La Casa di Gondrano
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Il laboratorio

 

A Tempo Determinato

(Seconda parte)

 

(Valutiamo la situazione. Le cose da dire nella prossima telefonata sarebbero due, e si prospettano una più difficile dell’altra. La prima è l’offerta di lavoro: per una settimana ti fai otto/dieci ore al giorno: a prelevare da scatoloni uova di cioccolato, salami, colombe pasquali, bottiglie di spumante e simili; a depositarli in bell’ordine dentro a dei cesti; a incellofanare gli stessi e ad appenderci sopra dei bigliettini con nomi e indirizzi; il tutto per circa settemilacinquecento (vecchie) lire nette l’ora. Poi se hai la macchina ti puoi fare anche la settimana dopo a consegnare i pacchi, a diecimila lire l’uno, senza limiti di orario, se vuoi vai avanti ad esaurimento fino alla mattina di Pasqua. Prendono te perché costi meno dello straordinario, e se crei problemi a noi o alla committenza hai chiuso. Non è una grande offerta, ma stamattina mi sono già allenato a presentarla un po’ meglio di così, e comunque fino ad ora le persone contattate hanno accettato tutte. La seconda cosa da dire è che il vero motivo di questa telefonata è un altro…)

“Pronto?”

“Buongiorno, sono Roberto Blasi dell’agenzia di lavoro interinale… la dottoressa Rossella Scarpulla?”

“Ah, buongiorno… sono io! Qualche novità per me?”

“Novità, sì, ma ci tengo a dirle subito che non si tratta di un lavoro tagliato proprio sul suo profilo professionale.”

(Bravo, l’hai detto. Peccato che messa così sembra una di quelle tecniche di persuasione che insegnano ai giovani manager, tipo “psicologia del contrario”…)

“Mi spieghi meglio…”

“E’ un’offerta temporanea, breve, un lavoro esecutivo presso una grossa catena di distribuzione prevalentemente alimentare.”

(Toh, mi sono messo a fare il mio lavoro…)

“Tipo promozioni… rappresentanza…?”

“Tipo. Si tratta di confezionare pacchi dono pasquali, e in seguito di consegnarli. Due settimane in tutto.”

“Sì, per forza, poi arriva Pasqua. Io veramente pensavo di partire, di scendere dai miei in Sicilia…”

“Se capita la Pasqua alta o un anno buono, dalle sue parti è già primavera…”

“Però, mi lasci pensare…. Quanto è la paga?”

“Circa quaranta Euro al giorno per il confezionamento, e cinque Euro per la consegna di ogni pacco.”

(In Euro suona meglio…)

“Dunque, quaranta per una settimana fa diciamo… duecentocinquanta Euro. Più le consegne, metti dieci pacchi al giorno… accetto.”

(Addio primavere siciliane…)

“Può venire in agenzia domani mattina alle dieci? E’ per la stipula del contratto, e potrà anche conoscere il suo team di lavoro… etcì!”

(Meno male, non sono allergico a lei… ma a me stesso!)

“Alle dieci, va bene.”

“A domani, allora.”

“Arrivederci.”

(… Dunque, vediamo se ho dimenticato qualcosa: qual era la lista delle cose da dire?)

 

“… E lei?”

“Non so, nonno: non è venuta a firmare il contratto.”

“E tu non l’hai richiamata per domandarle cosa è successo…?”

“La prassi prevede di trovare subito un rimpiazzo, e di segnare la mancata stipula del contratto sulla scheda personale computerizzata, che finisce per così dire tra le riserve dello schedario.”

“Scartata. E così te la sei fatta scappare. Senza una ragione…”

“Avrà avuto le sue ragioni, e poi mi sembra anche comprensibile.”

“E chi parla delle sue ragioni? Io parlo di te. Sei tu che ti comporti come se sapessi qual è il lavoro adatto a lei: un lavoro che guarda caso non hai da offrirle. Così lasci perdere…”

“Lei cerca un buon lavoro: non mi ha mica telefonato per uscire insieme.”

“Questo lo so, e che pretendevi?”

(Fine della discussione. Questo suo talento nel rendere le cose semplici a volte mi fa sentire come uno che bluffa a poker e gli si legge in faccia. Per di più, quando io baro lui se ne accorge prima di me…)

“Ma ti capisco; Roberto… questa storia della domanda e dell’offerta non è affatto semplice, se pensi a quanti mestieri ci sono al mondo!”

(… Ma non stavamo parlando di donne?)

“A proposito, è un po’ che ci guardo, e mi sono accorto che nessuno aiuta gli alberi del vialetto qui di fronte a cambiare corteccia. Perché bisogna che qualcuno lo faccia, lo sapevi?”

“Veramente no. Ne sei sicuro?”

“Come no! Quando ero bambino, nel terreno di mio nonno c’erano dei platani persino più alti di questi qui davanti; quando arrivava la primavera, mio nonno sapeva accorgersi di quali alberi avevano bisogno di aiuto; lui li indicava ai nipoti e noi con un coltellino raschiavamo la corteccia tutt’intorno alla base. Non c’era bisogno di grattare tutta la corteccia fin su in cima al tronco, che sarebbe stato impossibile; bastava solo un po’ di quella scorza che era alla nostra portata. Giocare coi coltellini era divertente all’inizio, anche se poi le dita si indolenzivano. Il meglio però veniva dopo un mesetto, perché quando tornavamo dal nonno gli alberi che avevamo trattato si erano spogliati completamente della vecchia corteccia, avevano cambiato colore e consistenza, e soprattutto avevano le foglie…”

“E secondo te i platani qui davanti hanno bisogno di una raschiatina?”

