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Il laboratorio

 

Nebbia a Sant'Egidio


Un anno fa a sant'Egidio c'era la neve, oggi la nebbia. Quiete e silenzio comunque; oggi, forse, ancor più di allora.
Arrivammo un attimo prima dell'imbrunire, la luce era già debole, la nebbia era un velo bianco che dava leggerezza a ogni cosa.
G si accorse che la chiesa era aperta. Entrammo, io, lei e la cagnolina. All'interno trovammo una densa penombra e un accogliente tepore. Camminammo un po' fra le piccole navate. Si indovinavano muri di pietre spoglie, tracce di affreschi. Non c'era nessuno, nemmeno più il prete che un anno prima, in un angolino, quasi di nascosto, diceva la messa per una sola persona. Nessuno. Solo le pietre immobili, la penombra che si infittiva, rischiarata solo dal tremore di un lumino rosso vicino all'altare.
G e la cagnolina uscirono, io volli restare ancora. Mi fermai, feci attenzione a rimanere del tutto immobile, e ascoltai. Udii (e fu la terza o quarta volta - non di più - in tutta la mia vita) il silenzio perfetto, l'unico suono capace di parlare della vastità, l'unico di cui sia lecito dire che è il suono dell'universo.
Potrei dire che era "il silenzio dei secoli", come scrive Turoldo nel libro-guida all'abbazia, potrei dirlo ma in un senso tutto diverso: egli parla del silenzio dei documenti storici distrutti, della memoria degli eventi andata perduta, ne parla con rammarico, come se avesse importanza perpetuare l'eco del chiasso che ha circondato le vicende di questo luogo, come se non fossero più vicini al loro significato ultimo questi spazi, queste ombre, circondate da un silenzio senza memoria e senza divenire che non ha più nulla a che fare con le intenzioni - di ieri e di oggi - dei suoi costruttori.
E' questo il "silenzio dei secoli" cui mi avvicina un luogo così, quello che si ascolta negli ultimi capitoli del Simak di Anni senza fine, quello che straripa al di là dei confini dell'uomo.
Tutto questo è capace di racchiudere, mentre fuori fa buio, un piccolo spazio di pietra immerso nell'ombra, avvolto nella nebbia, circondato dai boschi e lasciato in pace - come dimenticato - dagli uomini. Costruito per scopi che mi sono estranei ma capace di superarli.

La porta si aprì, udii il mio nome pronunciato dalla voce di G, uscii.
Fuori erano stati accesi i lampioni, la nebbia s'era fatta luminosa. G e la cagnolina erano entrate nel chiostro. G mi voleva mostrare un manifesto: "La guida dell'abbazia è tornata. Rivolgersi alla libreria". La guida, già, la cercavamo un anno fa, ma era in attesa di ristampa. Dov'è la libreria? E soprattutto, ci sarà qualcuno? Cerchiamo. Cerchiamo fra nebbia, ombre e porte di legno scuro immancabilmente chiuse. Al di là di un arco di pietra appare per un attimo una forma che pare impossibile, una figura umana, ma è poco più di un'ombra in movimento, scompare prima che io possa raggiungerla. Torno nel chiostro, dove si materializza una donna anziana. «Suoni lì», mi dice prima di sparire anche lei oltre una porta. Suono, non risponde nessuno. Sto per andare via quando la porta si apre. Appare un uomo, dietro di lui intravedo una stanza illuminata dal pavimento di mattoni, un vecchio tavolo coperto di carte. Mi sembra inverosimile lì ritrovare qualcosa dell'usuale mondo umano.
Ritrovai G e la cagnolina, fummo guidati alla libreria, non la solita rivendita di gadget per turisti ma una libreria vera, e anche diversa dal solito; affollata dal comune vociare di innumerevoli parole sugli scaffali ma fra esse, forse, anche qualcosa che in un luogo così non ti aspetteresti, una qualche vocina tenue, dimessa, che forse anch'essa somiglia alla verità.
Compriamo la Guida e altri due piccoli libri, parliamo un po' con l'impiegato dal quale scopriamo che la loro casa editrice collabora con un'altra di Troina, in Sicilia. Ah, già, la Sicilia. Usciamo un po' a malincuore. La luce all'interno si spegne, tornano il silenzio, il buio, la nebbia, il freddo che i lampioni fanno risplendere. Penso che questo, non il tepore illuminato della libreria, somiglia di più alla verità. Vaghiamo ancora un po', dentro e intorno, io e G mentre la cagnolina ha già deciso di tornare a sonnecchiare in auto.
Poi G riceve una telefonata sgradevole che ci riporta alle solite cose. E' tutto finito, è ora di ripartire, di tornare nel "loro" mondo angusto e breve.
Rimangono le ombre fra i muri di pietra, la nebbia luminosa fra gli alberi, il silenzio intorno a ogni cosa, in attesa.

Filippo Schillaci

16 gennaio 2007