(Step across this line. Collected non-finction 1992-2002)
DICEMBRE 1999: L'ISLAM E L'OCCIDENTE
I rapporti tra il mondo islamico e l'Occidente sembrano attraversare uno dei
famosi "interregni" indicati da Antonio Gramsci, in cui il vecchio si
rifiuta di morire, tanto che il nuovo non riesce a nascere, mentre si
manifestano "sintomi morbosi" di ogni genere. Sia tra i paesi musulmani e
occidentali che all'interno delle comunità musulmane che vivono in Occidente
perdura l'antica e profonda diffidenza, frustrando i tentativi di costruire
rapporti nuovi e migliori, e creando molto cattivo sangue. Per esempio, il
generale sospetto diffuso tra molti egiziani sulle motivazioni dell'America
ha creato un'atmosfera molto tesa, quasi paranoica, intorno all'inchiesta
sul disastro del volo 990 di EgyptAir. Ormai si ritengono inquinate tutte le
informazioni che tendono ad attribuire la responsabilità del fatale tuffo
dell'aereo al pilota Gamil al-Batuty, nonostante risulti che (a) egli prese
i comandi dal copilota facendosi forte del proprio grado anche se non era il
suo turno e (b) mormorò le ormai famigerate formule religiose qualche attimo
prima della picchiata dell'aereo. Intanto, in Egitto si propongono quasi
tutti i giorni teorie che scagionano il pilota: è stato un guasto del
Boeing, è stata una bomba nella coda, è stato un missile, e in ogni caso è
stata colpa dell'America. I tanti fautori di queste teorie "antiamericane"
non vedono nessuna contraddizione nel credere con grande fervore a cose per
le quali ancora non esiste la minima prova, mentre denigrano l'FBI per aver
cercato di trarre conclusioni premature dalle testimonianze disponibili.
Occorre una versione dei fatti più imparziale. L'FBI è forse eccessivamente
propenso a vedere i disastri aerei come crimini piuttosto che come
incidenti. Questo è stato sicuramente un problema dopo la caduta del volo
800 della TWA. In tale occasione fu il National Transportation Safety Board
che alla fine dimostrò la validità della propria tesi provando l'esistenza
di un guasto che aveva causato un'esplosione in un serbatoio di carburante.
Ma questa volta è l'esame preliminare dei dati da parte del NTSB che ha
fatto saltar fuori la possibilità che il pilota abbia voluto suicidarsi.
Anche la tanto criticata mancanza di riserbo degli organi investigativi può
essere vista come qualcosa di rassicurante: con tante persone incapaci di
tenere il segreto, la verità finirà per saltar fuori. Per contrasto, è
probabile che la stampa controllata dallo stato nell'Egitto di Mubarak
rispecchi la nazionalistica riluttanza del governo ad ammettere una
responsabilità egiziana nel disastro, che potrebbe danneggiare ulteriormente
l'industria turistica.
Irrazionalità ed emotività hanno ormai completamente politicizzato questa
inchiesta. Speriamo che coloro che temono un insabbiamento da parte degli
Stati Uniti non creino un'atmosfera tale da spingere gli uomini politici e i
diplomatici americani ed egiziani a sforzarsi veramente di insabbiare la
verità nell'interesse dei loro rapporti bilaterali.
I musulmani che vivono in Occidente continuano anche a essere sospettosi e
sulla difensiva, e a sentirsi perseguitati. A ridosso della disputa sulla
tragedia di EgyptAir, nella "Gran Bretagna multiconfessionale" viene
avanzata la richiesta che tutte le fedi religiose, non soltanto l'ufficiale
Chiesa d'Inghilterra, siano difese dalle critiche. La presunta "islamofobia"
dell'Occidente significa che le pretese islamiche di una nuova legge sono di
gran lunga le più insistenti.
È vero che in molti ambienti occidentali c'è un riflesso condizionato che
porta ad affrettati giudizi anti-islamici, tali da giustificare molto spesso
l'indignazione dei musulmani inglesi. Ma la soluzione proposta è la cura
sbagliata, una cura che renderebbe le cose anche peggiori di quello che
sono. Infatti, l'importante è difendere le persone, non le loro idee. È
assolutamente giusto che i musulmani - che tutti - godano libertà di fede
religiosa in ogni società libera. È assolutamente giusto che protestino per
le discriminazioni ogniqualvolta e ovunque le sperimentino. È anche
assolutamente sbagliato pretendere, da parte loro, che le loro credenze
religiose - che ogni sistema di pensiero o complesso di credenze religiose -
siano rese immuni dalle critiche, dall'irriverenza, dalla satira, e anche da
ogni sprezzante denigrazione. Questa distinzione tra l'individuo e il suo
credo è una verità fondativa della democrazia, e ogni comunità che cerchi di
offuscarla non si farà un regalo. La legge inglese sulla blasfemia è un
vestigio del passato, è caduta in disuso e dovrebbe essere abolita.
Ampliarla sarebbe una mossa anacronistica assolutamente contraria allo
spirito di un paese la cui leadership ama premettere a ogni cosa la parola
"nuovo".
