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Sireine

E’ un libro singolare e anomalo nel percorso narrativo di Vitarelli: abbandonato l’intenso lirismo ch’era stato dei precedenti romanzi e sarà dei seguenti, l’autore si sofferma sulle "periferie del mondo": la Sicilia dei bassifondi urbani come l’Africa delle colonie italiane. Il linguaggio si fa scarno e crudo come le realtà su cui si concentra, mentre alla scomparsa intensità del lirismo si sostituisce un’altra intensità, quella della desolazione, di una desolazione piena, perfetta nella sua assolutezza, dalla quale, come nel Pasolini di Accatone e Ragazzi di Vita, solo la fine dell’esistenza consente uno scampo. E non è un caso se i racconti di Sireine sono in gran parte privi di divenire: puri ritratti di uomini e situazioni non sospesi bensí inchiodati a un presente ben diverso da quello, intriso di speranza, del finale di Placida, un presente di cui l’assenza di una storia implica il perpetuarsi, l’essere il futuro chiuso in un susseguirsi di giorni disperatamente uguali all’oggi: una gabbia senza porte che racchiude il lettore tanto quanto i personaggi fin dalle prime righe del "quadro" iniziale, ‘I bastasi («E’ un bambino scalzo e scarmigliato (...) come una formica egli si nutre dei rimasugli del mondo. Ma non ha, delle formiche, l’accumulare.»), quasi una introduzione al successivo, e piú articolato, La tana, fotografia di un «fabbricato di macerie», "vergognosamente" situato nel centro di Messina, rifugio di una umanità in frantumi, che fa da cornice a un dialogo fra l’io narrante e una giovane prostituta-bambina. E’ il «desiderio di capire» che lo avvicina alla ragazza e al suo mondo di rifiuti, ma è un desiderio che deve fare i conti con una distanza enorme che si mescola alla compassione, a tratti cancellandola perfino. E’ da questa lontananza che poco a poco, prende faticosamente forma il dialogo fra i due, e con esso la comprensione e lo stupore.

Nella seconda parte del libro ci si sposta in Africa, nell’Eritrea colonizzata dall’Italia "imperiale". Il primo quadro ha il suo centro in una frase scolpita su una parete di un postribolo a Cheren, l'analisi della quale giunge a una conclusione lucida e impietosa, che in essa vede la patetica rivalsa di colui il quale, da eterno colonizzato, si ritrova per la prima volta nelle opposte ed effimere vesti del dominatore: «una frase che esprime il disprezzo (o uno sgomento mascherato da disprezzo) del conquistatore verso i conquistati». E’ il prologo di una serie di brevi e ininterrottamente disperati ritratti umani in cui si situa singolarmente, nel breve intermezzo di Misteri, un attimo di contemplazione ove appaiono, straniere al libro ma anche a tutta la narrativa di Vitarelli, perfino alcune venature di misticismo.

La terza parte ci riporta in Sicilia, questa volta fra i monti e nelle impervie zone dell’interno: cambia lo scenario, o per meglio dire "il fondale" - poiché il mondo extraumano, quando non è del tutto assente, null’altro è, in questo libro interamente concentrato sull’uomo, che puro sfondo senza spessore (e anche ció è insolito in Vitarelli) - cambia il fondale, dicevo, ma non cambia l’umanità che davanti a esso si muove, non cambia, soprattutto la desolata mestizia dello sguardo carico di compassione (uso questa parola in senso rigorosamente etimologico) che su essa si posa.

 

Bibliografia:

Sireine, Theoria, Roma-Napoli, 1990.


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