I s o l a d e l f u o c o
La tragedia comincia nel fuoco più alto.
In questa nuda e pura, terrifica natura,
in questa scena mirabile e smarrente,
ogni parola, accento, è misera convenzione,
rito, finzione, rappresentazione teatrale.
Io sono l'anghelos, il messaggero necessario, colui che narra, che riferisce in tono basso la tragedia, che dice l'indicibile, che rappresenta l'irrappresentabile.
La scena si colora di una luce rosa, poi d'oro: è lo spettacolo straordinario del sorgere de sole visto da sopra il vulcano.
Empedocle si alza, cammina, si ferma, lo sguardo rapito verso oriente. Lo stesso fanno Pantea e Pausania. E' un momento di sospensione: si odono i boati del vulcano, si vedono le ginestre piegarsi per una raffica di vento.
(Vincenzo Consolo, Catarsi)
Lungo il cammino intanto pongo tra me medesimo e la storia, tra me e questo secol nostro di carestie e pesti, di guerre e di massacri (peggiori di quanto noi pensiamo sono i tempi che viviamo!), tra me e gli òmini e le pietre, un'infinita distanza, un sospeso vallo, un occhio trasognato, che mi preservi e salvi d'ogni dolore o turbo, non m'ostacoli il cammino.
(Vincenzo Consolo, Retablo)
L'amore comincia col vagito del neonato quando, abbandonata bruscamente la sacca materna delle acque, sente improvvisamente sulla nuca il vento gelido del mondo e comincia a respirare solo, completamente solo, per se stesso, fino alla morte. Beato colui che è soccorso a volte dal bocca a bocca. Narciso, sai chi è?
E tuttavia le cose si limitano a essere. E' l'uomo che le analizza, le separa, le suddivide, e mai disinteressatamente. All'inizio, di fronte all'apparente caos del mondo, ha classificato, costruito i cassetti, i capitoli, gli scaffali. Ha introdotto il suo ordine nella natura per agire. E dopo ha creduto che quello fosse l'ordine della natura, senza accorgersi che era il suo.
Il lato tragico del destino umano è proprio questo: capire che ne sappiamo abbastanza per sapere che non sappiamo niente del nostro destino, e che non ne conosceremo mai abbastanza per sapere se c'è altro da conoscere.
(Henry Laborit, Elogio della fuga)