|
Sono passato attraverso la fotografia nel periodo che va dal 1982 alla fine degli anni '90. Poi mi è sembrato di aver detto tutto ciò che in quel territorio io avessi da dire. Vedevo a quel tempo le mie immagini come un insieme piuttosto eterogeneo di opere, ognuna chiusa in sé e accomunate al più, a gruppi, da una certa uniformità di stile. Molti anni dopo, ovvero adesso, mi sono accorto che esse sono le tappe di un cammino unitario, che costituiscono un'opera unica che va al di là della fotografia e attende di essere messa in relazione con la Terra da cui è nata (perché, per motivi che non saprei dire, raramente ho puntato l'obiettivo verso il cielo). Questo lavoro è appena iniziato con la seconda tappa del cammino, La forma della luce. E adesso va avanti. Il primo sguardo, ovvero la serie iniziale di immagini, è ciò che mi piace chiamare il periodo infantile, quello legato ancora all'apparenza del mondo. Oggi non so ancora bene che farne (e pertanto non le ho ancora inserite qui) ma ho imparato che ogni punto di un cammino ha la sua necessità e dunque siano le benvenute anch'esse. Attenderanno pazientemente, fino al momento in cui saprò chi esse sono. Intanto, mi limito a mantenere nei loro confronti quella sorta di... paterno affetto che credo meritino. La forma della luce è il primo passo al di là del mondo delle apparenze. Non è forse trascurabile il fatto che queste immagini non siano cronologicamente successive a quelle che formano Il primo sguardo ma si compenetrano temporalmente con esse, ne prendono molto gradualmente il posto e dunque non le negano; soltanto, poco a poco, mitemente, le superano. Il fuoco, la luce, l'acqua, l'ombra (questo è anche, più o meno, il titolo di un libro su Andrej Tarkovskij uscito proprio in quegli anni) ne sono i protagonisti: tutti elementi che coesistevano in ambiti della mia mente allora non ancora ben comunicanti e che io dunque credevo non collegati ma della cui relazione mi sarei reso conto molti anni dopo, al momento di condurre quelle immagini ad abitare un luogo. Il luogo è stato un giardino informale, ovvero uno di quei punti di passaggio fra l'umano e il non umano, fra la geometria di un progetto e l'indefinibilità delle forme naturali, fra la tecnosfera e l'ecosfera. La forma della luce "live" è stato un lavoro complesso, in un certo senso "sontuoso" in ogni sua componente, a cominciare dalla stessa scelta del luogo che è diventato parte di esso (o di cui esso è diventato parte?), e così doveva essere perché quelle immagini sono ancora immerse nella sensualità del "samsara": dei colori saturi, delle forme coinvolgenti. Una sensualità che ho voluto cercare di trasferire anche nelle pagine web, nate parallelamente all'evento e di cui spero siano uno specchio fedele. Cercando il giusto dialogo fra le immagini e il luogo è nata infine anche l'intuizione del collegamento fra esse che un ventennio prima era mancata, la metafora di un cammino: dalla tecnosfera all'ecosfera appunto. Sulla soglia della quale era il momento di «abbandonare gli accecanti colori del mondo per rientrare in sé, alla scoperta della propria autentica natura». (1) E allo stesso tempo era il momento di abbandonare i luoghi artificiali, i luoghi costruiti, i luoghi dotati di mappa, di nome. I giardini umani. Per Prima che sorga il tempo immagino adesso di disperdere le immagini in un bosco. Lo immaginavo anche dieci anni fa quando proposi di disperderle nei venti ettari boschivi che circondano una nota fattoria bioregionalista in Umbria. Le immaginavo distese sul terreno, incastonate in piccoli stupa circolari orizzontali che non si elevassero sul suolo ma ne facessero proprie le ondulazioni. Immaginavo che percorrere il bosco, immergersi nel bosco, diventare parte del bosco dovesse essere condizione necessaria per visitare le immagini. La proprietaria non fu interessata, la mostra non si fece. Poi capii perché: fu quando notai che, benchè avesse molti ospiti, ben pochi varcavano il confine costituito dal basso muretto che circondava il cortile della fattoria. Molta gente sul breve lastricato del cortile, perennemente deserti di uomini i boschi che si stendevano al di là. Il non umano fa paura anche all'ecologia profonda? Sono ora di nuovo in cerca del bosco giusto, degli umani giusti.
Anche Il Silenzio si compenetra temporalmente con la fase precedente. Addirittura una delle sue immagini, il dittico, è del 1986 e si compenetra dunque con La forma della luce. Probabilmente avevo già qualche barlume della totalità del cammino e ogni tanto mi concedevo di guardare un po' avanti.
...purché sia estesa quanto basta a far sì che le tre sole opere che compongono Il silenzio possano perdersi in essa, fondersi nel vuoto dell'universo come il protagonista di questo cortometraggio immaginario o come la bambola di sale di Gianpietro Sono Fazion, e prima di ciò, essere null'altro che «...tracce meditative, segni di una presenza mite e armonica dell'uomo» (2).
Il fiume si era un po' ritirato durante la notte, ma prima che ciò accadesse il cerchio di pietre aveva cominciato a dissolversi, l'acqua aveva già cominciato a renderlo parte di sé. Presto avrebbe completato la sua opera. Penso oggi che quella breve esperienza valga più di mille visite al Louvre. Il Silenzio, adesso che lo vedo dalla distanza di quelli che per un umano sono molti anni, in fondo è racchiuso tutto nel lento riunirsi di quelle pietre all'acqua cui appartenevano. E poi? Avevo "abbandonato i colori del mondo", avevo rivolto lo sguardo verso la grande ricchezza del vuoto. Mi sembrava di aver raggiunto l'estremo confine ma c'era ancora una cosa da dire. Nel Buddhismo si chiama compassione universale ma è equivoco usare queste parole in occidente, dove compassione ha assunto un significato melenso, lacrimevole, molto spesso ipocrita. La compassione universale è un'immediata conseguenza dell'interdipendenza di tutte le cose che il Buddha intuì forse fra i primi, ventisei secoli fa: è la capacità di soffermare il proprio sguardo su ogni luogo in cui un essere senziente, non importa se umano o no, soffra, e percepire se stessi come parte di quell'evento, quell'evento come parte di sé. Filippo Schillaci Luglio 2007
Note: |