Cominciammo da un'idea che era in fondo come tante. Lo era nonostante il suo
presentarsi diversa, astratta, difficile: nella forma di una mostra, realizzare una meditazione
per immagini sul piú inafferrabile dei temi, sul silenzio. C'era, in questo tentativo di
interrogarsi, attraverso il linguaggio dello sguardo, su un concetto legato piuttosto al mondo
dei (non) suoni, la presenza delle parole di Luigi Nono: "Io stesso mi sforzo di ascoltare
i colori cosí come ascolto le pietre o i cieli di Venezia: come rapporti tra
ondulazioni, vibrazioni... svincolati da ogni laccio simbolico". Ed era forse un'idea non
usuale, certamente rischiosa nel suo avventurarsi su un terreno poco frequentato, ma era
come tante nel suo essere una.
Un borgo medioevale, un
castello e un festival musicale, uno dei pochi che non fingono l'inesistenza di una
Musica anche nel '900, suggerirono una concomitanza di tempo e luogo fra festival e
mostra: si pensò alla possibilità di un dialogo fra le arti e dunque (anche) a un
concerto monografico dedicato allo stesso tema.
Poi l'idea dovette fare
i conti con le cose: sale, finanziamenti, e dunque assessori alla cultura, amministrazioni
locali... entrò in un territorio di reticenze, anguillosità, dilazioni, e in quel
territorio si incancrenì e si dissolse. La mostra non si farà, non lì
almeno, non adesso. Rimane l'idea, e solo quella. Solo?
Il pensiero occidentale del XX secolo si è lasciato alle spalle il
concetto di verità, ha accettato l'idea, di cui già Nietzsche si era mostrato
consapevole, che "le verità sono delle illusioni che hanno dimenticato di essere
tali". Ha cessato di vedere il divenire della realtà come l'incamminarsi lungo una curva ascendente, di dividere gli eventi in un dopo deterministicamente e univocamente provocato da un prima. E' passato, per dirla con Musil, dal senso della verità al senso della possibilità, anzi delle possibilità. La curva univoca della deterministica necessità si è moltiplicata nell'infinita arborescenza dei possibili. Questo è accaduto, in maniera indipendente, in molti rami della conoscenza: dalla storia alla biologia evolutiva alla fisica.
In che relazione si pone la creazione artistica con tutto questo?
L'opera d'arte è una interiorità, ovvero una visione del mondo, che si è fatta modo di formare: un contenuto che si esplica nel realizzarsi di una forma. Non esiste dunque il dualismo forma-contenuto ma il contenuto è nella forma vista, dinamicamente, come compimento di un processo formativo. A queste idee, che sono del filosofo Luigi Pareyson, si appoggiò negli anni '60 Umberto Eco per enunciare la sua definizione dell'opera d'arte come "metafora epistemologica". L'opera d'arte esprime, attraverso la sua forma, nel linguaggio della metafora, la concezione della realtà caratteristica della scienza, o comunque della cultura, del tempo in cui viene prodotta. Ed ecco dunque che nel '900, il secolo in cui la concezione del mondo si apre alla molteplicità dei possibili, l'opera d'arte si fa "aperta", si schiude a una molteplicità di significati. Si pensi alla caduta della simmetria e della facciata in architettura, che apre l'edificio a una molteplicità di punti di vista possibili, o alla polivalenza semantica del Finnegans Wake di Joyce, dove "una sola parola diventa nodo di significati..." e il testo è una "rete di relazioni inesauribili". L'opera non conduce più necessariamente a un punto, non è più la metaforizzazione di una verità (la traiettoria deterministica della fisica classica, l'evoluzione biologica necessariamente dall'inferiore al superiore, dal semplice al complesso nel darwinismo tradizionale), ma diviene un ventaglio di possibilità, leggerla è avventurarsi, errare fra una molteplicità di percorsi. L'albero dei possibili ha preso il posto della singola linea, scompare l'idea di meta e il cammino, anzi i cammini in quanto tali ne prendono il posto, assumono un nuovo spessore. Si tratta ora di "riuscire a percorrere ogni via sapendo che non ve ne sono "d'uscita", senza nostalgia, senza consolazione - ma ogni via...".
Inoltre, se l'opera giunta a compimento si presenta al fruitore come una molteplicità di cammini, anche il processo formativo si presenta al suo artefice nell'identico modo. Fino a far perdere, anche qui, spessore alla meta, fino a essere il cammino stesso a divenire contenuto. Così dunque nelle parole di Jürg Stenzl a proposito delle ultime opere di Nono (che pure al compimento dell'opera non rinunciò mai): "La preoccupazione principale non è più lo scopo perseguito (per esempio sotto forma di un'opera) ma il cammino che vi conduce, la ricerca di un cammino, un'apertura ottimale, in breve, un pensiero lasciato libero".
Perché l'opera, per aperta che sia, è chiusa nel suo essere dotata di confini, nel suo essere una "buca di potenziale", nel suo essere portatrice di scelte già fatte, dunque di una irrevocabilità.
