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Picnic a Hanging Rock
di Peter Weir
Non ricordo più, a distanza di anni, da quale sito web ho tratto questa
magica recensione di un magico film. L'avevo salvata in un file che era
rimasto a lungo addormentato nei meandri del mio computer d'ufficio. Filippo Schillaci Non so bene come accada, ma ogni volta che mi sta per succedere qualcosa di straordinario è come se si creasse un'atmosfera in qualche modo preparatoria. Così fu anche una notte di dodici anni fa. Era molto tardi per me, giovane liceale i cui genitori gia` da un pezzo dormivano confidando che la loro "piccola" facesse lo stesso. Invece non mi ero ancora addormentata, qualcosa mi impediva di prendere sonno e mi spingeva ad alzarmi in punta di piedi per raggiungere il televisorone della sala. Così mi ritrovai immersa nel buio e nel silenzio più inquietanti, con l'angoscia di essere scoperta e rispedita a letto dai miei. "Dovevo" vedere qualcosa e, trattenendo il respiro, accesi su una non ancora famosa RAItre che annunciava un film a me sconosciuto dal titolo Picnic a Hanging Rock. Ecco, da quel momento fui come rapita, non ho dimenticato una sola sequenza di quella pellicola e ancora adesso solamente evocarne certe immagini mi procura una strana eccitazione. Forse qualcuno inorridirà sapendo che il primo film da me veramente amato è stato consumato davanti alla TV e non in una piu` degna sala cinematografica come si addice ai veri cinefili. Beh, quella notte, mi sembrava che il mio salotto scuro e immobile non potesse essere un ambiente migliore per accogliere quella visione. Mi rendo conto di indugiare su ricordi nostalgici ed è forse meglio che incominci a parlare del film in questione. Si tratta di una produzione australiana del 1975 con la regia di Peter Weir (Sydney, 1944), il celebrato regista de L'attimo fuggente. A quel tempo io ovviamente non conoscevo né il regista, né tanto più la cultura australiana (tutto il mio sapere si limitava alle impressioni tratte da Woobinda!). Non avevo quindi alcuna aspettativa, nessun giudizio a priori; ed è proprio su questa tabula rasa che si è costruito l'incanto, da subito, dai titoli di testa. Il primo impatto per lo spettatore è, infatti, una didascalia su sfondo nero che racconta di come, durante una gita a Hanging Rock nel giorno di S. Valentino del 1900, alcune ragazze di un severo collegio australiano siano misteriosamente scomparse. Il film vuole essere il resoconto di quello che accadde. Poi, dopo alcuni secondi di sospensione, c'è la prima inquadratura sulle imponenti rocce vulcaniche, meta della gita. Il Flauto di Pan di Gheorghe Zamphir fa da ipnotico sottofondo ai titoli di testa che scorrono lenti su volti botticelliani di candide fanciulle, su immagini di una natura delicata, su sorrisi e sguardi maliziosi (un'atmosfera un po' "flou" alla David Hamilton). C'è una magia romantica che mai ho ritrovato altrove, fatta di mussolina, di sole, di fiori secchi e visi da cherubini. Ma il film non è affatto soave come le immagini che propone. C'è una forza inquietante che agisce nell'ombra, che è perennemente in agguato; sembra quasi che il film dia voce e corpo ad un mondo occulto, allarmante, brumoso. E' l'universo dei sogni, dell'irrazionale che prende il sopravvento. Non importa più la vicenda reale, le indagini per ritrovare le scomparse passano in secondo piano, qualcosa spinge a credere che quelle giovani donne si siano trasformate in roccia, cielo, farfalle... Insomma credo che la tensione derivi proprio dall'emergere dell'ordine naturale, selvaggio, sessuato, crudo e crudele nel suo mistero su quello culturale, vittoriano, repressivo, asessuato e pieno di ipocrisie. Non è tanto il sapere che tutta quella vicenda è realmente accaduta a sconvolgere: gli eventi reali in sé non riuscirebbero mai a creare tanto scompiglio. In quella notte lontana fu sicuramente la paura dell'ignoto, dell'inspiegabile ombra misteriosa che ogni esistenza porta con sé a turbarmi, a creare in me quello strano disagio. Peter Weir ha realizzato molti altri film che trattano lo stesso tema: il contrasto tra la dimensione oggettiva, quotidiana e il mondo onirico, infinito, vero nella sua irrealtà. Dall'Ultima onda del 1977 a Un anno vissuto pericolosamente del 1983, da Witness del 1985 fino al recente Fearless>. Weir risulta essere perciò un narratore legato primariamente alle sue origini, esprimendo con le immagini tutta l'essenza della cultura australiana, dilaniata dai contrasti culturali, geografici ed etnici - le credenze panteistiche degli aborigeni si affiancano alla natura repressiva dell'Impero britannico colonizzatore. Laura Carafoli
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