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Itaca per noi
(seconda parte) Ma la mia mente divaga, mi sa che mi trovi un po’ rimbecillito, vero? La tua regina torna sui suoi passi e mi concede una mossa di vantaggio... un passo indietro non è da te, non ti ho mai visto calpestare due volte le stesse caselle, prima in avanti e poi indietro... no, c’è sotto qualcosa... purché io rinunci alla regina tu mi offri in cambio il tratto. La mossa al nero, a me: adesso il gioco è a una svolta, qui si impone una scelta. Una volta non avrei esitato: sposto l’ago della bilancia un po’ dalla mia parte, e posso giocare tranquillo scambiando pezzo con pezzo e mossa con mossa. Diventa una questione di tempo, almeno in teoria: se andiamo avanti con lo stesso passo, io arrivo al matto una mossa prima di te. In pratica, mai successo... anche perché il possesso di quella teorica mossa di vantaggio non è mai stato in discussione, era tua e basta. Potevo strappartela per un paio di giri qualche volta, pensavo di aver fatto il colpaccio e poi mi accorgevo di non aver guardato abbastanza lontano... qualcosa mi impedisce fisicamente di fare previsioni oltre le due mosse, tre al massimo dello sforzo e con scarsi risultati. Sono una specie di divagatore compulsivo, un ruminante... vedi lo stecchino? Sì, certo, ma ecco, c’è un segreto. Ti ho detto che calmano i morsi della fame, che la mente prende i volo. C’è qualcosa in questi stecchini, nel legno che li compone, intendo; così come esistono tante bevande e fiori e frutti e funghi che innescano le reazioni più strambe, ebbene questo particolare tipo di legno marcito è uno dei tanti incomprensibili intrugli che si scovano in giro per i sette mari. Niente di prodigioso come le magie di Circe, nessun effetto dirompente come il canto delle sirene. Tutte le volte che ne succhio uno però la mia mente naviga nel territorio del possibile col vento in poppa. Divagazioni... per esempio, adesso sei davanti a me che aspetti la mia mossa, e a me intanto pare quasi di vederti seduto che giochi la tua partita a scacchi con gli dèi. Ti siedi e lanci la tua sfida al Grande Maestro Divino, mentre lui muove a rotazione sulle mille scacchiere di una partita multipla. Ci sono anche io, uno dei tanti curiosi, un appassionato; io ho pagato il biglietto soltanto per seguire le tue mosse. E sia Ulisse: eccoti la regina nera, e a te la mossa. Che poi vederti seduto a giocare a scacchi con Zeus in persona non mi stupirebbe dopo tutto quello che ho passato al tuo fianco; io che gli dèi ero abituato a immaginarli e temerli li ho visti con i miei occhi scomodarsi, assumere le forme più impensate, scatenare tempeste e condurci in porto sani e salvi. Ohi, dico: venti anni per tornare ad Itaca, col migliore capitano sulla piazza... questa è la mia personalissima carriera di marinaio. Metti che mi chiedono come mai tanto tempo, e che gli dico? No, sapete, è che c‘erano sempre quegli dèi di mezzo, sempre tra i piedi... alla gente comune non capitano certe cose, quelli come me sperano che l’occhio della divinità passi sul grande registro dei nomi senza fermarsi, e in ogni caso per passare inosservati forniscono la loro collaborazione, fanno del loro meglio per non essere chiamati. Domani se il tempo è bello magari vado a pescare, faccio così da tanti anni e mai mi è sfiorata l’idea che per dire Nettuno potesse affacciarsi, anche solo per chiedermi che so, se i pesci abboccavano. O che Eolo potesse contemplare i miei progetti durante la scelta del vento da far spirare la mattina dopo. Ulisse, questo è un fatto: Zeus non verrebbe qui apposta per giocare a scacchi con me, ma con te sì. Poi magari molta gente pensa che soltanto perché uno è re e figlio di re, allora certe cose gli capitano, e questo può anche essere. Ma gli dèi giocano una partita multipla, e ci sono così tante scacchiere che basta cercarne una disponibile, o attendere che se ne renda disponibile una dove lo scacco matto è maturo. Ma un altro fatto è che c’è sempre qualcuno che si siede a giocare, e tanti altri che preferiscono stare a guardare. Il biglietto di ingresso lo paghiamo tutti uguale, e il prezzo è equo: ognuno lasci sul tavolo tutto quello che ha nelle tasche. Il giorno che mi sono imbarcato con te io ho acquistato quel biglietto, e sono capitato a seguire la scacchiera di uno che dava del filo da torcere al Grande Maestro Divino... roba da non credersi! Nella grande partita multipla, avrei potuto farmi la mia partitella senza pretese, nell’attesa di subire un rapido ed elegante scacco matto a cui guardare con ammirazione; o avrei potuto scommettere un po’ e fare qualche soldo facile; invece è andata così e mi ritengo fortunato del mio posto da spettatore: un ottimo punto di vista, non l’ho mai abbandonato e non lo cederei per nessuna ragione.