La democrazia può progredire solo attraverso lo scontro delle idee, può
fiorire solo nel turbolento bazar del disaccordo. La legge non dev'essere
mai usata per soffocare tali disaccordi, per quanto profondi essi possano
essere. Il nuovo non può morire per far rinascere il vecchio. Questo sì che
sarebbe un sintomo morboso.
Ancora una volta, occorre una forma più chiara di conversazione. Le società
occidentali devono trovare urgentemente sistemi efficaci per difendere i
musulmani contro il cieco pregiudizio. E analogamente i portavoce dell'Islam
devono smettere di dare l'impressione che la strada che porta a rapporti
migliori - il sentiero per il nuovo - richieda la creazione di nuove forme
di censura, di bende e bavagli legali.
GENNAIO 2000: TERRORE CONTRO SICUREZZA
Ora che la grande Festa del Duemila è finita, pensate per un attimo alla
segreta battaglia planetaria che ha avuto luogo la Notte del Millennio.
Dietro le immagini di un mondo illuminato dai fuochi artificiali, unito per
un istante evanescente dalla gioia e dalla buona volontà, sta formandosi la
nuova dialettica della storia. Sapevamo già che Capitalismo contro Comunismo
non era più la cosa che contava. Ora vedevamo, chiaramente come i fuochi che
scoppiavano nel cielo, che la lotta determinante della nuova era sarebbe
stata quella tra Terrorismo e Sicurezza.
Ero uno dei diecimila radunati nel Millennium Dome di Londra, sotto quella
stessa cupola dalla quale salta James Bond mentre lotta contro le forze del
terrore nell'ultimo film di 007. Il pubblico sapeva - dopo aver passato ore
e ore nell'attesa di essere perquisiti sul freddo marciapiede di una
ferrovia, com'era possibile ignorarlo? - che era stata varata una gigantesca
operazione di sicurezza per salvaguardare il clou della manifestazione. Ciò
che pochi di noi sapevano era che la minaccia di mettere una bomba era stata
fatta, usando una parola in codice dell'IRA, e che il Dome era stato a un
pelo dall'essere evacuato.
Per giorni il mondo non aveva sentito parlare d'altro che di terrorismo. Gli
Stati Uniti avevano pronunciato il nome dello spauracchio del momento -
"Osama bin Laden" - per spaventare noi bambini. Ci furono degli arresti: un
uomo con un kit per fabbricare bombe trovato al confine tra gli Stati Uniti
e il Canada, un gruppo in Giordania. Seattle annullò i festeggiamenti. Uno
dei capi della setta Aum Shinrikyo venne rilasciato, e in Giappone si
temette un attacco terroristico. Il presidente dello Sri Lanka Chandrika
Kumaratunga fece storia scampando all'attentato di una bomba umana. Falsi
allarmi misero in subbuglio un ippodromo inglese e uno stadio di calcio.
L'FBI temette il peggio da parte di gruppi apocalittici e frange di
lunatici. Ma alla fine - a parte il povero George Harrison, ferito da uno di
questi lunatici - ci andò relativamente bene.
A quasi tutti, cioè, perché ci fu anche il dirottamento delle Indian
Airlines. I fatti dell'aeroporto di Kandahar hanno fatto fare una figuraccia
a non meno di quattro governi. Il Nepal, provando che Katmandu si merita la
sua reputazione di amica dei terroristi, lasciò salire a bordo di un aereo
uomini con armi e granate. La capitolazione del governo indiano davanti ai
terroristi fu la prima resa ai pirati dell'aria che si registrasse da anni;
che faranno quando verrà sequestrato il prossimo aereo? E finalmente,
terroristi addestrati in campi talebani e muniti di passaporti pakistani
lasciarono l'Afghanistan e scomparvero, molto probabilmente, in Pakistan.
Così si aprirono nuovi orizzonti a una forma di terrorismo in gran parte
ormai defunta.
Certe reazioni furono prevedibili. Un giornalista islamico, scrivendo su uno
di quei giornali liberali inglesi che nei paesi islamici sarebbero stati
messi al bando, lamentò che l'etichetta "terrorista" demonizza gli
appartenenti ai movimenti per i diritti civili che lottano contro regimi
tirannici e violenti. Ma il terrorismo non è un fare giustizia mascherato.
Nello Sri Lanka sono le voci della pace e della conciliazione quelle che
vengono assassinate. E i brutali pirati dell'aria delle Indian Airlines non
parlano a nome del popolo del Kashmir pacifico e distrutto.
