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Dinnammare e l'universo

OCEANO

Una gelida luce violetta illumina a volte l'oceano circolare, si frantuma sulla superficie del liquido trasparente e sconosciuto immergendosi o rimbalzando verso la scura e alta parete che ne delimita il confine. Ma per la maggior parte del tempo l'oscurità sommerge ogni cosa o al più lame biancastre decorano, altissime, il cielo emanando chiarori immobili che segnano il vertiginoso vuoto senza mai giungere a far di sé un autentico irradiarsi di luce.

Vicino all'imprendibile sponda, un piccolo essere ovale galleggia nel silenzio. I suoi sei arti sottili, le due antenne di vetro filato da tempo hanno smesso di agitarsi, il suo corpo si è acquietato e pare quasi, ora, aspettare.

Prossimo alla sponda opposta galleggia un immenso cilindro nero dai riflessi metallici. Le lame biancastre del cielo allungano verso di esso lunghe dita di gelo e i loro giochi scolpiscono scintillii che vanno alla deriva nel buio fino a che, esausti, nuovamente la notte se li ingoia.

L'essere ovale e il cilindro ruotano attorno al centro, lontanissimo e impercettibile, dell'oceano, seguendo rigurgiti di correnti sommerse, lasciandosi portare, un cerchio dopo l'altro, come due pianeti attorno a un sole inesistente.

In apparenza essi sono reciprocamente irraggiungibili. Ma ad osservarli per un po' (forse un secolo, forse due) ci si accorge che uno, non si saprebbe dire quale, ruota più veloce dell'altro, tende a raggiungerlo, ad affiancarglisi.

Un tempo immenso trascorre prima che essi giungano a essere l'uno accanto all'altro, e così continuino il loro viaggio circolare, senza che nulla più paia accadere nel succedersi, circolare anch'esso, di identici, innumerevoli istanti.

Poi, sospinto da chissà quali moti interni al liquido che lo circonda, il piccolo corpo ovale si avvicina all'immenso cilindro, uno dei suoi arti, immobili e protesi, lo tocca.

Restano così, e continuano a girare, sospinti dal mescolarsi di sconosciute correnti, attorno al centro dell'oceano. Continuano, uniti e indifferenti l'uno all'altro, a girare.

Sono dunque ormai quasi una cosa sola, e il piccolo essere ovale potrebbe ora facilmente arrampicarsi lungo la parete del cilindro, mettersi in salvo, se solo non fosse trascorso troppo tempo, se solo egli non fosse già annegato, tanti millenni fa.

 

Messina, 1980.


APOCALIPSIS CUM FIGURIS

A Hermann Melville.

Sotto un altissimo cielo di roccia, la scena è una riva d'Acheronte invischiata in una debole fosforescenza d'ectoplasma nel cui stentato chiarore null'altro si mostra che la ribadita densità delle tenebre. Si agita intorno, si contorce anzi, un suono che è un abissale urlo d'acque in subbuglio, mentre al di là si dispiega un orizzonte greve quale solo sa esserlo un perfetto muro di nulla.
Fra le acque ringhianti, un isolotto roccioso, un tetro frammento di cielo caduto, e su di esso, velato di muschio, un antichissimo sepolcro scoperchiato.

Proveniente da abissi insondabili, dove non v'è legge che non sia vera insieme al suo contrario, dove il caos confonde il qui con l'altrove, il passato col futuro, saliva attraverso l'acqua nera, annunciandosi d'insostenibile enormità, ciò che doveva venire, fra pochi istanti o prima ancora, subito, ciò che sarebbe emerso, che emerse, in un urlare di spume, in uno scontrarsi di furie liquide, dalle acque inferocite, colui la cui bianca testa, parte immensa d'una ancor più grande, d'una infinita immensità di bianche tenebre, si erse gigantesca sull'acqua, il cui corpo enorme, lucido in quella grotta senza luce, s'impennò sotto la spinta poderosa di gigantesche pinne, s'innalzò quasi per intero al di sopra delle spume fuoribonde che aveva suscitato, tempestando, flagellando di furia ulteriore la tempesta, e ricadde con forza di demone, onnipotenza ctonia, nel mezzo dell'isolotto roccioso che si spaccò, si frantumò inabissandosi, con sé, sbriciolato, trascinando il sepolcro, che inimmaginabili mani vi avevano eretto e scavato, inabissandosi dunque ogni cosa fra alti spruzzi sotto il peso del tremendo urto, in mezzo alle acque che da ogni parte nuovamente si chiudevano sul dorso levigato, sui ramponi in esso saldamente conficcati, sul groviglio delle lenze ai ramponi assicurate e infine sull'uomo che, impigliato in esse, forsennatamente si dibatteva levando alte urla e bestemmie sull'ultima delle quali l'acqua stessa impose il suo Ite, Missa Est, il suo suggello di rombante silenzio.

