluzione di continuità nel luogo, nell’oggetto della narrazione,
ma non nei moduli linguistici: lo spettatore è già stato condotto a immense
distanze dall’affaccendarsi pavido del gerarca e del padre quando viene preso
per mano e fatto entrare in quella piccola nicchia di umanità, di compassione cui
il mondo sta dando un breve, effimero spazio prima di irrompervi con la sua
ferocia. Soluzione di continuità c’è invece, e netta (il brusco interrompersi
di ogni suono extradiegetico), col momento successivo: un nuovo, breve dialogo
notturno fra i genitori, in cui il padre nega ogni aiuto al soldato ferito.
Il mondo esterno continua per la sua strada: sono
iniziati i momenti più feroci della repressione nazifascista nel cui incubo la
narrazione si immerge ora totalmente per tre lunghe sequenze consecutive in cui
la violenza torna a entrare nel raggio della macchina da presa.
I ragazzi si trovano a essere testimoni di un
eccidio di partigiani. L’asse portante della sequenza è una lunga carrellata
laterale su due ufficiali tedeschi che camminano lungo un filare di viti discutendo fra loro con indifferenza mentre
sullo sfondo gli uomini, di spalle, cadono sotto i colpi dei fucili. E’ questa
gelida indifferenza di fronte alla morte violenta (che trova il suo
corrispettivo visivo in una luce altrettanto gelida che domina ovunque), non la
messa in scena della violenza in quanto tale, l’elemento espressivo di primo
piano. La sequenza si apre e si chiude sui volti attoniti, spauriti, dei
bambini, è racchiusa fra queste due immagini che di quella gelida indifferenza
sono la negazione e la, sia pur muta, sia pur impotente, condanna.
E’ il soldato ferito nascosto nel pollaio la vittima
successiva. Senza soluzione di continuità con la sequenza precedente (stessa
colonna sonora e iniziale dominante fredda sulle immagini) vediamo il dottore
prelevato dalla sua casa, il ferito estratto a forza dal suo rifugio e infine
di nuovo il dottore, costretto sotto la minaccia delle armi a togliere le bende
all’uomo facendolo morire dissanguato.
Nel corso di quest’ultimo piano (in cui l’atto di
togliere le bende non viene mostrato in piena evidenza) la sequenza scivola
ancora sul versante del lirismo, percorso che ritroveremo anche nella sequenza
successiva; i colori si fanno caldi e la macchina da presa si concentra sui
volti: il lungo momento dell’agonia e della morte del soldato è un alternarsi
di primi piani lungamente tenuti (la durata media dei piani qui è sensibilmente
superiore a quella dell’intero film) del suo volto sempre più immerso
nell’oscurità e di quello di Renata che osserva impotente la scena da dietro i
vetri, immersa al contrario in un gioco di riflessi di luce. Oscurità e luce
nascondono l’uno e l’altro volto, li relegano in due mondi opposti, li separano
definitivamente. La musica rimanda a ben altri momenti, alla sequenza in cui
l’uomo veniva curato, alla calda, fragile illusorietà di quegli istanti. E
cessa con la sua morte.
Ecco lo schema di
montaggio di questa parte centrale della sequenza:
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Il sangue che fuoriesce
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Il dottore e i fucili
puntati
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Primo piano dell’uomo
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Primo piano di Renata
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Dopo la morte del soldato, mentre la macchina da
presa “elenca” uno ad uno coloro che vi hanno assistito (la madre, il padre, i
fratelli, Elisa) la voce narrante di Silvano adulto racconta, ma non più degli altri bensì di se stesso: «Odiavo quegli
uomini in divisa la cui sola forza era nelle armi spianate, odiavo il dottore
che aveva accettato di strappare le bende insanguinate del ferito, odiavo mia
madre e mia sorella che piangevano nel sottoscala per uno sconosciuto e odiavo
mio padre che anche quella volta si era nascosto». E’ uno dei due interventi
della voce narrante non puramente descrittivi (il secondo sarà nel finale), in
cui il bambino assume una posizione etica, diviene giudice del mondo, e un
giudice che non assolve nessuno.
Ed è poi la volta del violinista ebreo, che attende
la morte seduto sulla porta di casa (è un piano-sequenza, scelta inusuale in
Agosti, il piano più lungo del film), mentre le voci dei suoi assassini, un
gruppo di fascisti ubriachi, si avvicinano sempre di più. E’ Crimen questa
volta colui che è presente, è lui che troverà il corpo privo di vita del
violinista, è lui che esprimerà nel gesto di tenere la sua testa fra le mani la
propria compassione e in un silenzioso
sguardo la sua condanna.
