IL GIARDINO
Il cancello era in fondo alla viuzza, un metro appena dopo l'ultimo gradone, lì dove la stretta discesa cessava di calare frettolosa verso valle e, piegandosi ad angolo retto, procedeva per una decina di metri pianeggiante prima di precipitare verso lo stradale che conduceva fuori dal paese.
Il cancello durava, durava oltre se stesso, oltre quanto sia lecito e saggio durare, più malfermo sui cardini, reso sgangherato dagli anni e da mille altre cose, ma durava. E al di là delle sue sbarre di pittura scrostata ancora si contorceva l'intrico nero e forsennato dei rami e delle foglie che, rotti gli argini delle aiuole, straripavano ormai ovunque nascondendo perfino la grande facciata della casa, laggiù in fondo, abbandonata e buia, vuota come sempre, come tutto lì, da un infinito tempo.
Aveva deciso di inseguire i suoi spettri quella notte, i suoi ricordi, e fra tutti, i più lontani, i più desueti. Giunto in fondo alla viuzza, nella ruggine, nei rami, nelle ombre, nei muri e nell'assenza li raggiunse. Erano compagni senza volto, senza corpo, compagni fatti di sola voce, e non ve n'erano di piú mutevoli e capricciosi, non ve n'erano di più indugianti in un velenoso gioco a nascondere, in un perenne carnevale di maschere e coltelli. Lo visitavano a volte come rivoli d'argento, chiarori di luna, che scivolavano quieti verso una foce scintillante d'immobilità e riposo, dove lasciarsi cullare, scaldare, su spume di sonno e tessiture di velluto; si aprivano invece, in altri giorni, come squarci di guerra e stillicidi di angosce che si avventavano feroci e affamati, rigettandolo senza più forze, sangue, tempo. Avrebbe voluto poterli osservare come da fuori, gli uni e gli altri, come da dietro le sbarre arrugginite di un cancello, come se non fossero fatti della stessa sostanza dei suoi anni, e i loro incanti, le loro guerre, non fossero i suoi incanti e le sue guerre: per innata vocazione alla distanza, all'estraneità, al silenzio lo avrebbe voluto, ed era dunque come se per altri, non per sé avesse cercato quel posto trascorso; per altri avesse deciso, contro i contorni scolpiti dalle luci, per le evanescenze impastate dal buio, per altri si fosse fermato lì davanti dunque, a tastare ora la ruggine umida del cancello come per leggere, nel suo spessore, il calendario del tempo dell'abbandono.
Cominciò come un rivolo quella volta. Un rivolo che riusciva impossibilmente a essere tenero e sinistro insieme. Scorreva fra stanze vuote e attraversava porte chiuse, vagava nei labirinti dei rami e su strati di foglie marce, costruiva anse, piroettava in mulinelli lenti, poi si trasformava, si faceva mare, sommergeva i muri, gli alberi, la notte stessa. Per un tempo lunghissimo, per l'esplosione infinita d'un piccolissimo istante, su quel mare non accadde nulla, poi onde nebbiose e dense cominciarono a fluire, le onde diventarono forme, forme che scivolavano sugli arabeschi di chissà quali correnti, si sfioravano, si perdevano. Due di esse non si persero. Si fecero più vicine, si accostarono l'una all'altra, sembrò quasi che si prendessero per mano. Nebbiose ancora, ma via via più chiare, presto fu possibile distinguerle dalle altre, più inconsistenti e mutevoli, riconoscerle, in fondo prevedibili, scontate, di certo volute, nelle sorelle che in tempi per tutti passati avevano abitato la casa, raggomitolate negli abiti neri di un lutto senza fine di cui nessun altro più sapeva nulla, e vecchie, vecchie di anni inverosimili che egli allora, bambino che i suoi contava sulle dita, non sapeva distinguere dai millenni, vecchie quanto la casa, quanto il gran bosco del giardino, esistite da sempre, come le montagne, come il mare, come le stelle.