"...mettere in scena i possibili..." si puó, ma tanto piú quanto meno ci si allontana dalla "radice dell'albero", da quel "Polytope", quel luogo multiplo che è l'originarietà piena, "quello stato primigenio delle cose che non essendo ancora nulla può ancora essere tutto, che non è ancora forma ma che contiene in sé la possibilità molteplice di tutte le forme". Un luogo privilegiato dal quale soltanto si può avere piena consapevolezza dell'infinita pluralità dei possibili.
L'originarietà dunque. Ma "l'originarietà è proprio quella dimensione di silenzio da cui si produce ogni parola, ogni senso.". E siamo cosí tornati all'idea del Silenzio. Non piú però come materia di un (a questo punto velleitario e in contraddizione con se stesso) fare formativo, bensí come stato (appunto) originario, non ancora intaccato dall'agire. E' la mostra non fatta, rimasta allo stato di idea, il piú inconsistente si direbbe, in realtà il piú ricco. Perché il suo non esistere la (ri)crea, la consente nella dimensione, altrimenti insperabile, irraggiungibile, dell'infinità dei compossibili, della sconosciuta - sconfinata - libertà del multiverso.
(Possiamo dunque essere grati a quei burocrati paesani che resero impossibile la mostra, esser loro grati per le pareti nude, o ricoperte d'altro che non sia silenzio, del castello in cui essa non si tenne, per quelle pareti su cui leggiamo l'infinità esistente nel dominio dell'immateriale; l'infinita, interminabile realizzazione di una idea perfettamente compiuta.)
Qui non abbiamo piú bisogno di macchine fotografiche, computers, pennelli, generatori audio, cemento e pietra, perché davvero siamo nel dominio del "pensiero lasciato libero", un pensiero che a questo punto puó definitivamente estraniarsi dalla prigione asfittica "dell'opera".
E dunque, senza solcare il silenzio degli infiniti possibili con le tracce d'un percorrere, con il fare d'un "tallone che prema", restando invece nel dominio dello "sguardo che veda, comprenda e ami", senza fare, senza dire, senza muoversi dalla radice dell'infinito albero, riuscire a pensare ogni via. Per poi, al di là del molteplice intricarsi dei possibili, uscire lì dove il labirinto delle vie si dissolve "in Freie", nell'estremo, ultimo Libero del Silenzio finale di tutte le cose. Oltre è impossibile andare; "perché non c'è più un prima, e non esiste un oltre".
Bibliografia
In varia misura e maniera (incluse le numerose citazioni letterali) questo testo deve qualcosa a:
Luca Bocchi - Mauro Ceruti, Origini di Storie, Feltrinelli, Milano, 1993.
AA. VV. Il Pensiero Debole, Feltrinelli, Milano, 1983.
Luigi Pareyson, Estetica. Teoria della formatività, Sansoni, Firenze, 1974.
Umberto Eco, Opera Aperta, Bompiani, Milano, 1988.
Jorge Luis Borges, L'Aleph, Feltrinelli, Milano, 1959.
Jorge Luis Borges, Finzioni, Einaudi, Torino, 1955.
AA. VV. Nono, EDT, Torino, 1987.
Filippo Schillaci, A monte dell'imperfezione, (pubblicato col titolo: L'imperfezione tecnica (1) su Anterem n. 48, giugno 1994).
Massimo Cacciari, Testo teorico per Das Atmende Klarsein di Luigi Nono, allegato all'edizione discografica su LP della Fonit Cetra, 1984.
Paolo Maffei, Al di là della Luna, Mondadori, Milano, 1973.
e moltissimo deve in particolare ancora a Jorge Luis Borges il cui racconto The unending gift (in Elogio dell'ombra, Einaudi, Torino, 1971) è stato la sua densissima fonte ispiratrice.
_____________________________________________________________________
Punto fermo di accumulazione da cui si dipartono tutte le linee di sviluppo e a cui necessariamente tutte devono tornare.
Limite delle nostre capacità percettive ed al contempo indispensabile "promotore" del pensiero.
Assenza come necessaria ma ambigua definizione generatrice di una presenza.
In una parola il Silenzio.
Carlo Giovannella, dalla Scheda della mostra non realizzata.
_____________________________________________________________________
Un pittore ci aveva promesso un quadro.
Ora, in New England, ho saputo che è morto. Ho sentito, al pari di altre volte, la tristezza di comprendere che siamo come un sogno. Ho pensato all'uomo e al quadro perduti.
(Solo gli dèi possono promettere, perché sono immortali).
Ho pensato a un luogo prefissato che la tela non occuperà.
Poi ho pensato: se stesse lì, sarebbe col tempo una cosa di più, una cosa, una delle vanità o abitudini della casa; ora è illimitata, incessante, capace di qualsiasi forma e qualsiasi colore e non costretta in alcuno.
Esiste, in qualche modo. Vivrà e crescerà come una musica e starà con me fino alla fine. Grazie, Jorge Larco.
(Anche gli uomini possono promettere, perché nella promessa è qualcosa d'immortale).
Jorge Luis Borges, The unending gift.