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Non si può acquistare un lampo o un tuono o l'Oceano

(Note a margine, sui sotterranei della Terra)

L'intervista a Silvano Agosti che abbiamo pubblicato su Gondrano dal settembre 2002 fino a poche settimane fa, è stata realizzata nella primavera del 2001 da Alessandro Macis e Patrizia Masala, fondatori dell'Associazione Culturale L'Alambicco di Cagliari, per il libro Immagini in Libertà dedicato al regista bresciano, alla cui realizzazione partecipai anch'io.

Ero a letto con una costola fratturata quando dalla Sardegna mi arrivò il primo dattiloscritto dell'intervista, alla quale non avevo potuto assistere. Alessandro mi chiese un parere e io glielo diedi nella seguente lettera attorno alla quale Alessandro stesso mi raccontò, più di un anno dopo, un interessante, forse anche divertente, aneddoto.

Cari Alessandro e Patrizia,

come ho già detto al telefono l'intervista mi pare ottima, come pure il testo di Grieco. Le osservazioni che ho da fare sono se vogliamo marginali, nascono da una lunga conversazione telefonica che io e Silvano abbiamo avuto alcuni anni fa e sono sollecitate dal fatto che alcune sue affermazioni non credo trovino riscontro nella sua opera.

Vorrei partire da una frase di Grifi (da Trent'anni di Oblio, pag. 108): «C'è una piramide in cima alla quale ci sono i padroni (...) negli scantinati ci sono i carcerati, i matti nei manicomi (...) Ma nei sotterranei c'è il dolore immenso degli animali che vengono prodotti proprio per essere uccisi (...) noi mangiamo quel dolore.»

A Silvano Agosti avrei voluto chiedere: in questa piramide tu stai negli scantinati e il tuo sguardo spazia da lì in su. Sui sotterranei invece silenzio: trenta secoli di oblio cui anche tu hai dato il tuo contributo facendo entrare (splendidamente, questo sì) la tua macchina da presa nelle carceri, nei manicomi, ma non nei macelli, nei laboratori in cui si pratica la vivisezione, nelle riserve di caccia, ... nello scomparto della carne del tuo frigorifero. Perché?

Inoltre Silvano ha detto cose come: «Mi riconosco in tutto (...) compreso lo sterco dei passeri, compreso l'Universo» ed ha parlato dell'essere se stessi a tal punto che «il dialogare con l'insieme dell'universo diventa una piattaforma minima da cui cominciare, per essere ciò che si è.» Bene: il punto è che io l'universo, dallo sterco dei passeri alle galassie, nelle sue opere non lo vedo se non in qualità di comparsa, e spesso nemmeno quello. Ciò che vedo presente nei suoi film e nei suoi racconti è quella piccolissima parte dell'universo che è l'umanità. Splendidamente rappresentata, ripeto, ma in maniera tanto splendida quanto assoluta ed esclusiva.

A proposito di Piavoli Silvano dice una frase che non mi è chiara e sulla quale avrei chiesto qualche precisazione: «chi è amico della natura respira molto la libertà, anche se non la gestisce». Ora, a me pare che proprio il rimanere estraneo al rapporto quotidiano e conoscitivo con la natura, il che significa con la propria identità di essere vivente, di organismo pensante biologico, sia la maniera migliore di non gestire la propria libertà, rimanendo confinati nel recinto del proprio branco, dal quale non si può uscire perché nulla si sa di ciò che c'è all'esterno. Ecco, questo mi pare sia davvero essere in libertà vigilata. E Silvano mi pare che lo sia.

Nota finale: queste osservazioni le farei al 100% degli artisti e degli intellettuali che conosco, nessuno dei quali mi risulta che sia riuscito a lasciarsi alle spalle quella malattia infantile della cultura che è l'antropocentrismo. Anzi, probabilmente a loro non le farei proprio, perché so a priori che sarebbe tempo perso. Chissà perché, da Silvano mi aspetto invece qualcosa di più. E continuo ad aspettare. Sono un tipo paziente.

Un caro saluto,

Filippo
18 aprile 2001

E ora l'aneddoto. In concomitanza con l'uscita del libro l'associazione Alambicco organizzò a Cagliari una rassegna cinematografica nel corso della quale furono proiettate tutte le opere di Silvano Agosti. Vi fu anche una conferenza stampa. Poco prima del suo inizio Silvano disse ad Alessandro e Patrizia: «Mi raccomando, fatemi domande scomode, cattive».

«Bene», rispose Alessandro, tenendo in mano la mia lettera, che in precedenza gli aveva fatto leggere, «allora le trarremo dalla lettera di Filippo». Pare che a questo punto Silvano abbia detto qualcosa come: «ma no, cosa c'entra?», abbia preso la lettera di mano ad Alessandro e se la sia messa in tasca.

Quella lettera, Alessandro non l'ha mai più riavuta.

Filippo Schillaci
13 maggio 2004