Quando, a partire dagli anni '80, ho realizzato le mie immagini, pensavo a ciascuna come un'opera in sé. Non vedevo fra esse alcun legame al di là dell'uniformità di stile.
Ma evidentemente un legame c'era già, nascosto da qualche parte, un quadro d'unione in cui esse andavano silenziosamente, inavvertitamente a prendere il loro posto man mano che nascevano.
Il quadro c'era ma affinché fosse percepipile era necessario porsi di fronte al problema di organizzare in un percorso la totalità delle 50 opere che costituiscono oggi La forma della luce. Finchè ci si limitava alle mostre concepite convenzionalmente, ospitate in ambienti neutri, privi di qualsiasi voce, il problema non c'era. Ma al momento di mettere le immagini, tutte le immagini, in relazione con uno spazio che aveva una sua precisa personalità, che lasciava un'impronta in chi lo percorreva, era tutto diverso.
Venne innanzi tutto l'idea delle Isole (ispirata in parte dall'opera musicale Prometeo di Luigi Nono) ovvero l'organizzazione delle immagini in quattro gruppi internamente omogenei.
Alle parole sarebbe stato affidato il compito di tracciare un percorso attraverso questo arcipelago. Si trattava di dare un senso a questo cammino. In un primo tempo ipotizzai la metafora di un itinerario esistenziale ed interpretai le quattro isole così:
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(...) l'idea della vita come viaggio, che penso sia la traccia da utilizzare. Ma della vita di chi? Sarebbe bello riuscire a mantenere il protagonista in una dimensione totalmente astratta in modo che il discorso sia interpretabile a tutti i livelli possibili: dalla scala più piccola, quella del singolo individuo, alla più grande, quella dell'intero universo.
Dunque vediamo di riassumere. Il viaggio di cui parliamo potrebbe essere qualcosa del genere.
Isola del fuoco. E' la nascita. Il momento di un'improvvisa liberazione di energia. E' un momento privo di un equilibrio interno, che presuppone il suo inevitabile superamento, presuppone un dopo.
Isola dei riflessi. E' la fase in cui la stella, consumata l'energia della nascita, non si è ancora accesa e dunque, se brilla, è solo per luce riflessa. "Noi siamo gli altri", diceva Laborit, e come al solito aveva ragione. Molti continuano a essere "gli altri", ovvero a brillare di luce riflessa, per tutta la vita, alcuni però a un certo punto riescono...
Isola della luce ...a brillare anche di luce propria. E' una fase di parziale maturità: si è capaci di possedere un proprio, autonomo sguardo sul mondo, ma la relazione con esso è spesso unidirezionale, va dall'interno verso l'esterno e pecca di una certa sordità verso tutto ciò che non è "io". Ancora è uno stato privo di equilibrio, affetto dallo stesso impeto egocentrico della nascita e destinato inevitabilmente a consumarsi.
Isola dell'acqua. L'acqua è l'immagine simbolica che più di ogni altra mi pare adatta a simboleggiare uno stato di equilibrio, di reciprocità (vedi i vasi comunicanti), lo stato a cui l' "io" si è esteso fino a evolversi in un "noi", giungendo con ciò a quello che potremo chiamare uno stato di "quiete dinamica" in cui a ogni flusso ne corrisponde un altro che lo equilibra, in cui nulla è unilaterale, in cui nulla si consuma senza essere rigenerato.
Siamo alla fine del viaggio? Nemmeno per idea. Al di à di questo arcipelago ce ne sono altri che per ora non ci sogniamo neanche. Ma questa è roba d'altri giorni...
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Questa fu la strada che seguì anche Barbara Mauri nella scelta dei testi, rielaborando però il percorso in una maniera che probabilmente le risultava più congeniale.
Parliamo intanto della definizione del rapporto fra le immagini e il luogo. Innanzi tutto a ogni Isola fu assegnata una zona del giardino secondo un percorso circolare (il giardino circonda la casa e si presta a un tale percorso). Le caratteristiche di ciascuna zona inoltre suggerivano un evolversi dal verticale all'orizzontale, in sintonia con le caratteristiche di ciascuna isola.
Il monologo aveva un protagonista indefinito ma indubitabilmente umano, ed era dunque rivolto al "piccolo", all'introspezione e lasciava così modo a ciò che doveva essere la sua dimora di spaziare verso metafore di scala più ampia. Leggevo in quelle settimane Goldsmith trovandomi d'accordo con la sua critica della "tecnosfera", prodotto malato di un'umanità ormai sempre più immersa in un forsennato delirio antropocentrico, e surrogato di quell'ecosfera di cui sembra ormai che si sia persa ogni cognizione. Riconobbi queste idee in quelle immagini e pensai che il cammino dalla tecnosfera all'ecosfera fosse la metafora più giusta cui affidare il compito di guidare l'allestimento. Che assunse dunque la seguente organizzazione.
Isola del fuoco. Si erge in quello che Maria Rosa ha chiamato il Giardino del Nonno, attorno al grande noce che ne è l'elemento botanico principale. E' la prima tappa del cammino, in cui l'idea guida è la verticalità: del contesto, dominato dal forte fusto del vecchio albero, delle immagini in cui prevale il movimento verso l'alto o comunque verso l'esterno, e infine dell'allestimento costituito da tre "torri" metalliche reticolari di sezione triangolare alte 2 metri.
Un altro elemento caratteristico è l'assenza di interdipendenza fra immmagini e contesto naturale: le "torri" si sorreggono da sé, sono nettamente distanziate dal noce, sono altra cosa rispetto al mondo vivente che le circonda: appartengono a una sorta di "tecnosfera" che non sente alcun bisogno di dialogare con l'ecosfera.
Isola dei riflessi. E' accolta in una insenatura del Giardino del Babbo. Le immagini sono inclinate, disposte su piccoli cavalletti di legno. Sono ancora artificialmente staccate dalla vegetazione ma la distanza si è abbreviata, il dialogo non è più così negato, impensabile come nella prima isola.
Isola della luce. Si distende nell'ampia parte centrale del Giardino del Babbo. Le immagini sono ancora inclinate ma non più sollevate dal suolo. I cavalletti, quando sono necessari, non sono visibili. In molti casi l'immagine emerge direttamente dai cespugli.
Isola dell'acqua. E' adagiata nella parte più interna del Giardino di zio Giovanni, il più nascosto e raccolto. Le immagini non hanno ora bisogno di alcun sostegno esterno, naturale o peggio artificiale che sia: sono disposte sul prato, in posizione orizzontale, ne seguono le lievi ondulazioni e formano un sentiero, le anse di un fiume, o semplicemente l'astratta idea di una curva che modella se stessa intorno alle forme naturali. Qui finisce l'arcipelago.
In prossimità di quest'isola si conclude anche il monologo, dopo di che Barbara esce dal giardino e passa accanto a un'ultima immagine: un piccolo sole al tramonto anch'esso adagiato sull'erba, circondato da un triplice cerchio di pietre bianche.
Il cammino è concluso... forse.
Filippo Schillaci
13 luglio 2007