Non si accorgevano adesso di lui che le fissava al di là delle sbarre del cancello, come mai si accorgevano allora di quando, bambino di cinque anni, nascosto fra l'ombra sicura di una persiana socchiusa, le spiava accudire le piante non ancora selvatiche del giardino, o lavorare d'uncinetto dietro al vetro appannato d'una finestra, o uscire di casa per l'immancabile messa dell'immancabile mattino; e quando, una volta all'anno, mimetizzato nel nascondiglio perfetto d'una folla di adulti, le scorgeva trotterellanti dietro la processione tetra d'un santo patrono nero e dorato, mentre distendevano dietro a sé uno strascico di letizia e devozione senz'altre cause che il loro puro, immotivato esistere; e piccole, piccole abbastanza da non conoscere il cielo, da non sapere delle montagne, del mare, delle stelle.
Ed era dunque tutta lì quella cosa che gli adulti chiamavano vivere? In quel mondo minimo che pareva di bambole, in quella rete di veli d'organza, in tutti quei domani indistinguibili da ieri? Era in quella cortina tenace e perfetta in cui nulla poteva penetrare che non fosse un punto d'uncinetto, un innaffiatoio arrugginito, una litania in latino, in quel recinto di lentezza che non aveva mai conosciuto risate, sussulti, carezze d'un uomo?
Erano altre le frasi e altri i pensieri, ma queste le cose che egli si chiedeva in quei primi anni di domande. Era anche il tempo in cui egli più che mai sentiva curiosa la voglia di saperne di più, di esplorare pianeti alieni. Con macchinose scuse otteneva allora d'entrare nella casa, di esplorare il giardino, di giocare all'archeologo degli anni sconosciuti. Ed era in un luogo di giganti che si azzardava. Le piante erano immense, le ombre smisurate, i cieli dei soffitti si perdevano in tenebre di altezze irraggiungibili e le scale verso il piano superiore erano la via a un proibito mistero.
Esse intanto s'immergevano in calmi va e vieni, da un tavolo a un armadio, da un vaso a un'aiuola; ogni tanto gli rivolgevano un astratto sorriso, gli mostravano un loro incomprensibile album di foto color seppia. Poi il bambino s'apprestava ad andar via, e allora si chinavano su di lui, ch'era già sulla soglia, a volte una, a volte entrambe, e gli davano biscotti, caramelle antiche.
In quel fluire lento dei giorni dunque, in quel silenzio che pareva racchiudere il cosmo, in quella rarefazione grande degli eventi, in tutto ciò era racchiusa la vita? Anni dopo, nel trascorrere breve di quell'età che dell'infanzia è, in mille sensi, la negazione, sarebbe venuto il rifiuto, la risposta assoluta, perfino il disprezzo; negli anni venuti dopo, che allora erano futuro e che presto sarebbero stati passato di rimpianti, di bivi sbagliati, sarebbe venuto il suo no a quella idea immobile dell'esistenza.
Tali erano dunque il giardino, la casa, e le due loro abitatrici. E c'erano poi le gatte, o meglio c'era quel luogo di segreti felini che era un buco passante sotto il muro di cinta del giardino, una grotta proibita al mondo umano in cui a turno, una stagione per una, esse si nascondevano per partorirvi nidiate di piumini. - Il nostro gatto. Lo ricordi? - fecero le sorelle in silenzioso coro. Il loro gatto meditabondo, sì che lo ricordava, riappariva adesso anche lui fra le altre ombre; il loro gatto striato e lucente, rotondo e severo, una divinità e un monarca di velluto nei suoi anni splendidi, che da padrone s'aggirava fra stanze e piante, un anno dopo l'altro, sicuro d'una propria eternità. Si favoleggiava in paese sulla sua età sconosciuta: più di vent'anni, si diceva con certezza, più di trenta, chissà. Gli anni. Si dissolvono gli anni, le apparenze d'eternità sognate. Ed era sempre lui, qualche tempo dopo, senza più sfavillii di grandezza, ma opaco, smagrito, ad ansimare con pena davanti a una stufa, divenuto un relitto corroso sul bagnasciuga del tempo, in cui nessuno millantò la splendida rovina d'un tempio antico, d'un dio solare. Così divenne dunque prima di scomparire, di andare a morire forse, chissà dove. Ma c'era ad avvolgerlo una magia in quel forse, come avvolgeva le fere in un non lontano gran libro marino, c'era una magia nel non aver visto concreta su di lui la morte, un sospetto velato, sussurrato d'immortalità vera che lo coglieva e lo trasportava nella luce dei miti.
