La Casa di Gondrano
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Il laboratorio

 

A Tempo Determinato

(Prima parte)

 

“Nome: Rossella Scarpulla. Nata a: San Giovanni Rotondo; il: primo Maggio 1978.”

“San Giovanni Rotondo, il paese di Padre Pio…”

“Sì… ma in effetti ho sempre vissuto in Sicilia, vicino Catania… A San Giovanni ci sono nata soltanto; sa, minacciavo di venire al mondo troppo presto, e secondo i miei lì c’era l’ospedale migliore del meridione, il più sicuro… ma forse l'hanno scelto anche per scaramanzia. Mi hanno raccontato che il mio è stato un parto travagliato, in anticipo e in un giorno di festa: non si trovava nessuno per farmi nascere, ma in qualche modo, ho fatto da sola… poi mi hanno battezzata in fretta perché temevano che non ce l’avrei fatta… e così sono stata registrata lì.”

(Sono contento che tu ce l’abbia fatta, signorina Rossella. Sia stato merito di Padre Pio o del clima della tua terra, comunque il risultato attuale è incantevole.)

“Precedenti esperienze lavorative:…?”

“Niente di serio, sa, quei lavoretti che fanno un po’ tutte le studentesse fuori sede qui a Roma: baby sitter, ripetizioni private, cameriera in un pub… Ma adesso mi sono laureata in Psicologia e vorrei iniziare ad acquisire qualche esperienza nel mondo del lavoro vero e proprio.”

“Cosa ha in mente, ad esempio?”

“Mi piacerebbe il settore della formazione, magari in una grande azienda.”

(E cioè, in pratica?… Ecco che mi viene il prurito al naso…)

“Capisco. E cosa si aspetta dal suo immediato futuro lavorativo?”

(Riproviamo: cosa vuoi fare da grande dolcezza?)

“Mi piacerebbe avere una possibilità, poter cominciare a mettere in pratica quello che ho studiato, e anche imparare cose nuove, certo… non mi aspetto grandi guadagni all’inizio, so che dovrò fare la gavetta…”

“Etcì!”

“Salute.”

“Grazie”

“… Dicevo che adesso, con la laurea, mi piacerebbe avvicinarmi ad un settore un po’ più qualificato, insomma non continuare a fare la baby sitter… anche iniziando dal basso, ma credo che l’importante sia iniziare, tenersi in movimento…

“Etcì!”

“Salute.”

“Scusi, sa… l’allergia. Sono certo che troveremo qualcosa di adeguato al suo profilo…”

(Cioè: qualcosa che possa piacere ad una laureata in psicologia, giovane, bella e totalmente sprovveduta dal punto di vista lavorativo? Un venditore di fumo, ecco cosa sto diventando. E per giunta fumo scadente, puzzone…)

“… se compila questo modulo, indicando le sue competenze e i settori in cui preferirebbe trovare impiego, il suo profilo sarà inserito nei nostri archivi e le segnaleremo tutte le proposte che potrebbero interessarle.”

“Dovrò aspettare molto?”

“Beh, questo dipende dalle richieste che riceviamo, e dal suo profilo professionale. In genere per collocazioni più qualificate i tempi di attesa possono essere più lunghi, ma diciamo che in qualche settimana…”

(dia retta a me: si trovi un marito molto ricco.)

“Certo, ma vede, io a casa senza far niente non ci so stare… magari… che ne dice, pensavo che potrei fare un master nel frattempo… potrebbe aiutare…?”

“Etcì… mi scusi, Rossella… c’è una cosa che vorrei domandarle, che può aiutarmi ad aiutarla…”

(… con questa retorica dell’aiuto rischio di farmi peggiorare l’allergia da solo…)

“…se io fossi un mago e potessi farle apparire il suo lavoro ideale, lei cosa chiederebbe?”

“Non so… io veramente vorrei fare la psicoterapeuta. Ma devo prima finire l’anno di tirocinio, fare l’esame di iscrizione all’albo degli psicologi, e dopo iscrivermi ad una scuola di specializzazione, che dura quattro anni e costa anche piuttosto cara. Ecco, tenga un fazzolettino; le ci vorrebbe proprio la bacchetta magica per aiutarmi in questo… ma a me basta trovare un modo per andare avanti, un passo alla volta. So che qui offrite solo lavori a tempo determinato, e anche se uno spera sempre che da cosa nasca cosa…”

“etcì… so cosa intende. Le prometto che farò il possibile.”