“Magari qualcuno, bisognerebbe andare a vedere; ma secondo me non c’è nessuno che fa questo lavoro per gli alberi di questo viale; anzi forse non esiste proprio un lavoro simile.”

“Mi fai pensare a quella filastrocca di Rodari:

ho conosciuto un tale, un tale di Macerata

che insegnava ai coccodrilli a mangiare la marmellata;

le Marche però sono posti tranquilli:

marmellata ce n’è tanta… ma niente coccodrilli!”

“E’ un bel mestiere, non trovi? Comunque, pensavo che potremmo andare noi due a dare un’occhiata a quegli alberi…”

“Buona idea; è così tanto tempo che non esci e la primavera sta per arrivare: la prima giornata che fa bel tempo, se te la senti, andiamo.”

“Appena arriva la giornata giusta… io me la sento.”

(Ecco qui: se la sente di uscire di casa. Si è trincerato dietro a un muro invalicabile immaginario per anni, confinato in casa; anche io mi sono abituato a comportarmi come se il muro esistesse, a girarci intorno… finché un bel giorno lui ci passa attraverso, al suo solito. Per grattare la corteccia dei platani.)

 

“Nome: Ilario D’Achille. Nato a Mantova il 5 Maggio 1945

(Ei fu siccome immobile… stavolta me ne sto zitto, non mi pare il caso…)

“Sì. Questo è il mio curriculum, se vuole dargli un’occhiata.”

“Grazie.”

(Non vorrei. Io che, se ho voglia, do un'occhiata; il maturo e distinto proprietario di questa storia lavorativa riassunta in due pagine seduto dalla parte scomoda della scrivania: sento qualcosa di sbagliato in questa scena, e mi vergogno della mia parte sul copione. Ha studiato dai Gesuiti, ha fatto l’università qui a Roma, il servizio militare da ufficiale nell’aeronautica, e poi seguono i nomi di alcune importanti aziende e lavori che iniziano con “direttore” o “responsabile”. E’ uno che ha avuto incarichi prestigiosi e buoni stipendi, poi è successo qualcosa… ha nei modi e nei vestiti ancora l’abitudine all’eleganza, ma le rughe sul suo volto segnano l’amarezza. E soprattutto è qui a cercare lavoro in un’agenzia interinale; ma non c’è bisogno di indovinare le ragioni che possono condurre qui un uomo di sessant’anni, perché ci hanno insegnato che si tratta di “cattivi clienti”…)

“Posso domandarle cosa ha fatto nell’ultimo anno?”

(E’ la domanda bastarda prevista dal protocollo. Ma adesso lo sto chiedendo perché mi interessa.)

“Ho giocato a scacchi contro il computer.”

“Anche a me piacciono gli scacchi; contro il computer scelgo un livello di gioco al quale riesco a vincere, e baro: torno indietro quando la partita prende una brutta parata.”

“Il mio programma ha solo due livelli, e al primo mi batte già.”

(E in più tu non torni indietro… scommetto che il tuo naufragio è recente, e adesso vai girando a nuoto per l’oceano, di isola in isola a consegnare il tuo messaggio in bottiglia, la tua apertura per un’altra partita a scacchi. Magari potremmo farci una partita, tanto per passare il tempo, dato che io ho già raggiunto il numero di contratti da stipulare previsto per questo primo mese. Ma preferisco giocare a carte scoperte:)

“Si avvicini. Ora le dico cosa prevede il protocollo nei casi come il suo. Lei è pensionato ed il percorso lavorativo che ha alle spalle è sovradimensionato rispetto alle mie possibilità di offerta. Siccome non ho un impiego adeguato alle sue qualifiche, dovrei proporle qualcos’altro, e dovrei farlo subito. Senza cercare la migliore approssimazione a qualcosa di adatto a lei, anzi: le dovrei proporre un lavoro di basso profilo. Se accetta, tanto meglio per tutti, è un contratto in più che va a buon fine; altrimenti non ci farà perdere altro tempo.”

“Lo so, o meglio l’avevo capito. Non è la prima agenzia che visito, e conosco il mondo del lavoro. Nella mia azienda non era diverso; mi hanno per così dire “consigliato” di andarmene non appena raggiunti i limiti per la pensione, e avevano talmente fretta di farmi fuori che si sono persino offerti di riscattare a loro spese gli anni del militare per affrettare i tempi del mio pensionamento. Adesso con il mio stipendio ci tengono quattro giovani manager neolaureati e leccaculo.”

“Eh, già… e io dovrei proporle un’occupazione temporanea grazie alla quale andrebbe a pagare più tasse sulla sua pensione di quanto non le entra dal lavoro stesso.”

“E’ un mestiere come un altro.”

(Il mio o quello che cerchi tu? Ma non sottilizziamo…)

“Facciamo così: mi dia due settimane di tempo per cercarle una buona proposta, dopodiché la chiamerò e le offrirò il meglio che avrò trovato, o alla peggio un lavoro qualsiasi. In ogni caso riceverà una proposta informale, vale a dire che se rifiutasse non ne prenderò nota sulla sua scheda personale. Così se vuole potremo riprovarci.”

“La ringrazio.”

“Vorrei chiederle una cosa però: se oggi le avessi offerto un posto come centralinista in un call center, avrebbe accettato?”

“Penso di no. Non ancora.”

(Grazie, così mi sento a posto.)

Maurizio Brasini