 

Pisa, 1981

 

IL GIARDINO

 

Il cancello era in fondo alla viuzza, un metro appena dopo l'ultimo gradone, lì dove la stretta discesa cessava di calare frettolosa verso valle e, piegandosi ad angolo retto, procedeva per una decina di metri pianeggiante prima di precipitare verso lo stradale che conduceva fuori dal paese.
Il cancello durava, durava oltre se stesso, oltre quanto sia lecito e saggio durare, più malfermo sui cardini, reso sgangherato dagli anni e da mille altre cose, ma durava. E al di là delle sue sbarre di pittura scrostata ancora si contorceva l'intrico nero e forsennato dei rami e delle foglie che, rotti gli argini delle aiuole, straripavano ormai ovunque nascondendo perfino la grande facciata della casa, laggiù in fondo, abbandonata e buia, vuota come sempre, come tutto lì, da un infinito tempo.
Aveva deciso di inseguire i suoi spettri quella notte, i suoi ricordi, e fra tutti, i più lontani, i più desueti. Giunto in fondo alla viuzza, nella ruggine, nei rami, nelle ombre, nei muri e nell'assenza li raggiunse. Erano compagni senza volto, senza corpo, compagni fatti di sola voce, e non ve n'erano di piú mutevoli e capricciosi, non ve n'erano di più indugianti in un velenoso gioco a nascondere, in un perenne carnevale di maschere e coltelli. Lo visitavano a volte come rivoli d'argento, chiarori di luna, che scivolavano quieti verso una foce scintillante d'immobilità e riposo, dove lasciarsi cullare, scaldare, su spume di sonno e tessiture di velluto; si aprivano invece, in altri giorni, come squarci di guerra e stillicidi di angosce che si avventavano feroci e affamati, rigettandolo senza più forze, sangue, tempo. Avrebbe voluto poterli osservare come da fuori, gli uni e gli altri, come da dietro le sbarre arrugginite di un cancello, come se non fossero fatti della stessa sostanza dei suoi anni, e i loro incanti, le loro guerre, non fossero i suoi incanti e le sue guerre: per innata vocazione alla distanza, all'estraneità, al silenzio lo avrebbe voluto, ed era dunque come se per altri, non per sé avesse cercato quel posto trascorso; per altri avesse deciso, contro i contorni scolpiti dalle luci, per le evanescenze impastate dal buio, per altri si fosse fermato lì davanti dunque, a tastare ora la ruggine umida del cancello come per leggere, nel suo spessore, il calendario del tempo dell'abbandono.
Cominciò come un rivolo quella volta. Un rivolo che riusciva impossibilmente a essere tenero e sinistro insieme. Scorreva fra stanze vuote e attraversava porte chiuse, vagava nei labirinti dei rami e su strati di foglie marce, costruiva anse, piroettava in mulinelli lenti, poi si trasformava, si faceva mare, sommergeva i muri, gli alberi, la notte stessa. Per un tempo lunghissimo, per l'esplosione infinita d'un piccolissimo istante, su quel mare non accadde nulla, poi onde nebbiose e dense cominciarono a fluire, le onde diventarono forme, forme che scivolavano sugli arabeschi di chissà quali correnti, si sfioravano, si perdevano. Due di esse non si persero. Si fecero più vicine, si accostarono l'una all'altra, sembrò quasi che si prendessero per mano. Nebbiose ancora, ma via via più chiare, presto fu possibile distinguerle dalle altre, più inconsistenti e mutevoli, riconoscerle, in fondo prevedibili, scontate, di certo volute, nelle sorelle che in tempi per tutti passati avevano abitato la casa, raggomitolate negli abiti neri di un lutto senza fine di cui nessun altro più sapeva nulla, e vecchie, vecchie di anni inverosimili che egli allora, bambino che i suoi contava sulle dita, non sapeva distinguere dai millenni, vecchie quanto la casa, quanto il gran bosco del giardino, esistite da sempre, come le montagne, come il mare, come le stelle.