L'establishment della sicurezza ritiene giustamente che il Millennium senza
bombe sia stato un trionfo. Dopo tutto, la sicurezza è l'arte di fare in
modo che certe cose non accadano: un compito ingrato, perché quando non
accadono ci sarà sempre qualcuno che dirà che le misure di sicurezza erano
eccessive e superflue. A Londra, l'ultimo dell'anno, le misure di sicurezza
erano tali da far pensare ai cittadini di paesi meno fortunati del nostro
che fosse in atto un colpo di stato. Ma nessuno di noi lo pensò per un
istante. Erano misure di sicurezza al servizio del divertimento, e questa è
una cosa che può fare impressione, e di cui dobbiamo essere grati. E
tuttavia essa desta qualche preoccupazione. Se l'ideologia del terrorismo si
basa sull'assunto che il terrore funziona, l'ideologia della sicurezza
consiste nell'assumere come vero lo "scenario del peggiore dei casi". Il
guaio è che lo scenario del peggiore dei casi, se così posso chiamarlo, fa
il gioco dei fomentatori di paura. In fondo, lo scenario del peggiore dei
casi applicato all'attraversamento di una strada dice che sarai investito da
un camion e ucciso. Ma tutti noi attraversiamo ogni giorno delle strade, e
saremmo paralizzati se non lo facessimo. Vivere secondo le regole dello
scenario del peggiore dei casi significa assegnare la vittoria ai terroristi
senza che sia stato sparato un colpo.
È allarmante anche pensare che le vere battaglie del nuovo secolo possano
essere combattute in segreto, tra avversari che rispondono delle loro azioni
solo a pochi di noi, gli uni affermando di agire a nome nostro, gli altri
sperando di soggiogarci con la paura. La democrazia richiede trasparenza e
luce. Dobbiamo proprio mettere il nostro avvenire in mano ai guerrieri
dell'ombra? Il fatto che quasi tutte le minacce proferite in occasione del
Millennio si siano dimostrate delle bufale non fa che sottolineare il
problema; nessuno vuole scappare davanti a nemici immaginari. Ma in mancanza
di informazioni come dobbiamo noi, il pubblico, valutare queste minacce?
Come possiamo impedire ai terroristi e ai loro antagonisti di fissare i
limiti entro cui viviamo?
Le misure di sicurezza hanno salvato il presidente Kumaratunga, ma molti
altri sono morti. Le misure di sicurezza intorno alla casa-fortezza di
George Harrison non hanno fermato il coltello di colui che voleva
assassinarlo; a salvarlo è stato un colpo bene assestato con la lampada da
tavolo di sua moglie. In passato, le misure di sicurezza non hanno salvato
né il presidente Reagan né il papa. A salvarli è stata la fortuna. Dobbiamo
dunque comprendere che anche le più rigide misure di sicurezza non
garantiscono la sicurezza di nessuno. Il punto è decidere - come decise la
Regina l'ultimo giorno dell'anno - di non permettere che la nostra vita sia
dominata dalla paura. Dire a questi prepotenti che vorrebbero terrorizzarci
che non abbiamo paura di loro. E ringraziare i nostri segreti protettori, ma
ricordare loro, anche, che nella scelta tra sicurezza e libertà è la libertà
che deve sempre venire al primo posto.
OTTOBRE 2001: GLI ATTACCHI ALL'AMERICA
Nella mia colonna del gennaio 2000 scrivevo che «la lotta determinante della
nuova era sarebbe stata tra Terrorismo e Sicurezza», ed esprimevo la
preoccupazione che vivere applicando gli scenari del peggiore dei casi
potesse significare cedere una parte troppo grande della nostra libertà agli
invisibili guerrieri ombra del mondo segreto. La democrazia richiede
visibilità, sostenevo, e nella lotta tra sicurezza e libertà noi dobbiamo
sempre peccare per eccesso di libertà. Ma quello che si è avverato martedì
11 settembre era proprio lo scenario del peggiore dei casi.
Hanno spezzato la nostra città. Io sono tra i più nuovi dei newyorkesi, ma
anche chi non ha mai messo piede a Manhattan ha sentito profondamente le sue
ferite, perché la New York dei nostri tempi è il cuore pulsante del mondo
visibile, tenace e vitale, la «città di orge, passeggiate e gioia» di Walt
Whitman, la sua città «fiera e appassionata: città animosa, folle,
stravagante!» A questa splendente capitale del visibile le forze
dell'invisibile hanno inferto un colpo tremendo. Non occorre dire quanto;
l'abbiamo visto tutti, tutti ne siamo stati cambiati, e ora dobbiamo
assicurarci che la ferita non sia mortale, che il mondo di ciò che si vede
trionfi su ciò che è nascosto, su ciò che è percettibile solo grazie agli
effetti delle sue terrificanti imprese.
Nel rendere le società libere sicure - più sicure - dal terrorismo, i nostri
diritti civili saranno inevitabilmente compromessi . Ma in cambio di una
parziale erosione della libertà noi abbiamo il diritto di pretendere che le
nostre città, la nostra acqua, i nostri aerei e i nostri figli siano
veramente difesi meglio di quanto lo sono stati. La risposta dell'Occidente
agli attacchi dell'11 settembre sarà giudicata in larga misura dalle
reazioni della gente: se essa comincerà ancora una volta a sentirsi al
sicuro a casa propria, nei posti di lavoro, nella vita quotidiana. Questa è
la sicurezza che abbiamo perduto, e che dobbiamo riconquistare.
Salman Rushdie
Traduzione di Vincenzo Mantovani
Indicazioni bibliografiche:
da: Step across this Line. Collected non-fiction 1992-2002