«Nel 1897 una bambina scrisse al New York Sun dicendo che i suoi amici le avevano detto che Babbo Natale era una invenzione. Non esisteva. Voleva che il giornale le dicesse la verità. E il Sun, con un editoriale che oggi nessun giornalista avrebbe più il coraggio di scrivere, rispose: "Cara Virginia, i tuoi amici si sbagliano. Sono vittime dello scetticismo dei nostri scettici tempi. Credono solo alle cose che vedono. Eppure, Virginia, Babbo Natale esiste. Esiste allo stesso modo in cui esistono l'amore, la generosità, la devozione. E tu sai che queste cose esistono, abbondano, e sono le cose che danno alla tua vita la sua bellezza e la sua gioia. Perché le cose più reali sono quelle che né i bambini né i grandi riescono a vedere".»
Il passo di Tiziano Terzani con cui ho voluto iniziare questa pagina dedicata a Se l'uguaglianza fosse un'emozione di Manuela Petescia, potrebbe a ben pensarci allo stesso tempo concluderla. Perché forse nulla più di esso ne racchiude lo spirito e null'altro dunque dovrebbe essere necessario aggiungere. Lo faccio tuttavia, perché temo che questo libro rischi di condividere con Terzani un triste destino: quello di veder rimossa una parte importante di sé, la più "imbarazzante" per il sentire comune. Quale? Ci arriviamo subito.
Una delle prime cose che l'autrice ci racconta è che queste storie sono «tutte rigorosamente vere». Tuttavia, leggetele come se fossero favole o non le capirete. Perché a volte le favole riescono a parlarci del mondo reale non meno bene delle cronache e delle elaborazioni razionali. Possiamo dire che le favole occupano un estremo di una ipotetica linea all'altro estremo della quale c'è la saggistica, ma ciò non significa che il loro oggetto sia l'evasione dalla realtà. Ciò che cambia, nel viaggiare da un estremo all'altro della linea, non è l'oggetto del guardare ma il peso che nel proprio sguardo sul mondo ha la ragione, il peso che ha l'emozione. Nulla di strano dunque che l'autrice solleciti proprio una forte attenzione sul mondo reale, sul mondo vivente nelle parole della sua introduzione: «Se tutti diventassimo consapevoli che l'intolleranza, l'insoffernza, la guerra, la mancanza di misericordia e di compassione non sono soltanto inciviltà, ma anche un'incredibile, inspiegabile, drammatica incapacità di riconoscere noi stessi negli altri (...) forse solo allora, prima di agire con l'orgoglio e la certezza della verità assoluta (...) si rifletterebbe quell'attimo di più, quel frammento di vita che dovrebbe fare dell'uomo un essere migliore».
«Riconoscere noi stessi negli altri»: questa è l'idea che ci dà la chiave di lettura di tutte le pagine seguenti. E adesso: chi sono gli altri? Nessuna parola è più elastica e ambigua, nessun concetto può essere esteso o ristretto fino a fargli assumere un significato o il suo opposto. E non a caso dunque l'autrice prima di darci la chiave di lettura del libro ci dà la chiave di lettura proprio di questa parola: «Prima di decidere di scrivere, ho visto morire molti esseri viventi e ho ferito profondamente persone che pure mi avevano amato (...), ho stretto tra le braccia tre figli, mentre nei sepolcri del mondo altre madri stringevano inutilmente i propri, e come un cannibale ho assaporato il sangue caldo del maialino morente, ma di quel pianto ancora pago il conto.»
Una uguale capacità di percepire il dolore, la vita, la morte in ogni essere vivente: questo è l'aspetto più prezioso, più calato nel profondo, del pensiero di Manuela Petescia, ed è anche ciò di cui non ho trovato traccia nella pur lunga prefazione al libro. Come non ho trovato traccia dell'antispecismo di Horkeimer, Adorno, Marcuse nelle varie storie della filosofia che ho letto e dell'identico pensiero ripetutamente espresso da Terzani non trovo traccia nelle ormai innumerevoli manifestazioni che lo riguardano.
La percezione, la consapevolezza della nostra uguaglianza dunque, di tutti noi in quanto esseri viventi. E poi la via che conduce a essa. La via che era per i francofortesi la "ragione razionale", era per Terzani una sorta di "ragione intuitiva" (sarà giusto chiamarla così?), è per Manuela Petescia l'emotività pura, quella sorta di terza via che non sembra esserci più, o forse non esserci mai stata. E per seguire la quale credo anch'io che oggi ci voglia del coraggio. Me lo fa credere il tono di divertita sufficienza con cui troppe volte ho visto stroncare un film accusandolo di esaltare i "buoni sentimenti" e al contrario il tono compiaciuto con cui troppe volte ho visto descrivere aggressività, cattiveria, voglia di sopraffare. Sono queste oggi le caratteristiche che il sentire comune considera qualità positive? E allora ben vengano i "buoni sentimenti".
