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La sete.

Nella sua ultima opera Vitarelli abbandona non solo la Sicilia dello Stretto e dei Peloritani, ma anche ogni riferimento geografico e temporale costruendo, in una immaginaria isola desertica che è metafora della Sicilia stessa come del mondo, una distopia orwelliana centrata su un popolo che vive racchiuso nella morsa di una perenne siccità, retto da un potere tirannico che fa del possesso dell’acqua simbolo e strumento del proprio dominio, attraverso «i tre pilastri della scienza, della fede e della legge». Questo mondo di polvere e arsura è descritto attraverso lo sguardo di un uomo dalla singolare e "sovversiva" facoltà di percepire la presenza sotterranea dell’acqua., metafora del percepire l’ "altra" realtà, nascolta sotto il velo pesante della menzogna.

Il deserto è, prima che un luogo geografico, uno stato dell’anima: «Talmente era entrato nei cittadini il deserto da poterli considerare sue creature.», una condizione che puó piú della forza oppressiva dei guerrieri: «E se dubbio c’era in qualcuno esso non era mai speranza, era opaco e sfiduciato desiderio (...). L’accettazione del deserto, che formava il carattere dei cittadini, aveva la stessa sostanza del sopruso, ne era sostegno.» e ancora: «Vedrò altre volte le menti cieche rafforzare il deserto e far sì che l’acqua rimanga sotterrata dalla crosta arida». Ma anche in mezzo a tutto ció rimane spazio per la fiducia nella non onnipotenza del deserto: «E sempre vedrò uomini cercare e trovare acqua».

In principio l’uomo che "sente" l'acqua è solo, e null’altro puó che constatare la propria impotenza. C’è una distanza fra lui e il mondo reale, ben espressa nel suo dialogo con una delle principali figure simboliche del libro, il vecchio maestro-pescatore che, attraverso la ricorrente metafora del mare, enuncia i due temi di fondo del libro. La necessità illuministica di un approccio conoscitivo al reale come presupposto di ogni azione è il primo di essi («E’ inutile inabissare la rete quando non si sa leggere la scrittura del mare. (...) Metti fuori l’umiltà di imparare»): solo la conoscenza è contatto col mondo, solo essa consente una azione positiva nel mondo. Ecco perché tutt’altro che la conoscenza ricevono i bambini nelle scuole del regime dove «dovevano soltanto imparare le regole dell’obbedienza». La vanità della ribellione solitaria, la necessità dunque di una solidarietà, di una comunanza di intenti fra piú uomini, è il secondo tema: «non calare la rete di ció che sai. Poi verrà il momento, ma perché venga non dovrai esser tu solo». E cosí accade: l’uomo incontra sul proprio cammino altri uomini che condividono la sua ribellione muta al deserto e, tutti insieme, riescono a trasformarla nella voce di una azione. Non in parole che, se staccate dal mondo reale, risultano inefficaci e senza significato, ma in un fatto concreto: lo sgorgare di una sorgente nel deserto, uno stagno, prati e campi coltivati, nuvole e pioggia che attireranno gente sul luogo («Prima l’acqua, poi la parola»).

Ma le nuvole attirano, insieme alla gente stupefatta, anche un manipolo di guerrieri che compiono una feroce strage, cui seguirà la strage piú grande, quella delle menti, operata attraverso la menzogna («parole bastarde entreranno nel cuore degli uomini»), che trova facile pascolo in menti assuefatte che «avevano perduto anche la forza di sopportare la speranza» e che sono esse stesse le fondamenta della forza ottusa e proterva di quegli «uomini che di deserto vivono, essendo diventati deserto essi stessi». E’ dunque ambivalente in Vitarelli il ruolo della menzogna: messa in mano auomini che hanno il dono di trasformarla in leggenda (La Chiurma), essa puó essere generatrice di speranza, usata dal potere essa puó essere annientatrice di ogni forza innovativa. Una ambivalenza che sa peró anche di ambiguità.

Fra i cadaveri di quanti avevano raggiunto l’acqua solo per esservi uccisi, gli uomini che l'avevano fatta sgorgare mescolano l’amarezza al progetto di nuove azioni. Si disperderanno infine, per sfuggire piú facilmente alla repressione e per proseguire nella ricerca di altri come loro.

Ed è su una immagine gelida di immensa solitudine che si chiude il libro: quella dell’uomo da cui tutto era iniziato, immobile davanti alla desolazione del deserto, consapevole ormai della sua prossima fine, che osserva gli amici allontanarsi; l’uomo che ha avuto il coraggio di sognare «di fiumi e laghi e rinnovamento gioioso dell’esistenza, e non di tubature e sapore soltanto» e che ha saputo trasformare il sogno in un progetto, portare il sogno nel mondo reale, dare al mondo reale la forma del suo sogno. Su questa immagine di solitudine appena attenuata dall'esile speranza che sono le tre piccole figure sempre più lontane nel deserto, tese a portare ad altri la consapevolezza del rinnovamento, ha fine il libro, e con esso l’opera narrativa di Vitarelli.

 

Bibliografia:

La sete, Il Girasole, Catania, 1995.


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