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In uno dei suoi testi (*) il compositore Walter Branchi scrive:
«Non mi interessa l'idea di "figurasfondo", di melodia con accompagnamento o solista e orchestra»
E in un altro, nel definire ciò che intende per "Musica dell'appartenenza":
«E' una musica che supera la concezione del mondo imperniata esclusivamente su valori antropocentrici
e pone come suo fondamento valori ecocentrici (basati sulla Terra). (...) E' una musica tessuta in una
rete di rapporti di interdipendenza con tutto il suo esterno e pertanto può accadere ovunque e nel
rivelarsi non privilegia il rapporto unico e solitario con l'uomo».
E in un altro ancora, tornando sul tema dell'antropocentrismo:
«bisogna riconsiderare la nostra posizione nei confronti della Terra e della Natura tenendo ben
presente che quest'ultima è anche l'insieme delle condizioni della stessa natura umana. (...) sono
convinto che occorre fondare un pensiero in grado di comprendere l'uomo in un rapporto
paritetico con la natura dove egli riconosca il valore intrinseco e i rapporti di interdipendenza di
e con tutte le forme di vita. E'soltanto attraverso questa visione del mondo che il nostro operato
potrà tornare ad essere efficace; la musica parte del contesto, la partecipazione parte della musica,
il rito parte della partecipazione».
Viene spontaneo interpretare la prima affermazione come conseguenza delle altre se si pensa che la
struttura figura-sfondo percorre gran parte della storia delle arti dell'occidente così come
l'antropocentrismo percorre gran parte della sua cultura; e se si pensa che quella struttura, che
impone l'attenzione su un protagonista attorno al quale ruota tutto il resto della composizione
(in metafora: dell'universo) non è altro che l'eco di una visione del mondo che vede nell'uomo il solo
protagonista (la figura) e in tutto il resto dell'universo soltanto lo sfondo, la scena teatrale del suo (troppo
spesso sconclusionato e truculento) agire.
Ripensando all'allestimento di Paderno mi sono tornate alla mente le parole di Walter Branchi così come
due anni fa era accaduto per quello di Osnago, ma questa volta esse mi hanno spinto a notare non un'affinità bensì una
distanza fra il suo pensiero e questa tappa del viaggio che è La Forma della Luce. Una distanza
che fa parte del viaggio, che lo giustifica anzi lo esige e dunque anche per questo merita di essere
notata.
La figura e lo sfondo dunque. Perché sì, La Forma della Luce è una figura che si staglia su uno
sfondo, e questo il luogo del secondo allestimento lo ha reso particolarmente evidente.
Il parco di villa Gnecchi: un grande, monolitico spazio erboso racchiuso in un'alta, poderosa cornice
di alberi d'alto fusto e articolato soltanto dalla presenza di una fontana seicentesca che è stata
il centro attorno a cui ha ruotato l'azione scenica. Tutto il contrario del giardino di
Maria Rosa, dove il percorso era articolato in un succedersi di microambienti che invitavano a mettersi in relazione
con essi, che non si imponevano se non per la loro minuziosa bellezza.
A Paderno ci siamo trovati immersi in uno spazio che invece si imponeva con una sorta di grandiosità ma
una grandiosità in qualche suo modo "disponibile ad accogliere": un sontuoso sfondo per un percorso che ha ancora
il suo protagonista, il suo centro d'attrazione, la sua figura.
Il grande muro concavo di alberi fu dunque il nostro sfondo davanti al quale disporre la "scenografia", ovvero
l'installazione fotografica ed essa fu a sua volta lo sfondo davanti al quale si svolse
il percorso (verbale e gestuale) dell'attrice. Quattro leggii crearono, in ciascuna Isola, un ulteriore
elemento di centralità.
Tutto ciò, che può apparire in contrasto con le mie posizioni notoriamente di distanza grandissima da
tutto ciò che richiama anche alla lontana posizioni antropocentriche (**) - e in generale "centriche" -,
si giustifica (e questo scritto ha il solo scopo di giustificarlo) considerando che La Forma della
Luce è la seconda tappa, isolabile ma non isolata, di un "viaggio" in quattro parti:
Il primo sguardo ancora racchiuso nel recinto umano e caratterizzato dunque dal prevalere della
figura, La Forma della Luce che è l'inizio
della messa in relazione dell'umano con il suo esterno, e che finisce nel momento in cui ci si appresta
a immergersi in quell'esterno, dunque nel momento in cui figura-anghelos e sfondo-oikos diventano
un'unica cosa. Prima che sorga il tempo e Il silenzio infine, in cui ogni elemento sarà
compenetrato con ogni altro, in una rete di relazioni paritarie, in cui niente si ergerà al di sopra
della Terra ma al più si adagerà su di essa, come nella Forma della Luce prefigurano le undici
immagini dell'Isola dell'Acqua.
Il sussistere della struttura figura-sfondo nella Forma della Luce è dunque conseguenza
del fatto che, giunti alla sua fine, il viaggio è ancora incompiuto. Molta strada è ancora da fare.
Filippo Schillaci
(*) Tutti presenti sul suo sito web: www.walter-branchi.com.
(**) Si veda ad esempio F. Schillaci, Vivere la Decrescita, Edizioni per la Decrescita Felice,
Roma, 2009 - cap. 15: Cosa non ri-produrre, che espone appunto una critica dell'antropocentrismo.
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