Non si accorgevano adesso di lui che le fissava al di là delle sbarre del cancello, come mai si accorgevano allora di quando, bambino di cinque anni, nascosto fra l'ombra sicura di una persiana socchiusa, le spiava accudire le piante non ancora selvatiche del giardino, o lavorare d'uncinetto dietro al vetro appannato d'una finestra, o uscire di casa per l'immancabile messa dell'immancabile mattino; e quando, una volta all'anno, mimetizzato nel nascondiglio perfetto d'una folla di adulti, le scorgeva trotterellanti dietro la processione tetra d'un santo patrono nero e dorato, mentre distendevano dietro a sé uno strascico di letizia e devozione senz'altre cause che il loro puro, immotivato esistere; e piccole, piccole abbastanza da non conoscere il cielo, da non sapere delle montagne, del mare, delle stelle.
Ed era dunque tutta lì quella cosa che gli adulti chiamavano vivere? In quel mondo minimo che pareva di bambole, in quella rete di veli d'organza, in tutti quei domani indistinguibili da ieri? Era in quella cortina tenace e perfetta in cui nulla poteva penetrare che non fosse un punto d'uncinetto, un innaffiatoio arrugginito, una litania in latino, in quel recinto di lentezza che non aveva mai conosciuto risate, sussulti, carezze d'un uomo?
Erano altre le frasi e altri i pensieri, ma queste le cose che egli si chiedeva in quei primi anni di domande. Era anche il tempo in cui egli più che mai sentiva curiosa la voglia di saperne di più, di esplorare pianeti alieni. Con macchinose scuse otteneva allora d'entrare nella casa, di esplorare il giardino, di giocare all'archeologo degli anni sconosciuti. Ed era in un luogo di giganti che si azzardava. Le piante erano immense, le ombre smisurate, i cieli dei soffitti si perdevano in tenebre di altezze irraggiungibili e le scale verso il piano superiore erano la via a un proibito mistero.
Esse intanto s'immergevano in calmi va e vieni, da un tavolo a un armadio, da un vaso a un'aiuola; ogni tanto gli rivolgevano un astratto sorriso, gli mostravano un loro incomprensibile album di foto color seppia. Poi il bambino s'apprestava ad andar via, e allora si chinavano su di lui, ch'era già sulla soglia, a volte una, a volte entrambe, e gli davano biscotti, caramelle antiche.
In quel fluire lento dei giorni dunque, in quel silenzio che pareva racchiudere il cosmo, in quella rarefazione grande degli eventi, in tutto ciò era racchiusa la vita? Anni dopo, nel trascorrere breve di quell'età che dell'infanzia è, in mille sensi, la negazione, sarebbe venuto il rifiuto, la risposta assoluta, perfino il disprezzo; negli anni venuti dopo, che allora erano futuro e che presto sarebbero stati passato di rimpianti, di bivi sbagliati, sarebbe venuto il suo no a quella idea immobile dell'esistenza.
