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Dopo viene il silenzio
Il primo sguardo
La forma della luce
Prima che sorga il tempo
Il silenzio





 Isola del fuoco  Isola dei riflessi   L'arcipelago  Isola della luce  Isola dell'acqua

I s o l a   d e l   f u o c o

(Al leggio)

Il principio fu una sfera di fuoco. Prima di essa… no, nessun prima che parola o segno potessero narrare. Il principio fu una sfera di fuoco. Era il tempo dei cieli bianchi, della luce opaca. Poi venne il rifugio trasparente della notte. In esso germogliarono i Soli. Noi, noi moltitudini, saremmo presto uscite dalla nuda inesistenza. Nell’oscurità immensa, cristallina la tessitura ardente di esili luci generò quel che restava. E che avrebbe narrato se stesso.

Eccomi dunque: io sono l'anghelos, il messaggero che si crede necessario, colui che s’illude di narrare l'indicibile, rappresentare l'irrappresentabile. Che soltanto riferisce in tono basso il viaggio, la tragedia, l’ardente nascita, il chiassoso infrangersi della simmetria, della pura perfezione, del nulla. E che giunge perfino anzitempo. Importuno.

(Il suo sguardo spazia lungamente, in silenzio, lungo tutto l’arco del cielo, seguito da un lento gesto del braccio disteso, come se la mano volesse toccare ciò che gli occhi hanno visto)

Luce rossa e d’oro. Lo spettacolo gigantesco e leggero dei mondi che sorgono dalle rovine delle stelle. Nasce il boato del vulcano, il levarsi del vento. Nasce la luce dell’alba. (quasi desolata:) La luce fredda dell’alba. Comincia il cammino.

(Dice le ultime quattro frasi guardando fissamente negli occhi alcune persone del pubblico. Ciascuno deve provare la sensazione che il prossimo sarà lui)

Lanciò sul mondo il primo vagito, il primo pianto quando fu abbandonato dalle acque materne e sentì d’un tratto colpirlo, circondarlo il vento gelido dell’esistenza. Quel vagito, quel pianto fu anche il suo primo respiro. E continuò a respirare, solo, completamente solo, per se stesso, fino alla fine di tutte le cose. A volte esili mani si tesero verso di lui. Lontane, incomprensibili e mute.

Vennero pesti e carestie, massacri e guerre; venne la Storia. E fu l’età dei muri, delle distanze che egli pensò fra sé e il faticoso turbinio degli esseri. Ma di quel fuoco egli era ancora parte. La distanza grande, la sospensione del tempo, lo sguardo irraggiungibile che lo facessero estraneo al dolore erano cose d’altri tempi e arcipelaghi. Non ancora accaduti.

Cominciò a costruire interminabili scaffali; per sottrarre al mondo l’apparenza del caos li affaticò col peso delle infinite cose che incontrava. Analizzò, suddivise, impose… credette di imporre all’universo un ordine, il suo ordine, affinché esso gli consentisse di agire. Disse che era l’ordine dell’universo, finse di aver dimenticato che era solo il suo. Poi lo dimenticò davvero. Iniziò a fare, incurante di ogni altra cosa, convinto che tutto esistesse in funzione di lui, che egli solo fosse il portatore del senso ultimo del mondo.

(Allontanandosi)

Tuttavia le cose si limitano a essere. Lo spazio continua a spandere la tiepida eco della sua nascita, le esili lame di luce continuano a bruciare nel buio. Le cose si limitano a essere: indifferenti alle domande, ignare di risposte.

Alle spalle ha dunque una sfera di fuoco, davanti a sé una coltre di nebbia. Il suo cammino l’attraversa, ciecamente. Non sapendo darle un nome la chiamò destino. Nessuno seppe dirgli cosa ci sia oltre. E nemmeno se esiste un oltre.
Il rombo istantaneo della sfera, della nascita, si è fatto lontano. I suoi passi risuonano nel silenzio.


L
e

p
a
r
o
l
e

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