“Grazie, allora compilo il modulo e lo lascio alla signorina qui fuori… buongiorno e... si curi l’allergia”

“Va già meglio, grazie e a presto.”

 

(Per un cercatore di segni come me, la girella è una merendina che fa pensare, con quella sua spirale: una merendina ricorsiva, che torna sempre allo stesso punto ad ogni giro… ora che ci penso non ne ho mai avuta una nella cartella al primo giorno di scuola, questa è la prima volta, a ventisei anni. Me la sono messa da solo, come un amuleto. Gira e rigira eccomi qui: ho trovato un lavoro che consiste nel trovare lavoro agli altri. Un lavoro che non è il mio, inutile girarci intorno e provare a nasconderselo; ma se tutto va bene tra tre mesi avrò un contratto definitivo, mentre i lavori che offro io sono per definizione destinati a finire, e spesso anche presto. Rispetto ai miei clienti sono un privilegiato, cioè: uno che godrà del privilegio sempre più raro di licenziarsi; ma dovrò fare presto, con i tempi che corrono… Fintanto che sono qui posso provare a combinare incontri fortunati, e so di avere il fiuto necessario; ma ecco che mi ritorna l’allergia, quegli starnuti improvvisi e dirompenti così sonori che a scuola mi facevano allontanare dalla lezione. Sospetta allergia ai luoghi più comuni: se esiste, deve essere incurabile. Comunque, questa girella del discount è indistinguibile da quelle vere, almeno per me che forse non ho un’impronta così chiara dell’originale. Chissà se questo è un bene o un male, mah…)

 

(Si è addormentato davanti alla TV, come al solito. La cosiddetta “comoda” accanto alla poltrona è vuota.)

“Nonno? Ciao, sono tornato.”

“Oh, ciao Roberto; come stai, com’è andata?”

“Bene, grazie. Ho fatto il mio primo colloquio, a una ragazza bellissima”.

“E tu trovale subito un bel lavoro, così la chiami e magari dopo per festeggiare andate a prendervi un bel gelato insieme”

(… Vuoi vedere che rimedio anche mille lire di mancetta?)

 “E’ una buona idea, credo proprio che farò così. A proposito, fammi vedere se hai mangiato tutto oggi…”

“Ho mangiato abbastanza, e ho riportato il vassoio in cucina.”

(E nella traversata tutto è andato liscio… sono fiero di te, vecchio temerario)

“Bene, così ti sei tenuto un po’ in movimento; e lì dentro non hai fatto niente, nemmeno la pipì?”

“Non mi scappava niente, ma adesso quasi quasi vorrei provare…”

(Lo capisco, poveretto. Dovendo scegliere se farla su una poltrona bucata con le maniglie - che impropriamente chiamano “comoda” - e poi tenersi il reperto olezzante sotto al naso tutta la mattina, oppure affrontare i tre scalini del bagno con la paura di cadere un’altra volta, anche io opterei per la terza via: l’astinenza, a dispetto della prostata. Lo accompagno in bagno; è un viaggio breve, ma che ha scavato un solco nella memoria automatica di tutti e due, nelle mani, nelle braccia, nei piedi. Siamo due ballerini sfiniti ad una gara di resistenza, barcolliamo con perfetta sincronia economizzando i movimenti. Lo lascio solo in bagno finché non ha finito; un tacito accordo tra gentiluomini prevede che la sua autonomia duri un tempo limitato, che possa misurare la sua dignità di vecchio fino a pulirsi da solo, e che non debba dire “ho finito” per chiamarmi; il rumore dello scarico è il segnale, una controllata alle imbracature e danziamo incerti all’indietro verso il nuovo record, anche se nessuno dei due tiene più il conto dei chilometri di quelle passeggiate.

Però non abbiamo perso il senso del tempo e della misura; per esempio tutti e due sappiamo da quanto tempo siamo rimasti soli io e lui, oppure da quanto tempo lui non esce di casa, anche se di queste cose ne parliamo raramente. Ci sentiamo entrambi come scampati ad un naufragio, approdati su un’isoletta troppo piccola, noi due amanti della spiaggia eccoci qui: la marea ha risparmiato solo noi, la spiaggia ci accoglie, e non è strano che per la maggior parte del tempo non ce la sentiamo di andare a nuotare in mare aperto. Ci teniamo in allenamento però, perché nessuno resta per sempre sulla stessa spiaggia.)

“Hai visto nonno che sventolio di bandiere in TV?”