Tali erano dunque il giardino, la casa, e le due loro abitatrici. E c'erano poi le gatte, o meglio c'era quel luogo di segreti felini che era un buco passante sotto il muro di cinta del giardino, una grotta proibita al mondo umano in cui a turno, una stagione per una, esse si nascondevano per partorirvi nidiate di piumini. - Il nostro gatto. Lo ricordi? - fecero le sorelle in silenzioso coro. Il loro gatto meditabondo, sì che lo ricordava, riappariva adesso anche lui fra le altre ombre; il loro gatto striato e lucente, rotondo e severo, una divinità e un monarca di velluto nei suoi anni splendidi, che da padrone s'aggirava fra stanze e piante, un anno dopo l'altro, sicuro d'una propria eternità. Si favoleggiava in paese sulla sua età sconosciuta: più di vent'anni, si diceva con certezza, più di trenta, chissà. Gli anni. Si dissolvono gli anni, le apparenze d'eternità sognate. Ed era sempre lui, qualche tempo dopo, senza più sfavillii di grandezza, ma opaco, smagrito, ad ansimare con pena davanti a una stufa, divenuto un relitto corroso sul bagnasciuga del tempo, in cui nessuno millantò la splendida rovina d'un tempio antico, d'un dio solare. Così divenne dunque prima di scomparire, di andare a morire forse, chissà dove. Ma c'era ad avvolgerlo una magia in quel forse, come avvolgeva le fere in un non lontano gran libro marino, c'era una magia nel non aver visto concreta su di lui la morte, un sospetto velato, sussurrato d'immortalità vera che lo coglieva e lo trasportava nella luce dei miti.
E intanto gli anni continuavano a disfarsi, e le sere a inseguire altre sere lasciandosi dietro gli oggetti, le memorie, i gesti. Quelle due vite lente popolavano la casa, contenevano le esuberanze del giardino nutrendosi, nel loro tempo solidificato, nel loro tempo senza divenire, sempre delle medesime cose: frantumi, avanzi pronti a decomporsi, finalmente a svanire.
E poi.
Poi una di loro immobile su un letto. Una finestra aperta sui tetti. L'attesa demente dell'ultima sera. Un lume a petrolio annerito e sempre spento. La mano d'una vecchia che s'aggrappa a chissà cosa. Un centrino all'uncinetto mai finito. Una porta verde e due gradini sul giardino. L'allungarsi impercettibile delle ombre. I primi venti dell'inverno. Tazzine di porcellana. Ciambelle. Ottantaquattro anni. Passi felpati di pantofole. Un tintinnio leggero. Ottantacinque anni. Monete antiche. Immaginette. Ottantasei anni. Due o tre lumini. Un salmodiare d'abitudine. Uno specchio. Rughe marroni. Le piante sempre più fitte. La ruggine. La casa vuota.
La casa, vuota.
Perché il gatto non fu il solo a invecchiare, a morire; già vecchie, anche loro invecchiarono, morirono. Prima del tempo, anche il bambino invecchiò.
Si disfecero altri anni; ed era dunque già vecchio, ventenne o quasi, e vecchio, quando tornò come ora davanti a quel cancello. Tante cose erano già state seppellite sotto strati di terra, tante ancora lo sarebbero state. Non c'era più il bambino, era divampata e s'era spenta altrove l'era grande delle risposte assolute. Era attorno ai vent'anni e giungeva con un immenso peso di tempo straniero, al luogo e a lui stesso.
Il giardino era già abbandonato, incustodito, il cancello aveva perso il catenaccio che lo fermava. Egli lo aprì, ne attraversò la soglia. A stento si fece strada fra i cespugli lasciati a se stessi, inselvatichiti, fra le ortiche che spuntavano un po' ovunque; poi tornò indietro, se ne andò via. Giunto nel territorio estremo, quello dei dubbi che sa privi di risposta, quella volta non si domandò nulla, e nulla si rispose.
Passò del tempo ancora, qualche pietra cadde dai muri della casa, qualche crepa, forse, non vista, si aprì; le piante si avventarono su ogni cosa, premettero contro il muro di cinta, il cancello; diventò impossibile perfino socchiuderne i battenti. Eredi emigrati in America nulla ricordano, sanno di questo posto in Sicilia in cui nessuno dell'universo dei vivi abiterà mai più.

