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Con gli occhi dell'immaginazione
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Il laboratorio

 

Le mani vogliono vedere





Nel buio

Appena entrati ci si trova immersi nella notte. Forse fuori imperversa ancora l'invadenza del giorno (sono passati tre anni, non lo ricordo più) ma lì dentro è notte. Poi si incontrano le luci e i suoni, ma la prima cosa in cui ci si imbatte è questa: un vivo e popolato buio. Insieme a esso si incontrano i suoni, quelli della musica di Davide Severi di cui non ricordo una sola nota ma va bene così: se c'è una cosa che non ha senso ricordare in una musica sono le note. Ricordo che era come trovarsi di fronte alla risacca di un mare in bonaccia: calme, basse onde si avvicendano apparentemente identiche, ma se ti concentri su di esse ti accorgi che nessuna è uguale alle altre. Il tempo non scorre perché non accade nulla, si crea poco a poco dentro di te il vuoto, quel vuoto da cui tutto può nascere.
Dopo i suoni emergono dal buio le grandi carte di Anna Onesti che scendono dalle volte fino a toccare il pavimento, popolate da calligrafie immaginarie con le quali, nella parte più remota della sala, le immagini fotografiche tentano inutilmente di fondersi.
Queste sono forse la parte che meno dialoga col resto: un po' per il succedersi di scatti secchi prodotti dai proiettori, un po' per l'altrettanto secco passaggio da un'immagine all'altra che introduce una cadenza ritmica, quasi il ticchettio di un orologio, lì dove invece avevi pensato di essere uscito dal divenire del tempo, un po' infine per l'eccesso di figuratività delle immagini. Fioravanti si è limitato a descrivere i tramonti senza metterci nulla di suo: una scelta legittima ma che forse lega poco con la via verso l'astrazione seguita dagli altri artisti. Tuttavia gli scatti dei proiettori alla fine si riesce a metterli mentalmente in sottofondo e l'oggettiva, immediata bellezza delle nubi arrossate dall'ultima luce ha la meglio su ogni considerazione a posteriori.
La fusione di tutto e d'altro ancora è invece ben realizzata nel video di Gianluca Magurno proiettato laggiù nel fondo, contro l'ultima volta della sala che finge d'essere anch'essa un cielo.
Tutto qui. Il resto, che leggerete in altre pagine che accompagnano questa, possono anche essere solo dichiarazioni d'intenti, ma non lo è l'esser stati capaci di dar vita nel chiuso spazio di una sala di mattoni, a tutto ciò che accade al di sopra della Terra fra un tramonto e un'alba.
E fosse pure stato tutto ciò soltanto il rifugio d'una sera, di molte sere, per un randagio che non sapeva dove andare, per ciò solo ne è valsa la pena.

Filippo Schillaci

26 febbraio 2007


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