La sua voce che ci chiama
nelle notti di luna sullo Stretto...
(Stefano D’Arrigo)
Una spiaggia dell’Isola - Esterno - Notte.
Ha appena abbandonato l’automobile, e molto altro ancora, sul ciglio della strada e sta ora discendendo il sentiero che conduce al mare. Non fa caso alle file di basse abitazioni deserte, attraversa la piccola pineta, poi la spiaggia. Si ferma sulla riva e si guarda intorno. Alla sua destra, in lontananza, un promontorio di rocce bianche chiude la lunga pianura di sabbia e pare quasi brillare nella notte; su di esso non si vedono, ma si indovinano, le rovine della città greca.
- Molti anni fa - ricorda, - era su una spiaggia come questa che ogni sera accendevo un fuoco per gli esseri del mare -.
Poi cessa di guardarsi intorno, fissa gli occhi sull’acqua che si muove appena, e dimentica ogni cosa.
Trascorre del tempo senza che nulla accada; la notte intanto si fa piú profonda, poi uno scintillio appare, distante, nell’acqua. Non è un riflesso di luce lunare ma viene da dentro, dal profondo del mare. E’ debole ma visibile da immense lontananze. Sembra dover scomparire da un momento all’altro, ma rimane. Ogni goccia d’acqua lo riflette, cosí che presto l’intero mare ne ripete il chiarore. L’uomo entra in acqua, si dirige verso lo scintillio lontano, camminando prima, nuotando poi; lo raggiunge. Allora esso cresce, si fa luce piena, avvolge l’uomo, che ora si è fermato, la sola testa fuori dai brevi accenni d’onde che lo circondano, mentre la sua figura si dissolve, non si riesce a capire se nell’acqua o nella luce.
Sara: (voce fuori campo) Io ho visto tutto questo, non è stato un sogno. Ero sulla cima del promontorio, da ore discutevo di costellazioni con i fantasmi della città greca. Da lassú ho visto l’uomo arrivare, l’ho visto sostare sulla riva, lasciare la terra, dissolversi, non saprei dire se nell’acqua o nella luce. C’è chi la chiamerebbe una morte; per questo non racconteró mai nulla di tutto ció a nessuno.
Brucoli, 12 febbraio 2000