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Itaca per noi
(prima parte) E’ tramontato il sole sull’isola di Itaca. Nel palazzo reale Ulisse e uno dei marinai che lo hanno seguito nelle sue imprese siedono uno di fronte all’altro, illuminati da una torcia. Una cagna che ha preso da anni il posto del fedele Argo riposa ai piedi di Ulisse; si chiama Lete come il fiume dell’oblio e sta per partorire dei cuccioli, per la prima volta, e ormai in età avanzata. I due uomini tacciono pensierosi davanti a una delle tante meraviglie ricevute in dono o mercanteggiate o rubate da Ulisse nei suoi viaggi; si tratta di un gioco: una scacchiera. Ulisse muove il pedone bianco davanti al re di due caselle, mentre con gli occhi vaga alle spalle del marinaio, fuori dalla finestra, e sembra andare cercando una stella, come era solito fare anni addietro per orientarsi in mare.
Maestà... (silenzio) Capitano... (silenzio) Ulisse, vecchio mio... come al
solito tu hai il bianco e il tratto, e con essi il vantaggio impalpabile
della prima mossa. Sempre un passo avanti, sempre tu scegli la strada.
Quante partite negli anni trascorsi in mare, sempre e solo con te; in tanti
anni ho imparato a giocare soltanto col nero, e vinto mai. Ora neppure
tieni più gli occhi sulla mia risposta, eh? Non ti serve guardare per
sapere esattamente quale pedone muoverò, e verso quale casella: il mio
pedone davanti al tuo, la mossa migliore che ho è anche la più prevedibile.
Ma d’altro canto non mi hai certo invitato dopo tanti anni per una partita
a scacchi in nome dei tempi andati, ti conosco.
Lo sapevo. E certo non te l’hanno ordinato gli Dèi, vero? Lo sapevo. Lo sapevo! Maestà, lasciatelo dire: io sarò prevedibile, ma anche avere a che fare con te è sempre la stessa cosa, per me è come camminare accanto a uno a cui il Destino tenta di fare lo sgambetto, lo manca e io finisco a culo in terra! Il Fato non esiste, hai ripetuto sempre... non esiste per te! Tu fai di testa tua e mentre gli Dèi ci pensano su... tac! Hai fatto il tuo gioco. Ah, no: adesso sono qui e con tutto il rispetto Maestà... Capitano... adesso ti sorbisci anche la mia opinione. So bene che non è un consiglio che mi chiedi: magari! Quelli non costano niente, e anzi ci godrei a dartene uno. Ma tu vuoi solo che ti dica sì o no. Parto con te per - diciamo - le Colonne d’Ercole, e poi chissà magari facciamo una puntatina pure più avanti Oppure resto. Semplice. Sai già che avrai ottenuto una risposta soddisfacente prima che avremo finito questa partita, al solito. E sia, ma intanto smetti di dare la caccia alla mia Regina nera e stammi a sentire. Lo sai che la regina non la scambio volentieri, almeno non finché non intravedo la buona parata, e cioè solo dopo aver messo al sicuro un vantaggino anche minimo... allora sì mi piace scambiare, anzi io metterei la regola che i pezzi si possono mercanteggiare senza star lì a giocare tutta la partita: quanto vuoi per le due torri? Leviamo tutti gli alfieri e i cavalli e andiamo avanti da lì? Mi dai partita vinta e ci facciamo un bicchierino? Ma al momento tu hai già sviluppato i tuoi pezzi, e ora prendi la tua regina e la porti a spasso qui sotto, a mettere un po’ dei miei pezzi sotto tiro senza lasciarmi neppure il tempo di fare un bell’arrocco.
Mi piace arroccarmi, non mi dispiace affatto la sicurezza, lo riconosco.
