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Cuore di Barbone
Oggetto: Cuore di barbone Cammino veloce lungo le vie del centro. Ormai è Natale. Fiumi di estranei a caccia di regali scivolano sull'asfalto scuro e lucido di pioggia. Le luminarie sembrano addolcire il freddo intenso. Gli occhiali si appannano ad ogni vapore. Davanti ai negozi un esercito di disperati in attesa chiede l'elemosina a chiunque passi. Chi siede in terra con un cartello di cartone tra le mani, chi suona, chi canta, chi disegna, chi cammina curvo, chi dorme accanto al cane, chi trema. Un vecchio chiede per favore signore ha mille lire, tutti gli altri sono anime in pena scansate dai passanti. Sono così tanti da essere trasparenti. Invisibili. Le vetrine illuminate specchiano fame e indifferenza. Mi sposto da una piazza ad un'altra per una via secondaria buia ed ovattata. Non ci sono negozi, non passa quasi nessuno. Cammino veloce verso le luci che già si intravedono. All'improvviso scorgo nell'angolo di un portone un esserino biondo. Una ragazza pallida rannicchiata in terra, le braccia strette intorno al corpo, un berretto di lana sulla testa. Mi vede e con un filo di voce dice auguri. La sento appena. Cammino veloce. Altre luminarie, torno a scivolare lungo le vetrine. Penso alla disperazione che trabocca dalle vie principali e invade persino il buio, lontano dalla ressa, dove nessuno la potrà vedere, dove è inutile tendere la mano. Questo non è logico, mi dico, neppure a Natale. Mi accorgo di camminare da ore e di non avere acquistato niente. Pazienza, i miei genitori capiranno. Già, perché cercavo un dono per loro - a mio fratello avevo già pensato qualche giorno fa. Oltre ai miei familiari non ho nessun altro a cui fare un regalo. Scopro che in fondo sono anch'io un barbone, un clochard dei sentimenti. Povero, smarrito, disilluso, stanco di importunare la gente che entra ed esce veloce dai negozi, ormai anch'io siedo in terra nell'ombra. Non ho più voglia di parlare, di farmi capire, di dire chi sono. Non serve a niente. E dire che mi basta versare sul foglio una sola goccia della mia anima per far sì che chi legge dica come sei sensibile, non cambiare mai, prima o poi succederà e la tua vita si tingerà di rosa. Ma sono soltanto parole. Hanno lo stesso sapore della minestra riscaldata che portano ai barboni della stazione quando fa troppo freddo. Tieni, cane malato, riempi lo stomaco e sii felice. Sei un ingrato, cane malato, hai dato un calcio al cibo che le persone generose ti avevano gettato. Cosa vuol dire che conosci bene il digiuno e che invece preferisci parlare? Chi vuoi che ti stia ad ascoltare, chi vuoi che si avvicini a te, chi vuoi che ti sopporti, chi vuoi che ti ami? Taci, cane malato, continua pure ad ubriacarti da solo, presto il freddo libererà il tuo sudicio metro di marciapiede e lo darà ad un altro barbone come te. Gli abbracci a parole mi danno la nausea. O forse è il vino cattivo bevuto sempre a pancia vuota. Quante notti insonni trascorse a sognare un futuro felice, quanti palpiti, quante parole soffiate cantando l'amore. Quante parole inutili, quante ne ho scritte e subito cancellate. Adesso sono stanco. Ho anch'io la mia dignità di barbone, anche se qualche volta la fame vince e allora umiliato rubo o chiedo la carità. Passo i giorni seduto a guardare la gente normale che cammina intorno a me, così diversa da me, che non sa capire. Mi accontento di quel poco che ho, che è quasi niente ma so farlo bastare. Non so perché sono diventato così, non mi ricordo. Agli altri dico che è una mia scelta. La notte è un incubo che non passa mai. Ho paura che mi rubino le scarpe. Fa freddo. A Natale fa sempre tanto freddo. Non è stato facile decidermi a scrivere ancora, probabilmente non lo farò più. Ma stasera avevo voglia di parole vere. Quelle che ormai non scrivo più, per non abusare della pazienza di chi fino a pochi giorni fa distrattamente rispondeva ancora alle mie e-mail. Quelle che mi sarebbe piaciuto ricevere a Natale da parte di chi sa che esisto, o addirittura proprio da chi non ha voluto capirmi, angeli perduti, muffa del cuore. Buon anno a tutte voi. Per questo ho voluto parlare ancora, perché a volte basta soltanto un suono o un rumore a scacciare il male. In fondo non è poi così brutto vivere la solitudine. Nessuno bussa al mio guscio di vagabondo, nessuno mi disturba. Sono libero e solo. Stazione di notte. Il freddo non lascia dormire. Un barbone ubriaco si alza in piedi, piange e urla in una strana lingua il dolore di tutta una vita. Nessuno ci fa caso. E` completamente solo. La stazione è piena di barboni come lui. Felice anno nuovo a tutti voi.
-- In fede,
"Bevo per dimenticare il passato. |