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Un ricordo. Giunsi per la prima volta ad Acqualadrone nella seconda metà degli anni settanta, nel tardo pomeriggio di un giorno che non ricordo più. Vi giunsi in bicicletta, una bicicletta rossa che qualche anno dopo mi rubarono, seguendo lo stesso itinerario, anch'esso percorso in bicicletta, del marinaio Vanni Rezza, personaggio dellancora non scritto romanzo La Chiurma: attraversai la via Libertà, poi la litornea fino a Ganzirri, e da lì imboccai la settentrionale sicula, fino al punto in cui, «dopo una salita e un ponte», si apre una discesa che conduce verso il mare. Non sapevo come si chiamasse quel posto (non c'erano, a quel tempo, indicazioni stradali), ma - dalle case basse, a una sola elevazione, e piccole, modeste, quasi di bambole se non fosse stato per il loro aspetto rustico - lo identificai subito per un villaggio di pescatori. Dalle altre case, più alte e massicce nelle dimensioni, più pretenziose nell'aspetto, ma forse ancora di più dalle scarse barche che stavano in secca su una spiaggia ormai divenuta troppo grande, capii che quel villaggio era in fase di trasformazione turistica, stava divenendo un agglomerato di seconde case per distratti villeggianti estivi. Era autunno, o forse già quasi inverno e Acqualadrone era pressoché deserta. Superai l'abitato e pedalai lungo una pista sterrata che costeggiava la spiaggia, fin dove essa si esauriva nella sabbia, poco oltre due fabbricati recenti, di quelli grossi e pretenziosi appunto, che già allora, come ho detto, si aggiungevano o, spesso, purtroppo, si sostituivano alle abitazioni dei pescatori. Lì mi fermai. Credo sia stato in quella occasione che per la prima volta feci l'esperienza del contatto con il mondo extraumano, in quel caso del mare, di cui avvertii come non mai la presenza. Mi colpì soprattutto il fatto che fosse una presenza silenziosa, d'un silenzio la cui enorme profondità era, anziché attenuata, resa più evidente dalla risacca e dal rumore lontanissimo e interminabilmente uguale di una invisibile motobarca. Ho voluto partire, in questo lavoro su Eugenio Vitarelli, da un lontano ricordo personale perché a esso mi riportò, durante la lettura di Acqualadrone, il personaggio che in esso viene chiamato Giovane Donna: l'insostenibilità, per lei, di una presenza così avvolgente del mare, dell'universo extraumano cioé. Perché a Messina (e qui non cito Vitarelli ma i miei anni di vita in quella città) il mare è qualcosa di lontano, la città riesce a cancellarlo (come pure annulla la presenza dei vasti boschi che la circondano) dilatando mistificatoriamente il mondo umano fino a farlo percepire come la totalità dell'universo. Il rapporto fra Giovane Donna e Geri Pulejo nel romanzo Acqualadrone, non è altro che la contrapposizione fra un vivere in cui il rapporto con l'extraumano è ancora una presenza quotidiana e un vivere che ha cancellato intorno a sé ogni traccia di esso, chiudendosi pavidamente in un rassicurante e artificiale recinto. Sono questi, il mare e Messina, gli scenari, naturale e storico rispettivamente, in mezzo a cui si svolge gran parte del percorso narrativo di Eugenio Vitarelli. E' una carriera editoriale, la sua, singolarmente in costante discesa: dal primo romanzo pubblicato presso un grosso editore, ai successivi due pubblicati presso un piccolo editore nazionale, agli ultimi due infine, pubblicati presso un piccolo editore locale; discesa sul piano editoriale cui fa riscontro, sul piano artistico, la costanza di un pensiero letterario di notevole profondità, di una ispirazione lirica di notevole intensità; cosa questa che, come giustamente notava a suo tempo Sciascia nel presentare Acqualadrone, dovrebbe indurre a parecchie riflessioni sulle scelte dell'editoria italiana. Un ricordo | Placida | Acqualadrone | Sireine | La chiurma | La sete |