La sicurezza è stata una delle pietanze che più raramente hanno imbandito
la mia mensa; e poi basta una sola portata, un piatto unico, per servirla
a tavola. Ma noi no; noi o i banchetti di accoglienza di Re e Regine degli
sprofondi dei sette mari, o masticare il legno marcito delle travi salmastre
della nave per non sentire i morsi della fame più nera. Beh, non tu; noi
dell’equipaggio, perché tu non avresti mai commesso una simile sacrilega
bassezza: ciucciare le croste del formaggio della vita, nutrendosi della
muffa che alligna in seno alla tua nave. Beh, ti capisco, adesso che ho la
sana abitudine di tre pasti al giorno. Eppure la sai una cosa? Non era
male. Il sapore delle travi marcite, dico: era buono!
Ecco fatto: arrocco! Dalla parte corta, la più protetta. E ti dirò: non mi dispiace se non assaggi quello stecchino. Mettiamola così: tu non succhi il legno marcio, ma d’altro canto io non mangio il maiale, il che quantomeno è più insolito. Non me ne privo per motivi di dieta o di religione: è una questione personale, capisci? Da quella volta che... sì, insomma... da quando sono stato un maiale. Se fossi stato al tuo posto, Ulisse, avrei fatto una sosta persino più lunga nella camera da letto di quella Circe. Nonostante tutto, aveva il più bel culo mai visto: lo riconosco senza dover faticare per tenere a freno il rancore... sì perché dopo tutto mi aveva trasformato in un maiale così su due piedi, senza nemmeno lasciare che mi presentassi. Eppure la sua bellezza l’avrei grugnita a quattro venti ogni giorno che la maga veniva mezza nuda a riempire di avanzi le nostre mangiatoie, che ancora odorava delle vostre scorribande notturne (i maiali queste cose le fiutano bene). Persino una vita da maiale aveva i suoi lati positivi da Circe; anzi, in effetti, considerando la questione dal punto di vista di allora, dal punto di vista suino cioè, non mi mancava proprio niente. Potrai capire quindi che la mia simpatia per i maiali è come un’eredità degli anni vissuti nei loro panni; ma c’è dell’altro, perché altrimenti credo che adesso ne mangerei con un gusto persino amplificato dalla simpatia. Però c’è di mezzo la questione dei miei compagni caduti per così dire sul campo, quelli sgozzati di tanto in tanto davanti al porcile... strillavano e piangevano recuperando la loro voce umana quasi come se riuscissero all’estremo a rompere il sortilegio di Circe, che se in quel momento uno di loro fosse ritornato un uomo, non sarebbe stato più buono per essere cucinato, e avrebbe avuto salva la vita. A me ha detto bene; ero un po’ sciupato, forse perché ero suinamente innamorato di Circe e, ironia del Destino, proprio per questo non sono mai stato prescelto e mi sono salvato la pelle, o la cotenna se preferisci. Ma non posso fare a meno di pensare agli altri; pensa la scena al nostro ritorno, immagina il dialogo tra la moglie e la figlia di uno di loro, mentre tornano a casa senza il loro marinaio: "che fine ha fatto papà?", "sul girarrosto, con una mela in bocca e una carota" beh, lasciamo perdere: quando sarai più grande capirai...". Col tempo ci si fa una ragione anche delle cose più strane, ma questo non significa che si dimentichi. Io di maiale non ne mangio più. Sarà la mia indole, o sarà che più invecchio e più divento un ragazzino che punta i piedi e si tappa le orecchie... come quella volta con le sirene. Quelle erano belle solo per metà, la parte superiore; a vederle uno non ci poteva credere che dalla cintola in giù c’era del pesce, comunque l’effetto nell’insieme era da voltastomaco. Mi vanno bene le donne e mi va bene pure il pesce; bene anche una cena di buon pesce insieme a una bella donna, per esempio. E’ una questione di accostamenti, semplice eppure decisiva: con che vino mai ti avvicineresti a una sirena? Io infatti mi sarei tenuto alla larga, tanto più che alle