E intanto gli anni continuavano a disfarsi, e le sere a inseguire altre sere lasciandosi dietro gli oggetti, le memorie, i gesti. Quelle due vite lente popolavano la casa, contenevano le esuberanze del giardino nutrendosi, nel loro tempo solidificato, nel loro tempo senza divenire, sempre delle medesime cose: frantumi, avanzi pronti a decomporsi, finalmente a svanire.
E poi.
Poi una di loro immobile su un letto. Una finestra aperta sui tetti. L'attesa demente dell'ultima sera. Un lume a petrolio annerito e sempre spento. La mano d'una vecchia che s'aggrappa a chissà cosa. Un centrino all'uncinetto mai finito. Una porta verde e due gradini sul giardino. L'allungarsi impercettibile delle ombre. I primi venti dell'inverno. Tazzine di porcellana. Ciambelle. Ottantaquattro anni. Passi felpati di pantofole. Un tintinnio leggero. Ottantacinque anni. Monete antiche. Immaginette. Ottantasei anni. Due o tre lumini. Un salmodiare d'abitudine. Uno specchio. Rughe marroni. Le piante sempre più fitte. La ruggine. La casa vuota.
La casa, vuota.
Perché il gatto non fu il solo a invecchiare, a morire; già vecchie, anche loro invecchiarono, morirono. Prima del tempo, anche il bambino invecchiò.
Si disfecero altri anni; ed era dunque già vecchio, ventenne o quasi, e vecchio, quando tornò come ora davanti a quel cancello. Tante cose erano già state seppellite sotto strati di terra, tante ancora lo sarebbero state. Non c'era più il bambino, era divampata e s'era spenta altrove l'era grande delle risposte assolute. Era attorno ai vent'anni e giungeva con un immenso peso di tempo straniero, al luogo e a lui stesso.
Il giardino era già abbandonato, incustodito, il cancello aveva perso il catenaccio che lo fermava. Egli lo aprì, ne attraversò la soglia. A stento si fece strada fra i cespugli lasciati a se stessi, inselvatichiti, fra le ortiche che spuntavano un po' ovunque; poi tornò indietro, se ne andò via. Giunto nel territorio estremo, quello dei dubbi che sa privi di risposta, quella volta non si domandò nulla, e nulla si rispose.
Passò del tempo ancora, qualche pietra cadde dai muri della casa, qualche crepa, forse, non vista, si aprì; le piante si avventarono su ogni cosa, premettero contro il muro di cinta, il cancello; diventò impossibile perfino socchiuderne i battenti. Eredi emigrati in America nulla ricordano, sanno di questo posto in Sicilia in cui nessuno dell'universo dei vivi abiterà mai più.
L'uomo sentì una mano che toccava la sua, il tuo corpo che si accostava. I tuoi occhi luccicavano un po' nel buio: lo guardavi e domandavi. Il giardino, oltre il cancello, era umido e fermo. Ed era ferma adesso la tua gonna, che ti si era gradualmente posata attorno alle gambe, non piú abbracciata dal vento vagante fra gli edifici illuminati della piazza, mentre ti incamminavi lungo la discesa e un provvisorio silenzio ti inseguiva. Ora nuovamente, lassù nella piazza, sotto le luci, la musica pulsava.
Senza spiegarti nulla egli ti dice adagio: - Andiamo via -.
1987 - 88