“Altroché! Ho seguito tutto il corteo per televisione, queste che trasmettono adesso sono solo alcune immagini registrate. Io ho seguito la folla che continuava ad arrivare a Piazza San Giovanni per ore, un fiume di persone senza fine, e file di pullman, e c’erano tanti anziani, qualcuno persino con la carrozzina, gente della mia età, che la sua parte l’ha già fatta, che sta a casa con la sua pensione come me, ma che vuole ancora dire la sua su come dovrebbe andare il mondo. Ripensavo anche a quando eravamo giovani e andavamo tutti a battere le mani sotto il balcone di Piazza Venezia come dei deficienti: eia-eia-ra-ra-ra…”

“A me invece tutte queste bandiere mi fanno tornare in mente l’altr’anno, quando la Roma ha vinto lo scudetto. Ti ricordi che festa? Hai passato una settimana al balcone e alla fine ti eri persino abbronzato!”

“Eh sì… ti ho raccontato che allo stadio avevo un posto al sole, proprio al centro della tribuna Tevere…? La tribuna della stampa e dei VIP è sempre stata l’altra perché di là, con il sole alle spalle, si vede meglio; però io col sole in faccia all’arrivo della primavera avevo già la tintarella… e comunque la Roma non vinceva mai niente!”

“Eppure tu allo stadio ci sei sempre andato, e quel posto te l’eri conquistato in tempi non sospetti donando i tuoi risparmi all’Associazione Sportiva nel momento della crisi peggiore. Sai che adesso, con la vincita dello scudetto, hanno aumentato i prezzi degli abbonamenti e molti dei vecchi titolari dei posti, pensionati con pochi soldi, hanno dovuto rinunciare?”

“Beh, pazienza, meglio che allo stadio ci vadano i giovani.”

“Tu sei un incurabile generoso, nonno.”

(Se puoi, cedi il tuo posto al sole senza farti accorgere, sei fatto così.)

“Sai cosa ci vorrebbe? Uno stadio tanto grande da garantire un bel posto per tutti quelli che lo desiderano.”

“In fondo è per questo che oggi hanno fatto la manifestazione.”

“Anche secondo me.”

(Si incanta a guardare le bandiere rosse che sventolano nell’azzurro del cielo di Aprile, e i suoi occhi cerulei si annacquano. I diritti dei lavoratori o la Roma, bandiere rosse o giallorosse, noi amanti del bagnasciuga abbiamo questa prerogativa: sviluppiamo un occhio allenato a guardare oltre l’orizzonte e una certa attitudine malinconica.)

 

“Nome: Max Girotti.”

“Come l’attore…”

“Chi?…”

“No, niente. Nato a: Roma; il: 4 Luglio 1982”

(Cazzo: i mondiali, lo scudetto, la coppa dei campioni! Che tempi per nascere, amico!)

"Una data memorabile..."

"... Independence day!"

(OK, passiamo oltre...)

“Hobbies, passioni particolari?”

“Come? Vuole sapere il mio curriculum?”

(Mostrare il curriculum? Qui, adesso, davanti a tutti? Totò non le ha insegnato niente, vero Max?)

“Sì, mi interessa conoscere i suoi studi, la sua formazione. Lei è molto giovane, ma se ha già esperienze lavorative, o più in generale delle propensioni, qualcosa per cui si sente portato…”

“Sono andato all’istituto tecnico sperimentale per il commercio.”

(Bello, suona bene, chissà all’atto pratico in cosa consiste. Meno male che ho i fazzolettini per il naso, comincio a prevedere una mattinata impegnativa, non so perché…)

“E poi?”

“Mi sono iscritto a Economia e Commercio, nel nuovo ordinamento, le lauree brevi.”

“Che tipo di esperienze lavorative le interessano?”

(Domandina facile facile… dai che ce la fai!)

“Io voglio fare il promotore finanziario. Lo studio è importante, ma come si dice, non è mai presto per entrare nel mondo del business…

“Ah, conosce le lingue?”

(Battuta!)

“Ho fatto Inglese a scuola fino al terzo anno.”

(lasciamo perdere lo humour: per interagire con questo bisogna prenderlo sui riflessi, come un paramecio…)

“Computer o Playstation?”

“Playstation, perché?”

(Visto? Funziona. Verifichiamo, giusto per scrupolo:)

“Che telefonino ha?”

“Nokia 8210, ma devo cambiarlo con quello nuovo.”

“Sa? Credo di aver in mente un lavoro per lei. E’ nell’ambito del promoting, e attualmente abbiamo disponibilità sia nel settore finanziario che in quello immobiliare. Pensa di essere interessato?”

“Fare l’agente? Eccome!”

