I s o l a d e l l a l u c e
(Al leggio)
La solitudine del Sole quando il suo sguardo sgorga sul mondo e dona i suoi nomi alle cose; quando riduce a un’eco spenta e lontana ciò che in lui era riflesso di sguardi altrui, e brilla di propria luce, e si assume l’incerta libertà, il volo verso luoghi persi nell’abbaglio diurno, che nomi non hanno ancora.
Nell’attendere l’alba, in lui cresce la voce che attraversa la notte.
Era una fatua apparenza, è ora scultore, tessitore della rete che unisce tutte le cose: i corpi oscuri tendono al chiarore, le moltitudini a una cangiante unità. Di ciò che aveva massa, che era forma, fa vibrazione di colori. In essa costruisce l’infinità dei possibili, affinché nulla svanisca ma l’impermanente perduri: fra le sue mani e oltre esse, fino al termine del tempo e più ancora, fin dove egli stesso, impassibile sorgente di luce, non sa. Affinché questa sia, non altra ma questa, questa, solo questa la ventura delle venture.
Ovunque ci si volga, un’esplosione di petali iridati che trafigga la notte, il fortissimo del vento fra i tronchi svettanti e l’oceano di fogliame del bosco: è questa la musica che lo accompagna.
La solitudine del sole che irradia senza accogliere, che scolpisce senza mutare la sua forma. Che in ogni cosa intorno a sé trova la sua prima materia.
Tutto fluisce, ma in un viaggio che non conosce il ritorno. Da un centro a un mondo esterno: un volere di possesso dell’uno sull’altro; non l’equilibrio del riposo, non lo sguardo che riceve ma l’impeto della nascita che perdura, che si crede infinito. Una nave dalle vele dorate che conoscono un solo vento, sorde a ogni altra voce dell’aria, sorde a ogni parola che non sia «io».
Gli altri tuttavia sono ancora. Egli non è più il riflesso del loro sguardo ma il suo sguardo, per non perdersi deve esser riflesso dal loro. Gli altri non sono più il suo recinto, la sua fortezza, gli antagonisti della sua contesa, egli è uno e pago della sua unità. Tuttavia essi sono. Sono la memoria di lui, il suo ponte attraverso gli abissi inguardabili del tempo. La sua luce, per brillare, la sua forza, per agire, han bisogno di quella materia.
(Prendendo in mano il foglio dal leggio, spostandosi davanti a esso e inginocchiandosi lentamente sull’erba:)
Ma una luce che ha dimenticato la notte, una forza che non conosce l’equilibrio della sosta, che deve irradiare, incessante, per esistere, che forma senza lasciare che le si dia forma, sospesa sull’orlo più vertiginoso dell’ultimo monte, sul suo orlo più scosceso e luminoso, quella luce, quella forza che fu, è ancora, tripudio di giorno pieno, viaggia verso la consumazione di se stessa, verso la propria nostalgia.
(Inginocchiata sull’erba, con il foglio in grembo:)
E vennero i giorni della luce fragile, i giorni sospesi a un’incresparsi d’aria, a un vento che li condusse oltre gli spazi del ricordo. Altre luci gli sorsero accanto, non moltitudini indecifrabili ma ognuna dotata d’un volto, d’una sua voce di speranza. La cercarono, percorrendo scie di sorgenti nell’ombra delle valli. Fragili giorni pronti a sciuparsi al più timido soffio, a confondersi; giorni posati nel limbo, risplendenti ancora di stille dorate ma velati, velati. Giorni da non sfiorare: anche il tocco più incerto fu già per loro frastuono. Giorni in cui pulsò un annuncio di quiete.
(In silenzio si rialza abbandonando il foglio sull’erba.)
(In piedi, ferma, con alle spalle il leggio e l’Isola della Luce:) Cascate impetuose di luce scolpita? Chi le ha viste? Quando furono? Eppure furono. Oggi è molto se qualche lembo d’oro ne traspare, se qualche raggio sorge ancora dal candore della notte. Leggero e immenso, (Andando verso l’Isola dell’Acqua:) oltre le maglie della memoria, oltre le strade, oltre i ritorni che ancora dicono i giorni della luce fragile, (come se non ricordasse più:) i giorni...