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La chiurma

Tre temi: l’esilio, il rapporto verità-speranza e il rapporto arte-vita. Il primo si coagula attorno alla figura del marinaio Vanni Rezza, affidato bambino a un capitano di nave e da allora passato da una nave all’altra, da un luogo all’altro, da alienità ad alienità, strappato al suo destino naturale di braccio destro del padre e consegnato a un vivere sdoppiato, spezzato («Due vite mi crebbero, una di esistenza, una di memoria») di cui è risultato e al tempo stesso metafora la sua lingua: un parlare «forsennato», miscuglio inestricabile di siciliano, spagnolo e altro ancora, che esprime a priori la più radicale delle estraneità: aver perso se stessi nella propria capacità di comunicare, ma prima ancora di pensare la propria cultura (ovvio ripensare qui al Buttitta di Lingua e dialetto). Altrettanto radicale della perdita della propria lingua è per Vanni Rezza, l’altra perdita: quella dei ricordi, che Vitarelli riassume in una singola, intensissima frase: «Attraversņ la piazza pensando: lasciai una città distrutta dal terremoto, che non ricordo; ritrovo adesso una città distrutta dalla guerra, che non conosco». Ed è forse questa la frase chiave del romanzo, quella in cui Vitarelli sa genialmente condensare in poche parole la solitudine di un’intera vita colta nel momento in cui essa si raccoglie attorno alla desolata consapevolezza di essere ormai irreversibilmente straniero al proprio luogo, come dire straniero ovunque. E non a caso questa frase è situata come preludio al viaggio di Vanni Rezza in bicicletta verso il suo villaggio, non a caso questo estremo riassunto di una vita privata dell’aggancio alla propria memoria, è l’avvio di un viaggio verso la memoria. Perché di due cose, ci dice Vitarelli, è fatto l’uomo: di ricordi e di speranze, e i primi sono la terra da cui germogliano le seconde.

E la speranza, insieme ai dualismi verità-menzogna e coraggio-debolezza, è il secondo tema del libro. Vanni Rezza, unico scampato «per troppo poca età» alla strage in mare degli uomini della sua famiglia, tornato casualmente per pochi giorni a Messina, da cui era partito bambino 40 anni prima, altrettanto casualmente vi incontra il vecchio cantastorie Sebastiano Santisi, e a lui racconta la storia sua e di quegli uomini guidati dal nonno Rocca di Mari, morti per mano mafiosa, per non aver voluto cedere a un sopruso. Una storia di dignità e di eroismo, che il cantastorie porterą nelle piazze di Messina, così come l’ha udita dal marinaio. Ma Vitarelli, l’ho già detto a proposito di Acqualadrone, è estraneo all’epica, i suoi personaggi sono lontanissimi dalla dimensione statuaria di quelli di D'Arrigo: essi sono uomini, e la loro umanità è fatta anche di debolezza. E' dunque una menzogna la storia di ribellione al sopruso che il marinaio esule racconta al cantastorie. Gliela racconta sotto la suggestione del fortunato incontro e del contatto con un mondo che qualcosa dentro di lui chiama ancora suo, e tace dunque la verità: la verità della resa, del cedimento degli uomini alle preghiere delle donne, e della loro morte fortuita. Tace di tutto ciò e inventa il volo del mito, della leggenda. E il cantastorie sta al gioco, pur avendo percepito la mistificazione, ed è la leggenda che canterà nelle piazze, quella vicenda di eroismo e ribellione solitaria di un esiguo gruppo d’uomini mai accaduta eppure non falsa perché in essa è racchiusa, se non la verità dei fatti, la verità della speranza. («...quando si racconta per vero un fatto che vero non è ma si vorrebbe con dolore che fosse vero...»). «E’ questo, una leggenda. Soltanto questo.» dice il cantastorie a un amico «Un desiderio che diventa invenzione. E cantandola al pubblico l’ho fatta diventare vita».

Il terzo tema, vecchio, verrebbe da dire, ma mai scontato, è quello del rapporto fra l’arte e la vita. Il cantastorie è sul confine della vecchiaia: quella di Rocca di Mari e della sua "chiurma" è la sua opera d’addio alle piazze, dopo di essa egli intende far tacere la sua voce, ma è una scelta che non tarda ad assimilare a una morte: «La morte che c’è nel fatto che la voce non mi sostiene». Far tacere la sua voce significa far tacere, far morire quella speranza che egli ha voluto cantare, e far tacere con ciò la vita: la Vita in quanto tale prima ancora che la sua vita. E il romanzo si chiude sulla decisione di tornare alle piazze, alle storie, al narrare di speranze, decisione presa di notte, nel letto della sua donna, subito prima di ricevere da quel marinaio che di storia gliene aveva donata una, tornato nel frattempo al suo vagare sui mari, una lettera che contiene una nuova storia: una nuova ribellione, una nuova speranza. Forse una nuova bugia? Nell’ultima riga Vitarelli suggerisce di sì. Ma ci ha già detto che non importa.

 

Bibliografia:

La chiurma, Il Girasole, Catania, 1992.


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