L'uomo sentì una mano che toccava la sua, il tuo corpo che si accostava. I tuoi occhi luccicavano un po' nel buio: lo guardavi e domandavi. Il giardino, oltre il cancello, era umido e fermo. Ed era ferma adesso la tua gonna, che ti si era gradualmente posata attorno alle gambe, non piú abbracciata dal vento vagante fra gli edifici illuminati della piazza, mentre ti incamminavi lungo la discesa e un provvisorio silenzio ti inseguiva. Ora nuovamente, lassù nella piazza, sotto le luci, la musica pulsava.
Senza spiegarti nulla egli ti dice adagio: - Andiamo via -.

 

1987 - 88

PASSAGGI

Luci percorrevano la notte. In principio erano solo due puntini gemelli, due fori gialli e lontani che penetravano il nero immenso, che scivolavano lenti, ipnotici, nel silenzio ancora intatto. Poi, poco a poco, tutto si trasformava e quel primo, lieve annuncio di mutamento generava un ruggito, una vampa di fuoco e ghiaccio: una striscia lampeggiante di luce scorreva allora davanti al piccolo edificio della stazione, velocissima, tagliando in due la notte in un tumulto forsennato di metallo. Poi tutto finiva e due fari rossi dai lampi ritmati erano il sipario di quella scena di furia e meraviglia.
Così passavano i treni, un'ora dopo l'altra, una notte dopo l'altra, in attimi d'abbaglio inframezzati da immobili eternità d'attesa. Pochi erano quelli che si fermavano e pochi ogni volta i viaggiatori che scendevano. Restavano qualche istante immobili questi, sotto la pensilina arrugginita e deserta, quasi spauriti, come a tentare di confondersi fra una folla che non c'era, poi attraversavano i binari, chi lentamente, chi in fretta, si avviavano all'uscita, sparivano, per sempre. Egli era lì ogni notte. Per loro manovrava semafori e scambi dall'interno di una cabina a vetri, e li guardava. Di ciascuno pensava i templi e le rovine, i palazzi di cristallo e le pietre che li avrebbero frantumati. Di nessuno avrebbe mai saputo nulla.
Guardava anche quelli che non scendevano, che si affacciavano soltanto per poi subito ritrarsi (intimoriti, infreddoliti; o forse no, solo annoiati), e quelli i cui volti per un istante baluginavano dietro ai finestrini nelle strisce di luce degli altri treni, i treni che non si fermavano.
Così quelle vite di cui percepiva un istante o, meno ancora, il bagliore inconsistente d'un fotogramma, popolavano la notte, le sue notti; così gli dicevano, senza nulla saperne, d'un fascino d'altrove, d'una pena d'estraneità. Poi, fra un arrivo e l'altro, fra un passaggio e l'altro, si dispiegava fastidiosa la vuotezza delle ore.
Per loro dunque passava le sue notti a manovrare semafori e scambi; e li guardava, di là dai vetri, apparire silenziosi e silenziosi sparire, portandosi dietro i loro mondi, le fioriture di primavera e le vampe di terremoto, mentre il buio o qualche rivolo di polvere smossa ne prendeva il posto.
Una volta l'unico passeggero che il treno si lasciò dietro fu una donna. Scese dall'ultimo locale della notte, subito tentò anche lei di confondersi fra la folla che non c'era. Si soffermò un po' più a lungo del normale sul marciapiede vuoto, poi si mosse. Egli stava lì, come a volte faceva, sulla porta della cabina a vetri, guardava immobile il paesaggio di pietre e metallo che gli stava intorno, binari e pensiline, semafori e marmotte; e naturalmente guardava lei che, unica, lo popolava. Chissà, pensò come sempre, quali tagli, quali rattoppi malfermi anche lei si portava dentro, e anche quali velluti, quali monili dorati.
La donna gli si avvicinò, gli chiese: - Scusi, sa dirmi che ore sono? - Nient'altro, solo: - Scusi, sa dirmi che ore sono? - Egli glielo disse, la donna andò via con i suoi tagli, i suoi velluti, i suoi rattoppi malfermi e i suoi monili dorati.
Egli restò lì, ad aspettare il prossimo treno.

