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Dopo viene il silenzio
Il primo sguardo
La forma della luce
Prima che sorga il tempo
Il silenzio





 Isola del fuoco  Isola dei riflessi   L'arcipelago  Isola della luce  Isola dell'acqua

I s o l a   d e l l' a c q u a   

(Costeggiando l’Isola)

Posatasi ogni cosa nel silenzio, sotto una coltre di grande luna ci sedemmo sull'erba che abbraccia la sorgente, fra noi posammo l'antico lume e a lungo, e in silenzio ne ascoltammo il debole chiarore, specchiando in quella debolezza che calda bagnava l'oscuro spazio tutto intorno, dolcemente la nostra, prima che l'alba una volta ancora devastasse l'universo.

(Al leggio)

Poi guardammo l’acqua, l’inesplicabile acqua. Per ore immense, infinite un uomo lontano sostava ogni giorno lungo il fiume, lo sguardo posato sull’interminabile fluire. Lo seguimmo.

Per innumerevoli che siano gli esseri, ciascuno è debole e flessibile quando abbandona l’infinita inesistenza, è forte e rigido quando vi fa ritorno. Ogni cosa viva è cedevole, vulnerabile; è secca e appassita nella morte. Questo egli ci insegnò.

A che serve dunque la fatica d’esser albero sulla vetta più alta dei monti quando si può esser cespuglio nel grembo della valle, un ombroso, piccolo cespuglio sulla sponda fresca del ruscello che la disseta? A che serve la grande via lastricata di marmi posati a forza da eserciti di schiavi quando si offre al cammino il sentiero che accompagna il ruscello nella quieta ombra? A che serve fingersi il Sole quando si può esser stella e ugualmente brillare? Non è nello stivale che preme la vittoria o il fallimento. E cosa sono vittoria e fallimento se non due brevi e scialbi impostori?
Essere dunque, semplicemente essere, ed esserlo al meglio, qualunque cosa siamo. Cercare ciò cui l’universo ci ha chiamati e farlo, quietamente farlo, senza paura o speranza. Farlo.
E poi nemmeno questo, perché qualunque cosa sia stata fatta, non è stata fatta, si è solo consentito che accadesse. Simili cose egli ci insegnò.

Guardammo dunque l’acqua, l’inesplicabile acqua. Vedemmo bastioni, propilei di granito, veli d’esile lino, metalli, legni, cristalli sciogliersi in lenta corrente, frantumarsi in gorghi flessuosi, passare. Erano masse, macerie che si fingevano torri, sono il trillare d’un attimo di luce, d’un’onda fra i sassi della riva. Oltre, s’aprono spazi percorsi da un vagar lucente di rivoli, gocce, stille, in moltitudini infinite il cui regno nel tempo è il frammento d’un istante.

E oltre ancora, nelle distanze estreme dell’era oscura dove si distende l’ultimo orizzonte, quando ogni luce sarà cessata e il suo ricordo sarà spinto oltre l’ultima soglia, e con esso la folla muta dei pensieri si fonderà nell’ombra, in profondità irraggiungibili si sentirà ancora, leggera, l’acqua scorrere. (Arretra, allontanandosi dal leggio) Nel silenzio, in silenzio cantare.

(Vagando nell’Isola senza mai guardare il pubblico, con gli occhi rivolti in basso come se parlasse solo a se stessa)

Viaggiatori intanto, stranieri al giorno, percorrono i millenni. La libellula che sosta sulla ninfea, noi che sostiamo sul limite dell’acqua, ombre ondeggianti, lune d’inverno: viaggiatori percorrono i millenni.

Giunge così, uno di essi, in quel limbo, in quel sogno, in quell’ultimo, oscuro canto. Giunge nel profondo luminoso della notte, della liquida notte libera ormai dal triste confine dell’alba. Lo vedo ancora, non cesserò più di vederlo.

(Al leggio)

Ha appena abbandonato ogni abito, e molto altro ancora, sul ciglio della strada e sta ora discendendo il sentiero che conduce al mare. Non fa caso alle file di basse costruzioni deserte e ignote, attraversa il piccolo bosco, poi la spiaggia. Si ferma sulla riva e si guarda intorno. Alla sua destra, in lontananza, un promontorio di rocce bianche chiude la lunga pianura di sabbia e pare quasi brillare nella notte; su di esso non si vedono, ma si indovinano, le rovine della città greca.
- Molti anni fa - ricorda, - era su una spiaggia come questa che ogni sera accendevo un fuoco per gli esseri del mare -.
Poi cessa di guardarsi intorno, fissa gli occhi sull’acqua che si muove appena, e dimentica ogni cosa.
Trascorre del tempo senza che nulla accada; la notte intanto si fa più profonda. Poi uno scintillio appare, distante, nell’acqua. Non è un riflesso di luce lunare ma viene da dentro, dal profondo del mare. E’ debole ma visibile da immense lontananze. Sembra dover scomparire da un momento all’altro, ma rimane. Ogni goccia d’acqua lo riflette, così che presto l’intero mare ne ripete il chiarore. L’uomo entra in acqua, si dirige verso lo scintillio lontano, camminando prima, nuotando poi; lo raggiunge. Allora esso cresce, si fa luce piena, avvolge l’uomo, che ora si è fermato, la sola testa fuori dai brevi accenni d’onde che lo circondano, mentre la sua figura si dissolve, non si riesce a capire se nell’acqua o nella luce.

(Si allontana passando in mezzo al pubblico e rivolgendo a ciascuno un distante sorriso)

Io ho visto tutto questo, non è stato un sogno. Ero sulla cima del promontorio, da ore discutevo di costellazioni con i fantasmi della città greca. Da lassù ho visto l’uomo arrivare, l’ho visto sostare sulla riva, lasciare la terra, dissolversi, non saprei dire se nell’acqua o nella luce. C’è chi la chiamerebbe una morte; per questo non racconterò mai nulla di tutto ciò a nessuno.

(Esce passando accanto al “mandala” del Sole e facendo un giro attorno a esso prima di andar via)


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e

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