Perché in realtà non è di una partita a scacchi che stiamo parlando, no? Sono le gesta di Ulisse, fatti che si sono avverati davanti ai miei occhi e di cui la gente continuerà a raccontare fin quando non saranno diventate leggende e ancora dopo, per sempre. Una partita a scacchi non è immortale, anche se a volte ce ne sono di talmente lunghe e noiose da sembrare senza fine. Ma ci sono un numero finito di combinazioni dotate di senso, una sequenza di mosse e risposte finita che si può raccontare con una formula. E’ questa la differenza tra le tue gesta e una partita a scacchi, sia pure contro Zeus: da una partita a scacchi non viene fuori un gran bel racconto. Per tante imprese che hai compiuto, altrettante ne saranno inventate, e tutte le mille e più colorate versioni dei fatti, anche le più inverosimili e irreali ti saranno riconosciute. Le cose stanno già così, e puoi credermi: siamo solo all’inizio; le genti raccontano, i cantori cantano e i poeti traducono in versi già da prima del nostro ritorno, e in ogni porto che abbiamo raggiunto. Ulisse espugna Troia, Ulisse sconfigge il gigante Polifemo, Ulisse si riprende Itaca... il resto lo farà l’immaginazione resa fertile dal tuo esempio. E’ una questione di tempo; per quanto ne dicono, tu potresti aver già varcato le colone d’Ercole, e per quanto ne sanno in giro tu senza dubbio potesti farlo anche domattina se lo volessi. Ma qui la partita promette di andare per le lunghe, e tu vuoi una risposta. Adesso ho il mio vantaggio minimo ma ho perso la regina e siamo ancora nel mediogioco, con tutti i pezzi ancora da scambiare; ora temi che la mia prudenza mi consigli una strategia dei piccoli passi tale che il passo falso per quanto immancabile tardi a venire. So che il tempo passa; vedi Ulisse, con la richiesta che mi fai dai voce al mio Destino; io lo sapevo che non sarebbe venuto a bussarmi all’uscio o a chiamarmi durante la pesca, eppure non ero tranquillo. Speravo sinceramente che il tempo avesse cancellato il mio nome dal registro: "marinaio vattelappesca, qui il nome non si legge". Non che non ci tenga al nome, ma io sono e sarò sempre un marinaio di Ulisse, a questo ci tengo anche di più, perché è la mia storia. Le cose non potevano andare che così, come dentro di me mi aspettavo: il mio re e capitano Ulisse mi chiama per salpare di nuovo, destinazione chissà dove. Preferisco così piuttosto che una delle comparsate che gli dèi facevano a te, e non per questioni di vigliaccheria o di abitudine... le uscite del deus ex machina non mi piacciono nemmeno a teatro, con tutti quei cigolii e quegli equilibri precari... a mia moglie invece piacciono, credo per via del lieto fine, ma questo non c’entra... o forse stavolta invece c’entra. Sai, la notte scorsa lei ha avuto un sogno premonitore: ha sognato che la tua cagna Lete aspettava dei cuccioli. Stamattina era talmente sicura della sua premonizione che mi ha detto di domandartene uno, di farti promettere che le avresti regalato il maschietto nero con la stella bianca sulla fronte, quello tale e quale al tuo Argo da cucciolo... mi ero dimenticato di quelle sciocchezze, ma poi ho visto che Lete era davvero incinta e sai... si dice che le donne incinte abbiano telepatie e sogni premonitori, portatori di buon auspicio. Se uno di quei cuccioli somigliasse veramente a quello del suo sogno, vorrei che ce ne facessi dono; lo chiameremo Letargo: Lete più Argo, è il nome che è venuto in mente a mia moglie nel sogno, pensa tu. Mi è rimasto in mente questo strano sogno, persino nei suoi particolari a cui credevo di non aver dato neppure ascolto... sai com’è mia moglie a volte, che sarebbe da rispolverare il vecchio trucco dei tappi: "ricordati... Letargo... la promessa...", e io le rispondo: "sì... va bene... senz’altro... stai tranquilla..." senza nemmeno ascoltare, e un secondo dopo me ne sono dimenticato. Mia moglie con le sue parole tesse da anni una tela invisibile di compagnia, una coperta che cresce di pari passo al bisogno, man mano che passano gli anni; noi non abbiamo mai avuto figli, Ulisse, e ormai lei è andata parecchio avanti rispetto alla stagione adatta per la maternità, proprio come la tua Lete. Se gli dèi venissero di persona a chiedermi di partire per le Colonne d’Ercole mi sarebbe più facile dir loro di no che dirlo a te adesso. Perché io non parto, Ulisse. E se fossi in te non so cosa farei, non ho un consiglio da darti; se io fossi te userei tutte le mie astuzie per fare mezze promesse, patteggiare con gli dèi: parto se mi fate nascere un bel maschietto. E poi, sempre se fossi te, qualcosa mi inventerei. Ma nei miei panni attuali non mi servono altre gesta memorabili: alla nostra età è altro materiale per la nostalgia. Beh, è molto tardi e la partita ristagna; mi fermo qui, ti chiedo di concedermi una patta, almeno una volta, in segno di amicizia. Buonanotte, Ulisse. E’ notte e Ulisse nella sua stanza siede da solo davanti alla scacchiera. Cambia di posto, la sua mano muove il cavallo nero e dà il matto al re bianco. Prende uno stecchino e se lo porta alla bocca. Poi rimane lì, in contemplazione della scacchiera. Intanto il vento propizio alla partenza sale da oriente, e prende a soffiare silenziosamente nella stanza. Maurizio Brasini |