Ed ecco fatto: abbiamo definito con ciò tutti i punti di riferimento necessari, abbiamo in mano tutto quel che ci serve a capire il libro, siamo pronti ad aprirlo.
Trenta racconti, seguiti da quattro articoli di commento alla tragedia di san Giovanni di Puglia, il crollo di una scuola in cui morirono 27 bambini e un'insegnante. Trenta racconti ma due soprattutto, attorno ai quali tutti gli altri sembrano fare corona: quello che dà il titolo al libro e Tutto il dolore del mondo, che lo conclude.
Nel primo, la storia vera (e chi più di me potrebbe esser certo della sua verità?) dell'amicizia fra una bambina e un criceto («che significa è un animale? Che vuol dire quanto costa? Aveva due occhi come i miei, un naso piccolo e una linguetta rosa e quando dormiva sul mio collo sentivo battere un cuoricino... Uguale al mio») un'amicizia che muove in lei quella consapevolezza dell'uguaglianza fra ogni essere vivente che poi, nell'età adulta, si manifesterà nell'impegno pacifista («Quella sensibilità che manifestava per gli esseri viventi, altro non era che un sentimento innato di eguaglianza, una rara capacità di vedere se stessa in tutte le creature del pianeta: come se la pace o il crollo dell'indifferenza verso chi attende l'abbraccio forte della solidarietà, non fossero un fine da perseguire, ma un'emozione, una certezza, l'unica verità incrollabile dell'animo umano»).
Tutto il dolore del mondo riprende e sviluppa il tema del sentire se stessi negli altri, il tema della compassione, parola dalle origini del tutto estranee ai connotati patetici che le vengono spesso attribuiti e che va correttamente intesa come l'atteggiamento di chi sa percepire la sofferenza altrui come propria: «Vide i resti dell'agnello in alcuni piatti, avvertì un dolore lancinante al petto e le parve di sentire le urla strazianti dell'animale scannato per la sua festa. (...) Vide i nazisti strappare i figli dalle braccia delle loro madri e fu investita da quella disperazione come se ne facesse parte». «Specchiarsi nel dolore del mondo», ci dice questo racconto conclusivo, non è una malattia ma una capacità luminosa, non una discesa nella nebbia della follia ma una salita oltre la nebbia dell'egoismo. Ed è anche ciò che può mettere fine a quel dolore.
Forse è corretto affermare che tutti gli altri racconti vanno letti alla luce di questi due. Non perché non vi aggiungano nulla di nuovo ma perché proprio in essi più che altrove l'autrice sembra dirci: ecco, caro amico lettore, è con questi occhi che io vorrei tu guardassi il mondo e in particolare questi piccoli pezzetti di esso che io ti sto raccontando: con questi occhi vorrei tu guardassi la madre che rifiuta di dimenticare il bambino con cui ha vissuto per soli 92 giorni (chiudersi nel proprio dolore lo chiamano, come angoscia lo interpretano, quando spesso è solo il dolce impegno quotidiano a far continuare quella vita attraverso se stessi) oppure la nipote che in una notte di capodanno che aveva creduto sprecata riscopre lo splendore racchiuso in una persona di cui aveva dimenticato l'esistenza (perché l'involucro di piombo in cui la malattia rinchiude la mente è pesante sì ma non ermetico), l'ottusa, inconsapevole ferocia di una battuta che suggella la morte desolata e solitaria di un'aragosta (ho visto io stesso un ragazzo trovare comica quella disperata sequenza d'un film in cui un soldato cerca fra i cadaveri il braccio che una granata gli ha strappato. Come dubitare che qualcuno, una sera, in qualche parte del mondo, abbia pronunciato quella battuta? E come non percepirne tutte le tetre implicazioni?), la realtà che si nasconde dietro l'apparenza spicciola delle stranezze di un ragazzo o di una serie di piccoli furtarelli (perché sotto la superficie non sempre trasparente si nasconde un mare profondo in cui pochi hanno imparato a immergersi), il rispetto che un direttore di giornale mostra per le patetiche fandonie di un demente (dare un momento di felicità a qualcuno, fosse pure un demente, fosse pure il più piccolo degli esseri viventi: cos'altro merita d'esser fatto più di questo?).
C'è dietro tutto ciò l'ombra ambigua di De Amicis? Non ricordo molto di costui ma ricordo un fastidio che qui, davanti a questi racconti non ho provato. C'è un eccessivo "sviolinare" sui "buoni sentimenti"? Difficilmente dimenticherò quello studente che trovava comico il soldato che cercava il suo braccio. Penso con paura alla sua giovane età, a tutto il tempo che avrà per trasmettere se stesso al mondo intorno a sé. E se questo è il mondo che ci aspetta ben venga anche chi ha il coraggio di parlarci dei "buoni sentimenti", ben vengano anche quelle che altri - non io - chiamerebbero "sviolinate".
Filippo Schillaci
31 marzo 2006
Manuela Petescia, Se l'uguaglianza fosse un'emozione, Edizioni Vitmar, Venafro, 2005