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Placida.

Sulla spiaggia di una Spadafora devastata dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale un insetto si affanna inutilmente nel tentativo di risalire il pendio sabbioso di una piccola buca in cui è caduto. Un ragazzo osserva i suoi inutili sforzi specchiando nell’impotenza dell’insetto la propria. Una assurda e inutile incombenza (assurda e inutile come la guerra), lo costringe a posare ogni giorno gli occhi sul massacro: lasciare, di mattina presto, il rifugio di un casolare di campagna dove è sfollato con i genitori, ospite di una giovane vedova, Placida, e della madre, per controllare l’integrità della casa dei genitori nel paese quotiodianamente bombardato. Le reazioni del ragazzo di fronte al manifestarsi degli orrori di cui è forzato testimone sono quelle della fuga, dello sgomento; il desiderio di non guardare, non sapere.

Da un tale contesto di orrore e devastazione prende l’avvio il percorso narrativo del romanzo, e insieme a esso il percorso di formazione del ragazzo, il cui fulcro è nella figura di Placida, giovane donna che senza mai cessare di rispecchiare in tutto il suo essere la pacatezza che il suo nome suggerisce, fonde in sé quiete e fermezza, dimensione elegiaca e vitale sensualità.

Il momento del primo rapporto d’amore fra Placida e il ragazzo, centro dell’intero romanzo, è narrato con la levità assoluta di un notturno, con la musicalità di un contrappunto di suoni e silenzi. In silenzio Placida arriva nella notte («...sentii i passi di piedi nudi (quasi inudibili, come carezze)»), in silenzio si unisce al ragazzo («Non disse parola. Soffocava anche i gemiti. Solo il mio fiato e il suo fiato udivo»), in silenzio va via. A questo silenzio, a questa levità del muoversi della ragazza in quell’atto vitale che è l’amore si sovrappone l’eco lontana ma pesante dei bombardamenti su Messina e questo musicale contrasto sonoro riassume nella piú lirica e intensa delle metafore il senso ultimo e piú profondo dell’opera intera: quello di un passaggio dalla morte alla vita. E’ una notte dunque di puro ascolto, in cui il ragazzo (e io narrante) ha modo di percepire simultaneamente i due mondi contrapposti, di capirli entrambi, di scegliere infine («Ma che fu quella notte? Turbine, spavento, delizia. Apprendimento muto. Mia fioritura. ... Un orgoglio, una paura, uno slancio di me stesso, il disgusto e l’ebbrezza e l’ostinazione: tutto provai quella notte. Uno sbigottimento lusingato d’essere vivo. Una gratitudine d’essere vivo...»).

Quella cui Placida lo guida č una scoperta della sessualità fatta di spontaneità serena, soglia, quasi, su una vita che puó non essere greve, di fronte alla quale ci si puó perfino abbandonare a una serena accettazione: «Ormai sapevo che non c’era niente da capire. C’era solo da accettare e vivere. Placida era stata spontanea come una brezza...». E viene da pensare al forte contrasto fra questa visione della sessualità come metafora dell'affermazione della vita contro quella massima negazione della vita stessa che è la guerra, e la visione che della sessualità ha un autore come George Bataille. In entrambi gli autori essa è una ribellione alla negatività dell'universo ma mentre in Vitarelli è una ribellione, ripeto, vitale in Bataille (Storia dell'occhio) essa è nevrotica, folle, spesso disperata metafora della morte, specchio esatto di quell'«universo disonesto» contro cui vuol essere rivolta.

E’ dopo quella notte di estatica scoperta che l’urlo impotente di raccapriccio dell’adolescente di fronte alla mostruosità della guerra si trasforma nella pacata e tenace negazione dell’uomo, e nell’affermazione della speranza: «andava tutto bene nel verso dell’ostinazione, della speranza». Una speranza che non è peró mai incosciente allegria: la fine della guerra non cancella la consapevolezza della morte, delle innumerevoli morti di cui era stato testimone e che continuano a popolare la sua memoria: «Certi momenti la mia mente era un cimitero», e insieme, segna l’ingresso nel territorio del dubbio, la consapevolezza di non possedere alcuna verità al di fuori di quella di fondo, ribadita, dell’affermazione della vita sulla morte: «Possibile che tutto fosse un continuo interrogare e intrerrogarsi? Era questo l’essere adulti? Certamente ero piú ricco di risposte prima».

La fine della guerra segna anche il suo ritorno in città. Che ne è del suo rapporto con Placida? Il romanzo si chiude sulla loro ultima, estatica notte insieme «al chiuso del palmento, con pari forza d’impeto e mestizia, con pari forza di sentirci vivi. Contenti di sapere che c’era ancora notte avanti a noi», in una sospensione del tempo tutta circondata dal presente, in cui si tace del futuro perché ogni futuro è possibile.

 

Bibliografia:

Placida, Mondadori, Milano, 1983.


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