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Acqualadrone.

Allo scopo di chiarire la posizione di quest’opera nella letteratura siciliana contemporanea (e non soltanto) sarà opportuno premettere alla sua lettura il confronto con alcuni non ignorabili "punti trigonometrici" letterari.

Viene spontaneo innanzi tutto pensare ad altre, più note narrazioni siciliane di pesca e rapporto col mare, non tanto però al Verga dei Malavoglia, incommensurabile con Vitarelli se non altro per ovvie ragioni di non contemporaneità storica, quanto al D'Arrigo di Horcynus Orca, un confronto che si pone soprattutto come una contrapposizione fra la titanica amplificazione epica di quest'ultimo e la più raccolta dimensione lirica di Vitarelli. Tuttavia anche Acqualadrone è un’opera corale, anche in esso il coro è il popolo di un paese di pescatori, e come ogni coro anche questo ha il suo corifeo: il vecchio Cosmo (abbreviazione di Cosimo, ma anche - e chissà se è solo un caso - sinonimo di universo) che vive le sue giornate fissando quell’orizzonte del mare che non può più vedere ma che sa meglio di ogni altro. E’ Cosmo che ha col mondo extra-umano, col mare, il rapporto più profondo, che egli reinterpreta attraverso il simbolismo della figura mitica, ‘u latruni, che è in realtà il Mare stesso.

Nonostante quanto prima detto una contrapposizione è possibile rilevarla in realtà anche con il lontano Verga dei Malavoglia: tutto concentrato, quest’ultimo, sugli uomini, sulle loro vicende interne, per le quali il mare è solo uno sfondo privo di reale spessore, di compiuta identità, mentre in Vitarelli esso si fa, oltre che personaggio, mondo, universo, dotato di vita e complessità, tanto da tentare il lettore a un ulteriore paragone, questa volta accostativo: quello con l’oceano di Solaris, nell’omonimo romanzo di Stanislav Lem.

Infine, al contrario di un altro grande poeta del mare, Tomasi di Lampedusa, che nel suo Lighea si immerge totalmente nella visione mitica, fino a farne esaltante realtà, Vitarelli vede il mito come un parlare per metafore. A monte di esso c’è la conoscenza, e il mito ha il compito di comunicarla attraverso figure e narrazioni metaforiche. «U latruni non c’esti», dice il vecchio Cosmo pochi attimi prima di morire, «u ‘nvintai io a furia i cumprenniri»; e ci tiene Vitarelli a riportare il mito alla sua natura vera, a farne linguaggio e non realtà alternativa, poiché in lui non si è mai indebolita l’idea di ciò che il compositore Luigi Nono chiamò negli anni ‘50 la «presenza storica» nella creazione artistica, dallo scarno Sireine all’affabulatorio La sete, in cui lo stile da narrazione leggendaria non ricopre ma anzi amplifica, universalizzandolo, il contenuto della vicenda.

Suddiviso in sei "libri" piú un epilogo, autonomi e interconnessi allo stesso tempo, Acqualadrone trova la sua unità di romanzo (poiché tale è) piú che nel tornare degli stessi personaggi umani da un libro all’altro, nel permanere dei due metapersonaggi che sono il Villaggio e, come già detto, il Mare, l’umano e il non umano, mediatore fra i due il vecchio Corifeo.

Ruolo cardine nel divenire della componente umana, del villaggio, ha il personaggio di Geri Pulejo, catalizzatore della presenza delle due opposte figure femminili, Giovane Donna e Crescenzia, la seconda delle quali giocherà un ruolo decisivo nella trasformazione, nello straniamento del villaggio, figure situate significativamente in maniera simmetrica attorno al centro dell’opera (rispettivamente nel secondo e quarto libro). Di Giovane Donna, del suo soccombere davanti alla presenza del non umano, si è già detto. Crescenzia ne è in ogni senso l’antitesi: unione armonica di razionalità e carnalità, si immerge senza nessun timore in quel mondo che non conosce ma che ha gli strumenti per conoscere, lo fa poco a poco suo («guarda il mare, ne è presa, lo vive», dirà Cosmo). Sarà lei a fare il primo passo di quel mutamento che porterà il villaggio di pescatori a divenire un villaggio turistico e che, con la fine della pesca, segnerà la simbolica vittoria del Mare, una sorta di sparizione dell’uomo dal mondo, della sua significanza in esso, con lo sparire del suo rapporto col non umano. «Questo villaggio che fu di pescatori valorosi e per volere del Ladrone si tramutó in villaggio di insignificanza», commenta ancora il vecchio Cosmo nel lungo monologo, centrato sull’idea di realtà come mistero e su una sorta di valore taumaturgico della parola nei confronti del niente del mondo, che chiude il cerchio della sorte attorno al villaggio.

Ma il mondo, il mondo esterno, ha ancora qualcosa da dire: quel mondo che è fatto di bellezza e potenza, è anche fatto di vita: quella vita che era sempre finora apparsa in sordina, nel tendersi della lenza del pescespada arpionato o nel «pullulare e saltare di piccoli pesci irretiti» nella trappola della sciabica. E la vita si fa presente, balza in primo piano, nel sesto libro, nella "persona" d’una grande tartaruga, apparizione magica di luce e di sogno sotto la lampara nella notte marina («Fu come contemplare il volo d’un sogno forte e misterioso, che seguitasse a essere volo nel fondo dell’acqua») che si trasforma, nella mortificazione della cattura, «riversa sul dorso nella notte terrestre» in «una massa caotica, un respiro intenso», in un movimento impotente e annaspante, legata per una zampa, divenuta «sagoma d’ombra». Il mondo extraumano assume infine sembianze di essere vivente, e di dolore: «riversa sul dorso, buttava disperazione e panico con improvvisi annaspamenti», «I guizzi della sua vita e del suo terrore erano ormai di un animale che sarebbe stato ucciso e mangiato: carne per la gente.». E sarà ll cuore della tartaruga, strappato via dal corpo ancora vivo e pulsante ostinatamente sulle pietre, il soggetto delle meditazioni finali dell’io narrante: «Un cuore strappato via che continuava a cercare vita da trasmettere (...) cercava vita che non poteva trovare (...) ed era tuttavia l’ostinazione della vita», un «prodigio vano» ma capace tuttavia di «suggerire cose», di indurre «una voglia di silenzio nella voce» e «la mente larga all’accoglienza». Sarà in tale stato interiore che l’io narrante tornerà una volta ancora verso il Mare, «a nuotare nelle acque marginali di quel ventre eterno».

 

Bibliografia:

Acqualadrone, Theoria, Roma-Napoli, 1988.


Un ricordo    |     Placida    |     Acqualadrone,    |     Sireine    |     La chiurma    |     La sete

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