I s o l a d e i r i f l e s s i
(Al leggio)
Forme gli passarono accanto. Nebbia nella nebbia; immagini nella nebbia; corpi nella nebbia; esseri nella nebbia. Ed egli sostò presso di loro. Riposò… sognò di riposare in mezzo a loro. Li riconobbe… li immaginò come simili a sé. Si dispose a esser simile a loro, ne invocò il grembo. Divenne la loro eco, restituita dallo specchio del mondo.
La nascita aveva generato una forma, una memoria e un’attesa. La forma era un’argilla grezza; la memoria era d’una nube ancora incerta che chiamava “gli altri”; l’attesa era per il loro contatto: un desiderio di moltitudine che plasmasse quella materia iniziale, di moltitudine che la penetrasse fino a farne la sua immagine riflessa.
Forme gli passarono accanto: uno sciame di chiarore nel crepuscolo della nebbia, un frinire di voci nella coltre del silenzio. Sostò in mezzo a loro; il loro respiro divenne il suo; egli si sciolse in loro. La nebbia si allontanò, intorno a lui si distese l’abbraccio circolare d’una siepe policroma. Vide sotto i suoi nuovi passi facili sentieri, vide gli altri, vide se stesso negli altri.
E adesso, levategli l’aria, ma non quel giardino dai chiarori d’ectoplasma ch’egli non sa più disgiungere da se stesso, levategli ogni cosa ma non l’illusione di gioie, d’onde e riflussi d’argento ch’egli crede ovunque irradiarsi, ch’egli crede perenni, nel sicuro recinto che la siepe protegge. Oltre essa s’innalza il mondo, millenario e oscuro, straniero, incomprensibile. E finalmente invisibile. C’era paura, c’era incertezza e pena nel cammino solitario, lo sguardo era stanco d’un universo infinito, incessante, infinito. Un mondo che non si lasciava cambiare. Finalmente invisibile. Si aprono ora come sorrisi le porte, danno accesso a scale che conducono ai cieli. Ride dei sentieri contorti da cui si è sottratto, dei rozzi passi circondati dal vuoto. Ride credendosi luce, nulla sapendo d’esser solo un riverbero altrui, d’esser fatto da altri, d’esser cosa d’altri. Di essere gli altri.
Generò nuove vite, come fossero spade conficcate nel ventre del tempo. Si sciolsero presto anch’esse in propaggini deboli che rapide si staccarono da lui, si lasciarono anch’esse modellare dalle medesime mani cui già egli si era dato.
Vennero estranei, stranieri al di là della siepe, altri che mai aveva catalogato, nominato, compreso, che non addolcivano il suo cammino ma il proprio. Ancora una volta carestie e pesti, massacri e guerre furono l’antico dono reciproco. La siepe si fece muro di fortezza, il muro entrò nelle menti, divenne idea, si perpetuò. Gemmarono nell’erba tumori di terra bruciata dal sale. Lo spazio entro la siepe, un tempo apparenza di libera vastità, si fece angusto. Gli altri che lo avvolgevano nel loro grembo, si accorse, erano anche coloro che incrociavano il suo cammino, il suo spazio, il suo respiro con il loro, erano urto, erano contesa, vastità negata; e anch’essi muri, muri, muri.
(Avanzando verso il pubblico) Cieli ogni notte osservati, mari ossessivamente navigati, esseri innumerevoli volte generati, giorni mille volte vissuti, parole già note. (Fermandosi) Si voltò. (Andando verso l’Isola della Luce) Vide costellazioni che le effemeridi ignoravano, percorse mari mai feriti dal solco delle navi, generò esseri dai volti sconosciuti, sorsero giorni improbabili e mai predetti, furono scritte parole che nascondevano nuove luci.
Egli è adesso chiarore nel ristagnare della nebbia, è luce a se stesso, è oltre la siepe, oltre ogni siepe. Conosce una solitudine nuova.