Il padre, compromesso col passato regime, si
nasconde in un materasso per sfuggire ai partigiani. Ai bambini viene detto che
è in ospedale, ma in realtà, come sempre, essi vedono tutto e tutto sanno.
In ospedale invece sarà Silvano che ci andrà
davvero, mentre la fine della guerra non significa la fine delle violenze: è
ora il momento delle rappresaglie contro i fascisti e le loro donne. Agosti ce
la mostra attraverso i vetri di un’auto e gli occhi della zia Olga e di uno dei
suoi temporanei amanti. Ma inevitabilmente una cosa ce la dice: che coloro i
quali per vincere hanno dovuto usare le stesse armi di coloro che adesso sono
vinti, di coloro che sono stati oppressori, hanno dovuto con ciò acquisire
qualcosa di loro, del loro modo di essere. E dunque l’oppressione si perpetua.
E ce lo dice nel 1992, quando gli eredi diretti di quei vinti erano ancora ben lontani dal tornare a premere il
tallone del potere sull’Italia (sottolineo: gli eredi diretti, poiché quelli trasversali non hanno mai cessato di
premerlo), quando dunque parlare del “sangue dei vinti”, di quei vinti non aveva il sapore equivoco
e strumentale che inevitabilmente assume oggi, nel 2004.
Ed è il momento, per Crimen, di varcare i confini
del mondo e della vita, di tornare alla sua caverna, alla sua compagna. Già da
tempo estraneo al mondo degli uomini, e pertanto uomo di grande umanità, quello
è per lui solo l’ultimo passo di un cammino che ha già in gran parte percorso.
E’ questo, come dicevo, il secondo dei due soli
momenti del film in cui la colonna sonora è costituita da un brano di musica
sacra, nuovamente il Requiem di Faurè
che ancora una volta avvolge le immagini in un’aura di mesta solennità, e che
qui pare addirittura scaturire dallo stesso tema musicale portante del film. Il
primo, ricordiamolo, era nella sequenza dell’ospedale bombardato. C’è un’altro
elemento di connessione, sia pure approssimativo, fra le due sequenze: la loro
collocazione simmetrica all’interno dell’opera, grosso modo a un quinto
dall’inizio e dalla fine rispettivamente. E c’è in ultimo un terzo elemento,
tematico questa volta: esse rappresentano i due estremi contatti del bambino
con la morte.
Un legame profondo lega il bambino Silvano a
quest’uomo giunto al confine ultimo della vita, legame che si esprime
nuovamente attraverso una immersione nel mondo onirico. La morte di Crimen,
così come noi la vediamo, il suo entrare con un sacco in spalla nelle tenebre
della caverna rischiarate dal fuoco e ostruirne l’ingresso con un grosso masso,
lì in attesa da molti anni, viene mostrata in un montaggio parallelo con le
immagini di Silvano nel suo letto d’ospedale che riceve, in sogno appunto, dai
fratelli, la notizia della sua morte, seguita dall’apparizione di un essere
mostruoso, compenetrato a simboli dell’istituzione religiosa. Il sogno scivola
dunque nell’incubo, e dall’incubo emerge grazie alla figura della zia Olga,
raffigurazione della vita, che appare su uno sfondo di un bianco abbagliante,
sorridente come una sorta di sensuale, e laica, madonna rinascimentale (quelle
così osteggiate da Tarkovskij).
C’è - evocato dalla scelta della musica, di cui ho
già detto - un particolare, accorato sentimento di partecipazione a queste due
morti, quella dell’uccello nella sequenza dell’ospedale bombardato e quella di
Crimen, che non si ritrova, non a questi livelli di intensità, in altre parti
del film, come se quelle altre morti (i cadaveri nei camion, i partigiani, il
soldato nel pollaio) venissero osservate dall’esterno, come se appartenessero a
un mondo diverso. E in un certo senso così è. Non si interpreti tuttavia questa
distanza come indifferenza. Se c’è una cosa che è assente dal mondo di Silvano
è l’indifferenza. Ciò che voglio dire è che saranno altri i sentimenti che
proverà: indignazione davanti all’uccisione del soldato inglese, attonita
impotenza davanti alle fucilazioni dei partigiani, ma anche rispetto a quei
momenti in cui il soffermarsi dello sguardo del bambino assume i connotati
partecipi della compassione, qui c’è qualcosa in più, un coinvolgimento, una
accentuazione, che altrove non scatta.
La morte di Crimen è l’ultimo momento di immersione
nella poesia delle immagini. Adesso Silvano è solo di fronte al mondo degli
adulti, all’universo delle menzogne.