(Adesso ci capiamo.)

“Lei è auto/motomunito, Mirko?”

“Sì, certo.”

(Domanda stupida, stavolta hai ragione tu.)

“La signorina può darle un elenco delle Agenzie a cui forniamo assistenza; può chiamare direttamente ai numeri verdi delle Agenzie che preferisce, c’è elevata richiesta nei due settori che le ho indicato, e anche le prospettive di guadagno sono promettenti. Le spiegheranno tutto. Se compila la scheda, noi per parte nostra la segnaleremo a tutte le Agenzie nostre clienti. Faccia in modo di trovarsi a casa lunedì in orario di ufficio, perché la cercherà un bel po’ di gente.”

“Mille grazie! Lei è uno psicologo, vero?”

“Sì, perché?”

“E’ come un consulente, lo psicologo del lavoro, uno che capisce la psicologia degli altri per trovargli un lavoro…?”

“Beh, è così.”

“È bravo, sa? Comunque il mio hobby è correre in moto.”

(Non serve più, e poi ormai me lo immaginavo. La velocità, la corsa… Una bella metafora, difficile per me essere più ottimista di così. E scommetto che la tua passione non ha niente a che fare con il futurismo; ma d’altra parte, ai tempi di Depero, il bello del ‘900 era ancora di là da venire: sennò chissà se avrebbe dipinto quella moto di cui ho il poster in camera? Oggi una moto in grado di raggiungere il triplo della velocità massima che serve per strada è una meravigliosa metafora, ma come hobby? Questione di gusti, amico.)

“Davvero? Io ho il motorino.”

“Beh, grazie ancora, e buongiorno.”

“Buon lavoro.”

 

“Ti ho mai raccontato di quando andavamo al mare in tre in lambretta, io tua nonna e tuo padre?”

“In effetti sì. Nonna aveva paura…”

“… ma come rideva di gusto! Sai, ho visto in televisione una storia di uno che correva in moto ma la fidanzata non voleva…”

(Lì seduto davanti alla TV mi ricorda un capo indiano, una specie di stralunato e placido divinatore. Lui la televisione l’ha vista nascere, l’ha accolta in casa sua ed è convinto che sia una cosa buona, per principio. Nei primi anni della “TV verità” il nonno, appena andato in pensione, scoprì che la TV e sua moglie si tenevano compagnia nei giorni feriali, e di quando in quando lui si univa a loro, discreto. Io, studente universitario, ero andato a prestare la mia faccia e il mio nome per raccontare una storia inventata; lui la vide per caso e poi quando ci incontrammo mi consigliò su come risolvere l’annoso “problema di cuore” - non mio - che avevo confessato a milioni di spettatori. Gli spiegai che si trattava di una storia inventata e lui mi disse senza scomporsi che ero suo nipote, che mi conosceva bene e lo sapeva che era una storia inventata. Adesso passa praticamente tutto il giorno davanti alla televisione, dormicchiando in poltrona. Nei suoi racconti, che sempre più spesso iniziano con “ho visto in TV…”, è impossibile tracciare una linea per separare ricordi, sogni e trasmissioni televisive passate o future. Lui passa attraverso tutto questo in modo sorprendentemente coerente: basta seguirlo.)

“… al punto che lei lo ha lasciato, proprio pochi mesi prima del matrimonio! Allora lui è andato dal presentatore, e ha detto davanti a tutto il pubblico che non andrà più in moto. Racconta che ha vinto la sua ultima gara, ma adesso basta: vuole solo sposare lei. Allora lei è apparsa col vestito da sposa e gli occhi scintillanti e si sono baciati. Ma cosa mi dicevi di quel ragazzino che voleva fare l’agente, morammazzato? Con tutti i risparmi che mi si sono ciucciati ‘sti imbroglioni… comunque, lo hai aiutato?”

“Lui pensa di sì.”

“Perché, tu che pensi?”

“Forse non ha importanza.”

“Forse… mi domandavo se quel ragazzo della moto sotto sotto non avrebbe voluto fare almeno un’altra corsa, magari non subito, ma dopo dieci anni o più… però dopo ho capito: quando ha visto apparire lei era davvero felice, secondo me non gliene fregava niente a quello della moto, e nemmeno a lei. Si sono goduti il momento, che c’è di male?”

“E se uno proprio vuole correre più forte, i soldi per comperare una moto più potente li trova… ciascuno a modo suo. Giusto?”

“Così è se vi pare.”

“Mi pare, nonno. Mi pare.”

Maurizio Brasini