donne-pesce piacevano i naufraghi ripescati dalle navi che mandavano a sfracellare sugli scogli, o quelli che si tuffavano per sentirle cantare più da vicino. Gli piacevano da mangiare, dico. Con le sirene le cose vanno così: ti mangia una donna, e ti caca un pesce... chissà cosa assimila una sirena di te, se finisci a far parte di un pezzo di donna o di pesce... ma tu a questo nemmeno ci pensavi, e poi uno stretto è proprio il tipo di situazione che non ti spaventa. Una scogliera da una parte, un’altra sul lato opposto, e in mezzo alle correnti avverse la scelta che si presenta in ogni momento è a quale scoglio tenersi distante, o su quale andarsi a sfracellare; tu in questi casi non hai dubbi che passerai dritto nel mezzo. Proprio come la tua regina adesso, per l'appunto, che sembra farsi beffe del mio cavallo e dell’alfiere, e va in scacco. Guarda che devi annunciarlo, lo scacco: in questo gioco ci sono dei diritti, uno va avvisato del pericolo... ma tu continui a vagare fuori di qui, adesso pare che tu sia in ascolto di quel canto delle sirene, che nessun altro ha ascoltato senza che gli fosse fatale. Doveva essere davvero bellissimo; ricordi come ringhiavi e supplicavi e mentivi e promettevi e scongiuravi, perché volevi essere slegato dall’albero maestro e andare a raggiungere le sirene? Adesso dopo tanti anni ti sarai abituato a non avere le parole per descrivere quel canto, a non poterlo raccontare. Io a questo mi ero già rassegnato senza saperlo, e tanto tempo prima di te: quella volta ci hai consigliato di mettere della cera nelle orecchie e io non ci ho pensato due volte. Comunque non avrei pagato di tasca mia per sentire il concerto delle donne-pesce, figurarsi se il prezzo era la vita. C’erano tra noi anche gli sballati di musica, partiti per quel canto senza ritorno; quando uno dei miei compagni si toglieva i tappi, e i suoi occhi diventavano quelli di un altro, e mai lo avevo visto così felice e sconvolto prima, aspettavo rassegnato il momento in cui si sarebbe tuffato nella corrente impetuosa. Mi dispiaceva per lui, ma non ho pensato nemmeno un istante a cosa mai avesse fuso così il suo cervello entrando dalle orecchie... quale celestiale musica... Poi in questi anni quanto me lo sono domandato... ogni volta che una melodia mi suonava vagamente familiare, e mi faceva venire su una strana malinconia dal retrogusto gradevole, come un piccolo vuoto d’aria tra i polmoni e lo stomaco. Non mi aspetto di certo che tu ti metta a fischiettare adesso la canzone delle sirene, a recitarne qualche passo, o a provare a descrivere; io ero lì, non ho ascoltato, e il tempo mi ha insegnato che non c’è più verso che io provi com’è ascoltare le sirene cantare: il concerto non si replica, e non ho più visto nessuno così preso da un evento musicale dal vivo, per quanto sia. Ho scelto a suo tempo, e poco importa se non consideravo di rinunciare a qualcosa; che, una scelta deve essere per forza difficile? Ma che domande ti faccio: Ulisse non divide le scelte in facili e difficili, ma in coraggiose oppure vili; è il tuo modo di vedere le cose, e riconosco che lo hai sempre onorato senza per questo disprezzare quelli a cui il coraggio mancava. Il tuo coraggio ha tutta l’aria di essere un dono divino, ma tu ti comporti piuttosto come se si trattasse di un talento da coltivare. Tutti noi della ciurma nutrivamo la folta schiera dei meno talentuosi, ma avevamo l’esempio del tuo coraggio, la possibilità di fare pratica anche forzata, e inoltre eravamo di quelli che "anche la paura in fondo ci dà sempre un gusto strano", come diceva la nostra canzone dedicata ad Itaca. Proprio come il gusto dei legnetti che rosicchio; col loro sapore inafferrabile che mi fa pensare ogni giorno di levare ancora una volta le ancore: "sono pronto, dove andiamo?", canticchio dentro di me. Maurizio Brasini |