Menzogna è la “liberazione” innanzi tutto, perché
gli uomini del vecchio regime, i fascisti, sono riusciti a “riciclarsi” nel
nuovo ordine. Ed ecco dunque l’ex gerarca trasformato addirittura in partigiano
partecipare a una perquisizione in casa di Silvano alla ricerca del padre.
Menzogna è la storiella del padre in ospedale,
raccontata per nascondere velleitariamente ai figli la sua codardia, e menzogna
è la messa in scena del suo finto ritorno, in cui tutti fingono di non sapere,
in cui tutti soggiacciono alla mistificazione. «Quel giorno», dice la voce
narrante nel suo secondo, e ultimo, intervento soggettivo, «rischiai di
imparare per sempre a mentire. Gli adulti li ho sempre visti così nella mia
infanzia: sinceri nell’obbligo quotidiano alla menzogna. Eppure in quel momento
li amavo tutti e due. E tanta evidenza faceva nascere in me un sentimento di
tenerezza».
E infine il completamento della menzogna: gli
americani che hanno preso il posto dei tedeschi. Diverse le uniformi, identica
l’arroganza («il vostro paese adesso è come un pulcino sotto le ali della
grande chioccia americana») e identico il servilismo del padre. Silvano rifiuta
le caramelle buttategli da un soldato americano, come si butta appunto del cibo
a un pulcino, e il padre tenta di costringerlo a mangiarle - ad accettare la
sottomissione al nuovo potere. Anche qui, la raffigurazione della Storia
collettiva si mescola a quella individuale, che la commenta, ne è la chiave di
lettura, la racchiude: la sequenza si apre e si chiude in chiave elegiaca su un
primo piano di Renata, in disparte, malinconica nell’evidente ricordo del suo soldato morto. Sulla chiusura in
particolare la dimensione individuale (e allo stesso tempo poetica) è
ulteriormente accentuata dalla colonna sonora che torna a essere extradiegetica.
A tale proposito si sarà notato nel corso della
descrizione che la musica extradiegetica accompagna i momenti di raccoglimento
poetico mentre i momenti narrativi sono dominati da una componente sonora
“oggettivata”, descrittiva, diegetica. E ovviamente documentaristica.
Divincolatosi dal padre, Silvano fugge verso la
caverna di Crimen e questa fuga è la conclusione del ricordo, ed anche
l’elemento di raccordo col ritorno al presente in cui Silvano adulto corre,
come da bambino verso Crimen, alla ricerca del piccolo Lorenzo, che ritrova
proprio davanti alla casa di quest’ultimo. E così il film si chiude
circolarmente, con il piccolo Lorenzo che, come nell’immagine iniziale, corre
in un campo di papaveri e Silvano che entra in un’altra casa, in un’altro luogo
di ricordi (e nuovamente vi entra da solo). Lo vediamo attraverso una barriera
d’ombra che ricopre parzialmente il suo volto, ancora una volta come se
osservasse al di là di uno schermo. E infine lo vediamo, senza soluzione di
continuità, dentro la caverna, mentre il piccolo Lorenzo, fermo davanti
all’ingresso, gli annuncia di aver trovato un minuscolo uovo, il suo uovo di garofano. Ed è così che quel
luogo di ricordi/passato si trasfigura in un luogo di utopia/futuro. L’ultima
immagine li vede tornare verso l’esterno, e sono adesso solo due sagome oscure
il cui avanzare verso la luce del giorno spinge ambiguamente verso l’oscurità
l’immagine.
Nonostante la loro distanza temporale e stilistica,
anzi forse proprio a causa di ciò, mi appare naturale un confronto fra Il giardino delle delizie e Uova di garofano. La più immediata
evidenza è che il pessimismo del primo lungometraggio si è sciolto qui in una
fiducia nella realtà dell’immaginario, anzi del fantastico; un fantastico che
ha perso le valenze intellettualisticamente simboliche del lungometraggio
d’esordio (alludo qui al personaggio della donna bruna) per acquisire, come
dicevo in principio, la semplice linearità della favola. I personaggi del Giardino delle delizie sono ormai
irrimediabilmente, inesorabilmente adulti, irrigiditi nel loro “obbligo
quotidiano alla menzogna”; il protagonista di Uova di garofano è irresistibilmente, inestinguibilmente bambino.
In lui vive ciò che in quell’uomo e in quella donna di un ventennio prima era
morto: la salvezza donata dall’universo infantile che ha dominato l’inizio di
ogni esistenza e che non deve morire affinché la vita continui a vivere.
Filippo Schillaci 2004
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