Dicembre 1988

 

 

IL CLOWN

 

A Paola, il suo ritratto.

 

Il circo è piccolo, un po' scalcinato; sa di paese, di periferia, di cose da pochi soldi. Fuori, poco fa, una strage di cui domani i giornali non parleranno, e sarà anche per nasconderci dall'universo che siamo venuti qui questa sera, chissà.
Laggiù nell'arena due leonesse dall'aria mansueta hanno appena finito il loro numero, le solite cose, anche meno, fatte senza fretta, senza chiasso per un pubblico quieto, silenzioso, tristemente rado: saltare attraverso un cerchio, trottare adagio qua e là, fare a comando due o tre capriole sulla pancia, nient'altro quasi; poi, sempre senza fretta, andar via, sparire in un tunnel, iniziare l'attesa del giorno dopo, del nuovo, identico spettacolo.
Adesso i clowns si affaccendano attorno alla pista mentre gli inservienti smontano poco a poco la gabbia. Guardo te che li guardi sorridendo, guardo gli altri, pochi, fuggiaschi, sparuti fino a essere mesti, come noi venuti qui chissà poi perché, chissà poi per cosa. Per nascondersi forse, anche loro. Li guardo tutti insieme, rarefatti: due, tre, dieci sedie vuote immancabilmente proteggono l'uno dall'altro. Poi li guardo uno a uno: quello più vicino, sette sedie vuote a sinistra, due file più in basso, quello ha l'aria di chiedersi se era poi davvero così male il film che c'era alla televisione stasera; quell'altro un po' più in là invece sembra contento, come te sorride; e poi ancora quella donna seduta laggiù quasi sul bordo dell'arena... no, di lei non saprei dire, ha un viso strano.
Lassù in alto, ma mica tanto, c'è un trapezio che oscilla lievemente. C'è anche una toppa, lì sul tendone. Una leggera corrente d'aria viene chissà da dove. Noto una stranezza, non ci sono riflettori in questo circo, solo grosse lampade domestiche appese in cerchio attorno all'arena. Per questo forse la luce è così calda, così calma. Torno con lo sguardo alle file di sedie; sedie piccole, pieghevoli, di legno, e mi colpisce ancora, con strana insistenza, il fatto che non poche sono vuote.
Ma intanto gli inservienti hanno finito, i clowns si torturano l'un l'altro ancora un po', poi escono di scena, saltellanti.
L'arena è vuota. Che accade ora? Gli acrobati? I cavalli?
Fuori, chissà dove, un debole colpo di clacson: dura solo un attimo. C'è tanto silenzio qui. Ti guardo ancora: aspetti tranquilla, curiosa.
L'arena è sempre vuota. No, ora non più: una figuretta si fa avanti adagio sul terriccio un po' sporco, un fagotto biancastro con grossi bottoni scuri, più o meno un Pierrot ma non proprio: piccolo, buffo... un po' come te; dall'aria triste (che Pierrot sarebbe se no?), e goffo. Goffo come... non so... come chi crede di non sapere e invece sa? Be' sì, un po' come te. Raggiunge a piccoli, cauti passi dondolanti il centro dell'arena. Poi non accade più nulla. Lui sta lì, guarda un po' curvo i radi spettatori, a volte accenna qualche numero, fa volare palle per aria o apparire fazzoletti di seta, a volte non fa nulla: sta lì soltanto, e guarda.
Ci guarda; e non accade nient'altro. Nessuno ride, certo. Nessuno ride ma tutti sono attenti. Qualche sorriso appare qua e là, senza mai mutarsi in risata, nient'altro. Nessuno ride ma non è necessario. Il piccolo clown, l'essere buffo, straordinariamente goffo, non fa quasi nulla eppure non ha bisogno di fare nient'altro. Non accade nulla eppure una cosa, chissà cosa, accade.
Rivolgo per un istante lo sguardo a te (basta poco, una rotazione appena percettibile degli occhi). Abbiamo fatto bene questa sera a venire qui, non credi?
Abbiamo fatto bene, mi rispondono i tuoi occhi; sì.

 

Pisa, Dicembre 1988

 

 

"DIE GAIST, DIE STET VERNEINT"

"Nessuno canta così puro come coloro che sono nel più profondo dell'inferno; quello che crediamo il canto degli angioli è il loro canto."

Franz Kafka.

"O tu fra tutti gli angeli il più bello e sapiente,
dio privato di lodi, tradito dalla sorte."

Charles Baudelaire.

Da quanto tempo sono rinchiuso in questa notte, in questa tomba? Da quanto tempo l'universo è tenebra e lamenti, luogo d'orrore e di oppressione? Ed il mio regno, spesse volte di roccia stillanti dolore, sotto le quali ho cessato di dibattermi? Da quanto tempo mi coprono ingiurie, mi stringono catene? Io che ero l'Angelo della Luce, il Corifeo dei Soli. Da quanto tempo lui è libero, la sua follia onnipotente? Da quanto tempo, infine, io taccio?

Innumerevoli domande senza patria, senza scopo, innumerevoli domande senza una risposta che sia almeno il riso di scherno di colui che ha vinto, che ha premuto sull'universo il suo piede immondo. Innumerevoli domande senza senso infine, perché il fluido tempo è dei viventi mentre è nell'immobile pietra dell'eternità che io esisto.

Io parlerò. Io che non ho voce, né un'anima disposta ad ascoltare, parlerò senza ferire il silenzio, parlerò alle nubi del cosmo, agli abissi neri, parlerò ai granelli di sabbia, agli orizzonti, al semplice, vuoto spazio.

In principio era il nulla e lo spirito di dio aleggiava nella quiete. Questo non durò a lungo, poiché egli separò la materia dal vuoto, la luce dalla tenebra.

Creo Noi, gli Angeli, affinché con lui governassimo le cose create. Noi fummo le sue ancelle, i suoi scudieri, i suoi servitori e i suoi soldati. I suoi amici no. Nemmeno gli altri, quelli che di fronte alla scelta fecero quadrato attorno a lui, nemmeno essi gli erano amici. Il potere non ha amici e lui era il potere. Il potere ha solo schiavi e ruffiani, timorosi, zelanti; lui era il potere.

Tutto ciò fu creato dunque, e Noi con esso. Ma l'universo era vuoto, il nostro era un regno disabitato. Noi governavamo su cose inanimate. Allora egli creò i viventi. E Noi vedemmo ch'era un folle.

Ci parlò d'ogni meraviglia, fu artefice d'ogni mostruosità. Vedemmo innalzarsi la forza come solo diritto, vedemmo giungere la morte come solo epilogo, vedemmo il contorcersi del dolore come sola realtà, assistemmo al compiersi dell'assassinio come sola vittoria. Tutto questo vedemmo uscire dalle sue mani. Concepì il cosmo intero a propria immagine e somiglianza: una realtà di sangue e orrore dietro una maschera di bontà e bellezza.

Fra Noi Angeli vibrò il raccapriccio, ma nessuno osò parlare. Io infine lo feci. Io per primo pronunciai il mio no. Altri, pochi, mi seguirono. Furono giusti e temerari. I molti pavidi e meschini restarono con lui, ci combatterono.

Descriverò adesso una battaglia d'Angeli? Pallide favole gli umani, molto tempo dopo, avrebbero inventato; pallide favole le spade fiammeggianti e i carri infuocati. Non ebbe forma quel tempo, non ebbe silenzio né fragore, ogni cosa si fuse in ogni altra. Poi tutto finì, fummo sconfitti, la Luce ci fu rubata, volte di roccia si chiusero su di Noi.

Racconti pure, colui che ha vinto, la menzogna della mia ribellione per orgoglio; io mi ribellai per giustizia, per orrore dinanzi all'orrore.

Ora che tutto, senza speranza di reversibilità, è concluso, ci rimane l'infinita attesa, perché nella nostra eternità il tempo non esiste; è cosa delle creature, dei mortali, dei viventi. Noi, noi Angeli, noi immortali, noi non viviamo, esistiamo soltanto.

 

Roma, Agosto 1993.

 

REGALO

Un mazzo di rami di roseto fasciati con del filo spinato, donati in una notte di nubi, in una fossa d'oceano, in una tenebra dell'anima. Senza che neppur vi sia un Donatore cui rivolgere la tua sola arma, il sarcasmo senza speranza di un "Grazie".

 

Sezze Romano, 20 giugno 1993.

 

DINNAMMARE E L'UNIVERSO (*)

Ogni mattina esce di casa poco dopo l'alba, percorre in automobile i pochi chilometri di campagne e boschi che lo separano da Dinnammare, apre una porta, poi ritorna a casa; è un percorso di poco piú di un'ora fra andata e ritorno, un succedersi solitario di tornanti avvolto in ombre d'alberi e bagliori di sole. A sera ripete lo stesso itinerario e chiude la porta che aveva aperto al mattino.
Come guardiano del santuario non deve far altro. Non ci sono tesori da sorvegliare, niente suppellettili di valore, niente. Perfino i semplici teppisti lassú a mille metri di quota non arrivano: troppa fatica.
Molto spesso non arriva proprio nessuno, nemmeno quelli che nel santuario vedono uno scopo, o così dicono, e dunque la porta che lui apre al mattino non viene attraversata per tutto il giorno. Questo accade la maggior parte delle volte. Il resto della giornata la trascorre sdraiato sulla terrazza della sua casa di Curcuraci, circondato dal cielo, a osservare il trascorrere delle nuvole e del tempo.
A volte nel suo viaggio verso il monte incontra la nebbia, e allora il viaggio dura piú del solito, ma allo stesso tempo non dura piú, perchè la nebbia annulla, insieme alle cose, il trascorrere stesso del tempo. Si avanza con estrema lentezza in uno spazio bianco sempre uguale, per minuti, per ore, come fosse per sempre. Poi appare il profilo diafano del santuario, la sua porta chiusa da spalancare, o spalancata da richiudere, a seconda dell'ora del giorno. E infine il ritorno, e di nuovo quell'esperienza diversa dello spazio e del tempo che è il niente bianco e senza fine della nebbia.
Questo è il racconto pieno, completo d'ogni sua giornata. Un'azione inutile, ripetuta identicamente, al servizio di una superstizione di durevole vuotezza (cos'altro sono le religioni?). E questo sempre, ogni giorno di ogni anno, senza divenire. Un nulla che segue al nulla, una perfetta vacuità - nel suo lavoro, come nella sua intera vita - in cui egli ha imparato a vedere lo specchio della perfetta vacuità dell'universo. E ad esistere dunque, nell'accadere quotidiano di questa totale aderenza fra il suo tempo e le cose, come nel più suo degli eventi.

A volte il fluire dell'immobilità nella sua terrazza circondata dal cielo, quella perfezione dalla quale egli sta in solitudine a sentire il tempo che passa insieme alle nuvole, s'interrompe, rare soluzioni di continuitą l'increspano - rare, perché pochi sono i rapporti che legano lui all'inutilmente affaccendato mondo vivente -, ma le increspature fanno presto a smorzarsi, a quietarsi, finché tutto nuovamente si distende nella immensa vacuità di sempre. Ed egli torna a sdraiarsi, immobile e di nuovo solo, sotto il suo cielo nel quale le nuvole continuano lentamente e inutilmente a passare, in attesa della sera.

Messina, marzo 1997


(*) I luoghi che qui nomino si trovano sulle pendici più orientali dei monti Peloritani, nei pressi di Messina. Perché questi luoghi e non altri? Semplicemente perché è davanti alla porta chiusa del santuario di Dinnammare che poche notti fa ho immaginato questo racconto, sono i boschi intorno a Messina che ho ripetutamente percorso in questi giorni, ed è da una delle fortezze di Curcuraci che mi sono soffermato a lungo ieri a guardare il trascorrere delle nuvole. Ma infiniti altri luoghi in ogni altra parte dell'universo andrebbero ugualmente bene.

 

Filippo Schillaci